Mosso da sì funesti avvisi Onorio imperadore, si trasferì da Ravenna a Roma, per trattar ivi col suocero Stilicone dei mezzi opportuni a fin di reprimere il tiranno, ed arrestar i progressi de' Barbari. Se nondimeno vogliam qui fidarsi del mentovato Zosimo, Onorio molto prima era giunto a Roma, dove ricevette le nuove de' rumori della Bretagna e Gallia, richiamato a sè Stilicone, il quale in Ravenna stava preparando l'armata navale colla mira di passar nell'Illirico. Non credette Stilicone utile a' suoi interessi disegni, tuttochè fosse maestro dell'una e dell'altra milizia, o sia generalissimo dell'imperadore, d'assumer egli quell'impresa. Fu perciò risoluto di spedire nella Gallia Saro [Zosimus, lib. 6, cap. 2.], ch'era bensì Barbaro e Goto di nascita, ma uomo di gran valore, e che fedelmente in addietro avea servito nelle armate romane. Giunto costui nelle Gallie con quelle truppe che potè condur seco, si azzuffò con Giustino (chiamato Giustiniano da Zosimo) generale di Costantino tiranno; l'uccise, e con esso lui la maggior parte delle soldatesche ch'egli conduceva. Essendo venuto Nevigaste, altro generale di Costantino, a trovarlo per trattar di pace, Saro la fece da barbaro, perchè gli levò, contro la fede datagli, la vita. Erasi ritirato Costantino in Valenza, città ora del Delfinato. Saro quivi l'assediò; ma dopo sette giorni, udito che venivano a trovarlo due altri generali di Costantino, cioè Ebominco di nazione Franco, e Geronzio oriondo della Bretagna, con forze di lunga mano superiori alle sue, sciolse l'assedio con ritirarsi verso l'Italia. Ebbe anche fatica a salvarsi, perchè inseguito dai nemici; e al passaggio dell'Alpi gli convenne cedere tutto il bottino fatto in quella guerra ai Bacaudi, rustici che erano da gran tempo sollevati contra gli esattori dei tributi romani. Di questo buon successo si prevalse Costantino per ben munire i passi che dall'Italia conducono nelle Gallie. Non si sa se prima o dopo quest'impresa Costantino volgesse le sue armi contra dei Barbari entrati nelle Gallie suddette. Attesta Zosimo ch'egli diede loro una gran rotta, e che se gli avesse perseguitati, non ne restava alcuno in vita, e però essi ebbero tempo di rimettersi, e coll'unione d'altri Barbari tornarono ad esser forti al pari di Costantino. Ma Zosimo s'inganna in iscrivendo che Costantino mise presidii al Reno, acciocchè costoro non avessero libera l'entrata nelle Gallie, essendo certo che già v'erano entrati, e non ne uscirono per questo. Paolo Orosio [Orosius, lib. 7, cap. 40.] notò che Costantino si lasciò più volte ingannare dai Barbari con dei falsi accordi, perlochè riuscì piuttosto nocivo che utile all'imperio. Spedì egli poscia due volte Costante suo figliuolo, che dianzi era monaco, in Ispagna, dove fece prigionieri i parenti di Teodosio il Grande padre del medesimo Onorio Augusto e trasse dalla sua gli eserciti romani che erano in quelle parti. Ma disgustato Geronzio suo generale, accrebbe i guai, perchè si rivoltò contra di lui, e se l'intese coi Barbari, con essere dipoi cagione che molti popoli delle Gallie e della Bretagna si ribellarono all'imperio romano, e si misero in libertà, senza ubbidir più nè ad Onorio nè a Costantino. Ho recitato in un fiato tutti questi avvenimenti sotto il presente anno, quantunque alcuni d'essi appartengano anche ai susseguenti. Onorio in questo mentre dimorando in Roma non era tanto occupato dai pensieri della guerra che non pensasse al rimedio dei disordini della Chiesa. Però pubblicò varie leggi che si leggono nel Codice Teodosiano, contro i pagani e contro gli eretici donatisti, manichei, frigiani e priscillianisti. Mancò di vita a dì 14 di settembre in quest'anno quel grande ornamento della Grecia, ed incomparabile sacro oratore della Chiesa di Dio, san Giovanni Grisostomo, essendo morto dopo tanti travagli nell'esilio, dove la persecuzion de' suoi emuli l'aveva spinto.
CDVIII
| Anno di | Cristo CDVIII. Indiz. VI. |
| Innocenzo papa 8. | |
| Onorio imperadore 16 e 14. | |
| Teodosio imperadore 7 e 1. |
Consoli
Anicio Basso e Flavio Filippo.
Noi troviamo in una legge del Codice Teodosiano prefetto di Roma nel presente anno Ilario. Zosimo [Zos., lib. 5, c. 41.] parla di Pompeiano, come prefetto d'essa città in questi tempi. Diede fine a' suoi giorni Arcadio imperadore d'Oriente nel dì primo di maggio di questo anno, per attestato di Socrate [Socrates, lib. 6, cap. 23.] e d'altri storici. Da alcuni nondimeno è differita la sua morte fino al settembre. Ma non veggendosi legge alcuna di lui, che passi oltre l'aprile, più probabile si rende la prima opinione. Era egli in età d'anni trentuno, e però universale fu la credenza de' Cristiani che Dio troncasse così presto il filo della sua vita, in pena dell'ingiusta persecuzione fatta ad uno dei più insigni padri della Chiesa cattolica, cioè a san Giovanni Grisostomo. Le dissensioni passate fra lui e l'imperadore Onorio suo fratello in addietro gli fecero temere che non fosse ben sicuro nella succession dell'imperio l'unico suo figliuolo ed erede Teodosio II, alcuni anni prima dichiarato imperadore, perchè fanciullo che appena aveva compiuto l'anno ottavo di sua vita. Prese dunque una risoluzion, che parve strana a molti, ma che col tempo riuscì utilissima, cioè di raccomandarlo nel suo testamento alla protezion d'Isdegarde re di Persia, pagano, con pregarlo di assumere la tutela del figliuolo. Trovò Isdegarde, principe di grande animo, per quanto narra Procopio [Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 2.], degna di tutta la sua corrispondenza la confidenza a lui mostrata da Arcadio; e però non mancò di sostenere gl'interessi del giovinetto Augusto, con far sapere la sua mente e protezione all'imperadore Onorio: il che bastò a farlo stare in dovere da lì innanzi. Inviò ancora a Costantinopoli, per aio di Teodosio, Antemio, personaggio egregio pel sapere e per i costumi, e mantenne da lì innanzi una buona pace col greco imperio, non senza vantaggio della cristiana religione, che sulle prime per tal via s'introdusse e dilatò nella Persia. Ma da lì a pochi anni Isdegarde, ad istigazione de' magi, mosse una fiera persecuzione ai medesimi Cristiani del suo paese, con riportarne in tal congiuntura assaissimi di essi la corona del martirio. Era già passata al paese de' più Maria imperadrice, moglie di Onorio imperadore [Theoph., in Hist. ad Ann. Alexandr. 406.], e figliuola di Stilicone e di Serena, nata da Onorio fratello di Teodosio il Grande. Se si ha da prestar fede a Zosimo [Zosim., lib. 6, cap. 28.], Onorio desiderò d'aver per moglie Termanzia, altra figliuola di esso Stilicone e di Serena. Pareva che non acconsentisse a tali nozze Stilicone; ma Serena fece premura per effettuarle, quantunque la fanciulla per la sua puerile età non fosse atta al matrimonio; ed in fatti si celebrarono le nozze, senza che noi sappiamo se v'intervenisse dispensa alcuna per parte d'Innocenzo papa. Verisimilmente ancor qui Stilicone attese a fare il suo giuoco. Avea data la prima figliuola sì tenera d'età ad Onorio, che non giunse mai a toccarla, ed ella si morì vergine. Lo stesso fu fatto di quest'altra, sperando forse Stilicone che accadendo la morte di Onorio senza figliuoli, Eucherio suo figliuolo potesse succedergli nell'imperio. Nè Zosimo tacque una voce che allora correa, cioè aver Serena, per mezzo d'una strega, concio in maniera Onorio, che non fosse abile alle funzioni matrimoniali. Anche Filostorgio [Philostorg., lib. 12, cap. 2.] storico riferisce questa non so se vera o falsa diceria.
In questi giorni, per testimonianza del suddetto Zosimo, Alarico re o sia condottiere de' Goti, con grosso esercito passò dalla Pannonia nel Norico, ed arrivò fino ad Emona, città poco distante da Giulio Carnico. Di là inviò legati ad Onorio Augusto, soggiornante allora in Ravenna, a titolo di crediti da lui pretesi, con essersi fermato nell'Epiro a requisizione di esso Stilicone, allorchè segretamente meditavano di muover guerra ad Arcadio per occupare l'Illirico. Richiedeva eziandio che gli fossero pagate le spese occorse nel venire a condurre l'esercito sino nel Norico. Stilicone, lasciati i legati in Ravenna, volò a Roma per trattare coll'imperadore e col senato di questa dimanda, che probabilmente fu accompagnata dalle minacce. La maggior parte de' senatori inclinava alla guerra contro il Barbaro, come partito più glorioso. Stilicone con pochi sosteneva quel della pace, e cavò fuori le lettere di Onorio, per le quali appariva essersi Alarico d'ordine di lui trattenuto nell'Epiro per far la guerra ad Arcadio, la quale non s'era poi intrapresa per ordini in contrario venuti dallo stesso Onorio. Il senato, mostrandosi persuaso di queste ragioni, ma più per timore di Stilicone, gli accordò, per aver pace, il pagamento di quattro mila libbre d'oro, non so se di peso o pure di 84 denari d'oro l'una [Zosim., lib. 5, cap. 29.]: nè vi fu se non Lampadio, nobil senatore, che altamente disse: Questa non è una pace, ma un patto di servitù per noi. Dopo le quali libere parole si ritirò in chiesa, apprendendo l'ira di Stilicone. E di qui ebbe principio la disavventura e caduta del medesimo Stilicone, avendo tutti declamato contra di lui, come fautore de' Barbari in pregiudizio dell'imperio. Determinò Onorio di poi di passar a Ravenna, per dar la mostra all'esercito ivi preparato. Stilicone, a cui non doveano essere ignoti i lamenti de' Romani, e i mali uffizii che faceano contra di lui, si studiò d'impedire quel viaggio, avendo insino fatto svegliare un tumulto in Ravenna da Saro, capitano de' Barbari che erano al soldo de' Romani, per intimidire Onorio. Ma non per questo ristette l'imperadore, e sen venne fino a Bologna. Quivi nacque fra lui e Stilicone una controversia. Già era venuta la nuova della morte seguita dell'imperadore Arcadio, e Stilicone disegnava di passar in persona a Costantinopoli per dare assetto agli affari del fanciullo Teodosio Augusto. Anche Onorio si lasciò intendere d'aver disegnato il medesimo viaggio per procurar la sicurezza del nipote. Stilicone impontò; e mostrata la necessità che vi era della presenza d'Onorio in Italia per provvedere ai bisogni della Gallia occupata da Costantino e per tenere d'occhio il barbaro ed infido Alarico vicino all'Italia con sì copioso esercito, tanto disse, che Onorio depose quel pensiero, ed egli s'allestì per prendere il cammino alla volta dell'Oriente.
Ma passato che fu Onorio da Bologna a Pavia, non si vide che Stilicone eseguisse punto quello che avea promesso. Questo servì a' suoi emuli per maggiormente screditarlo presso l'imperadore con aggiugnere, per lo contrario, che se Stilicone passava in Oriente, era per levar di vita il fanciullo Augusto, e mettere la corona dell'imperio orientale in capo ad Eucherio suo figliuolo. Fra gli altri Olimpio [Zosim., lib. 6, cap. 32.], uno degli uffiziali palatini, quegli fu che principalmente, durante il viaggio d'Onorio a Pavia, venne creduto che non d'altro gli parlasse che de' cattivi disegni di Stilicone, non senza ingratitudine verso di lui che l'avea cotanto esaltato nella corte. Lo narra anche Olimpiodoro storico presso di Fozio [Olympiod., apud Photium, pag. 180.]. Giunto che fu Onorio in Pavia, si fece vedere all'esercito ivi preparato per passare contra Costantino tiranno nelle Gallie. Ma eccoli sollevarsi quelle milizie, istigate, se è vero ciò che ne riferisce Zosimo, dal suddetto Olimpio, con tagliare furiosamente a pezzi tutti gli uffiziali o di corte o della milizia, creduti partigiani o complici di Stilicone. Fra questi furono Limenio, già prefetto del pretorio nella Gallia; Cariobaude dianzi generale dell'armata in essa Gallia, che s'erano salvati dalle mani del tiranno Costantino [Sozom., lib. 9, cap. 4. Orosius, lib. 7, cap. 38.]; Vincenzo generale della cavalleria, e Salvio conte della scuola dei domestici; ed altri non pochi magistrati, senza perdonare neppure a Longiniano prefetto del pretorio d'Italia. Durò gran fatica Onorio a frenare il pazzo e crudel moto di costoro, e si trovò egli stesso in grave pericolo. All'avviso di questa sedizione spaventato Stilicone, che trovavasi allora in Bologna, non sapeva a qual risoluzione appigliarsi. Saro, capitano di que' Barbari [Zosim., lib. 5, c. 34. Philostorg., lib. 12, c. 3.] che militavano al soldo dell'imperadore, una notte uccise tutti gli Unni che stavano alla guardia di lui, in maniera che egli stimò bene di scapparsene a Ravenna. Olimpio intanto avendo guadagnato affatto l'animo d'Onorio Augusto, l'indusse a scrivere allo esercito di Ravenna, che si assicurassero della persona di Stilicone. Il che inteso da lui, si ritirò la notte in chiesa. Fatto giorno, i soldati entrati in essa chiesa, alla presenza del vescovo con giuramento attestarono, altro ordine non essere stato loro dato, che di metterlo sotto buona guardia, salva la di lui vita. Ma uscito che fu della franchigia, l'uffiziale che aveva esibito il primo ordine, ne sfoderò un altro di ammazzarlo a cagione dei suoi misfatti. Si misero in procinto i Barbari e famigliari suoi di liberarlo; ma egli avendo comandato loro di desistere, coraggiosamente si lasciò uccidere da Eracliano, che da lì a non molto fu ricompensato colla prefettura dell'Africa. E tal fine ebbe a dì 25 d'agosto Stilicone, per tanti anni arbitro dell'imperio e degli eserciti romani, e glorioso per le vittorie da lui riportate. Mille delitti gli furono apposti dopo morte. I più rilevanti erano che egli con ambiziosi disegni aspirasse all'imperio d'Oriente, ed anche d'Occidente, o per sè o per suo figliuolo, meditando perciò e manipolando la morte degli Augusti; e che trattenesse in danno dell'imperio romano segrete amicizie e trame con Alarico e con gli altri Barbari a fine di profittarne per le sue segrete mire. Noi sappiamo che quantunque cristiano (almeno in apparenza) egli era odiato da' Cristiani, forse perchè favoriva non poco i pagani. Fu creduto che lo stesso Eucherio suo figliuolo professasse tutte le loro superstizioni, con aver anche promesso, se giugneva all'imperio, di riaprire i lor templi. Per questo probabilmente Zosimo ed Olimpiodoro, storici pagani, assai favorevolmente parlano di lui, e sparlano forte di Olimpio, uomo cattolico, che tanto si adoperò per la sua rovina. Tuttavia Rutilio [Rutilius, in Itiner., lib. 1.], poeta anch'esso pagano di que' tempi, anch'egli si mostra persuaso delle cabale e dei disegni ambiziosi di Stilicone. Ma egli è ben facile che fra tanti delitti a lui apposti, più d'uno se ne contasse che non avea sussistenza. E certamente allorchè s'ode Paolo Orosio, Marcellino conte, Prospero ed altri scrittori attribuire a lui la chiamata de' Vandali, Alani e Svevi, per invadere le Gallie, non par facile d'accordo questa partita coll'altre che si contano de' disegni della sua ambizione in favore del figliuolo. Se si fosse lasciato luogo a Stilicone di far le sue difese, avrebbe forse giustificato molte sue azioni, che al volgo pareano malfatte e condotte dalla malizia, ma poterono essere necessità per bene dello Stato. E tanti uffiziali insigni trucidati in Pavia, si può egli credere che tutti fossero colpevoli e degni di morte? Per altro non è da maravigliarsi se Onorio Augusto si lasciasse indurre a decretar la morte di un suocero che l'avea fin allora mantenuto sul trono contra tanti sforzi de' Barbari. Egli era un buon principe, ma non di grande animo. È una pensione di questi tali l'essere o il diventar facilmente sospettosi e crudeli. Si aggiunse inoltre la grave spinta che gli diedero gli emuli e nimici di Stilicone, i quali mai non mancano a chi siede in alto, e per lungo tempo vi siede.