Dopo la morte di Stilicone furono confiscati tutti i suoi beni, e quegli ancora de' suoi creduti partigiani, uccisi nella sedizion di Pavia, o pure fuggiti e banditi. Egli, dichiarato nemico pubblico e traditore; atterrate tutte le statue, e cancellate tutte le memorie di lui. Termanzia, sua figliuola, già sposata ad Onorio Augusto, fu rimandata vergine a casa, e consegnata a Serena sua madre. Se crediamo alla Cronica d'Alessandria [Chronicon Alexandrinum.], questa infelice fanciulla finì anch'ella di vivere nell'anno 415. Furono inoltre levati via dai lidi e dai porti le guardie che Stilicone vi tenea, perchè impedivano il commercio, con aggiugnere ancor questo agli altri suoi delitti, pretendendosi ciò fatto, affinchè niuno degli Orientali potesse sbarcare in Italia. Si raccolgono tali notizie dalle leggi pubblicate in quest'anno e riferite nel Codice Teodosiano [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]. Ed altre ivi pure si leggono contro i pagani e donatisti d'Africa, i quali pretendeano fatte da Stilicone, e non già dall'imperadore Onorio, alcune leggi contra di loro. Escluse egli dal palazzo chiunque non era cattolico e non seguitava la religione del principe. E per cattivarsi l'animo de' popoli, abolì un'imposta di grano e di danaro, che dianzi si pagava per i terreni. Olimpio, autore della rovina di Stilicone, creato dipoi maggiordomo della corte cesarea, seppe ben profittarne, con rendersi egli padrone dello spirito di Onorio, e regolar da lì innanzi tutti i negozii del principe, e dispensar le cariche ai suoi partigiani. Scrive Zosimo [Zosimus, lib. 5, cap. 35.] che per ordine suo furono carcerati varii familiari del morto Stilicone, e fra gli altri Deuterio mastro di camera dell'imperadore, e Pietro tribuno della scuola de' notai. Messi ai tormenti, perchè rivelassero se Stilicone avesse affettato l'imperio, niuno si trovò che somministrasse lumi di questo preteso tradimento. Inoltre fu deputato Eliocrate, fiscale in Roma, per unire al fisco i beni di tutti coloro che avessero ottenuto dei magistrati al tempo di Stilicone. Tutto in somma era in confusione e tempesta. E a questi malanni s'aggiunse che i soldati romani, per pescare anche essi nel torbido della repubblica, dovunque trovarono nelle città mogli e figliuoli de' Barbari collegati e al soldo dell'imperio, gli uccisero, e saccheggiarono i loro beni: il che fu cagione che irritati quei Barbari, più di trentamila d'essi andarono ad unirsi con Alarico.

Seguitava tuttavia a stare esso Alarico alle porte d'Italia, osservando le tragedie romane, senza nondimeno voler guerra coll'imperadore, e senza violar la tregua stabilita vivente Stilicone. Inviò ambasciatori ad Onorio, esibendo la pace, purchè gli fosse pagata una gran somma di danaro. Non è ben certo se gli fosse sborsata la già promessa quand'era vivo Stilicone. Sembra nondimeno che Olimpiodoro presso Fozio [Photius, pag. 181.] asserisca già seguito quel pagamento. Esibì ancora Alarico di dare ostaggi ad Onorio per la continuazion della pace, e di ritirarsi poi dal Norico nella Pannonia. Nulla volle farne l'imperadore, e rimandò carichi di sole parole i legati. Vien egli qui accusato da Zosimo storico [Zosim., lib. 5, cap. 36.], perchè con qualche sborso di danaro non istudiasse di differir la guerra per mettersi in miglior stato di difesa; e se pur voleva la guerra, perchè non fu sollecito ad unir le legioni romane, con formare un esercito capace di contrastar gli avanzamenti di Alarico. Il biasima ancora, perchè non desse il comando dell'armata a Saro, bravo capitan de' Barbari, e già provato, come di sopra dicemmo; ed in sua vece eleggesse per condottiere della cavalleria Turpillione, e della fanteria Varane (forse quello stesso che fu dipoi console nell'anno 410), e Vigilanzio dei domestici, ossia delle guardie del corpo, personaggi fatti apposta per accrescere l'ardire ai Barbari, e il terrore ai Romani. Ma Onorio non si dovette fidare di Saro, perchè barbaro e pagano. Forse troppo si fidò di Olimpio, divenuto suo favorito, ne' consigli del quale aveva egli riposta la sua speranza. Ora Alarico, preso il pretesto di vedersi negate le paghe, e per vendetta ancora di Stilicone, per quanto scrive Olimpiodoro, cominciò la guerra. E perchè meditava di gran cose, ordinò con sue lettere ad Ataulfo, fratello di sua moglie, che dalla Pannonia menasse quanti Unni e Goti potesse. Poi, senza aspettarlo, diede la marcia alla sua armata, ridendosi dei praparamenti di Onorio. Si lasciò indietro Aquileia, Concordia ed Altino, e, senza trovare opposizione alcuna, passò il Po a Cremona, e per Bologna venne a Rimini, e di là pel Piceno alla volta di Roma, saccheggiando quante terre e castella trovò per via. Poco mancò che non cadesse nelle mani dei suoi Eucherio figliuolo di Stilicone, nel mentre che per ordine di Onorio era condotto a Roma da Arsacio e Terenzio eunuchi. Dopo la morte del padre era questi fuggito a Roma, e protetto dai Barbari collegati ed amici di Stilicone, si nascose e salvò in una chiesa. Scoperto infine, ne fu per forza tratto, e probabilmente per riverenza alla franchigia gli fu promessa la vita. Forse fu di poi condotto a Ravenna, dove dimorava l'imperadore, il quale non si sa perchè in questi torbidi il rimandò a Roma, dove o per comandamento di lui, o perchè s'appressavano colà le genti di Alarico, ebbe un fine eguale a quello del padre.

Giunse Alarico sotto Roma, e la strinse d'assedio. Allora fu che nel senato si sollevarono sospetti contra di Serena già moglie di Stilicone, quasichè ad istigazione sua i Barbari fossero venuti contro ad essa città. E bastarono tali sospetti al senato per decretar la morte di questa infelice, probabilmente innocente di simile attentato. Ad un tale decreto consentì anche Placida sorella dell'imperadore, ancorchè Serena fosse sua parente dal lato di padre. La sentenza fu eseguita, e Zosimo pagano [Zosim., lib. 5, cap. 40.] si figurò costei punita dagli dii della gentilità per aver tolta a Rea madre degli dii una collana di gran valore; ma ella potea ben avere senza questo falso misfatto degli altri delitti, per i quali Iddio volle gastigarla quaggiù. Si credevano i Romani che tolta di mezzo Serena, dovessero i Barbari andarsene con Dio. Ma si chiarirono ben presto dei loro vani supposti. Più che mai Alarico seguitò ad angustiare la città, e ad affamarla con impedire l'introduzion dei viveri sì pel fiume, come per terra, e crebbe talmente la fame, che si tirò dietro una fiera mortalità di popolo. Allora il senato determinò di spedir deputati a trattare d'accordo col generale degli assedianti, perchè erano tuttavia in dubbio se si trovasse ivi Alarico in persona. Data questa incumbenza a Basilio, già presidente della Spagna, spagnuolo di nascita, e a Giovanni, già preposto de' notai palatini [Chronicon Alexandrinum.], presentatisi costoro ad Alarico, proposero la concordia; e per sostenere il decoro, si lasciarono scappare una bravata, con dire che il popolo romano era anche pronto per una battaglia. Alarico sogghignando rispose: Anche il fieno folto si taglia più facilmente che il raro: colle quali parole mise a riso tutti gli astanti. Proruppe poscia il Barbaro in dimande degne di un par suo, cioè che non leverebbe mai l'assedio, se non gli davano tutto l'oro e l'argento e le suppellettili preziose della città, e la libertà di tutti gli schiavi barbari. Ma e che resterebbe a noi? rispose uno dei legati. Le vite, replicò il superbo Alarico. Qui fu chiesta dai legati la licenza di tornar nella città per trattare con gli assediati, i quali inteso che quivi era Alarico, e che faceva dimande cotanto esorbitanti, si videro disperati. Accadde, che venuti o chiamati apposta in Roma alcuni della Toscana, riferirono d'essersi salvata dai pericoli la città di Narni coll'avere sacrificato agli dii del gentilesimo. Non vi volle di più, perchè alcuni dei senatori tuttavia pagani proponessero come cosa necessaria alla liberazion di Roma quegli empii sagrifizii. Il fatto vien narrato da Sozomeno [Socrat., lib. 9, cap. 6.] ed anche da Zosimo [Zosimus, lib. 5, cap. 41.], che vi aggiugne una particolarità, unicamente fabbricata dal suo cuore maligno, perchè pagano: cioè, che Innocenzo papa, consultato sopra di ciò, serrasse gli occhi, e li lasciasse fare. Ma il fatto grida in contrario: poichè, per attestato dello stesso Zosimo, niuno de' tanti senatori cristiani volle intervenire a così abbominevol azione: anzi pare che in effetto desistessero per questo dal farla, e verisimilmente perchè il pontefice vi si oppose. Ma quand'anche avessero sagrificato, come sembra supporre Sozomeno, s'accorsero in breve della vanità di quest'empio rifugio. E nota il medesimo Sozomeno che i più giudiziosi riguardavano questa guerra e calamità per un giusto gastigo di Dio, che voleva punire i tanti peccati di Roma immersa nell'ozio e nel lusso, e tanti ostinati tuttavia nelle superstizioni del paganesimo. Lo stesso Alarico dicea di esser mosso da una voce interna che gli andava dicendo di affrettarsi per l'espugnazion di Roma. Finalmente convenne rimandare ambasciatori ad Alarico, e capitolare che i Romani gli pagassero cinquemila libbre d'oro, trentamila d'argento, quattromila giubbe di seta, tremila pelli tinte in grana, e tremila libbre di pepe. Ma perchè l'erario era esausto, nè i particolari potevano supplire così in un subito allo sborso di tanto oro ed argento, si mise mano ai templi de' gentili, con asportarne le statue d'oro e d'argento, e tutti gli ornamenti preziosi delle altre: il che viene detestato da Zosimo gentile, e specialmente per la statua della Fortezza, a cagione della cui perdita i pagani credettero che dovessero succedere infinite traversie da lì innanzi a Roma. Pagato il danaro, furono spediti all'imperatore Onorio legati, pregandolo di consentire alla pace, anzi alla lega con Alarico: al qual fine aveva anche il Barbaro voluto per ostaggi molti figliuoli de' nobili romani. Furono da lì innanzi lasciati entrare i viveri in Roma, e l'esercito nemico si ritirò, col quale s'andarono ad unire circa quarantamila schiavi barbari, che di giorno in giorno fuggivano di Roma.

Intanto il tiranno Costantino avea fissata la residenza sua in Arles, e veggendo gli affari dell'imperadore Onorio in pessimo stato [Orosius, lib. 7, cap. 40.], dichiarò Augusto suo figliuolo Costante, a cui dianzi avea conferito il titolo di Cesare [Sozom., lib. 9, cap. 11.]. Inoltre giudicò bene d'inviar ad Onorio un'ambasceria, che giunta a Ravenna, gli dimandò perdono a nome di Costantino [Zosimus, lib. 5, cap. 43.], con allegare per iscusa la violenza a lui fatta dall'esercito. Onorio, perchè non potea di meno, e sulla speranza di salvare la vita a Vereniano e Didimio suoi parenti, condotti prigionieri di Spagna a Costantino, con trovarsi poi burlato perchè questi già erano stati trucidati, non solamente fece vista di accettare la scusa, ma gl'inviò ancora la porpora imperatoria, riconoscendolo per collega nell'imperio. Probabilmente ciò avvenne nell'anno presente.


CDIX

Anno diCristo CDIX. Indizione VII.
Innocenzo papa 9.
Onorio imperad. 17 e 15.
Teodosio II imperad. 8 e 2.

Consoli

Onorio Augusto per l'ottava volta, e Teodosio Augusto per la terza.