Godè ben l'Occidente per l'anno presente un'invidiabil pace, ma non già l'Oriente, dove Gaina, goto ed ariano, mosse delle gravi tempeste. Costui, che era stato il principal arnese per abbattere Rufino ed innalzar Eutropio, ancorchè fosse ricompensato col grado di generale della fanteria e cavalleria, pure da smoderata ambizione invasato, riputava troppo inferiore al suo merito un tal guiderdone [Zosimus, lib. 5, cap. 13.]. Soprattutto mirava egli con isdegno ed invidia Eutropio, nel cui seno colavano tanti onori e tante ricchezze, e però concepì il disegno di atterrar quest'altro idolo maestoso della corte [Socrat., lib. 6, cap. 6. Sozom., lib. 8, cap. 4.], per desiderio ed anche speranza di fondare sopra la di lui rovina l'accrescimento della propria autorità e fortuna. Ad effettuar questo disegno gli si presentò un efficace strumento, cioè Tribigildo conte, goto anch'esso di nazione, parente suo, che comandava allora ad un corpo di Ostrogoti nella Frigia, ed era disgustato con Eutropio. Con costui segretamente s'intese Gaina per quello che si avea da fare; e fu ben servito. Appena ritornato Tribigildo nella Frigia, uniti i suoi Goti, e cominciata la ribellione, si diede a saccheggiar quel paese con tal crudeltà, che fin le donne e i fanciulli non erano salvi dalle loro spade, empiendo con ciò di terrore tutta l'Asia romana. Pare, secondo Zosimo [Zosim., lib. 5, cap. 17.], che questo temporale avesse principio nell'autunno del precedente anno, perchè Gaina non potea sofferire che l'odiato Eutropio fosse anche stato disegnato console. Ma Claudiano [Claud., in Eutrop.] lasciò scritto essere stata la primavera il tempo, in cui esso Tribigildo alzò bandiera contra dell'Augusto Arcadio. Indarno Eutropio impiegò regali per quetare l'orgoglioso ribello. Veduto fallito questo ripiego, spedì poi Leone suo confidente con un corpo di milizie contra del ribello, ordinando nello stesso tempo a Gaina di custodir la Tracia e il mare, acciocchè a Tribigildo non nascesse voglia di voltarsi a Costantinopoli. V'ha chi pretende [Philostorg., lib. 5, cap. 8.] che lo stesso Gaina invitasse Tribigildo a venire, e che se costui veniva, la città di Costantinopoli col nemico in seno era spedita. Non osò tanto il ribello, ed amò piuttosto di volgersi a dare il sacco alla Pisidia. Intanto ebbe ordine Gaina di passar in Asia colle milizie. Passò, ma invece di procedere contra del palese nemico segreto suo amico, spedì Leone alla difesa della Panfilia. Per tutti i mestieri era buono questo Leone, fuorchè per quello della guerra, e però all'accorto Tribigildo che finse di fuggire, e l'addormentò, non riuscì poi difficile il tornargli improvvisamente addosso, e a mettere in rotta tulle le di lui brigate. Nel fuggire esso Leone s'intricò in una palude, ed ivi lasciò la vita: colpo che maggiormente accrebbe la paura, per non dir la costernazione nella corte d'Arcadio. Lo stesso iniquo Gaina non cessava di dipingere il male più grande di quel ch'era, arrivando insino a suggerire che altro rimedio non restava che di guadagnar colle buone Tribigildo, accordandogli le sue dimande, la principal delle quali era che gli si desse in mano Eutropio, come cagion di tutti i mali. Di qui scrive Zosimo [Zosim., lib. 5, cap. 17.] che venisse il precipizio di quel potente ministro.
Furono altri di parere che da altra mano fosse dato il crollo [Chrysost., in Psalm. 44, et in Eutrop. Philostorg., lib. 11, cap. 8.]. Indubitata cosa è che Eutropio per la sua insoffribil boria, per l'insaziabil avidità, e perchè menava pel naso come un bufalo il debole imperadore, s'era tirato addosso l'odio e l'ira d'ognuno. Dio, che voleva in fine pagarlo per tanti torti da lui fatti alle chiese e ad ogni sorta di persone, permise che il forsennato superbo perdesse anche il rispetto ad Eudossia imperadrice, maltrattandola di parole, e giugnendo fino a minacciare di cacciarla di corte. Eudossia, donna risentita, e a questo affronto bollente di collera, corse tosto a prendere le due sue figliuole, cioè Flacilla nata nell'anno 397, e Pulcheria nata nel gennaio dell'anno presente [Marcellin. Comes, in Chronic. Chron. Alexandr.], e con esse andò a gittarsi a' piedi di Arcadio Augusto, domandando con alte grida e lagrime giustizia. A questo assalto Arcadio una volta si ricordò ch'egli era il principe. O sia che questo solo motivo il mettesse in collera contro di Eutropio, o che vi si aggiugnesse il desiderio di placare il ribello Tribigildo, massimamente in tempo che s'intese la morte di Sapore re di Persia ucciso dai suoi sudditi, e che veniva minacciata guerra da Isdegarde suo successore al romano imperio: fuor di dubbio è che fatto immantinente chiamar Eutropio, lo spogliò di tutte le sue cariche, e di tutti gli immensi beni malamente da lui acquistati, e il cacciò di palazzo [Chrysost., Orat. in Eutrop. et in Psalm. 44. Zosimus, lib. 5, cap. 18. Sozomenus, Claudian.]. Grande scena fu quella: sparì in un momento la grandezza immaginaria di questo castrone, e tanti suoi adoratori e adulatori l'abbandonarono, divenendo anche i più d'essi suoi schernitori e nemici. In istato sì abbietto mirandosi allora il non più baldanzoso Eutropio, e temendo del furore e dell'odio universale del popolo, altro scampo non seppe trovare che di rifugiarsi nella chiesa, e di correre ad abbracciare l'altare: avendo permesso Iddio che costui, dopo aver nell'anno addietro pubblicata la legge che vietava ai luoghi sacri di servire di asilo ai miserabili, riconoscesse il suo fallo, col bisogno di salvarsi in uno di que' medesimi templi. Intanto ognuno gridava contra di lui nelle piazze e nei teatri, e nella corte gli stessi soldati ad alta voce dimandavano la di lui morte; Gaina anch'egli facea premura, acciocchè costui fosse bandito o punito con pena più convenevole a tanti suoi misfatti. Però Arcadio inviò una mano di soldati per estrarlo di chiesa. Loro animosamente s'oppose il santo arcivescovo Giovanni Grisostomo, in maniera che coloro irritati presero lo stesso sacro pastore, e il menarono con grande insolenza a palazzo, dove tanto perorò, che Arcadio restò non solamente persuaso di doversi permettere quell'asilo ad Eutropio, ma eziandio colle lagrime e con vive ragioni studiò di ammollir lo sdegno dei soldati inviperiti contra di lui [Chrysost. Zosimus. Suidas, in Lexico.]. Pochi giorni nondimeno passarono che Eutropio uscito di chiesa per fuggire, o trattone per forza, o ceduto con patto che fosse salva la di lui vita, fu relegato nell'isola di Cipri, ed ordinato che si levasse il suo nome dai Fasti consolari e dalle leggi, si abbattessero le sue statue, e si abolisse ogni altra sua memoria. Abbiamo una legge di Arcadio [L. 12, de Poenis, Cod. Theodos.], data nel dì 17 di gennaio dell'anno presente, dove si legge la di lui condanna: il che fece credere al Gotofredo [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.] e al padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], che questa scena accadesse prima di quel giorno in questo medesimo anno. Ma, siccome osservò il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.], troppo forti ragioni abbiamo per giudicar fallata quella data quanto al mese, specialmente perchè Eudossia avendo partorita Pulcheria nel dì 19 di gennaio, non avrebbe potuto presentarla al marito Augusto, come vuol Filostorgio. Per conseguente sembra più verisimile che la di lui caduta s'abbia da riferire ad alcuni mesi dappoi, e forse dopo l'agosto. Non si sa quanto tempo durasse la relegazione di Eutropio in Cipri. Abbiamo bensì da Zosimo [Zosimus, lib. 5, cap. 18.] e da Filostorgio [Philost., lib. 11, cap. 6.], aver fatto tante istanze Gaina contra di lui, e suscitati accusatori, che in fine fu ricondotto da Cipri a Costantinopoli, e processato. Finalmente con uno di que' ripieghi che i politici san trovare per non mantenere i giuramenti, cioè dicendo che la promessa di salvargli la vita era solamente per Costantinopoli, il mandarono a Calcedone, dove gli fu mozzato il capo. Ed ecco qual fu il fine di un Eutropio eunuco, e già schiavo di Arenteo, giunto dal più basso e vile stato alla maggior grandezza, da un'estrema povertà ad incredibili ricchezze e ad una straordinaria potenza. Di rado le gran fortune, che non han la base sulla virtù, vanno esenti da somiglianti gravi peripezie.
CD
| Anno di | Cristo CD. Indizione XIII. |
| Anastasio papa 3. | |
| Arcadio imperadore 18 e 6. | |
| Onorio imperadore 8 e 6. |
Consoli
Flavio Stilicone ed Aureliano.
Chi fosse Stilicone console occidentale [Claud., de laud. Stiliconis, et in IV Consul. Honor.], non ha bisogno il lettore ch'io gliel ricordi. Quanto ad Aureliano console orientale, egli era prefetto del pretorio d'Oriente nell'anno precedente. Ho io altrove [Thesaur. Novus Inscript., pag. 394.] rapportata una iscrizione posta a Lucio Mario Massimo Perpetuo Aureliano console, immaginando che potesse parlarsi quivi di questo Aureliano. Meglio esaminandola ora, ritrovo che non può convenire a lui, essendo iscrizione spettante a Roma pagana, senza nondimeno sapere qual altro sito le si possa assegnare ne' Fasti consolari. Veggasi nulladimeno all'anno 223. Continuò Flaviano ad esercitar la prefettura di Roma. Poche leggi [Gothofred., Chron. Cod. Theodos.] di Arcadio Augusto si trovano sotto quest'anno, perchè egli ebbe altro da pensare in casa sua, siccome fra poco diremo: molte sì di Onorio imperadore, date le più in Milano, e l'altre in Ravenna, Altino, Brescia ed Aquileia, ma non senza qualche errore e confusione. Aspra è ben quella [L. 12, de Veter., Cod. Theodos.] emanata nel dì 30 di gennaio, in cui ordina che sieno arrolati nella milizia i Leti, Gentili, Alamanni e Sarmati, ed altri non avanzati in età, non troppo piccioli, non infermi, e i figliuoli de' veterani e i licenziati dalla milizia prima del tempo, e i passati dalla milizia al clero e all'impiego di seppellire i morti, pretendendo che questi non per motivo di religione, ma per poltroneria abbiano abbandonate l'armi. La ragione di questo rigoroso ordine ce la somministra la storia [Jordan., de Reb. Getic., c. 29.]. Abbiam fatta qualche menzione di sopra di Alarico, principe fra le nazioni dei Goti, non della famiglia Amala, ch'era la più nobile di tutte, ma di quella de' Balti (nome in lor lingua significante ardito), e nato verso le bocche del Danubio. Non era già costui pagano, come cel rappresenta il pagano poeta Claudiano [Claud., de IV Consulatu Honor.], perchè, per attestato di Orosio [Orosius, lib. 7, c. 37.] e di sant'Agostino, egli professava la religion cristiana, ma contaminata dal fermento ariano, come la maggior parte de' Goti praticava da molti anni addietro. Uomo feroce, e del mestier della guerra intendentissimo, il quale pieno di spiriti ambiziosi, anche molti anni prima di venir a gastigare i peccati dei Romani, si vantava che nulla egli crederebbe mai di aver fatto o vinto, se non prendeva la stessa città di Roma. Ciò si raccoglie da un poema di Claudiano [Claud., de Bello Getico.], composto molto prima ch'egli eseguisse questo suo disegno; e lo attesta anche Prudenzio [Prudentius, in Symmach.], parendo eziandio ch'egli tenesse d'esserne stato accertato da qualche oracolo. Nell'anno 396, siccome dicemmo, Arcadio per quetare i Goti che aveano fatta una terribile irruzione nella Grecia sotto il comando di esso Alarico, lo avea creato generale delle milizie nell'Illirico orientale; ed egli perciò abitava in quelle parti, cioè o nella Dacia, o nella Mesia inferiore, o pur nella Grecia e Macedonia. Giordano istorico [Jordan., ut supra.] pretende che rincrescendo a que' Goti, chiamati dipoi Visigoti, che sparsi per la Tracia e per l'Illirico dipendevano dallo stesso Alarico, di starsene oziosi, ed apprendendo per cosa pericolosa alla lor nazione lo impoltronirsi, crearono circa questi tempi per loro re il medesimo Alarico. Il disegno d'essi era di conquistar qualche regno, perchè loro parea una disgrazia lo starsene ne' paesi altrui mal veduti, e con pochissime comodità, quasi servi de' Romani. Chiaramente scrivono san Prospero [Prosper., in Chronico.] e il suddetto Giordano, che nel consolato di Stilicone e di Aureliano i Goti sotto il comando di Alarico e di Radagaiso entrarono nell'Italia. Che mali facessero (e certamente far ne dovettero) in queste parti, la storia nol dice. Abbiamo dal Natale VIII recitato da san Paolino vescovo di Nola [Paulin. Nolanus, Natal. VIII.] nel gennaio dell'anno seguente, che gran rumore faceva in Italia la guerra dei Goti, e che n'era sbigottito ognuno. Credesi ancora che dessero il guasto al territorio di Aquileia, e non apparisce che o spontaneamente o per forza ritornassero per ora indietro. Non sussiste già il dirsi dal suddetto Giordano che in questa prima visita i Goti andarono ad assediar Ravenna, dove s'era ritirato l'imperadore Onorio; perchè siamo assicurati dalle leggi del Codice Teodosiano, che Onorio nel verno venturo e per tutto l'anno seguente si fermò in Milano.
Neppure ad Arcadio Augusto mancarono guai in Oriente durante questo anno. Pareva che dopo essere rimasta libera la di lui corte da quel mal arnese d'Eutropio, avessero da prendere miglior piega gli affari: ma si trattava di un imperadore buono da nulla, e intanto la caduta di Eutropio servì all'imperadrice Eudossia, tenuta bassa fin qui dal prepotente eunuco per innalzarsi, e sotto l'ombra di aiutar nel governo l'imbrogliato consorte [Zosim., lib. 5, cap. 23.], per tirare a sè quasi tutta l'autorità del comando. Donna superba e stizzosa; donna che voleva partire coi ministri ed uffiziali iniqui il profitta delle loro ingiustizie; donna infine che sapea dominar sopra il marito, ma ch'era anch'essa dominata da una man di dame e da una frotta d'eunuchi, che gareggiavano insieme a chi potea far peggio per arricchirsi, con vendere le grazie, con usurpare i beni altrui, e commettere tali iniquità, che le mormorazioni e i pubblici lamenti erano divenuti uno sfogo incessante de' popoli afflitti. Per attestato della Cronica Alessandrina [Chronicon Alexandrinum.], solamente nel dì 9 di gennaio dell'anno presente a lei fu dato dal marito il titolo di Augusta. Ed essa poi nel dì 3 di aprile partorì la terza figliuola, a cui fu posto il nome di Arcadia. Da una lettera di Onorio Augusto si ricava che questa ambiziosa donna mandò la sua immagine per le provincie, come soleano fare i novelli Augusti: del che si dolse esso Onorio, come di una novità che avea dato da mormorare a tutti. A questi mali provenienti dalla debolezza del regnante se ne aggiunsero de' più strepitosi per la perfidia di Gaina, che eletto generale dell'armi romane, per difesa del romano imperio, altro non facea che segretamente macchinarne la rovina, conservando nel medesimo tempo le apparenze della fedeltà e zelo nel pubblico bene, e pensando che non si accorgesse la corte delle sue intenzioni e furberie. Pertanto egli maneggiò un accomodamento fra Tribigildo ed Arcadio: il che fatto, sì l'uno che l'altro colle loro armate s'inviarono alla volta di Costantinopoli, saccheggiando d'accordo il paese per dove passavano. Tribigildo voltò a sinistra, andando a Lampsaco nell'Ellesponto, e Gaina a dirittura passò a Calcedone in faccia di Costantinopoli, dove cominciò a scoprire i suoi perversi disegni. Per li movimenti di questi due barbari uffiziali si trovava in un gran labirinto Arcadio e il suo consiglio, perchè scorgevano il mal animo di Gaina, ed armata non v'era da potergli opporre. Spedì esso Augusto persone per dimandare a Gaina che pensieri erano i suoi [Socrates, lib. 6, c. 6.]. Rispose costui di voler nelle mani i tre principali ministri della corte, cioè Aureliano console di quest'anno, Saturnino stato console nell'anno 383, e Giovanni segretario il più confidente che si avesse Arcadio. Ci fa qui intendere il maligno Zosimo [Zos., lib. 5, cap. 18.] che dovea passare anche gran confidenza fra questo Giovanni e l'imperadrice Eudossia, perchè i più credeano che egli, e non già Arcadio, fosse padre di Teodosio II, principe che vedremo venire alla luce nell'anno seguente. Secondo Socrate, Gaina dimandò per ostaggi i suddetti ministri, mostrando probabilmente di non fidarsi dell'imperadore. Ma Zosimo con più ragione pretende che li volle per farli morire, perchè dovea loro attribuire i disordini presenti, o i mali uffizii fatti contra di lui. Tale era lo spavento di quel consiglio d'Arcadio, che s'indusse a sagrificare quegli onorati personaggi alla brutalità di Gaina; ed essi generosamente si esposero ad ogni rischio per la salute pubblica. Vuol Zosimo che la consegna di questi ministri si facesse dappoichè seguì l'abbocamento di Arcadio con Gaina. Socrate e Sozomeno [Sozom., lib. 8, cap. 4.] la mettono prima. Certo è che san Giovanni Grisostomo [Chrysost., Tom. 5, Hom. LXXII.], siccome apparisce da una sua omilia, fece quanto potè per salvare almeno la vita a così illustri ministri; e in fatti Gaina volle ben che provassero l'orror della morte con farli condurre al patibolo; ma mentre il carnefice avea alzato il braccio per troncar loro il capo, fu fermato da un ordine d'esso Gaina, il quale si contentò di mandarli in esilio nell'Epiro; ma questi nel viaggio o per danari, o per altra loro industria, ebbero la sorte di fuggire, e di comparir poi a Costantinopoli contro l'espettazione d'ognuno.
O prima o dopo di questo tragico avvenimento, il tiranno Gaina più che mai insolentendo, fece istanza che Arcadio Augusto, se gli premeva d'aver pace, passasse a Calcedone per trattarne a bocca con lui. D'uopo fu il povero imperadore inghiottisse ancora questo boccone e andasse a trovarlo. Nell'insigne chiesa di Santa Eufemia presso a quella città si abboccarono insieme, e vicendevolmente giurata buona amicizia tra loro, si convenne che Gaina deporrebbe l'armi, e tanto egli che Tribigildo andrebbono a Costantinopoli. Secondo Socrate [Socrat., lib. 6, cap. 6.], allora fu, e non prima come dicemmo di sopra, che Gaina fu dichiarato generale della fanteria e cavalleria romana, oltre al comando suo sopra un gran corpo de' Goti a lui ubbidienti. Di Tribigildo altro di più non sappiamo, se non per relazion di Filostorgio [Philostor., lib. 11, cap. 8.] ch'egli passato nella Tracia da lì a poco tempo perì. Quanto a Gaina non ebbe difficoltà di passare a Costantinopoli, orgoglioso per aver data la legge al regnante, ed ivi colla medesima altura pretese che si desse una chiesa ai suoi Goti ariani [Theod., lib. 5, cap. 32.]; ma l'arcivescovo san Giovanni, imitando la costanza di santo Ambrosio, talmente gli fece fronte, che restarono vani tutti i di lui sforzi. Pare che tutti questi sconcerti succedessero nel mese di maggio. Ma poco durò la pace fatta con chi era di cuor doppio, e non istudiava se non cabale ed inganni. Perchè in Modena il nome di Gaino è in uso per dinotare i furbi ed ingannatori sotto la parola, ho io talvolta sospettato che da quel furfante Goto fosse proceduto questo titolo; ma sempre mi è paruto più probabile ch'esso venga da Gano, famoso ne' romanzi per le sue ribalderie, e finto ai tempi di Carlo Magno. Ora il malvagio Gaina generale dell'armi andò a poco a poco empiendo la città di Costantinopoli de' suoi Goti, e mandando fuori quanti più potè di soldati romani, ed anche delle guardie del palazzo sotto varii pretesti [Socrat., Sozomenus, Philost., ut sup.]. Era il suo disegno di mettere a sacco in una notte le botteghe degli orefici oppur dei banchieri, e di attaccare il fuoco al palazzo imperiale. Zosimo [Zosim., lib. 5, cap. 18.] scrive ch'egli mirava ad impadronirsi della città e ad usurpare il trono. Se ne avvidero quegli artisti, e stettero ben in guardia. Per conto del palazzo, andarono bensì per più notti i suoi satelliti per incendiarlo; ma sempre vi trovarono una buona guardia di soldati, benchè non ve ne dovesse essere, con aver poi tenuto per fermo il popolo che quei fossero soldati fatti comparire da Dio per difesa del piissimo imperadore Arcadio. Se ne volle chiarire lo stesso Gaina, e trovò che tale era la verità, con immaginarsi poi che Arcadio avesse fatto venire segretamente delle milizie per valersene contra di lui, le quali stessero durante il giorno nascose.