Dai sassoni corsari furono in questo anno maltrattati i paesi marittimi delle Gallie, arrivando essi all'improvviso per mare addosso ai popoli di quelle contrade [Ammianus, lib. 28, cap. 5.], e bottinando dappertutto. Contra di costoro fu da Valentiniano spedito Severo generale della fanteria, che li mise in tal disordine e paura, che dimandarono pace, e di potersene tornar colle vite in salvo alle lor case. Si conchiuse il trattato; ma nell'andarsene que' Barbari, Severo fece tendere ad essi un'imboscata, e tagliarli tutti a pezzi, con pericolo nondimeno che i suoi restassero sconfitti, senza alcun riguardo ai giuramenti e alla fede pubblica, la quale, secondo la legge cristiana, dev'essere osservata anche verso gli eretici e Turchi, e verso qualsivoglia altro nemico. Pensando poi Valentiniano alle maniere di reprimere la superbia ed insolenza degli Alamanni e del re loro Macriano, che sì spesso portavano il malanno alle frontiere romane, segretamente mosse i Borgognoni, popoli confinanti alla Lamagna, e che si vantavano di trarre la loro origine dai Romani, a muovere l'armi contra d'essi, giacchè con essi aveano spesso liti a cagion de' confini e delle saline. Vennero costoro sino alle ripe del Reno con un fioritissimo esercito. San Girolamo [Hieron., in Chronic.] scrisse che ascendeva il lor numero ad ottanta mila persone. Avea loro promesso Valentiniano di passare anch'egli il Reno, per secondar colle sue forze le loro. Non mantenne poi la parola, e perciò se ne tornarono essi indietro mal soddisfatti, dopo aver ucciso tutti i prigioni da lor fatti. Già era stato creato generale della cavalleria Teodosio, che già vedemmo vittorioso nella Bretagna, e che fu padre di Teodosio Augusto. Si servì questo valoroso uffiziale di tal congiuntura per dare addosso agli Alamanni, i quali, per paura d'essi Borgognoni, s'erano sparsi per le Rezie, cioè pel paese romano. Molti ne uccise, che vollero far testa. Tutti gli altri ch'egli fece prigioni, per ordine di Valentiniano, furono mandati in Italia, e sparsi ne' paesi contigui al Po, dove, assegnate loro delle buone terre da coltivare, divennero poi fedeli sudditi del romano imperio. A questi pochi fatti aggiunge Ammiano [Ammianus, lib. 28, cap. 6.] una lunga descrizione dei mali cagionati da Romano conte nella provincia della Libia Tripolitana dell'Africa, e cominciati molto prima dell'anno presente, senza che que' popoli potessero mai ottener giustizia e riparo dalla corte imperiale: tante cabale seppe adoprar quel malvagio uffiziale. Nulla di riguardevole operò in quest'anno Valente Augusto in Oriente; tuttochè egli passasse a Nicomedia con pensiero di far guerra ai Persiani, ma con ispendere il tempo in soli preparamenti. Le leggi del Codice Teodosiano attestano che egli fu a Jerapoli, creduta dal padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] città della Frigia, e, secondo Zosimo [Zosimus, lib. 4, c. 13.], arrivò anche ad Antiochia; ma ciò convien più tosto agli anni seguenti. Le maggiori sue applicazioni sembra che fossero quelle di perseguitare i cattolici [Socrates, Hist., lib. 4, cap. 14 et seq.], de' quali ne fece morir non pochi, e di esaltar la setta ariana. A questo anno riferisce il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.] la morte di Eusebio, vescovo di Cesarea di Cappadocia, celebre per la sua storia ecclesiastica e per altri libri che restano tuttavia di lui, ma con aver lasciato agli eruditi una gran disputa intorno alla di lui credenza, cioè s'egli tenesse coi cattolici o pur cogli ariani. Successore di lui fu poi in quella chiesa san Basilio il grande, uno dei più insigni scrittori e pastori della Chiesa cattolica.
CCCLXXI
| Anno di | Cristo CCCLXXI. Indizione XIV. |
| Damaso papa 6. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 8. | |
| Graziano imperadore 5. |
Consoli
Flavio Graziano Augusto per la seconda volta, e Sesto Anicio Petronio Probo.
Il secondo console Probo quel medesimo è che di sopra vedemmo il principal mobile della casa Anicia, riguardevole personaggio per le tante dignità da lui sostenute, e per le esorbitanti sue ricchezze. Esercitava egli nello stesso tempo la carica di prefetto del pretorio dell'Italia, come consta dalle leggi del Codice Teodosiano [Gothofred., in Chronolog. Cod. Theodos.], le quali ancora ci assicurano che in quest'anno la prefettura di Roma seguitò ad essere amministrata da Ampelio. Sono esse date la maggior parte in Treveri, ed alcune in Contionaco, forse luogo vicino a quella stessa città. Alcune delle medesime giusto motivo somministrano al cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] di biasimar questo imperadore, principe più politico che cattolico. Imperocchè in una d'esse, indirizzata al senato romano, egli permise le illusioni degli aruspici gentili, e gli altri esercizii di religione permessi dalle leggi antiche, purchè non vi si mischiasse la magia. Confermò ancora ai pontefici pagani i lor privilegii, concedendo ad essi l'onor medesimo che godevano i conti. In quest'anno ancora Ammiano [Ammianus, lib. 29, cap. 3.] ci vien raccontando una mano di crudeltà usate da Massimino, inumano suo uffiziale, e dallo stesso Valentiniano Augusto, le quali ci fan sempre più conoscere che egli, benchè professasse la religione di Cristo, poco ne doveva studiare i santi insegnamenti. Ardeva tuttavia questo imperadore di voglia di abbattere il sopra mentovato Macriano re degli Alamanni,, che gli stava molto sul cuore. Colla forza delle sue armi non si credeva egli da tanto di poterlo opprimere. Si rivolse alle insidie. Passò all'improvviso nell'autunno il Reno con un buon corpo di milizie, sulla speranza datagli dalle spie, che potrebbe sorprendere il nemico re, senza aver seco nè tende, nè grosso bagaglio. Seco andarono i due generali Severo e Teodosio. Contuttochè ordini rigorosi fossero dati ai soldati di non saccheggiar nè bruciar case, acciocchè non ne seguisse dello strepito, egli non fu ubbidito. Le grida delle persone giunsero agli orecchi delle guardie di Macriano, le quali, sospettando quel che era, postolo incontanente in una carretta, il sottrassero all'imminente pericolo. Se ne tornò indietro Valentiano molto malcontento, dopo aver dato il fuoco ad un tratto del paese nemico. Agli Alamanni appellati Bucinobanti, che abitavano di là dal Reno in faccia a Magonza, diede appresso per re Fraomario della lor nazione; ma perchè questi trovò desolato il paese per la suddetta scorreria de' Romani, amò meglio d'essere inviato nella Bretagna per tribuno del reggimento de' suoi nazionali che in quella isola erano al servigio dell'imperio.
Avea Valente Augusto passato il verno a Costantinopoli. Venuta la primavera, di nuovo si mise in viaggio per andare ad Antiochia, ma senza che chiaro apparisca ch'egli vi arrivasse in questo anno, per quanto pretende il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.]. Una legge sua data nel dì 13 luglio cel fa vedere in Ancira, capitale della Galazia. Socrate [Socr., lib. 4 Hist., cap. 14.] e Teofane [Theoph., in Chronogr.] suppongono ch'egli veramente nel presente anno pervenisse in Soria, e ad Antiochia almen verso il fine dell'anno, e quivi poi si fermasse nel susseguente verno. Zosimo [Zosimus, lib. 4, cap 13.] anch'egli scrive che, messosi Valente in viaggio, lentamente lo continuò per dar sesto di mano in mano ai pubblici affari e bisogni delle città per dove passava; e che, giunto ad Antiochia, attese più che mai ai preparamenti per la meditata guerra di Persia. Non lasciò egli di stabilire nel medesimo tempo dovunque potè il suo caro arianismo, e di sfogare l'empio suo zelo contro dei difensori della verità cattolica. Era in questi tempi Sapore re della Persia parte colla forza e parte colle insidie intento ad occupare affatto il regno dell'Armenia: del che s'è parlato di sopra. Vedemmo che Para, figlio del già tradito re Arsace, era ricorso all'imperador Valente per aiuto. Ma Valente [Ammianus, lib. 27, c. 12.], che non amava d'essere il primo a rompere i trattati, andava temporeggiando, e solamente ordinò ad Arinteo suo generale di portarsi ai confini dell'Armenia, per mettere in apprensione con tale apparenza i Persiani. Cilace ed Artabano erano stati in addietro le due potenti braccia di Para per guardare gli Stati dalla violenza persiana. Sapore, che li teneva per traditori della sua corona, voleva togliere all'Armenia il loro antemurale: con lusinghe ed offerte, segretamente fatte all'incauto Para, l'indusse a mandargli le loro teste. Dopo questo crudele sproposito sarebbe perita l'Armenia, se l'arrivo di Arinteo coll'esercito romano in quelle vicinanze non avesse trattenuti i Persiani dall'ingoiarla. Spedì Sapore ambasciatori a Valente, per dolersi di que' movimenti, pretendendo infranta la pace. Valente sostenne il suo punto, e li rimandò mal soddisfatti. Si mischiò ancora negli affari dell'Isauria, disputata fra due cugini [Themist., Orat. XI.]; e consentì che quel paese si partisse tra loro: il che accrebbe le doglianze dei Persiani. Però dall'un canto e dall'altro si accingeva ognuno a venire ad un'aperta rottura. Circa questi tempi il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] sospetta che, trovandosi Valente in Cesarea di Cappadocia, gli fosse rapito dalla morte l'unigenito suo figlio, che già vedemmo appellato Valentiniano Juniore, e soprannominato Galata: del che s'ha memoria nella vita di san Basilio, vescovo chiarissimo di quella città. Tal morte di lui è certa, ma non già il tempo in cui essa accadde. Per un gastigo di Dio interpretata fu dai cattolici questa perdita fatta da Valente, siccome persecutore della vera Chiesa.