Fu cagion l'apprensione conceputa per questo fatto, che il misleale Gaina si ritirasse fuori di Costantinopoli nel dì 10 di luglio, allegando qualche indisposizione di corpo e bisogno di riposo, con fermarsi circa sette miglia lungi dalla città. Aveva egli lasciato in Costantinopoli la maggior parte de' suoi Goti con ordine di prender l'armi contra de' cittadini a un determinato tempo, di cui preventivamente doveano dare a lui un segnale, affin di accorrere anch'egli con altra gente a rinforzarli. Ma o sia, come vuol Zosimo [Zosimus, lib. 5, cap. 19.], ch'egli scoprisse il disegno col venire prima del segno, oppure, come fu scritto da Socrate e da Sozomeno, che i Goti, volendo asportar fuori della città una quantità d'armi, le guardie delle porte si opponessero, perlochè restarono uccisi: certo è che il popolo di Costantinopoli si levò a rumore, e, dato di piglio all'armi, sbarrarono le strade; e giacchè Arcadio nel dì 12 di luglio dichiarò nemico pubblico Gaina [Chronic. Alexandr. Marcellinus Comes, in Chron. Socrates, Sozom.], tutti si diedero a mettere a fil di spada quanti Goti s'incontravano. Gaina, non avendo potuto entrare, fu forzato a ritirarsi. Il resto de' Goti, non tagliati a pezzi, e consistente in sette mila persone, si rifugiò in una chiesa, e quivi si afforzò. Ma il popolo, scopertone il tetto, e di là precipitando travi accesi contra di loro, gli estinse tutti, ed insieme bruciò la chiesa: il che dai Cristiani più pii, se crediamo a Zosimo, fu riputato fatto peccaminoso. Con ciò rimase libera e quieta la città, ma non finirono le scene per questo. Gaina da nemico aperto cominciò a far quanto male potè alla Tracia, senza che alcuno uscisse di Costantinopoli per opporsegli, o per trattare d'accordo: tanto facea paura ad ognuno il di lui umore barbarico, il solo san Giovanni Grisostomo andò animosamente a trovarlo [Theod., lib. 5, cap. 32.], e ne fu bene accolto contro l'espettazione d'ognuno. Ciò ch'egli operasse, nol sappiamo, se non che Zosimo scrive aver Gaina dopo la total desolazione di quelle campagne (giacchè non potea entrare nelle città, tutte ben difese dagli abitanti) rivolto i passi verso il Chersoneso, con disegno di passar lo stretto, e continuare i saccheggi nell'Asia [Zosim., lib. 5, cap. 20 et seq.]. Ma eletto generale della flotta imperiale Fravita, Goto bensì di nazione e pagano, ma uomo di onore, ed applaudito per molte cariche sostenute in addietro, andò per opporsi ai tentativi del non mai stanco Gaina. Ed allorchè costui, dopo aver fatto tumultuariamente fabbricar molte rozze navi da trasporto, si volle arrischiare a valicar lo stretto, gli fu addosso Fravita colle sue navi ben corredate, e gli diede una sì fiera percossa, aiutato anche dal vento, che molte migliaia di Goti perirono in mare. Disperato per questa gran perdita Gaina, voltò cammino con quella gente che gli restava, per tornarsene nella Tracia; e perchè Fravita non volle azzardarsi a perseguitarlo, gli fu fatto un reato per questo. Ma dovette saper ben egli difendere sè stesso, e ce ne accorgeremo all'anno seguente, in cui il vedremo alzato alla dignità di console. Fuggendo poi Gaina, se dee valere l'asserzion di Socrate [Socrat., lib. 6, cap. 6.] e di Sozomeno [Sozom., lib. 8, cap. 4.], fu inseguito dalle soldatesche romane, sconfitto ed ucciso. Ma Zosimo racconta ch'egli arrivò a passare il Danubio con quei pochi Goti che potè salvare, sperando di menare il resto di sua vita nel paese che era una volta dei Goti. Ulda, o Uldino, re degli Unni, padrone allora di quella contrada, non amando di avere in casa sua un sì pericoloso arnese, gli si voltò contro, ed uccisolo, mandò poi per regalo la di lui testa ad Arcadio. Dalla Cronica Alessandrina [Chronic. Alexandr.] abbiamo che nel dì 3 di gennaio dell'anno seguente essa testa fu portata in trionfo per Costantinopoli. Tal fine ebbe questa tragedia, e tal ricompensa la strabocchevole ambizione di quel furfante di Gaina.
CDI
| Anno di | Cristo CDI. Indizione XIV. |
| Innocenzo papa 1. | |
| Arcadio imperad. 19 e 7. | |
| Onorio imperad. 9 e 7. |
Consoli
Vincenzo e Fravita.
Il primo, cioè Vincenzo, console occidentale, era stato in addietro prefetto del pretorio delle Gallie, e si trova commendato assaissimo per le sue virtù da Sulpicio Severo [Sulp. Sever., Dial. 1, cap. 27.], autore di questi tempi. Fravita console orientale è quel medesimo che abbiamo veduto di sopra vittorioso della flotta di Gaina, e che fedelmente seguitò a servire ad Arcadio Augusto. Prefetto di Roma abbiamo per l'anno presente Andromaco. Ora noi siam giunti al principio del secolo quinto dell'era cristiana, secolo che ci somministra funeste rivoluzioni di cose, specialmente in Italia, diverse troppo da quelle che fin qui abbiamo accennato. Inclinava già alla vecchiaia il romano imperio, e, a guisa de' corpi umani, avea, coll'andare degli anni contratte varie infermità, che finalmente il condussero all'estrema miseria. Tanta vastità di dominio, che si stendeva per tutta l'Italia, Gallia e Spagna, per i vasti paesi dell'Illirico e della Grecia e Tracia, e per assaissime provincie dell'Asia e per l'Egitto, e per tutte le coste dell'Africa bagnate dal Mediterraneo, colla maggior parte ancora della gran Bretagna, tratto immenso di terre, delle quali oggidì si formano tanti diversi regni e principati: grandezza, dissi, di mole sì vasta s'era mirabilmente sostenuta finora per le forze sì di terra che di mare, che stavano pronte sempre alla difesa, e per la saggia condotta di alcuni valorosi imperadori. Certamente, siccome s'è veduto, non mancarono già nei precedenti anni guerre straniere di somma importanza, fiere irruzioni di Barbari, e tiranni insorti nel cuore del medesimo imperio; ma il valore de' Romani, la fedeltà dei popoli e la militar disciplina mantenuta tuttavia in vigore, seppero dissipar cotante procelle, e conservare non men le provincie che la dignità del romano imperio. Contuttociò fu d'avviso Diocleziano che un sol capo a tanta estension di dominio bastar non potesse; e però introdusse la pluralità degli Augusti e dei Cesari, immaginando che queste diverse teste procedendo con unione d'animi (cosa difficilissima fra gli ambiziosi mortali) avesse da tener più saldo e difeso l'imperio, benchè diviso fra essi, volendo principalmente che le leggi fatte da un imperadore portassero in fronte anche il nome degli altri Augusti, affinchè un solo paresse il cuore e la mente di tutti nel pubblico governo. Per questa ragione, secondo l'introdotto costume, Teodosio il grande, per quanto ci ha mostrato la storia, con dividere fra i suoi due figliuoli, cioè Arcadio ed Onorio Augusti la sua monarchia, avea creduto di maggiormente assicurar la sussistenza di questo gran colosso.
Ma per disavventura del pubblico, a riserva della bontà del cuore e dei costumi, null'altro possedeano questi due principi di quel che si richiede a chi dee reggere popoli; e in fatti erano essi nati per lasciarsi governar da altri. Miravano poi cresciuti dappertutto gli abusi; malcontenti i sudditi per le soverchie gravezze; sminuite le milizie romane; le flotte trascurate. Il peggio nondimeno consisteva nella baldanza de' popoli settentrionali, a soggiogare i quali non era mai giunta la potenza romana. Costoro da gran tempo non ad altro più pensavano che ad atterrar questa potenza. Nati sotto climi poco favoriti dalla natura, e poveri ne' lor paesi, guatavano continuamente con occhio invidioso le felici romane provincie, ed erano vogliosi di conquistarle, non già per aggiugnerle alle antiche lor signorie, ma per passar dai lor tugurii ad abitar nelle case agiate, e sotto il piacevol cielo de' popoli meridionali. Questo bel disegno non potè loro riuscire nei tempi addietro, perchè, ripulsati o sbaragliati, qui lasciarono la vita, o furono costretti a ritornarsene alle lor gelate abitazioni. Il secolo, in cui entriamo, quel fu in cui parve che si scatenasse tutto il settentrione contra del romano imperio, con giugnere in fine a smembrarlo, anzi ad annientarlo in Occidente. Si può ben credere che non poco influisse in queste disavventure dell'imperio occidentale l'aver Valente e Teodosio Augusti (così portando la necessità dei loro interessi) lasciati annidar tanti Goti ed altre barbare nazioni nella Tracia e in altre provincie dell'Illirico. Assaissimo nocque del pari l'avere gl'imperadori da gran tempo in addietro cominciato a servirsi ne' loro eserciti di truppe barbariche e di generali eziandio di quelle nazioni. Perciocchè que' Barbari, adocchiata la fertilità e felicità di queste provincie, ed impratichiti del paese e della forza o debolezza de' regnanti, non lasciavano di animare la lor gente a cangiar cielo, e a venire a stabilirsi in queste più fortunate contrade. Già abbiam veduto in Italia Alarico re de' Goti con Radagaiso, e con un potente esercito, ma senza sapere s'egli per tutto quest'anno continuasse a divorar le sostanze degli Italiani, o pur se fosse obbligato dalle armi romane a retrocedere. Certa cosa è che Onorio Augusto pacificamente se ne stette in Milano, dove si veggono pubblicate alcune leggi [Gothofred., in Chronol. Cod. Theodos.]; e quando non sia errore nella data d'una in Altino, città florida allora della Venezia, par bene che i progressi di que' Barbari non dovessero esser molti, e che anzi i medesimi se ne fossero tornati addietro.
Tra l'altre cose [L. 3, de indulg. debit., Cod. Theodos.] l'imperadore Onorio condonò ai popoli i debiti ch'essi aveano coll'erario cesareo fino all'anno 386; sospese l'esazione degli altri da esso anno 386 sino all'anno 395, ordinando solamente che si pagassero senza dilazione i debiti contratti dopo esso anno 395. Comandò ancora che si continuasse il risarcimento delle mura di Roma, con aggiungervi delle nuove fortificazioni, perchè dei brutti nuvoli erano per l'aria. Venne a morte nel dì 14 di dicembre, dell'anno presente Anastasio papa, che viene onorato col titolo di santo negli antichi cataloghi [Anastas. Bibliothec. Baronius, Papebroch. Pagius.], dovendosi nondimeno osservare che tal denominazione non significava già in que' tempi rigorosamente quello che oggidì la Chiesa intende colla canonizzazione de' buoni servi di Dio, fatta con tanti esami delle virtù e de' miracoli loro. Davasi allora il titolo di santo anche ai vescovi viventi, come tuttavia ancora si dà ai romani pontefici. E però noi troviamo appellati santi tutti i papi de' primi secoli, così i vescovi di Milano, Ravenna, Aquileia, Verona, ec., ma senza che questo titolo sia una concludente pruova di tal santità, che uguagli la decretata negli ultimi secoli in canonizzare i servi del Signore. Secondo i conti del padre Pagi, a' quali mi attengo anch'io senza voler entrare in disputa di sì fatta cronologia, nel dì 21 d'esso mese fu creato papa Innocenzo, primo di questo nome. Nulladimeno s. Prospero [Prosper, in Chron.] e Marcellino conte [Marcellin. Comes, in Chron.] riferiscono all'anno seguente la di lui elezione. Abbiamo dal medesimo Marcellino che nel dì 11 di aprile Eudossia Augusta partorì in Costantinopoli ad Arcadio imperadore un figlio maschio, a cui fu posto il nome di Teodosio, secondo di questo nome. Socrate [Socrates, lib. 6, cap. 6.] e l'autore della Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.] il dicono nato nel dì 10 di esso mese: divario di poca conseguenza, e probabilmente originato dall'essere egli venuto alla luce in tempo di notte. V'ha ancora chi il pretende nato nel mese di gennaio. Incredibile fu la gioia della corte e del popolo a Costantinopoli, e se ne spedì la lieta nuova a tutte le città, con aggiugnervi grazie e con dispensar danari. Pubblicò Arcadio una legge nel dì 19 di gennaio dell'anno presente [L. 17, de honor. proscr., Cod. Theodos.], con cui proibì il dimandare al principe i beni confiscati finchè non fossero passati due anni dopo il confisco, volendo esso Augusto quel tempo per poter moderare la severità delle sentenze emanate contra dei colpevoli, e rendere ad essi, se gliene veniva il talento, ciò che il rigore della giustizia loro avea tolto. Buona calma intanto si continuò a godere nell'imperio orientale.