Anno diCristo CDXXVI. Indizione IX.
Celestino papa 5.
Teodosio II imperad. 25 e 19.
Valentiniano III imperad. 2.

Consoli

Teodosio Augusto per la dodicesima volta e Valentiniano Augusto per la seconda.

Dalle leggi del Codice Teodosiano apparisce che Albino fu prefetto di Roma, e che nel gennaio del presente anno Valentiniano Augusto dimorò in Roma, dove indrizzò tre editti al senato romano, ed uno [L. 14, lib. 6, tit. 2, Cod. Theodos.] al suddetto Albino prefetto della città. Da uno di essi veniamo a conoscere che il senato di Roma sì per cattivarsi il nuovo sovrano, come ancora per solennizzare la poco fa compartita a lui dignità imperiale, gli avea promesso un dono gratuito. Ma Valentiniano anch'egli compatendo lo stato della città, che avea patito non poco anche ultimamente sotto Giovanni tiranno, gli fa remissione di parte di questo dono promesso, e l'altra parte vuol che s'impieghi in benefizio di Roma stessa: il che dovette essere ricevuto con plauso grande dal popolo. L'ordine di questa sua munificenza fu letto in senato da Teodosio primicerio de' notai. Poscia con Placidia Augusta sua madre se ne tornò a Ravenna, e quivi era nel principio di marzo, allorchè inviò un suo editto a Basso prefetto del pretorio. Con altre leggi egli diede favore a que' Giudei che abbracciassero la fede cattolica, ed intimò varie pene agli apostati d'essa religione santissima. Pose dunque Galla Placidia Augusta col figliuolo Valentiniano imperadore, che era tuttavia fanciullo, la sua sedia in Ravenna, con tener essa le redini del governo. Ma qui bisogna udire Procopio [Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.] che un brutto ritratto ci lasciò non meno di essa Augusta che di suo figliuolo. Scrive egli adunque che Placidia nudrì Valentiniano nell'effemminatezza e nei piaceri: dal che avvenne ch'egli fin dalla fanciullezza contrasse tutti i vizii. Dilettavasi della conversazione degli stregoni e de' professori della strologia giudiciaria. E quantunque egli poi prendesse moglie oltremodo bella, pure menava una vita scandalosissima, perdendosi nell'amore delle mogli altrui. Furono poi cagione questi vizii che andarono alla peggio gl'interessi dell'imperio romano, perchè egli non solamente nulla riacquistò del perduto, ma perdette anche l'Africa e poi la vita. Non è sì facilmente da prestar fede in questo a Procopio, scrittore greco, e però disposto a dir male de' regnanti latini; e certamente la perdita dell'Africa, siccome vedremo, non si può attribuire a Valentiniano, ch'era allora fanciullo, ma sì bene a sua madre, a cui mancò l'accortezza per difendersi dagl'inganni de' cattivi. Avevano, per quanto scrive Prospero [Prosper, in Chronico apud Labb.], i Goti nell'anno precedente rotta la pace ai Romani, prevalendosi anch'eglino delle turbolenze insorte in Italia per cagione del tiranno Giovanni. Perciò con gran forza intrapresero l'assedio di Arles, nobil città della Gallia. Ma sentendo che si accostava Aezio generale di Valentiniano con una poderosa armata, non senza loro danno batterono la ritirata. Non è ben chiaro se Aezio data la battaglia facesse a forza d'armi sloggiare quegli assedianti. Pare bensì che Prospero Tirone [Prosper Tiro apud eumdem.] riferisca al presente anno questa liberazione di Arles. E sant'Isidoro [Isidorus, in Chronic. Goth.] nota, che Teodorico re de' medesimi Goti, prima dell'assedio di Arles, avea preso varie città de' Romani confinanti all'Aquitania, assegnata a quella nazione per loro stanza. In questi pericolosi tempi di Arles, Patroclo vescovo di quella città restò tagliato a pezzi da un certo tribuno barbaro; e Prospero, che narra il fatto sotto il presente anno, aggiugne che si credette commessa questa scelleraggine per segreto comandamento di Felice generale di Valentiniano, al quale attribuiva eziandio la morte data a Tito Diacono, uomo santo in Roma, mentr'egli distribuiva le limosine ai poveri. Viene nondimeno accusato questo Patroclo vescovo da Prospero Tirone, d'aver con infame mercato venduti i sacerdozii, iniquità non per anche introdotta nella chiesa. Egli ebbe per successore Onorato abbate Lirinense, uomo di santa vita. Teodosio piissimo Augusto in quest'anno pubblicò una legge contra de' pagani, con proibire sotto pena di morte i lor sagrifizii, e con ordinare che il restante de' loro templi fosse atterrato, o pure convertito in uso della religione cristiana.


CDXXVII

Anno diCristo CDXXVII. Indizione X.
Celestino papa 6.
Teodosio II imperad. 26 e 20.
Valentiniano III imperad. 3.

Consoli

Jerio ed Ardaburio.

Insolentivano ogni dì più i Vandali nella Spagna, perchè non v'era armata di Romani, che li tenesse in freno. Abbiamo da Idacio [Idacius, in Chron. apud. Sirmondum.], che in quest'anno Gunderico re loro, avendo presa Siviglia, e gonfiatosi per così prosperi avvenimenti, stese le mani contro la chiesa cattedrale di quella città, volendola verisimilmente spogliare de' suoi tesori, ma per giusto giudizio di Dio terminò la vita indemoniato. Gli succedette Gaiserico, ossia Giserico o Genserico, suo fratello, il quale, per quanto alcuni assicurano, era dianzi cattolico, e passò poi all'eresia degli ariani. All'incontro Teoderico re de' Goti, dappoichè fu ributtato dall'assedio sopra narrato di Arles, veggendo che l'esercito romano era poderoso, e di aver che fare con Aezio valentissimo generale di Valentiniano, diede mano ad un trattato di pace coi Romani, di cui fa menzione Apollinare Sidonio [Sidon., in Panegyr. Aviti.], e che forse fu conchiusa nell'anno presente. Fra le capitolazioni d'essa pace abbiam motivo da credere che Teoderico s'impegnasse di muovere le armi contra de' Vandali che malmenavano la Spagna. Perciocchè Giordano storico [Jordan., de Reb. Getic, cap. 32.] scrive che Vallia re de' Goti (doveva scrivere Teoderico) intendendo come i Vandali, usciti dai confini della Gallizia, mettevano a sacco le Provincie della Spagna, allorchè Jerio ed Ardaburio erano consoli, cioè in questo anno, contra dei medesimi mosse l'esercito suo. Racconta ancora Marcellino conte [Marcell., in Chron. apud Sirmond.] che in questi tempi la Pannonia, occupata per cinquanta anni addietro dagli Unni, fu ricuperata dai Romani. Giordano [Jordan., de Reb. Getic., cap. 32.] anch'egli attesta che sotto il medesimo consolato furono gli Unni cacciati fuori della Pannonia dai Romani e dai Goti. Col nome di Goti intende egli i Goti che fra poco vedremo chiamati Ostrogoti, ossia Goti orientali, a differenza degli altri che in questi tempi sotto il re Teoderico regnavano nella Aquitania, e son riconosciuti dagli antichi col nome di Visigoti, ossia di Goti occidentali. Ma niuno di questi autori accenna dove passassero gli Unni, dappoichè ebbero abbandonata la Pannonia, se non che li vedremo fra poco comparire ai danni dell'imperio d'Occidente. Due dei più valenti generali d'armate dell'imperio suddetto, che non aveano pari, erano in questi tempi Aezio e Bonifacio conte. Di Aezio s'è parlato di sopra, ed ora solamente convien aggiugnere che egli talmente s'acquistò non tanto il perdono, quanto anche la grazia di Placidia Augusta, ch'essa cominciò tosto a servirsi del di lui braccio e consiglio, con averlo inviato nella Gallia contra dei Goti. Egli, fatta la pace con quei Barbari, se ne dovette tornare alla corte dimorante in Ravenna, dove ordì un tradimento che fece perdere l'Africa all'imperador Valentiniano. Bonifacio conte, per quanto scrive Olimpiodoro [Olympiod. apud Photium.], era un eroe che talora con poche e talora con molte truppe avea combattuto coi Barbari nell'Africa con aver anche cacciato da quelle provincie varie loro nazioni. Fra suoi bei pregi si contava l'amore della giustizia, ed era uomo temperante, e sprezzator del danaro. Ma specialmente sant'Agostino, tra cui ed esso Bonifacio passava una singolar domestichezza, ne parla con vari elogi nelle sue lettere. Egli era stato, siccome vedemmo, sempre fedele a Galla Placidia e al figliuolo Valentiniano; loro anche avea prestato soccorso di danaro, dappoichè dovettero ritirarsi in Oriente; e finalmente avea sostenuta l'Africa nella lor divozione contra gli sforzi di Giovanni tiranno. Morto costui, e dichiarato Augusto Valentiniano, abbiamo da una lettera del suddetto santo [August., Epist. CCXX, n. 4.] ch'egli fu chiamato alla corte, e da Placidia, che gli si protestava tanto obbligata, non solamente gli fu o dato o confermato il governo dell'Africa, ma conferite ancora altre dignità. Tuttavia, per quanto scrive Procopio [Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 3.], vennero accolte le prosperità di Bonifacio conte con assai invidia da Aezio, il quale andò celando il suo mal talento sotto l'apparente velo d'una stretta amicizia.