Consoli
Flavio Aezio per la terza volta e Quinto Aurelio Simmaco.
Per attestato di Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], in quest'anno fu gravemente afflitta la città di Costantinopoli dalla fame, e a questo malore tenne dietro la peste. Attaccatosi anche il fuoco al tempio maggiore di essa città, tutto andò in preda delle fiamme. Abbiamo inoltre da Idacio [Idacius, in Chron.], che mandato in Ispagna Vito generale dell'armata cesarea, costui con un rinforzo ancora di Goti andò a fare il bravo nella provincia di Cartagine e nella Betica, figurandosi di poter ricuperare dalle mani degli Svevi quelle contrade. Ma sopraggiunto con le sue forze Rechila re d'essi Svevi, il coraggioso condottier de' Romani si raccomandò alle gambe: il che fu cagione che gli stessi Svevi diedero un terribil guasto a quel paese. Intanto i popoli della Bretagna erano fieramente infestati, non solo dai Pitti, gente barbara venuta ne' precedenti secoli in quella parte della gran Bretagna che oggidì appelliamo Scozia, ma eziandio dagli Scoti, anch'essi barbara gente, che s'erano anticamente impadroniti dell'Ibernia, oggidì Irlanda, e che diedero poscia il nome alla Scozia, dappoichè n'ebbero cacciati i Pitti. Abbiamo da Beda [Beda, Histor. lib. 1, cap. 13.] e dall'autore della Miscella [Histor. Miscell., lib. 14.] che i Britanni in quest'anno mandarono, per cagione di questa calamità, una lettera piena di lagrime e di guai ad Aezio generalissimo di Valentiniano e console la terza volta, scongiurandolo d'inviar loro soccorsi, perchè non poteano tener saldo contra la forza di quei Barbari veramente crudeli. Scrisse san Girolamo [Hieron., lib. 2 contra Jovinian.] di aver veduto nella Gallia, quando era giovane, alcuni degli Scoti, gente britannica, i quali mangiavano carne umana. E che costoro, benchè trovassero alla campagna gregge di porci, buoi e pecore, pur solamente si dilettavano di tagliar le natiche ai pastori e le mammelle alle donne, tenendo questo pel miglior boccone delle lor tavole. Aezio compatì i Britanni, ma non potè dar loro aiuto alcuno, perchè era necessitato a tener di vista Attila re degli Unni, che andava rodendo varie provincie, con prendere e desolare città e castella. Questa narrazione, autenticata da Beda, ci fa intendere che Attila seguitava tuttavia a tener in apprensione tanto l'imperio orientale quanto l'occidente, con far delle scorrerie e rovinar città nelle provincie romane. Forse anche a questi tempi, e non già, come pretende il padre Pagi, è da attribuire l'invasione e la pace degli Unni, ch'egli rapporta all'anno 441 e 442.
Questo ferocissimo re Attila, di professione idolatra, signoreggiando ad immensi popoli, era talmente salito in credito di crudeltà e potenza, che facea paura all'Europa tutta. Prisco istorico, che, per testimonianza di Giordano [Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.], fu inviato a lui ambasciatore da Teodosio Augusto, lasciò scritto: che avendo egli passato nel suo viaggio la Tisia, la Tibisia e la Dricca (forse il Tibisco e la Drava), arrivò a quel luogo, dove Fidicola, il più bravo dei Goti, fu ucciso per inganno dei Sarmati. Poco lungi trovò un borgo, in cui era il re Attila, borgo a guisa di una città vastissima colle mura di legnami così ben commessi, che non si scopriva la lor commessura. V'erano vaste sale, camere e portici con pulizia disposti, e nel mezzo un ampio cortile che dava assai a conoscere essere quello un palazzo regale. E tale era l'abitazion barbarica d'Attila, ch'egli preferiva a tutte le città da lui prese. Descrivendo poi la persona d'Attila, aggiugne che spirava superbia il suo passeggiare, girando egli di qua e di là gli occhi, acciocchè dal movimento stesso del corpo apparisse la sua possanza. Era vago di guerreggiare, ma procedeva con riguardo ne' combattimenti; a chi il supplicava, compariva indulgente; e il trovava favorevole chiunque si arrendeva a lui sulla sua parola: di statura bassa, con petto largo, testa grande, occhi piccioli, poca barba, capelli mezzo canuti, naso schiacciato, di colore scuro: uomo, secondo il suo naturale, di sommo ardire, ma accresciuto dall'essergli stata portata da un bifolco una spada, trovata per accidente, ch'egli si figurò essere la spada di Marte. Per altro certa cosa è che gli Unni, presso i Latini Hunni, furono popoli della Scitia, cioè della Tartaria, la quale si stende per un immenso tratto dell'Asia settentrionale. Chunni sono ancora chiamati dagli antichi, perchè pronunziavano con asprezza l'aspirazione. Ammiano Marcellino [Ammian., lib. 31, cap. 2.], descrivendo i movimenti di costoro circa l'anno di Cristo 375, ce li rappresenta tali, quali appunto anche oggidì sono i Tartari confinanti colla Russia; gente fiera, avvezza a vivere sotto le tende e al nudo cielo, e a sofferire il sole e la pioggia e la neve, servendosi di rado di tetto alcuno, vivendo, come le bestie, di radici d'erbe e di carne mezzo cruda. Senza abitazione fissa passavano da un luogo all'altro, e combattevano su cavalli brutti, ma veloci, non mai con ischiere ordinate, ma tumultuariamente, fuggendo, tornando, secondochè se la vedeano bella. Il loro vestito era di pelli d'animali; e perchè non nascesse loro la barba, si abbrustolavano le guance con ferri infocati, di modo che parevano piuttosto bestie da due piedi, o fantocci di legno fatti con un'accetta, che uomini. Fin dove arrivasse allora il dominio di Attila, nol possiam discernere. Probabile è che avesse già stese le stabili sue conquiste fino al Danubio, con passar anche di qua, e che possedesse, se non tutta, almeno in parte la Sarmazia, oggidì Polonia, e la Dacia antica, cioè quella che è oggidì Transilvania, con altri paesi. Si sa ancora da Prisco che Attila avea assediata e presa la città di Sirmio vicina a Tauruno, oggidì Belgrado. Però, come già avvertì il Bonfinio [Bonfinius, Rer. Hungar., decad. 1, lib. 3.], e come si ricava dall'autore della Miscella [Histor. Miscell., lib. 14.], da san Prospero [Prosper, in Chron.] e da Giordano storico [Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.], gli Unni signoreggiavano anche nella Pannonia. Già abbiam detto che costoro erano colle scorrerie penetrati di qua dal Danubio con devastare la Mesia e la Tracia. Ed appunto Prospero Tirone [Prosper Tiro, in Chron.], dopo aver narrato la morte di Bleda, ucciso dal fratello Attila, al susseguente anno scrive che l'Oriente patì una terribil rovina, perchè non meno di settanta città furono date a sacco e devastate dagli Unni, non avendo potuto Teodosio Augusto impetrare soccorso alcuno dall'imperador d'Occidente. Diede in quest'anno Valentiniano Augusto due leggi [Cod. Theod., tom. 6, in Append.] in Roma, colle quali prescrive buone regole, affinchè sieno valide le ultime volontà delle persone.
CDXLVII
| Anno di | Cristo CDXLVII. Indizione XV. |
| Leone papa 8. | |
| Teodosio II imper. 46 e 40. | |
| Valentiniano III imper. 23. |
Consoli
Gallipio, ossia Alipio, ed Ardaburio.
Fu quest'anno funesto per la città di Costantinopoli, perchè, secondochè attesta Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], con cui si accorda la Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.], sì terribili tremuoti si fecero in essa sentire, che caddero in gran parte le mura di quell'augusta città con cinquantasette torri. Si stese sopra altre città lo stesso flagello, a cui tenne dietro la carestia e un pestilente odore dell'aria colla morte di molte migliaia d'uomini e di giumenti. Nicefero [Nicephorus, lib. 14, cap. 46.] più diffusamente racconta i lagrimevoli effetti di questi tremuoti, che durarono, sentendosi di tanto in tanto le loro scosse, per sei mesi, e fecero poi gran rovina nella Bitinia, nelle due Frigie, nell'Ellesponto, in Antiochia e in altre contrade d'Oriente, di modo che il popolo di Costantinopoli coll'imperadore, temendo sempre d'essere seppelliti sotto le case traballanti, uscirono alla campagna. A questa domestica calamità s'aggiunse l'esterna, perchè, segue a dire il suddetto Marcellino, che il re Attila con passi nimici venne fino alle Termopile, passata la Tessaglia; e che Arnegisco generale d'armata nella Dacia Ripense per l'imperador Teodosio, combattendo bravamente contra l'esercito d'Attila, dopo aver fatta grande strage de' nemici, rimase anch'egli ucciso sul campo. Nella Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.] si vede registrato il fatto medesimo, se non che Arnegisco vien chiamato generale di armata nella Tracia, ed egli probabilmente difendeva l'una e l'altra provincia. Ivi è scritto di più, che in quest'anno fu ricuperata Marcianopoli città della Mesia presso il Ponto Eusino, ossia mar Nero. Sotto quest'anno narra Idacio [Idacius, in Chron.] che furono portati in Ispagna gli scritti di san Leone papa contra dei Priscillianisti eretici, e sopra ciò esiste una sua lettera a Turibio vescovo d'Astorga. Scrisse eziandio il santo pontefice a Gennaro, vescovo d'Aquileia, e a Settimio, vescovo d'Altino, contro i Pelagiani, che in quella provincia alzavano la testa. Ma intorno a ciò son da vedere gli Annali del cardinal Baronio, la Storia pelagiana del cardinal Noris, e il Pagi sopra gli Annali di esso Baronio. Per testimonianza di Prospero Tirone [Prosper Tiro, in Chron.], cominciò a regnare in quest'anno sopra i Franchi, popoli della Germania, Meroveo, essendo mancato di vita Clodione, il quale, per attestato di Prisco [In Excerpt. Legation., tom. 1 Histor. Byzantin.] retorico, fu veramente padre di esso Meroveo. E da questo principe discese la linea merovingia dei re di Francia, ch'ebbe poi fine a' tempi del re Pippino. In quest'anno ancora, secondo l'opinione del padre Pagi [Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.], terminò i suoi giorni san Procolo patriarca di Costantinopoli, ed ebbe per successore san Flaviano. Narra Niceforo Callisto [Nicephorus, lib. 14, cap. 47 Histor. Eccl.] che Crisafio eunuco, dai cui cenni era allora aggirata la corte di Teodosio imperadore, pretendeva che Flaviano mandasse un regalo ad esso Augusto per l'elezione e consecrazione fatta di lui. Flaviano gl'inviò dei pani benedetti, ma non già oro, come sperava l'eunuco. E quindi nacque l'odio di esso Crisafio contra di Flaviano, e il desiderio di farlo deporre. Ma perciocchè non gli sarebbe mai venuto fatto, finchè Pulcheria Augusta, sorella di Teodosio imperadore, continuava nell'autorità grande che ella godeva in corte e presso il fratello, pensò prima a levar di mezzo questo ostacolo, e perciò si unì con Eudocia moglie dell'imperadore, e la indusse a fare il possibile per iscavalcar la cognata. S'era già allignata l'invidia in cuor d'Eudocia al mirar essa Pulcheria, che stava così innanzi nella grazia dell'imperadore, e il governava, per così dire, coi suoi consigli. Maggiormente ancora si alterò l'animo suo per una burla fatta da essa Pulcheria, donna savissima, al fratello Augusto. La racconta Cedreno [Cedien., in Histor.]. Era solito Teodosio a sottoscrivere le carte e i memoriali che gli erano presentati dai ministri, troppo buonamente, senza leggerli. Volendo la saggia principessa farlo ravvedere di questa negligenza, lasciò correre un memoriale, in cui, sotto certo pretesto, il pregava di venderle per serva l'imperadrice Eudocia sua moglie. Secondo il costume, lo sottoscrisse Teodosio senza leggerlo. Eudocia dipoi, venuta in camera di Pulcheria, fu ritenuta da essa; e benchè l'imperador la chiamasse, per alcun poco ricusò di liberarla, adducendo d'averla comperata. Fu una burla fatta a buon fine; ma i principi non son gente che facilmente soffra d'essere beffata. Però Eudocia, probabilmente valendosi di questa congiuntura, e certo delle spinte che le dava Crisafio, tanto fece, tanto disse, che smosse contra della cognata il marito Augusto, con persuadergli di farla diaconessa. Egli ne dimandò il parere al patriarca Flaviano, e questi segretamente ne avvisò Pulcheria; nè di più ci volle, perchè la buona principessa da sè stessa si ritirasse dalla città, e si mettesse a far vita privata e tranquilla. Allora Eudocia, con prendere le redini, si mise a governar l'imperio ed anche l'imperadore; ed oltre a ciò, irritò il di lui animo contra di Flaviano, perchè avesse rivelato il segreto. Di qui poi venne un fiero insulto alla religione cattolica, e una frotta di gravissimi malanni contra dello stesso Teodosio, per esser egli rimasto privo dei consigli della saggia e piissima Pulcheria. Valentiniano Augusto nell'anno presente pubblicò un editto [Cod. Theod. in Append. tom. 6.], indirizzato ad Albino prefetto del pretorio e patrizio, contro i rompitori de' sepolcri: del qual delitto apertamente dicono che erano allora accusati gli ecclesiastici, i quali, condotti da uno sregolato zelo contra le memorie de' pagani, si prendevano la libertà, senza che ne fosse inteso il sovrano, di atterrare i loro sepolcri. Contra di essi, ancorchè fossero vescovi, è intimata la pena dell'esilio. Con altra legge esso imperadore si mostrò favorevole ai liberti, de' quali era ben grande il numero, con ordinare che da' figliuoli od eredi di chi gli avea manomessi non potessero essere richiamati alla schiavitù; e che avendo essi liberti dei figliuoli, ad essi pervenisse l'intera eredità del padre. E morendo senza figliuoli, un terzo di beni si avesse da consegnare ai figliuoli o pure ai nipoti di chi loro avea data la libertà. E perciocchè molti mercatanti faceano i lor traffichi senza entrar nelle città per ischivar le dogane, con altra legge proibì questa loro usanza.