Per la maggior parte di quest'anno noi troviamo, siccome poco fa accennai, Valentiniano Augusto colla sua corte in Milano [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], dove son date alquante sue leggi. Altre ve n'ha pubblicate in Aquileia, e forse una in Verona. Teodosio Augusto, per quanto risulta dalle leggi di lui, sembra non essersi punto mosso da Costantinopoli. Diede questo buon imperadore nei tempi correnti una pruova luminosa della sua singolar bontà. Aveano varie persone tenuto delle assemblee contra di lui, producendo varii augurii, sogni ed altri creduti indovinamenti dell'avvenire [Liban., Orat. XIV. Themist., Orat. XIX.]. Scoperto l'affare, ad un rigoroso processo si diede subito principio, non solamente contro i delinquenti, ma contro quelli ancora che aveano saputo e non rivelato il fatto. Sotto altri imperadori nè pur uno d'essi avrebbe scappata la morte. Così non fu sotto il cattolico Teodosio. Sulle prime egli dichiarò di non voler mischiato in tal processo chiunque reo solamente era di non aver rivelato i manipolatori della congiura, o per aver parlato poco rispettosamente di lui. Pubblicò dipoi nell'anno 393 una legge, con cui proibiva il procedere giudizialmente contro chiunque avesse sparlato del principe. Continuarono i processi contra de' veri congiurati; e perchè pareva che il buon Augusto ne fosse scontento, uno de' magistrati un dì gli disse, che la principal cura degli uffiziali della giustizia doveva esser quella di assicurar la vita del principe: Sì, rispose egli, ma più ancora vorrei che aveste cura della mia riputazione. La sentenza di morte fu pronunziata contra di costoro, ma allorchè i carnefici erano sul punto di eseguirla, si spiccò dal palazzo una voce che si sparse immediatamente per tutta la città, che l'imperadore faceva lor grazia. E così fu. Non solamente donò egli loro la vita, ma anche la libertà di dimorare in quel paese che più loro piacesse; e volle che Arcadio Augusto suo figlio anch'egli segnasse la grazia, per avvezzarlo di buon'ora agli atti di clemenza. Temistio aggiugne che a questo perdono consentì sopra gli altri l'imperadrice Flacilla ossia Placilla, con cui egli soleva consigliarsi in affari di tal natura. Ma Iddio appunto nell'anno presente chiamò a sè questa piissima Augusta, le cui rare doti e virtù, e specialmente la pietà, e un continuo zelo per la religion cattolica, si veggono esaltate non men dagli scrittori cristiani, cioè da s. Gregorio Nisseno [Gregor. Nyssenus, in funer. Plac.], da s. Ambrosio, da Teodoreto, e Sozomeno [Ambros. Theodor. Sozomenus. Themistius.], ma ancora dal pagano Temistio. Meritò ella, in una parola, che la chiesa greca la registrasse nel catalogo de' santi. Figliuoli di essa e di Teodosio furono Arcadio allora Augusto, ed Onorio che col tempo fu anch'egli imperadore. Una lor figlia, appellata Pulcheria mancò di vita circa questi tempi, e se ne vede l'orazion funebre fra le opere del suddetto Nisseno.
Viveva in questi medesimi tempi un'altra imperadrice, ma di professione e costumi affatto contrarii, e questa era Giustina madre del giovanetto Valentiniano Augusto. Dopo la morte del vecchio Valentiniano suo consorte, cavatasi la maschera, ella si scoprì ariana; e, dimorando col figliuolo in Milano, città il cui popolo era tutto zelante per la dottrina e chiesa cattolica, si mise in testa di voler pure promuover ivi gl'interessi dell'empia sua setta. Per essere il figliuolo di età immatura, grande era la di lei autorità, e suo gran consigliere le stava sempre ai fianchi Ausenzio [Ambros., Epist. XX.], che s'intitolava vescovo, venuto già dalla picciola Tartaria, dopo aver ivi commesso di gravissime iniquità. Voleva pure costui in quella città una chiesa per servigio dei suoi pochi ariani, consistenti in alcuni uffiziali di corte, e in quei non molti Goti che militavano nelle guardie; ma ritrovò contrario a' suoi disegni l'arcivescovo Ambrosio, la cui costanza episcopale non si lasciava intimorire neppur dalle minacce de' più crudeli supplizii [Ambros., in Psalm. 36.]. Questi gli fece fronte, ed insieme il popolo tutto, pronto a perdere piuttosto la vita, che a dar luogo alla eresia. Si seppe già risoluto in corte che fosse ceduta agli ariani la basilica Porziana, oggidì chiamata di s. Vittore, ch'era allora fuori della città, e che il santo arcivescovo per questo era stato chiamato. Il popolo anch'esso corse a furia colà; e perchè un uffizial di corte mandato con dei soldati per dissiparli vi trovò del duro, fu pregato lo stesso Ambrosio di pacificar quel rumore, con promessa di non dimandar la suddetta basilica. Ma nel dì seguente, giorno 4 di aprile, vennero uffiziali a chiedergli la basilica nuova, da lui fabbricata entro la città, appellata oggidì di san Nazario. Le risposte del santo furono magnanime e risolute, di non poter dare ciò ch'era di Dio, e su cui l'imperadore non aveva autorità. Ne' giorni santi seguenti si rinforzò la persecuzione, per occupar pure una delle basiliche; ma il santo arcivescovo e il popolo resisterono fino al giovedì santo, in cui cessò quella tempesta, senza che si spargesse il sangue di alcuno. Di più non rapporto io, perchè s'ha da prendere questo bel pezzo dalla storia ecclesiastica e dalla vita dell'incomparabile arcivescovo sant'Ambrosio, la cui saviezza, coraggio e zelo in tal congiuntura son tuttavia da ammirare [Paulin., in Vit. Sancti Ambros.]. Dopo questo inutile sforzo non cessò l'infuriata Giustina di tendergli insidie e di procurarne l'esilio; ma Iddio anche miracolosamente difese sempre il suo buon servo, non essendo già cessata in quest'anno la guerra contra di lui e della fede cattolica.
CCCLXXXVI
| Anno di | Cristo CCCLXXXVI. Indiz. XIV. |
| Siricio papa 2. | |
| Valentiniano II imperad. 12. | |
| Teodosio imperadore 8. | |
| Arcadio imperadore 4. |
Consoli
Flavio Onorio Nobilissimo fanciullo, ed Evodio.
Le leggi del codice Teodosiano [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.] ci fan vedere nel dì 11 di giugno prefetto di Roma Sallustio, e poscia di nuovo nel dì 6 luglio in quella dignità Piniano sopra da noi mentovato, e possessor di essa anche nell'anno precedente. Seguitò in questo anno Valentiniano Augusto a dimorare in Milano, e Teodosio Augusto per lo più stette in Costantinopoli. Quanto al primo di questi regnanti, altro non ci suggerisce la storia intorno alle azioni di lui per conto dell'anno presente, se non che egli inviò ordine al suddetto Sallustio prefetto di Roma di rifabbricare la basilica di san Paolo nella via che conduce ad Ostia; ciò apparendo da una sua lettera pubblicata dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad hunc Annum.]. Ma l'Augusta Giustina sua madre non tralasciava intanto di abusarsi del di lui nome ed autorità per esaltare la fazion degli ariani suoi favoriti, e distruggere, se fosse stato possibile, la cattolica chiesa di Dio. Ottenne ella dunque che l'Augusto giovane suo figliuolo formasse un'empia legge in favor degli ariani [Rufinus, lib. 2, cap. 15 et 16. Theodoret., lib. 5, cap. 3. Ambrosius, Epist. XXXI. Gaudentius, in Sermon.]. Benevolo, segretario, oppure notaio o archivista della corte incaricato di stenderla, amò piuttosto di rinunziar la sua carica e ritirarsi ad una vita privata, che di contaminar la sua penna con quel sacrilego editto. L'iniquo vescovo degli ariani Ausenzio quegli poi fu che lo compose. Nel dì 21 di gennaio di quest'anno si vide pubblicata quella legge, con cui si concedeva un'intiera libertà agli ariani di tener le loro assemblee dovunque volessero, con rigorose pene contra dei cattolici che a ciò si opponessero. In vigore di tal proclama andarono ordini a cadauna delle città di rilasciare ad essi eretici almeno una chiesa, con pena della testa a chi resistesse. Fu perciò intimato in Milano a santo Ambrosio di cedere agli ariani la basilica Porziana coi vasi sacri. Con petto forte il santo arcivescovo ricusò di ubbidire. Per questa ripugnanza un tribuno gli portò l'ordine di uscir dalla città, ed egli costantemente protestò di non poter abbandonar quel gregge che Dio avea raccomandato alla sua custodia. Vennero minacce di farlo morire, ed egli nulla più desiderava che di sofferire il martirio. Minore non era lo zelo del popolo suo, il quale per paura che il sacro pastore se n'andasse, o per amore o per forza, corse alla basilica suddetta, e per più giorni e notti stette ivi dentro in guardia. Colà inviò la corte una man di soldati per impedire alla gente di entrarvi; ma eglino stessi s'accordavano coi cattolici. Fu allora che sant'Ambrosio, affinchè non si annojasse il buon popolo in quella specie di prigionia, introdusse l'uso di cantar inni, salmi ed antifone, come già si usava nelle chiese d'Oriente: tanto che anch'esso influì dipoi alla conversione di sant'Agostino. D'ordine dell'imperadore fu intimato a sant'Ambrosio di comparire a palazzo per disputar della fede con Ausenzio davanti ai giudici da eleggersi dall'una e dall'altra parte. Ma Ambrosio con lettera a Valentiniano fece intendere i giusti motivi suoi di non ubbidire. In somma i cattolici conservarono la basilica, e il santo Arcivescovo a dispetto d'altre calunnie ed insidie a lui tese dalla furibonda imperadrice ariana, stette saldo [Paulin., in Vit. s. Ambrosii.], e con lui si unirono dipoi anche i miracoli nella scoperta de' sacri corpi de' santi Gervasio e Protasio, che accrebbero la confusion degli ariani, e fecero cessar la persecuzione di Giustina. Chi di più ne desidera, dee far ricorso alla storia ecclesiastica [Rufinus. l. 2, cap. 16. Theodor., l. 5, c. 14.]. Il bello fu che Massimo il tiranno, udita questa persecuzion de' cattolici, se ne prevalse, per guadagnarsi l'aura di principe zelante della vera religione, con iscrivere a Valentiniano, ed esortarlo a desistere dal far guerra alla Chiesa vera di Dio, e di seguitar la fede de' suoi maggiori; e v'ha chi aggiugne di avergli anche minacciata guerra per questo.
Nell'anno presente ebbe l'imperadore Teodosio guerra coi popoli Grutongi, cioè con una nazion barbarica sconosciuta dianzi, e venuta a dare il sacco alla Tracia, senza dubbio dalla Tartaria. Ma probabilmente non erano se non alcuna di quelle tribù di Goti, delle quali Ammiano molto prima di questi tempi fece menzione. Zosimo parla di una irruzione qualche anno prima. Ma si può giustamente attener qui all'asserzione di Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chronico.], corroborata da Idacio [Idacius, in Chron.] e da Claudiano [Claudianus, in Consul. IV Honorii.], attribuendola ognun d'essi all'anno presente. Vuole esso Zosimo [Zosimus, l. 4, cap. 38.] che la gloria di avere sconfitti questi Barbari sia tutta dovuta a Promoto generale di Teodosio, il quale, stando alla guardia delle rive del Danubio, e vedendo sì gran gente invogliata di passar quel fiume, tese loro una trappola, inviando spie doppie, cioè persone pratiche della loro lingua, che si vantarono di far loro prendere il general romano con tutti i suoi a man salva. Da questa lusinghevol promessa allettati i Barbari, imbarcarono una notte in gran copia di piccoli legni la più robusta gioventù con un altro corpo che tenea dietro ai primi, e in tempo di notte si misero a valicare il Danubio. Promoto che avea preparata una flotta numerosa di navi più grosse, fattala scendere, si mise nella concertata notte con esse alla riva opposta, aspettando i nemici. Vennero, ed egli con furore gli assalì. Parte di coloro perdè la vita nell'acqua, parte provò il taglio delle spade, e fra questi perì Odoteo re o principe loro. I più restarono prigioni e specialmente i rimasti nell'altra riva, addosso i quali passò dipoi l'armata dei Romani con prenderli quasi tutti, e le lor mogli, fanciulli e bagaglie. Certo è che Teodosio col figliuolo Arcadio si trovò in persona a questa guerra. Zosimo almen confessa che egli era poco lungi di là, nè è da credere che si facesse tal impresa senza saputa ed ordine suo. Promoto gli presentò poi quella gran moltitudine di prigioni e di spoglie; ma Teodosio non solamente li fece tutti mettere in libertà, ma anche dispensò loro non pochi regali, acciocchè si arrolassero fra le sue milizie, siccome in fatti avvenne. Abbiamo da Idacio [Idacius, in Fastis.] che i due Augusti entrarono trionfanti in Costantinopoli per tal vittoria nel dì 12 di ottobre. Tal conto poi fece di questi Teodosio [Zosimus, lib. 4, cap. 40.], che essendo una parte d'essi di quartiere a Tomi della picciola Tartaria, ed avendo voluto far delle insolenze in quella città, perlocchè Geronzio comandante ivi delle milizie romane li mise tutti a fil di spada: vi mancò poco che invece di ricompensa non levasse la vita ad esso Geronzio. La salvò egli con donar tutti i suoi beni agli eunuchi di corte, la potenza de' quali era anche allora esorbitante. Ma il racconto è di Zosimo, cioè di un nemico di tutti i principi cristiani. A questo anno ancora pare che s'abbiano a riferir le seconde nozze di Teodosio Augusto con Galla figliuola di Valentiniano I imperadore e di Giustina, e per conseguenza sorella di Valentiniano juniore [Idacius, in Fastis.], giacchè ne parlano circa questi tempi Filostorgio [Philostorg., lib. 10, cap. 7.] e Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chronico.]. Zosimo rapporta questo maritaggio all'anno seguente, e forse anche più tardi. Fu dipoi Galla la madre di Galla Placidia, principessa, di cui avremo da parlar non poco nel decorso della presente storia. Potrebbe essere che avvenisse ancora in quest'anno ciò che racconta Libanio [Liban., in Vit. sua.] (giacchè non sussiste, come pensò il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], ch'egli fosse morto alcuni anni prima), cioè che uno dei primi senatori, senza sapersi se di Costantinopoli o di Antiochia, prestando fede ai sogni che gli promettevano le maggiori grandezze, e contando questi suoi delirii a diverse persone, fu processato, e con lui diversi degli ascoltatori, fra' quali poco vi mancò che lo stesso Libanio non fosse compreso. Ma per la bontà di Teodosio non andò innanzi il rigore della giustizia. Pochi furono i tormentati, due solamente gli esiliati, e niuno vi perdè la vita.