Il Browero [Browerus, Annal. Trever., lib. 5, num. 34] rapporta un epitafio, che per attestato di lui si conserva in Treveri nella basilica di san Paolino, posto a Flavio Costanzo, uomo consolare, conte, e generale dell'una e dell'altra milizia, patrizio, e due volte console. Ma questa iscrizione, quando sia legittima, potè ben essere fatta vivente Costanzo, ma non già servire a lui di memoria sepolcrale. Costanzo tre volte era stato console, e, quel che è più, Augusto. Negli epitafii degl'imperadori non si soleano mettere le dignità sostenute prima di arrivare all'imperio. Nè Costanzo terminò la vita in Treveri. Racconta Olimpiodoro [Olympiodorus, apud Photium, pag. 194.] che mentre esso Costanzo regnava con Onorio, venne a Ravenna un certo Libanio, mago ed incantatore solenne, che professava di poter far cose grandi contro ai Barbari senza adoperar armi e soldati; e diede anche un saggio di queste promesse. Pervenutone l'avviso a Placidia Augusta, mossa ella o da zelo di religione da paura di costui, minacciò fino di separarsi dal marito Costanzo, se non levava questo mal uomo dal mondo: il che fu fatto. Dobbiamo al cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 420.] l'editto indirizzato in questo anno, e non già nel precedente, da esso Costanzo Augusto a Volusiano prefetto di Roma, con ordine di cacciar via da essa città Celestio, il pestifero collega di Pelagio, con tutti i suoi seguaci. Attesta eziandio s. Prospero [Prosper, lib. 3, cap. 38, de Praedict.], che ai tempi di Costanzo e dell'Augusta Placidia, per cura di Orso tribuno, fu atterrato in Cartagine il tempio della dea celeste, sotto il qual nome disputano tuttavia gli eruditi, qual falsa divinità fosse onorata dai Pagani, potendosi nondimeno credere con Apuleio che fosse Giunone. Era quell'idolo e tempio il più famoso dell'Africa. Aurelio vescovo di Cartagine lo avea mutato in una chiesa; ma i gentili spargevano dappertutto, che quivi infallibilmente avea da risorgere la loro superstizione; laonde, per togliere ad essi così vana speranza, il tempio fu interamente demolito. Salviano [Salvianus, lib. 8, de Gubern.] attesta che neppur molti de' Cristiani più riguardevoli dell'Africa sapeano trattenersi dall'adorare la celeste dea del loro paese. Leggesi ancora nel Codice Teodosiano una legge pubblicata in quest'anno da Onorio e Costanzo Augusti, in cui è ordinato che se un marito ripudia la moglie per qualche grave delitto, provato ne' pubblici tribunali, guadagni la di lei dote, e ripigli la donazione a lei fatta, e possa dipoi passare ad altre nozze. Lo stesso vien conceduto alle mogli provanti il delitto del marito, ma senza potersi rimaritare, se non dopo cinque anni. Fu stabilito con più ragione dalla Chiesa in vari tempi, e specialmente nel concilio di Trento, una diversa pratica: sopra di che si può vedere il trattato del Juenin de Sacramentis. In quest'anno Claudio Rutilio Numaziano, personaggio di gran merito e nobilità, ma pagano, ch'era stato prefetto di Roma, tornando nella Gallia sua patria, compose il suo Itinerario, opera degna di grande stima. Giunto a Piombino, narra che gli venne la nuova, come a Volusiano, suo singolare amico, era stata conferita la prefettura di Roma, la qual cade nel presente anno, secondochè si ricava dal soprammentovato editto contro dei Pelagiani.
CDXXII
| Anno di | Cristo CDXXII. Indizione V. |
| Celestino papa 1. | |
| Onorio imperadore 30 e 28. | |
| Teodosio II imperad. 21 e 15. |
Consoli
Onorio Augusto per la tredicesima volta, e Teodosio Augusto per la decima.
Solennizzò Onorio imperadore in Ravenna l'anno trentesimo del suo imperio. Abbiamo da Marcellino conte [Marcellin. Comes, in Chronico ap. Sirmondum.] che l'allegria di quella festa fu accresciuta dall'essere stati condotti a Ravenna incatenati Massimo e Giovino presi in Ispagna, i quali dappoichè ebbero servito di spettacolo al popolo, dati in mano alla giustizia riceverono colla morte il premio della lor ribellione. Massimo è quel medesimo che nell'anno 411 fu creato imperadore da Geronzio nella Spagna, e fuggito dipoi fra i Barbari, tornò nell'anno 419 in iscena, coll'occupar la signoria di qualche provincia della Spagna, e dovette poi essere preso dai Romani. Giovino è probabile che fosse il generale di questo chimerico imperadore. Ma queste allegrie furono troppo contrappesate da altri malanni che accaddero al romano imperio. Cassiodoro [Cassiodorus, in Chron.] notò che nel presente anno fu spedito un esercito in Ispagna contra de' Vandali, che si erano impossessati della Betica. Generale di quest'armata fu Castino; e sappiamo da Idacio [Idacius, in Chron. apud Sirm.] ch'egli menava seco un poderoso rinforzo di Goti ausiliarii. Assalì egli i Vandali, gli assediò, e li ridusse talmente alle strette, che già pensavano ad arrendersi. Ma l'imprudente generale avendo voluto cimentarsi ad un fatto di armi con gente disperata, fu rotto da essi Vandali, perchè ingannato dai disleali Goti, e si ridusse fuggitivo a Tarragona. Prospero Tirone fuor di sito racconta che ventimila Romani nella battaglia coi Vandali in Ispagna restarono morti sul campo. Un altro inescusabil fallo commise il superbo Castino; perciocchè, secondo l'altra Cronica di Prospero [Prosper, in Chronic. apud Labb.], ingiuriosamente ricusò di aver per compagno nell'impresa suddetta Bonifacio conte, persona di sommo credito e sperienza nell'arte della guerra: il che fu cagione che Bonifacio indispettito passasse poco appresso in Africa, dove comandava alla milizia, e vi suscitasse quei malanni che fra poco vedremo. Forse la spedizione contro i Vandali, se Castino si fosse servito dell'aiuto di questo valoroso campione, sarebbe succeduta diversamente. Onorio Augusto pubblicò in quest'anno una legge per mettere freno alle ingiustizie de' creditori, con proibir loro di cedere essi crediti a persone potenti, vietando ancora ogni azione contro i padroni per debiti fatti dai servi e fattori. Inoltre con altra legge regolò le imposte che pagavano i terreni nell'Africa proconsolare, e nella Bisacena, dopo aver fatto visitare da persone di molta probità le terre di quei paesi capaci o incapaci di tali aggravii. Ancorchè Prospero e Marcellino, seguitati dal cardinale Baronio, differiscano all'anno seguente la morte di Bonifacio papa primo di questo nome, pure il padre Pagi [Pag., Crit. Baron.] pretende ch'egli mancasse di vita nel presente a dì 4 di settembre. E con ragione, perchè tutti gli antichi cataloghi de' romani pontefici gli danno anni tre, mesi otto e giorni sette di pontificato; e contando questi dal dì 29 di dicembre dell'anno 418, in cui fu intronizzato, cade la sua morte nel settembre del presente. Nel libro pontificale d'Anastasio in vece di otto mesi è scritto quattro mesi, che sembrano presi dal tempo in cui, ripudiato Eulalio, fu confermata ossia riconosciuta legittima la di lui elezione dal concilio dei vescovi e da Onorio imperadore. In suo luogo a dì 10 di settembre fu eletto Celestino, figliuolo di Prisco. Seguì nel presente anno tra Teodosio II Augusto e il re di Persia la pace, ossia una tregua di cento anni. E ad esso imperadore Eudocia Augusta partorì una figliuola, a cui fu posto il nome di Eudossia.
CDXXIII
| Anno di | Cristo CDXXIII. Indizione VI. |
| Celestino papa 2. | |
| Teodosio II imperad. 22 e 16. |