Ricuperate ch'ebbe Vallia molte Provincie della Spagna dalle mani dei Barbari, sembra assai verisimile che le cedesse agli uffiziali dell'imperadore Onorio; perciocchè, secondochè scrive Idacio [Idacius, in Chronic. Prosper, in Chronic.], fu esso Vallia richiamato da Costanzo patrizio nelle Gallie, e d'ordine dell'imperadore quivi assegnata a lui e alla sua nazione, per abitarvi, la seconda Aquitania, dove è Bordeaux, con alcuni paesi circonvicini, cioè da Tolosa fino all'Oceano. Allora la Linguadoca cominciò ad essere appellata Gotia. Giordano storico [Jordan., cap. 33 de Rebus Getic.] chiaramente scrive che Vallia consegnò ai ministri dell'imperadore le provincie conquistate, e venne ad abitare a Tolosa. Ma poco egli godè di questi suoi vantaggi, perchè venne rapito dalla morte nel presente anno, con essere a lui succeduto nel regno gotico Teodorico, o sia Teoderico. Nella Cronica di Prospero questi avvenimenti son riferiti al susseguente anno. Nel presente Zosimo papa fulminò, siccome accennai, la sentenza contro gli errori di Pelagio e di Celestio, e dipoi fece istanza ad Onorio Augusto, dimorante in Ravenna, acciocchè per ordine suo costoro coi lor seguaci fossero cacciati da Roma e dall'altre città, e riconosciuti per eretici. Dobbiamo alla diligenza del cardinal Baronio l'editto allora pubblicato dall'imperadore, e indirizzato a Palladio prefetto del pretorio d'Italia. In vigore di questo anche gli altri prefetti del pretorio, cioè Agricola della Gallia e Monasio dell'Oriente, ordinarono le medesime pene contra quegli eresiarchi. Nel qual tempo anche i vescovi africani in un concilio plenario, inerendo alla sentenza della sede apostolica, concordemente condannarono i suddetti eretici. Terminò il corso di sua vita in quest'anno a dì 26 di dicembre il medesimo Zosimo papa, e dopo due giorni di sede vacante fu eletto nella chiesa di Marcello dalla miglior parte del clero, alla presenza di nove vescovi, per suo successore Bonifazio, vecchio prete romano, figliuolo di Giocondo, ma non senza tumulto e scisma. Imperciocchè un'altra parte del clero e del popolo, stando Eulalio arcidiacono nella chiesa lateranense, quivi l'elessero papa: dal che seguirono molti sconcerti nell'anno appresso. Al presente appartiene ciò che narra Prospero Tirone [Prosper, in Chronic. apud Labb.], o sia qualche altro Prospero, cioè che Faramondo cominciò a regnare sopra i Franchi. Questo è, per quanto dicono, il primo re di quella nazione a noi noto, ma esso sta appoggiato all'autorità di uno scrittore non abbastanza autentico. Nè Gregorio Turonese, nè Fredegario conobbero alcun re de' Franchi di questo nome. Ammiano [Ammian., lib. 16.] sotto l'anno 556 fa menzione dei re de' Franchi, ma senza dire qual nome avessero. Contuttociò è stato creduto dagli eruditi francesi sufficiente questa notizia, per cominciare da questo Faramondo il catalogo di essi re franchi; e tanto più perchè fa menzione di lui anche l'autore de Gestis Francorum, il quale si crede che vivesse circa l'anno di Cristo 700. Ma quell'autore racconta sul principio tante favole della venuta de' Franchi da Troja, e dà per avolo a Faramondo Priamo, e per padre Marcomiro, che non fa punto di credito all'asserzione sua intorno a Faramondo. Potrebbe anch'essere che nella Cronichetta di quel Prospero fosse stata incastrata ed aggiunta ne' secoli susseguenti la notizia d'esso Faramondo, da chi prese per buona moneta le favole inventate dell'origine de' Franchi. In fatti manca essa in qualche testo. Quello che è certo, questa bellicosa nazione, conosciuta anche ne' precedenti due secoli, signoreggiava allora quel paese che è di là dal Reno nella Germania, cominciando da Magonza fino all'Oceano, collimando, per quanto si crede, colla Sassonia e Svevia. Ermoldo Nigello [Ermold. Nigellus, lib. 4, in Rer. Italicar., p. 2, tom. 2.], il cui poema composto a' tempi di Lodovico Pio Augusto, fu da me pubblicato, scrive, essere stata a' suoi dì opinione che i Franchi tirassero la loro origine dalla Dania, o sia dal mar Baltico. Sopra di che è da leggere un'erudita dissertazione del celebre Leibnizio.


CDXIX

Anno diCristo CDXIX. Indizione II.
Bonifacio I papa 2.
Onorio imperadore 27 e 25.
Teodosio II imp. 18 e 12.

Consoli

Monasio e Plenta.

Era insorto scisma, siccome di sopra accennai, nella Chiesa romana per l'elezione dei due competitori Bonifacio ed Eulalio. Quasi tutto il clero e popolo aderiva a Bonifacio; ma Eulalio avea dalla sua Simmaco prefetto di Roma, il quale avendo scritto in suo favore a Ravenna, fu cagione che l'imperadore gli ordinasse con un rescritto cacciar Bonifacio dalla città, e di confermare Eulalio. Mandò anche Onorio a Roma Afrodisio vicario, tribuno, per tener il popolo a freno. Simmaco allora spedì alla chiesa di san Paolo fuori di Roma, dove s'era ritirato Bonifacio, a chiamarlo, per comunicargli l'ordine imperiale. Il messo fu maltrattato dal popolo che stava per Bonifacio. Onde Simmaco sdegnato per questo affronto, pubblicò tosto il comandamento dell'imperadore in favore d Eulalio, e mise le guardie alle porte della città, affinchè Bonifacio non entrasse, con dare susseguentemente avviso all'imperadore dell'operato, e con dipingere Bonifacio come uomo turbolento e sedizioso. Perciò Eulalio liberamente passò alla basilica Vaticana, e quivi alla papale celebrò la messa. Ma informato meglio l'imperadore dagli elettori di Bonifacio, chiamò amendue le parti a Ravenna, e per procedere saviamente, adunò un concilio di vescovi che ne giudicassero. Tuttavia perchè il negozio andò più a lungo di quel che si credeva, e sopravvenne la Pasqua, l'imperadore, per consiglio dei vescovi raunati nel concilio, mandò Achilleo, vescovo di Spoleti, a Roma per le funzioni di que' santi giorni, con ordinare a Bonifacio e ad Eulalio, che niun d'essi si accostasse a Roma, finattantochè non fosse decisa la lor controversia. Chiamò ancora molti altri vescovi più lontani, acciocchè fosse in ordine un concilio più numeroso del primo, da tenersi a Spoleti. Anche Placidia scrisse per questo ad Aurelio vescovo di Cartagine. Ma Eulalio, per la sua superbia, sprezzati gli ordini imperiali, prima del vescovo di Spoleti volò a Roma di bel mezzogiorno, accolto dai suoi parziali con festa, ma non senza un gran tumulto, perchè se gli oppose la parte che teneva per Bonifacio, e in tal mischia molti furono maltrattati e feriti. Allora Simmaco, che dal cardinal Baronio vien tassato per sospetto e parziale in tal controversia, ma che nel progresso non si diede a conoscere per tale, immediatamente notificò tutto il succeduto all'imperadore Onorio ed a Costanzo di lui cognato, i quali adirati per tale insolenza, rescrissero tosto a Simmaco, che cacciasse Eulalio, e il confinasse nel territorio di Capoa, con riconoscere Bonifacio per legittimo papa. Eseguì Simmaco puntualmente l'ordine, e replicò alla corte con biasimare la temerità di Eulalio. E da lui stesso sappiamo che Bonifacio fu ricevuto con sommo giubilo e concordia di tutto il popolo. Tutto questo affare apparisce dalle lettere di Simmaco [Symmachus, in Auctuar. Epist.], e dai rescritti imperiali, rapportati dal cardinal Baronio. Poscia Eulalio per misericordia fu creato vescovo di Nepi, per quanto scrive Anastasio, ossia l'antichissimo autore del Pontificale romano. E mancò poi di vita un anno dopo la morte di papa Bonifacio.

In quest'anno a dì 2 di luglio Galla Placidia, moglie di Costanzo conte e patrizio, gli partorì in Ravenna un figliuolo, a cui fu posto il nome di Flavio Placido Valentiniano, che poscia divenne imperadore [Olympiod., apud Photium, pag. 192.]. Credono alcuni che Placidio, e non Placido, fosse chiamato dal nome della madre. Se non è fallato il testo di Apollinare Sidonio nel panegirico di Avito, ivi egli è chiamato Placido. Onorio suo zio, per le gagliarde istanze della sorella, gli diede da lì a non molto il titolo di nobilissimo, ch'era il primo grado d'onore per chi era destinato all'imperio. Avvenne in questo medesimo anno che i Barbari occupatori di alcune provincie della Spagna, dacchè non erano più infestati dai Goti, vennero alle mani fra loro [Idacius, in Chron. apud Sirmond.]. Gli Svevi, che aveano per loro re Emerico, soccombendo, furono assediati dai Vandali, dei quali era allora re Gunderico, ne' monti Nervasi, che son creduti quei della Biscaglia. Racconta eziandio Prospero Tirone [Prosper, in Chron. apud Labb.], che nell'anno presente Massimo per forza ottenne il dominio delle Spagne, cioè quel medesimo che da Geronzio negli anni addietro fu creato imperadore, e fuggì poi ramingo e screditato appresso i Barbari dimoranti in Ispagna. Ma l'autor d'essa Cronica di troppo apre la bocca, certo essendo che parte della Spagna riconosceva allora per suo signore Onorio Augusto, ed un'altra parte era in potere de' Vandali e Svevi. Può esser che costui in qualche angolo di que' paesi facesse questa nuova scena. Tuttochè poi più fulmini si fossero scagliati contra l'eresia di Pelagio, questa più che mai ostinata resisteva e si dilatava. E specialmente verso questi tempi insorse in difesa d'essa Giuliano vescovo di Eclano, città vicina allora a Benevento, la cui sedia fu poi trasferita a Frigento. L'infaticabil santo Agostino contra di costui e contra di tutta la setta seguitò a comporre varii libri; e i vescovi africani raunati nel concilio di Cartagine soddisfecero alle parti del loro zelo in condannarla ed estirparla. A questo medesimo fine Onorio imperadore, probabilmente mosso dal romano pontefice, unì la sua autorità, con inviare a dì 9 giugno di questo anno ad Aurelio vescovo di Cartagine la costituzione da lui pubblicata nel precedente anno contra di Pelagio e Celestio. Abbiamo ancora un editto [Sirmond., Append. al Cod. Theodos.], con cui il medesimo imperadore slargò fino a quaranta passi fuori della chiesa l'asilo, ossia l'immunità, per chi si ricoverava nei luoghi sacri. E perciocchè talvolta accadeva che delle persone innocenti o perseguitate da' prepotenti, erano imprigionate, con torsi loro i mezzi di potersi difendere, il piissimo imperadore ordinò nel medesimo editto che i vescovi avrebbono un'intera libertà di visitar le prigioni, per informarsi non meno del trattamento che si faceva a' poveri carcerati, che de' loro affari, per sollecitar poscia i giudici in loro favore. Sarebbe da desiderare che questa legge, rapportata dal Sirmondo, e simile ad un'altra del medesimo Augusto dell'anno 409, non fosse abolita, o che la pietà de' principi in altra maniera provvedesse al bisogno dei carcerati, con ricordarsi delle regole importantissime della carità cristiana.


CDXX