Flavio Ricomere e Clearco.
Ricomere, primo nella dignità consolare, è quel medesimo valente generale, che da Graziano Augusto era stato spedito in aiuto a Teodosio, e si trova anche appellato Ricimere. L'altro console Clearco era forse nell'anno presente anche prefetto della città di Costantinopoli [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]. Simmaco, celebre personaggio, si trova prefetto di Roma in quest'anno. Di tal sua dignità egli parla in alcune sue lettere. Egli anche fu che in questo anno inviò Agostino, poi santo vescovo, per maestro di retorica a Milano. Nel dì 11 di dicembre terminò i giorni del viver suo Damaso pontefice romano [Prosper, in Chronic.], riferito poi nel catalogo de' santi a cagion delle sue opere gloriose, massimamente concernenti la difesa della dottrina della Chiesa cattolica. Pochi giorni stette a succedergli nella cattedra di san Pietro, Siricio, di nazione romano. Così il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], contro l'autorità del cardinal Baronio e del padre Papebrochio, i quali differiscono all'anno seguente la elezion di Siricio. Del loro parere sono anch'io, per quel che dirò all'anno stesso. Già abbiam veduto che Clearco fu in quest'anno prefetto di Costantinopoli, parendo che la data di una legge di Teodosio lo intitoli così; ma non possiamo fidarci di quella data, da che abbiamo indizii che Temistio [Themist., Orat. XVII et XVIII.], famoso filosofo pagano ed oratore di questi tempi, fu promosso a quella carica nell'anno presente, e recitò di poi un'orazione in lode di Teodosio. Il non dir egli parola della nascita di Onorio, secondogenito di esso Augusto, nè dell'ambasciata dei Persiani fa abbastanza conoscere che quel panegirico fu recitato prima del settembre di quest'anno. Imperciocchè Flacilla, o sia Placilla Augusta, nel dì 9 di settembre partorì all'Augusto consorte Flavio Onorio [Idacius, in Fastis. Chronicon Alexandrin. Socrat., lib. 5, cap. 12.], nato nella porpora, come diceano i Greci, perchè venuto alla luce dappoichè il padre era imperadore, laddove Arcadio primogenito, e già dichiarato Augusto, nella privata fortuna del padre era stato partorito. Ad esso Onorio fu immantinente conferito il titolo di nobilissimo. Già il defunto Artaserse re della Persia avea avuto per successore il suo figliuolo Sapore III. Abbiamo da Idazio [Idacius, ib.] ch'egli nell'anno presente inviò una solenne ambasciata a Teodosio Augusto per trattar di pace fra i due imperii. Pacato [Pacatus, in Panegyr.] ne parla anche egli, con indicare i presenti da lui inviati in tale occasione a Costantinopoli, cioè di perle, stoffe di seta, ed animali propri per tirare il cocchio trionfale, e verisimilmente elefanti domesticati. Orosio [Orosius, lib. 7, cap. 34.] e il giovane Vittore [Victor, in Epit.] scrivono che Teodosio strinse, mercè di un trattato di pace, buona amicizia coi Persiani; ma non è ben certo se questa pace ora succedesse, o se fosse piuttosto una tregua, perchè vedremo nell'anno 389 un'altra ambasceria de' Persiani per questo effetto; e per altro conto restano in molta oscurità gli affari de' Romani con quella nazione. Certo è che guerra non fu gran tempo dappoi fra le suddette due potenze.
Vegniamo ora a Massimo tiranno. Tanto si trattenne nella di lui corte santo Ambrosio, e tal fu la sua destrezza, che finalmente conchiuse la pace fra lui e Valentiniano Augusto. Per quel che apparisce dalle conseguenze, consiste il massiccio della capitolazione in questi due punti: cioè Valentiniano riconosceva Massimo per legittimo imperador delle Gallie, Spagne e Bretagna, e vicendevolmente Massimo accordava che Valentiniano resterebbe pacifico possessore e signore dell'Italia, dell'Illirico occidentale e dell'Africa. Pretese esso Massimo col tempo di essere stato burlato con varie promesse, che poi furono senza effetto, da Ambrosio e da Bautone conte, compagno, secondo le apparenze, di quella ambasciata: ma il santo arcivescovo sostenne poscia di nulla avergli promesso, e discolpò ancora Bautone. Nel ritornarsene egli a Milano, trovò a Valenza del Delfinato altri ambasciatori spediti a Massimo per iscusar Valentiniano, se non potea passar nelle Gallie, come il borioso tiranno tuttavia pretendeva. Poco nondimeno teneva per questa pace sicuro sè stesso Massimo, ogni qualvolta anche Teodosio dal canto suo non acconsentisse. Però, per testimonianza di Zosimo [Zosimus, lib. 4, cap. 37.], spedì altri suoi ambasciatori ad esso Teodosio, nè trovò in lui gran difficoltà ad approvar quell'accordo e a permettere che l'immagine del tiranno si mettesse con quelle degli altri due Augusti. Anzi dovendo partire Cinegio pel governo dell'Africa, Teodosio gli diede ordine di portare colà l'immagine del medesimo per farla vedere a que' popoli in segno della contratta amicizia. Ma se crediamo ad esso Zosimo, anch'egli si accomodò a questa concordia in apparenza, meditando nello stesso tempo di fargli guerra subito che gliel permettessero i propri interessi, o piuttosto che gliene desse occasione il perfido usurpatore, siccome in fatti avvenne. In questa maniera Massimo giunse a restar pacifico padrone di tanti Stati. Ci ha conservata sant'Ambrosio [Ambr., Epist. XXIV.] la memoria di un altro fatto, senza apparire se spettante a questo o pure all'anno seguente. Certamente esso accadde dopo la conchiusion della pace suddetta. Cioè gli Alamanni Giutunghi vennero a bottinar nella Rezia, perchè seppero ch'era stata regalata da Dio di un buon raccolto. Bautone conte, poco fa da noi mentovato, ebbe maniera di muovere contra di loro gli Unni e gli Alani, i quali entrati nel paese di essi Alamanni, vi diedero un gran sacco sino ai confini delle Gallie. Gravi doglianze fece per questa irruzione Massimo, perchè l'apprese suscitata da Valentiniano, per nuocere anche a lui in guisa che esso Valentiniano, affine di togliere i pretesti di qualche rottura, a forza di danaro fece tornar que' Barbari alle lor case.
Da una lettera di Simmaco [Symmach., lib. 10, epist. 61.] parimente ricaviamo che nell'Illirico accadde guerra contra de' Sarmati, i quali doveano aver passato il Danubio per saccheggiare il paese romano. Quel generale, sotto il cui comando era o la Pannonia, o la Mesia superiore, diede a coloro una tal rotta, che moltissimi ne uccise, ed altri fatti prigioni inviò a Roma: perlochè meritò un grand'elogio da Valentiniano. Noi troviamo questo giovinetto imperadore nell'anno presente quasi sempre in Milano [Gothofred., Chronol. Cod. Theod.], a riserva di una scorsa da lui fatta ad Aquileia. Aveva egli disegnato console per l'anno prossimo Vettio Agorio Pretestato, celebre personaggio allora, ma pagano, e che esercitava ora la carica di prefetto del pretorio d'Italia, di cui si veggono vari elogi presso gli scrittori gentili, e nelle antiche iscrizioni. Ma prima ch'egli arrivasse a vestir la trabea consolare la morte il rapì con incredibil doglia del senato e popolo romano. Ne parla molto Simmaco nelle sue lettere, ed anche san Girolamo che si trovava allora in Roma. Perchè costui aveva impetrato da Valentiniano un decreto poco favorevole ai Cristiani, ciò fece coraggio a Simmaco prefetto di Roma, e agli altri senatori romani della fazion pagana ed idolatrica, senza saputa, o almeno senza consenso de' senatori cristiani, di fare un tentativo maggiore, cioè di formare un decreto, per chiedere a Valentiniano Augusto che fosse rimesso nella sala del senato l'altare della Vittoria, già tolto per ordine di Graziano Augusto. Ne formò la supplica ossia la relazione Simmaco, adducendo quante ragioni (ben tutte frivole) egli seppe trovare; e questa fu spedita alla corte con forte speranza, che trattandosi di un regnante sì giovane, e però non atto a discernere la falsità di quei motivi, il negozio verrebbe fatto. Penetrata questa notizia all'orecchio di santo Ambrosio [Ambros., in Symmachum, et alii.], con tutta sollecitudine stese egli una contrasupplica, in cui sì forti ragioni intrepidamente espose del non doversi accordare quella infame dimanda, che Valentiniano stette saldo in sostener l'operato dall'Augusto suo fratello, sicchè andarono falliti i disegni del paganesimo. Fu di poi ampiamente confutata dal santo arcivescovo la relazione di Simmaco, e noi tuttavia abbiamo questi pezzi fra le opere di esso Simmaco e di sant'Ambrosio. Immemorabile era l'uso che i nuovi consoli facessero dei regali agli amici e ad altre assaissime persone, e che i questori e pretori solennizzassero la loro entrata in quei posti con dei giuochi pubblici, nel che conveniva impiegare gran copia d'oro. La vanità di molti aveva anche introdotti altri intollerabili abusi e spese eccessive, colle quali stoltamente si venivano ad impoverir le persone nobili, per comperar del fumo. Simmaco ne promosse la riforma, e la ottenne da Valentiniano; e pur egli, per attestato di Olimpiodoro [Olympiodorus, apud Photium.], due mila libbre d'oro di peso impiegò per la pretura di un suo figliuolo. Teodosio anch'esso in quest'anno pubblicò una prammatica per lo stesso fine, siccome fece altre leggi in favore della religione cristiana, che si possono leggere nel Codice Teodosiano. Crede in oltre il Gotofredo che a questi tempi appartenga una di lui legge, con cui proibisce il matrimonio fra i cugini germani sotto rigorose pene.
CCCLXXXV
| Anno di | Cristo CCCLXXXV. Indiz. XIII. |
| Siricio papa 1. | |
| Valentiniano II imperad. 11. | |
| Teodosio imperadore 7. | |
| Arcadio imperadore 3. |
Consoli
Flavio Arcadio Augusto, e Bautone.
Abbiam già veduto che questo Bautone conte, uomo di gran valore e fedeltà, era uno de' generali di Valentiniano juniore Augusto, e però fu console per l'Occidente. Agostino, maestro in questi tempi di retorica in Milano, recitò nelle calende di gennaio un panegirico che non è giunto ai dì nostri, in onore di lui esistente in quella città, dove tuttavia era la corte. Chi fosse in quest'anno prefetto di Roma, non si è potuto chiarire in addietro. Raccogliesi dalle lettere di Simmaco [Symmachus, lib. 10, epist. 25, 36, 47.] ch'egli disgustato per molti affanni da lui patiti nell'esercizio di questa dignità nell'anno antecedente, fece istanze alla corte per esserne scaricato; ma senza apparire s'egli fosse esaudito. Tuttavia tengo io per fermo che in luogo suo venisse surrogato per l'anno presente Severo Piniano. Che questo nobilissimo romano fosse prefetto di Roma, ne ho addotto le pruove altrove [Anecdot. Latin. Tom. I, Dissert. VI, et inter opera s. Paulini Edit. Veronens.], cioè le parole di Palladio e di Eraclide. E che la di lui prefettura cadesse appunto in quest'anno, chiaramente si raccoglie da una lettera di Valentiniano Augusto, indirizzata a lui nel dì 23 di febbraio dell'anno corrente, riferita dal Cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad hunc annum.], in cui si rallegra per la elezione di Siricio papa, accaduta poco tempo prima. M'induco medesimamente a credere, in vigor di essa lettera che Siricio papa fosse eletto (non senza contraddizione del tuttavia vivente Ursino, o sia Ursicino, che avea fatta guerra anche a papa Damaso) non già, come vuole il padre Pagi, nel dì 22 di dicembre dell'anno precedente, ma bensì nel gennaio del presente, come tenne il suddetto cardinal Baronio. Non vo' io trattener qui i lettori coll'esaminar le ragioni del Pagi. A me solo basterà di dire che l'epitaffio di papa Siricio, su cui egli fonda tutto il suo raziocinio, non è certo se sia fattura di quei tempi. Noi possiam con ragione tenerlo per composto da qualche miserabil poeta de' tempi susseguenti, giacchè esso è un componimento di versi mancanti di prosodia. Ne' tempi correnti fiorivano mirabilmente in Roma le lettere, nè si può mai credere che ad un sì ignorante poeta fosse data la commissione di ornar il sepolcro di un romano pontefice con versi che gridano misericordia.