Consoli
Asclepiodoto e Flavio Avito Mariniano.
Olimpiodoro, che poco fa ci rappresentò contra ogni verisimile un tale affetto fra Onorio imperadore e la sorella Placidia Augusta, che si mormorava di loro, ci vien ora dicendo [Olymp. apud Photium, p. 195.] che non istette molto a convertirsi quell'amore in odio. Imperciocchè Placidia badava troppo ai consigli d'Elpidia sua balia, e di Leonteo suo mastro di casa, e vi era in Ravenna una fazione che teneva per lei, composta dei Goti servitori dianzi di Ataulfo suo primo marito, e di altri già aderenti a Costanzo marito in seconde nozze: e però bene spesso seguivano sedizioni e ferite in Ravenna fra quei della sua parte e quei dell'imperador suo fratello. Andò tanto innanzi questa discordia, che Onorio cacciò via Placidia co' suoi figliuoli, ed ella si imbarcò per rifuggirsi in Costantinopoli presso l'imperador Teodosio suo nipote. Cassiodoro [Cassiodorus, in Chron.] e l'autore della Miscella [Miscell. Tom. I Rer. Italic.] scrivono ch'essa insieme con Onorio e Valentiniano suoi figliuoli fu mandata dal fratello in Oriente per sospetto ch'essa invitasse i nemici contra di lui. S'ha da scrivere nel testo di Cassiodoro e della Miscella Onoria (e non già Onorio) figliuola nata da lei prima di Valentiniano. Prospero Tirone [Prosper, in Chron. apud Labb.] è di parere che Placidia fosse esiliata dal fratello, perchè gli tendeva delle insidie. Il volgo si prende facilmente l'autorità d'interpretare i segreti dei principi, e spaccia le sue immaginazioni per buona moneta. Certo è che Placidia fu cacciata, e se ne andò co' figliuoli a Costantinopoli, dove fu amorevolmente accolta. Olimpiodoro attesta che il solo Bonifacio conte le fu fedele, e dall'Africa, ov'era o governatore o general delle milizie, per quanto potè le andò mandando aiuto di danari, e fece dipoi ogni possibile sforzo perchè essa e il figliuolo ricuperassero l'imperio. Ma poco tempo goderono gli emuli di Placidia del loro trionfo, perchè in questo medesimo anno nel dì 15 agosto Onorio imperadore pagò l'inevitabil tributo dei mortali, con essere mancato di vita per male d'idropisia in Ravenna. Principe che nella pietà non fu inferiore a Teodosio il Grande suo padre, ma principe dappoco, che in tanti torbidi dell'imperio, e insulti a lui fatti, mai non cinse spada, nè una volta sola comparve in campo, benchè nel fiore della gioventù, e nato di un padre così guerriero. Perciò la debolezza del suo governo diede animo ai Barbari di calpestare e lacerare l'imperio romano, a' suoi medesimi cortigiani di sprezzarlo, e a' suoi uffiziali di ribellarsi contra di lui; e tanto più perchè egli non sapeva scegliere buoni ministri, e si lasciava aggirare or da questo or da quello. Il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 423.] fa la di lui apologia, dicendo ch'egli colla pietà e colle orazioni vinse tanti tiranni e nemici; ed essere meglio che un imperadore sia dotato di religione che valoroso nell'armi. Egli è certo da desiderare che tutti gl'imperadori e principi cattolici sieno eccellenti nella pietà. Tuttavia, quando arrivano sconvolgimenti interni e ribellioni negli stati, sono ben proprie dei pontefici e prelati le orazioni a Dio; ma un principe dovrebbe fare di più, essendo allora gran disavventura per i sudditi l'avere chi loro comanda, timido e debole di consiglio. E se l'imperio romano patisse sotto il governo d'Onorio, l'abbiam già veduto. In somma alcuni si fan religiosi che starebbono meglio principi; e alcuni principi ci sono che starebbono meglio monaci. Certo Roma, non mai presa se non sotto di lui e saccheggiata dai Barbari, lasciò una gran macchia alla fama di questo per altro buon principe ed imperadore piissimo. Teofane e l'autore della Miscella dicono ch'egli morì in Roma, e fu seppellito in un mausoleo presso il corpo di san Pietro; ma per quel che concerne il luogo di sua morte non meritano fede. Idacio e Prospero Tirone l'asseriscono defunto in Ravenna, nè si può credere altrimenti, perchè vi son leggi pubblicate da lui in quella città a dì 9 d'agosto, ed essendo egli morto sei giorni dopo, in sì poco tempo non è verisimile ch'egli idropico si facesse portare a Roma. Fra le suddette leggi si trova un insigne regolamento da osservarsi ne' processi criminali, indirizzato ai pretori, ai tribuni del popolo e al senato di Roma.
Non avendo questo imperadore lasciata dopo di sè prole alcuna, rimase l'imperio d'Occidente per ora senza principe. Fu spedito tosto l'avviso a Costantinopoli della morte d'Onorio [Socrat., Hist. Eccl., lib. 8, cap. 23.], e Teodosio la tenne per qualche tempo occulta al popolo, finchè avesse spedito un corpo di truppa a Salona, città della Dalmazia, acciocchè fosse pronto, caso che succedesse novità alcuna in queste parti che non s'accordasse colle idee del medesimo Teodosio. Divulgata in fine la nuova d'essa morte, se ne fece duolo, per testimonianza di Teofane [Theoph., in Chron.], in Costantinopoli per sette giorni, con tener chiuse le botteghe e le porte ancora della città. Ma mentre vanno innanzi e indietro lettere alla corte dell'imperadore greco, un certo Giovanni, primicerio dei notai, circa il fine di quest'anno, si fece proclamare imperadore in Ravenna. Contribuì, credo io, a questa scena il timore ch'ebbero i popoli italiani di cadere sotto il dominio de' Greci Augusti troppo lontani. Perchè poi nell'anno precedente una legge d'Onorio si vede indirizzata a Giovanni prefetto del pretorio d'Italia, perciò il cardinale Baronio si figurò che fosse il medesimo che prendesse nel presente le redini dell'imperio di Occidente. Ma Socrate e Teofane non gli danno altro titolo che di primicerio de' cancellieri dell'imperadore. Leggesi presso il Mezzabarba la di lui medaglia, non saprei dire se legittima; ed è degno di osservazione ciò che di lui scrisse Procopio [Procop., de Bell. Vandal., lib. 1, cap. 3.], e dipoi Suida [Suidas, in verbo Johannes.]; cioè ch'egli era dotato non men di clemenza che di rara prudenza, e premurosamente batteva le vie della virtù, con aggiugnere che questi tenne il principato con molta moderazione, nè diede orecchio alle spie, nè ingiustamente fece uccidere alcuno; neppure impose aggravii, nè tolse per forza i suoi beni a chi che fosse. Dal suddetto Procopio egli è nominato solamente persona militare. Spedì Giovanni i suoi ambasciatori a Teodosio con umili parole a pregarlo di volergli confermare la dignità imperiale; ma Teodosio li fece mettere in prigione, e, secondo Filostorgio, li cacciò in esilio, e quindi si diede a preparar la forza per deporre questo usurpator dell'imperio. Da una costituzione di Valentiniano III Augusto apparisce [L. 47, lib. 16, tit. 1, Cod. Theodos.] che Giovanni, per guadagnarsi l'affetto dei gentili, cominciò ad annullare i privilegi conceduti dagli altri imperadori alle chiese e agli ecclesiastici, con rimettere le cause loro al foro de' laici. Renato Profuturo Frigerido, storico di quei tempi, a noi solamente noto per la diligenza di Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 2. cap. 8, Hist. Franch.], che ne rapporta alcuni passi, racconta che gli ambasciatori di Giovanni tiranno, sprezzati da Teodosio Augusto, se ne ritornarono in Italia, rilasciati dalla prigione (se pur sussiste che fossero carcerati), e gli riferirono in qual disposizione fosse Teodosio verso di lui. Allora Giovanni spedì nella Pannonia con una gran somma d'oro Aezio suo maggiordomo a ricercare l'aiuto degli Unni, siccome persona conoscente ed amica de' medesimi, perchè tempo fa era stato ostaggio presso di loro, con ordinargli che subito che l'armi di Teodosio fossero entrate in Italia, quei Barbari venissero contra d'esso alla schiena, ed egli gli assalirebbe di fronte. Celebre noi vedremo divenir nella storia questo Aezio, e sappiamo da esso Frigerido ch'egli ebbe per padre Gaudenzio di nazione scita, ossia tartaro, uno dei primi del suo paese, il quale venuto al servigio degl'imperadori, cominciò la sua milizia nelle guardie del corpo, e salito fino al grado di generale della cavalleria, fu poi ucciso nella Gallia dai suoi soldati. La madre fu italiana, nobile e ricca. Aezio lor figliuolo militò prima fra' soldati del pretorio; per tre anni dimorò ostaggio presso d'Alarico; poi presso gli Unni divenne genero di Carpilione; e finalmente di conte delle guardie del corpo giunse ad essere maggiordomo del tiranno Giovanni. Era costui di mezzana statura, ma di bella presenza, d'animo allegro, forte di corpo, bravo a cavallo, perito in saettare e maneggiar la lancia, egualmente accorto nell'arti della guerra e della pace. A questi pregi s'aggiugneva l'esser egli affatto disinteressato, e il non lasciarsi smuovere dal sentiero della virtù, mostrandosi sempre paziente nelle ingiurie, amante della fatica, intrepido nei pericoli, e avvezzo a sofferir la fame, la sete e le vigilie. Tale è il suo ritratto a noi lasciato da Frigerido. Andando innanzi vedremo se le opere corrispondano a così bei colori. Noi troviamo che i Francesi parlarono bene di Aezio, ma non così gli Italiani. In quest'anno il santo pontefice Celestino cacciò d'Italia l'eresiarca Celestio e i pelagiani suoi seguaci, fra i quali Giuliano indegno vescovo di Eclano, che ritiratosi nella Cilicia presso Teodoro vescovo Mopsuesteno, personaggio anch'esso infetto d'opinioni ereticali, scrisse poi contra sant'Agostino in favor di Pelagio. Teodoreto, celebre scrittor della Chiesa, fu creato nel presente anno vescovo di Ciro, città della Siria. Eudocia, moglie di Teodosio imperadore, solamente in questo anno cominciò a godere il titolo d'Augusta. E Teodosio Augusto pubblicò varie leggi contra de' pagani e Giudei che si leggono nel Codice ch'egli stesso fece dipoi compilare.
CDXXIV
| Anno di | Cristo CDXXIV. Indizione VII. |
| Celestino papa 3. | |
| Teodosio II imper. 23 e 17. |
Consoli
Castino e Vittore.
Castino, che procedette console nell'anno presente, è quel medesimo che di sopra vedemmo rotto dai Vandali nella Betica. Onorio Augusto nell'anno precedente lo avea disegnato console pel presente; ed egli senza scrupolo esercitò il consolato sotto il tiranno Giovanni, se pure lo stesso Giovanni quegli non fu che gli compartì questo onore, in ricompensa d'aver serrati gli occhi alla sua assunzione all'imperio, e non fattogli contrasto alcuno, ancorchè egli fosse generale delle milizie romane. Certamente Prospero scrive [Prosper, in Chron. apud Labb.] che Giovanni occupò, per quanto si credette, l'imperio a cagione della connivenza di Castino. E restano leggi di Teodosio, date in questo anno, con ivi memorarsi il solo Vittore console: segno che Teodosio era in collera contro di Castino, nè il volea riconoscere per console. Dal medesimo Prospero storico sappiamo ancora che Giovanni tiranno suddetto fece in questo anno una spedizione in Africa, lusingandosi di poter tirar quelle provincie sotto il suo dominio. Ma Bonifazio conte, che quivi comandava, e che proteggeva gli affari di Placidia e di Valentiniano suo figliuolo, tal opposizione gli fece, che andò a monte tutto il di lui disegno. Intanto Teodosio Augusto, messa insieme una poderosa armata, la spedì a Tessalonica, ossia a Salonichi, insieme con Placidia sua zia, ch'egli allora solamente riconobbe per Augusta, e con Valentiniano di lei figliuolo, ch'era in età di cinque anni, a cui parimente diede il titolo di nobilissimo. Generali di quest'armata furono dichiarati Ardaburio [Olympiodorus, apud Photium, p. 198.], che dianzi nella guerra contro i Persiani avea fatto delle insigni prodezze, e con esso lui Aspare suo figliuolo. Fu loro aggiunto ancora Candidiano, che in progresso di tempo creato conte si scoprì gran fautore di Nestorio eretico. Giunti che furono costoro a Salonichi, quivi, per attestato di Olimpiodoro e di Procopio [Procop., lib. 1, cap. 3, de Bell. Vand.], conferì Teodosio al cugino Valentiniano il nome e la dignità di Cesare, avendo a tal fine inviato colà Elione maestro degli uffizii, ossia suo maestro di casa. E fin d'allora, per quanto scrive Marcellino conte [Marcell., in Chronico.], fu decretato il matrimonio d'esso Valentiniano con Eudossia figliuola di Teodosio. Divisa poi l'armata, Ardaburio colla fanteria posta nelle navi fece vela alla volta di Ravenna; ma infelicemente, perchè una fortuna di mare sconvolse tutta la flotta, ed egli, secondochè scrive Filostorgio [Philost., Hist. Eccl. lib. 12, cap. 13.], con due galere portato al lido, fu preso dalle genti del tiranno, e condotto prigione a Ravenna. Forse ancora la tempesta il colse nel venire da Salonichi per l'Adriatico, e il trasportò verso Ravenna, perchè, siccome dirò più abbasso, anche Placidia Augusta corse in quella navigazione gran pericolo per fortuna di mare, e ne attribuì la liberazione a san Giovanni Evangelista, a cui si votò. Aspare all'incontro figliuolo di Ardaburio, colla cavalleria passò per la Pannonia e pel resto dell'Illirico, ed arrivato a Salona città della Dalmazia, la prese per forza. Quindi con tanta sollecitudine continuò il viaggio con Placidia e Valentiniano, che arrivato all'improvviso sopra Aquileia, città allora una delle più grandi ed illustri dell'Italia, se ne impadronì. Ma giunta colà la nuova della disgrazia e prigionia di Ardaburio, tanto Aspare che Placidia, per attestato di Olimpiodoro, rimasero costernati e tutti pieni d'affanno; se non che da lì a qualche tempo arrivato Candidiano, glorioso per l'acquisto di varie città, li rallegrò, e fece ritornar loro in petto il coraggio.