Questo Avieno console occidentale vien descritto da Apollinare Sidonio [Sidon., lib. 1, cap. 9.] per uno de' più ricchi, più nobili e più savii senatori di Roma; e da qui a due anni andò con san Leone per ambasciatore ad Attila. In quest'anno Valentiniano insieme con Eudossia sua moglie e Galla Placidia sua madre andò specialmente per divozione a Roma, affin di visitare i sepolcri de' santi Apostoli. Si servì di questa occasione lo zelantissimo pontefice san Leone per implorare il di lor patrocinio, dopo aver loro rappresentata colle lagrime l'iniquità del conciliabolo d'Efeso con tanto discapito della vera dottrina della Chiesa, e deplorata la morte di san Flaviano, impetrò lettere di tutti e tre essi Augusti a Teodosio imperadore e a Pulcheria Augusta, che dopo la caduta della cognata Eudocia era tornata in palazzo, con raccomandar loro la causa della Chiesa. Scrisse l'indefesso pontefice anch'egli per questo fine a Pulcheria Augusta. La risposta di Teodosio imperadore a Valentiniano si trovò molto asciutta, perchè egli avea troppi seduttori intorno. Mandò inoltre san Leone quattro legati a Costantinopoli per chiarirsi se Anatolio, novello patriarca eletto di quella città, aderisse alla buona o falsa dottrina. Ma Iddio non abbandonò la causa della Chiesa. Succedette in questi tempi la caduta di Crisafio eunuco, il promotore di tutti quelli e d'altri disordini. Teodosio il degradò, gli confiscò quanto avea, e bandito il relegò in un'isola. Prisco istorico [Priscus, inter Excerpta Legat., tom. I Hist. Byz.] ne attribuisce la cagione alle informazioni sinistre di lui, che Marcellino ambasciatore spedito ad Attila rapportò nel suo ritorno. Niceforo Callisto [Nicephorus, lib. 14, cap. 49.] e Zonara [Zonaras, lib. 13 Annal.] pretendono che Teodosio, conoscendo d'essere stato ingannato da costui, e detestando l'empietà commessa contro di san Flaviano, ravveduto il precipitasse abbasso. Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] racconta bensì che per ordine di Pulcheria fu ucciso (il che seguì dopo la morte di Teodosio): ma nulla dice per impulso di chi succedesse la di lui rovina. È nondimeno probabile che Pulcheria trovasse la maniera di liberar la corte da questo cattivissimo mobile. Ad una tal risoluzione poco dipoi sopravvisse Teodosio II imperadore. Se s'ha da prestar fede a Niceforo Callisto, egli caduto da cavallo, mentr'era a caccia, si slogò una vertebra della spinal midolla, e di quella percossa fra alquanti dì se ne morì. Altri, secondo Zonara, attribuirono la sua morte a mal naturale, e questa accadde, per quanto si raccoglie da Teodoro lettore [Theodorus Lector, lib. 12 Hist. Eccl. in fine, et lib. 1 in princ.], a dì 28 di luglio; e non già per ferita presa nella caduta del cavallo, ma perchè nella caccia cadde in un fiume, di modo che nella notte seguente passò all'altra vita. In questo principe, come è l'ordinario degli uomini, e massimamente de' principi, molto si trovò da lodare, molto ancora da biasimare. Secondo l'autore della Miscella [Histor. Miscell., lib. 14.], fu Teodosio sì sapiente, che nel discorso familiare pareva perito di tutte l'arti e scienze. Paziente era nel freddo e nel caldo; la sua pietà non fu mediocre; digiunava spesso, massimamente il mercordì e venerdì, e il suo palazzo sembrava un monistero; perciocchè egli, levandosi la mattina per tempo, recitava colle principesse sue sorelle le lodi di Dio, e senza libro le divine Scritture. Fece una biblioteca, con raunare spezialmente gli espositori delle Scritture medesime. Esercitava la filosofia coi fatti, vincendo la tristezza, la libidine e l'ira, e desiderando di non far mai vendetta: il che se sia vero, si può raccogliere da quanto finora s'è detto di lui. Talmente in lui radicata era la clemenza, che, in vece di condannare alla morte i vivi, bramava di poter richiamare in vita i morti; e qualor taluno veniva condotto al patibolo, non giugneva alla porta della città, che per ordine dell'imperadore era richiamato indietro. Venendo poi le guerre, la prima cosa in lui era il ricorrere a Dio, e colle orazioni superava i nemici. Zonara [Zonar., lib. 13 Annal.] aggiugne ch'egli fu molto letterato e versato nelle matematiche, e specialmente nell'astronomia. Osservossi ancora in lui molta destrezza in cavalcare, saettare, dipingere e far figure di rilievo. Questi sono gli elogi di Teodosio il minore. Voltando poi carta, si truova che egli valeva poco pel governo de' popoli. Se non cadde in più spropositi, ne è dovuto il merito all'assistenza di Pulcheria sua sorella, donna di gran pietà e saviezza, che co' suoi consigli l'andava movendo e frenando. Secondochè lasciò scritto Suida, perchè era imbelle e dato alla dappocaggine, gli convenne comperar dai Barbari la pace vergognosamente col danaro, invece di procurarla valorosamente coll'armi; e di qua vennero molti altri malanni al pubblico. Allevato sotto gli eunuchi, cresciuto anche in età, dai lor cenni dipendeva; e costoro l'aggiravano a lor talento, laonde quante azioni e novità inescusabili egli commise, tutte provennero dalla lor prepotenza. Prima fu onnipotente presso di lui Antioco, poscia Amanzio, e finalmente Crisafio. L'avarizia di que' castroni fu cagione che si vendevano i posti anche militari; e quel che è peggio, la giustizia. In somma costoro, con fargli paura e trattarlo da fanciullo, e trattenerlo in alcune arti che ho mentovato di sopra, e principalmente adescandolo alla caccia, faceano essi alto e basso con danno e mormorazione inutile de' sudditi. Niceforo scrive ch'egli prima di morire conobbe i falli commessi, e si ravvide, con deporre Crisafio e rimproverar la moglie Eudocia; ma egli scredita questo racconto con alcuni errori di cronologia. La Cronica di Prospero Tirone dell'edizion del Canisio ci ha conservata una particolarità, non avvertita da altri, cioè che il corpo di Teodosio fu portato a Roma, e seppellito nella basilica vaticana in un mausoleo [Prosper Tiro, in Chron.]. Dopo aver narrata quell'autore la di lui morte nel presente anno, dice poi nel susseguente: Theodosius cum magna pompa a Placidia et Leone, et omni senatu deductus, et in mausoleo ad Apostolum Petrum depositus est.
Tenne Pulcheria Augusta per qualche tempo nascosa la morte del fratello, e fatto intanto chiamare a sè Marciano, uomo valoroso e sperto negli affari della guerra, di età avanzata, ed abile a governar l'imperio, gli disse d'aver fatta scelta di lui per dichiararlo imperadore e marito suo, ma senza pregiudizio della sua verginità, ch'ella avea consacrata a Dio. Accettata l'offerta, fu chiamato il patriarca Anatolio, convocato il senato, e fatta la proposizione, fu non tanto da essi, quanto ancora dall'esercito e dagli altri ordini acclamato imperadore Marciano. Per quanto abbiamo da Teodoro lettore [Theodor. Lector, lib. 1 Hist. Eccl.], era egli oriondo dall'Illirico; ma Evagrio [Evagr., lib. 2, cap. 1 Hist. Eccl.] merita più fede, perchè cita Prisco istorico di que' tempi, allorchè il fa nativo della Tracia. Da semplice soldato cominciò la sua fortuna; ed allorchè andava a farsi arrolare, trovato un soldato ucciso per istrada, fermossi per compassione a fine di farlo sotterrare; ma colto dalla giustizia di Filippopoli, e sospettato egli stesso autore dell'omicidio, corse pericolo della vita. Dio all'improvviso fece scoprire il reo, e Marciano si salvò. Aveva nome il soldato ucciso Augusto, ed essendo stato accettato Marciano in suo luogo, fu poi creduto questo un preludio all'imperio. Narra Teofane [Theoph., in Chron.], che trovandosi egli in Sidema città della Licia, cadde infermo, e fu ricoverato in lor casa da Giulio (Niceforo il chiama Giuliano) e Taziano fratelli, che ebbero amorevol cura di lui. Guarito che fu, e condottolo un giorno a caccia, messisi a dormire il dopo pranzo, osservarono i fratelli che un'aquila andava svolazzando sopra l'addormentato Marciano, e gli faceva ombra coll'ali; e perciò, tenendo ch'egli avesse a diventar imperadore, svegliato che fu, gli domandarono che grazia potevano sperare da lui, se fosse arrivato al trono imperiale. Stupito egli della domanda, non sapea che rispondere; ma replicate le istanze, loro promise di farli senatori. Il licenziarono dipoi con donargli dugento scudi e pregarlo di ricordarsi di loro, quando avesse mutata fortuna. E nol dimenticò già egli, perchè, verificatosi l'augurio, dichiarò Taziano prefetto della città di Costantinopoli, Giulio, ossia Giuliano, prefetto della Libia, o piuttosto, come vuol Niceforo, della Licia. Giunse Marciano ad essere domestico, cioè guardia, o pur segretario di Aspare generale dell'armata di Teodosio, e con esso lui ito in Africa, rimase prigioniere, oltre ad assaissimi altri, nella rotta che Genserico re dei Vandali diede all'esercito d'Aspare e di Bonifacio. Procopio [Procop., lib. 1, cap. 4 de Bell. Vand.] è quello che narra un caso molto simile al precedente, e forse lo stesso trasportato dall'Africa in Licia. Osservò Genserico, che mentre Marciano dormiva sulla terra, un'aquila sopravvolando il difendeva dai raggi del sole. Volle parlar seco, e riconoscer chi era; ed obbligatolo con giuramento di non far mai guerra ai Vandali, s'egli crescesse in fortuna, gli diede la libertà. In fatti, finchè egli visse, non turbò la quiete di quei Barbari. Era Marciano, per attestato di Cedreno [Cedren., in Hist.], persona venerabil d'aspetto, di santi costumi, magnanimo, senza interesse, temperante, compassionevole verso chi fallava, per altro ignorante nelle lettere e scienze. Somma, secondo Evagrio [Evagr., lib. 2, cap. 1.], fu la di lui giustizia verso i sudditi, ed era temuto, ancorchè non fosse solito a punire. Ma spezialmente risplendeva egli per la sua pietà verso Dio, e per l'amore della cattolica religione, siccome fece tosto conoscere. Non tardò, dico, egli a richiamar tutti gli esiliati; e Valentiniano Augusto, informato delle rare di lui qualità, concorse anch'egli a riconoscerlo per imperadore. L'indegno eunuco Crisafio fu dato da Pulcheria imperadrice in mano a Giordano, al cui padre era stata levata la vita dall'iniquo eunuco, e gli fu renduta la pariglia. Sappiamo ancora da Teodoro lettore [Theod. Lector, lib. 1 Hist. Eccl.] che Marciano Augusto immediatamente corresse e levò con una legge l'introdotto abuso di comperar con danaro e doni i magistrati. Pubblicò eziandio prontamente un editto [L. ult. de Apostat. Cod. Justin.] contro i chierici e monaci che sostenessero gli errori di Nestorio e d'Eutichete. Scrisse non men egli che la moglie Augusta Pulcheria a san Leone papa amorevoli lettere, accertandolo della lor premura per la dottrina della Chiesa, e proponendo, la convocazione di un concilio generale, per rimediare ai disordini precedenti. Intanto venne a morte in Roma Galla Placidia Augusta, madre di Valentiniano III imperadore. Secondo san Prospero [Prosper, in Chron.], con cui s'accorda Agnello [Agnel., Vit. Episcop. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.], scrittore del secolo nono, mancò essa di vita a' dì 27 di novembre. Fu donna di non volgar pietà e prudenza, e meritò le lodi degli antichi. Era fama in Ravenna, per quanto scrisse Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 3.], e innanzi a lui il suddetto Agnello, che fosse seppellita in quella città, e che ne esistesse il sepolcro. Se ciò è, il suo corpo sarà stato trasferito a Ravenna. Idacio [Idacius, in Chron.] mette nell'anno seguente la di lei morte, ma sarà per colpa de' copisti. Nell'anno presente Valentiniano Augusto con una sua legge [In Cod. Theodos. Append., tit. 7.] mise in briglia la crudeltà e l'avarizia degli esattori del fisco, i quali, col pretesto di cercare e riscuotere i debiti del popolo, scorrevano per le provincie, commettendo mille disordini ed avanie. Donò eziandio al popolo il restante del debito scorso fino alla prima indizione.
CDLI
| Anno di | Cristo CDLI. Indizione IV. |
| Leone papa 12. | |
| Valentiniano III imper. 27. | |
| Marciano imperadore 2. |
Consoli
Flavio Marciano Augusto e Flavio Adelfio.
Celebre fu l'anno presente per l'ultimo crollo che si diede all'eresia di Eutichete, per cura specialmente di san Leone papa e de' piissimi imperadori d'Oriente Marciano e Pulcheria. A questo fine sant'Eusebio arcivescovo di Milano tenne prima un concilio provinciale ad istanza del pontefice romano; nel quale intervenne ancora san Massimo vescovo di Torino, scrittore rinomato per le sue Omelie che sono alla luce. Tennesi poi nella città di Calcedone, correndo l'ottobre, un concilio, che è il quarto fra i generali, e il più numeroso di tutti, perchè, oltre ai legati della Sede apostolica romana, v'intervennero circa secento vescovi. Intorno a questa insigne raunanza son da vedere il cardinale Baronio e il padre Pagi ed altri autori ecclesiastici. Fu ivi concordemente condannata la falsa dottrina d'Eutichete, e deposto e mandato in esilio l'empio Dioscoro patriarca di Alessandria, il quale solamente tre anni o poco più sopravvisse alla sua caduta. Quivi ancora fu determinato che dopo il romano pontefice, il primo luogo d'onore fosse dato al patriarca di Costantinopoli: il che fu poi disapprovato da san Leone papa, qual novità contraria ai privilegi delle chiese alessandrina ed antiochena. Famosissimo ancora fu l'anno presente per la guerra d'Attila re degli Unni nelle Gallie. Se ne stava costui nella Dacia, e forse anche nella Pannonia, ossia Ungheria, turgido per la sua potenza, e voglioso di segnalarsi con qualche grande impresa, e gli se ne presentarono le occasioni. Può essere che quand'anche era sul fin della vita Teodosio II Augusto egli desse principio a quelle fiere tempeste che poscia in quest'anno fecero tanto strepito, e portarono un incredibile scompiglio alle stesse Gallie; ma certo sotto il nuovo imperadore Marciano si mirano chiari i movimenti di questo barbaro re. Il primo incentivo che ebbe Attila di turbar la pace del romano imperio venne da Giusta Grata Onoria, sorella di Valentiniano III Augusto. Già vedemmo all'anno 434 che questa sconsigliata principessa in età di circa diecisette anni s'era lasciata sovvertire con perdere il fiore dell'onestà: pel qual fallo dalla madre e dal fratello era stata inviata alla corte di Costantinopoli, dove seguitò a dimorare fino a questi tempi, ma rinchiusa in qualche luogo. Dappoichè fu succeduta la morte dell'imperador Teodosio, se non prima, macchinando essa la maniera di ricuperare la libertà, e di trovar anche marito, s'avvisò di fare ricorso ad Attila, con esibirsegli per moglie, e dargli a divedere che per mezzo di tali nozze egli acquisterebbe diritto a parte dell'imperio, parendo eziandio che gli supponesse lasciata a lei questa parte da Costanzo Augusto suo padre. Non dispiacque la proposizione al barbaro re, il quale, se fosse vero ciò che Giordano istorico [Jordan., de Regnor. success.] scrive, molto prima ne aveva avuto altri impulsi dalla medesima Onoria. Imperciocchè, dice egli, fin quando questa principessa vergine stava nella corte del fratello in Ravenna, spedito segretamente un suo famiglio ad Attila, lo invitò a venire in Italia per averlo in marito; ma non essendole riuscito il disegno, sfogò poi la sua libidine con Eugenio suo procuratore. Tuttavia poco par verisimile che Onoria allora pensasse ad accasarsi con quel re sì terribile; e non apparisce che Attila nelle sue dissensioni coll'imperio orientale ed occidentale mettesse mai fuori la pretensione d'Onoria. In questi tempi sì, cioè nell'anno precedente, è fuor di dubbio che la sfrenata principessa il mosse, e lo racconta lo stesso Giordano altrove [Jordan., cap. 43 de Reb. Getic.]; ma principalmente l'abbiamo da Prisco istorico [Priscus, Legat., pag. 39, tom. I Histor. Byz.] contemporaneo, secondo il quale, appena fu portata ad Attila la nuova, che dopo la morte di Teodosio era succeduto Marciano nel governo dell'imperio d'Oriente, che spedì a Valentiniano imperador d'Occidente a dimandargli Onoria, siccome quella che s'era impegnata di pigliarlo per consorte. Mandò ancora a Costantinopoli a richiedere i tributi. Dall'una e dall'altra corte furono rimandati indietro i messi senza nulla farne. La risposta di Valentiniano fu che non gli si potea dare Onoria, perchè era maritata con altra persona; e che l'imperio non si dovea ad Onoria, perchè agli uomini, e non alle donne, tocca il governo. Per altro, essendosi dubitato se fosse vero ciò che Attila diceva dell'esibizion d'Onoria, esso Attila, per attestato di Prisco [Idem, ibid., pag. 49.], fece per mezzo de' suoi ambasciatori vedere a Valentiniano l'anello che Onoria medesima gli aveva inviato. Similmente Marciano Augusto diede per risposta che non si sentiva voglia di pagar tributi, nè si credeva in obbligo di confermare le promesse fatte da Teodosio. Se Attila voleva star quieto, se gli manderebbono dei regali; e minacciando egli guerra, non avrebbe trovato i Romani a dormire. Attila finalmente determinò di volgersi contro l'Occidente, e di combattere non solo con gl'Italiani per ottenere Onoria in moglie, sperando di grandi ricchezze in dote, ma eziandio coi Goti delle Gallie, per dar gusto a Genserico re de' Vandali in Africa.
Per intendere quest'ultimo passo convien ascoltare Giordano storico [Jordan., de Reb. Getic., cap. 36.], il quale racconta che avendo Teoderico re de' Goti occidentali, chiamati Visigoti, data ad Unnerico figliuolo di Genserico una sua figliuola per moglie, Genserico, uomo crudele anche verso la sua stessa prole, per semplice sospetto che la nuora gli avesse preparato il veleno, le fece tagliar le orecchie e il naso, e così malconcia la rimandò a suo padre. Avuta poi contezza del gran preparamento di guerra che faceva Attila, Genserico gli inviò una gran quantità di regali, con pregarlo di volgere le armi contra il re de' Visigoti, giacchè temeva che Teoderico meditasse di far vendetta dell'affronto fatto a lui e alla figliuola. Si aggiunse finalmente ad Attila un terzo incentivo per portare la guerra in Occidente. E fu, per relazione di Prisco [Priscus, pag. 40.] istorico, che essendo morto Clodione re dei Franchi, popoli allora della Germania, Meroveo, l'uno de' due suoi figliuoli, benchè il più giovane, coll'aiuto di Aezio patrizio, generale dell'armi di Valentiniano Augusto, occupò il regno. Il primogenito (il cui nome non si sa), astretto a ritirarsi, ebbe ricorso ad Attila, con implorare soccorso da lui. Aggiugne Prisco di aver veduto Meroveo assai giovanetto, spedito a Roma da Clodione suo padre, e che la capigliatura sua era bionda e sparsa giù per le spalle. Aezio l'aveva adottato per suo figliuolo, e, dopo avergli fatto dei gran regali, l'avea inviato a Roma, acciocchè stabilisse amicizia e lega con Valentiniano Augusto. Però ancor questo fu uno dei motivi, per li quali Attila elesse di guerreggiar piuttosto in Occidente che in Oriente. L'astuto Barbaro, prima di muoversi, inviò legati a Valentiniano Augusto con lettera piena di titoli e d'espressioni della più fina amicizia, per seminar zizanie fra l'imperadore e Teoderico re dei Visigoti, esponendo che la voleva solamente contra d'essi Visigoti, e non già contra il romano imperio. E nello stesso tempo scrisse a Teoderico, esortandolo a ritirarsi dalla lega coi Romani, e ricordandogli i torti e le guerre da lor fatte alla nazione de' Goti. Ma Valentiniano, conosciuta la furberia d'Attila, immantinente spedì ambasciatori a Teoderico, esortandolo a strignersi seco in lega contro il nemico di tutto il mondo, la cui superbia era omai giunta al sommo; e sì buon effetto ebbero le sue esortazioni, che Teoderico e tutta la sua nazione animosamente ed allegramente assunsero di opporsi coll'armi al minaccioso tiranno, e per questo si preparò ed unì tutta la possanza di essi Visigoti coll'esercito romano, condottiere di cui era il valoroso Aezio patrizio. Non s'è forse mai veduto sì gran diluvio d'armati in Europa, come fu in questa occasione. Fu creduto che Attila conducesse seco settecentomila guerrieri [Histor. Miscell., lib. 15.]. Non farei sigurtà che la fama e la paura non avessero contribuito ad accrescere la per altro sterminata moltitudine d'uomini e di cavalli che Attila seco trasse a quell'impresa. Imperciocchè, oltre ai suoi Unni, ch'erano, per così dire, innumerabili, con esso lui uniti marciavano altri popoli suoi sudditi, cioè un immenso nuvolo di Gepidi col re loro Arderico, e Gualamire re degli Ostrogoti, più nobile del re a cui serviva, e che mal volontieri andava a combattere contra de' Visigoti, popolo della sua stessa nazione. Seguitavano dopo questi i Marcomanni, gli Svevi, i Quadi, gli Eruli, i Turcilingi, ossieno Rugi, coi loro principi, ed altre barbare nazioni abitanti ne' confini del Settentrione. Apollinare Sidonio [Sidon., in Panegyr. Aviti, vers. 319.], scrittore di que' tempi, descrive co' seguenti versi, secondo la edizion del Sirmondo, la formidabil armata d'Attila: