. . . . subito cum rupta tumultu

(Barbaries totas in se transfuderat Arctos)

Gallia, pugnacem regem comitante Gelono.

Gepida trux sequitur Scyrum Burgundio cogit,

Chunus, Bellonotus, Neurus, Basterna, Toringus,

Bructerus, ulvosa quem vel Nicer abluit unda.

Prorumpit Francus . . . .

Passò questo gran torrente dalla Pannonia, ossia dall'Ungheria, sul principio della primavera, e, secondochè crede il Velsero [Velserus, Rer. August., lib. 8.], prese e devastò la città d'Augusta. Quindi, a guisa di fulmine, lasciando dappertutto la desolazione, giunse sino al Reno; e fabbricate con gran fretta innumerabili barchette, gli riuscì di valicar quel fiume, con istendersi appresso addosso alla provincia della Belgica seconda. A lui niuna opposizione fu fatta, perchè, se crediamo a Sidonio, Aezio generale di Valentiniano era appena calato dall'Alpi, conducendo poche truppe, nè i Visigoti si erano per anche mossi. Pretende esso scrittore che Avito, il quale esercitava allora nella Gallia l'uffizio di prefetto del pretorio, quegli fosse che spedito da Aezio al re Teoderico, mettesse in moto l'esercito d'essi Visigoti, col quale si congiunse il romano. Nè solamente procurò Aezio d'aver seco i Visigoti, de' quali era innumerabile l'esercito, ma tirò seco altre nazioni, descritte da Giordano istorico [Jordan., de Reb. Getic., cap. 36.], cioè i Franchi, i Sarmati, gli Armoricani, i Liziani, i Borgognoni, i Sassoni, i Riparii e gl'Ibrioni, che il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] crede popoli situati presso il lago di Costanza, ma si può dubitare se fossero gli abitatori di Ivry. Nella Storia Miscella [Histor. Miscell., in tom. I Rer. Italicar.] della mia edizione sono appellati Bariones. Ed ivi, in vece di Liziani, si veggono nel ruolo degli ausiliarii romani i Luteciani, cioè i Parigini. Venne ancora in soccorso di Aezio co' suoi Alani il re Sangibano con altri popoli occidentali. Qui dalla parte de' Romani si trovarono i Franchi; e, secondo Sidonio, i Franchi furono in aiuto d'Attila. Ma l'uno e l'altro sussiste, perciocchè, siccome abbiam detto di sopra, erano allora divisi i Franchi, seguitando gli uni Meroveo collegato con Aezio, e gli altri il fratello maggiore, che s'era posto sotto la protezione d'Attila. Nella vigilia di Pasqua la città di Metz restò vittima del furore del re barbaro. La stessa disavventura toccò a quella di Treveri e di Tongres. Ma, secondochè si ha dalla Vita di san Lupo vescovo trecense, oggidì Troyes, e da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, in Catalogo Episcopor. Metens.], miracolosamente quella città si salvò, essendo passati per essa i Barbari senza vederla. Altri vogliono che il santo prelato ammollisse talmente il cuore del Barbaro, che lasciasse illesa la sua città. Sopra altre città della Gallia si sfogò la crudeltà d'Attila, finchè giunto alla città d'Orleans, gli convenne fermarsi per la resistenza de' cittadini. Secondo Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, Hist. Francor., lib. 2, cap. 8.], non fu presa quella città; ma Sidonio [Sidon., lib. 8, ep. 15.], degno di maggior fede, chiaramente asserisce che fu presa, ma non saccheggiata. Intanto il generale cesareo Aezio con Teoderico re de' Visigoti, che seco avea Torismondo suo figliuolo maggiore, e il loro potentissimo esercito, venne a fronte del ferocissimo Attila. Fu concertato il luogo della battaglia ne' campi Catalaunici, cioè nella vasta pianura di Chalons sur Marne in vicinanza della città di Rems. All'ora nona del giorno si attaccò lo spaventoso e memorabil fatto d'armi, a cui altro pari non so se mai avesse veduto l'Europa. Scrive Giordano [Jordan., de Reb. Getic., cap. 37.], e lo nota ancora [Histor. Miscella, lib. 14.] l'autor della Miscella, essere stato dagl'indovini predetto ad Attila ch'egli avrebbe la peggio, ma che perirebbe nel campo il generale dell'armata nemica; e che figurandosi il re barbaro la morte tanto da lui sospirata d'Aezio, non volle restar di venir alle mani. Si combattè con indicibil vigore ed ostinazione dall'una parte e dall'altra, finchè la notte pose fine al terribil macello. Secondochè ha il suddetto autore, lasciarono la vita sul campo cento ottanta mila persone. A Idacio [Idacius, in Chronico.] e a sant'Isidoro [Isidorus, in Chronic.], che mettono trecento migliaia di morti, noi non siamo obbligati in questo a dar fede. Ora quantunque niuna delle parti restasse vincitrice, pure gli effetti mostrarono che il superbo Attila si tenne per vinto, perciocchè nel dì seguente si trincerò forte coi carriaggi, ed ancorchè non cessasse di far trombettare ed alzar voci come di chi va a battaglia, pure non osò più di uscire in campo contra dei nemici. Rimasero anco deluse le sue speranze, perchè nel conflitto venne morto, non già Aezio, ma bensì Teoderico re dei Visigoti, che caduto da cavallo, fu conculcato da' piedi de' suoi, oppure ucciso da un dardo di Astagi Ostrogoto. Secondo la giunta da me pubblicata alla Storia Miscella, vegniamo a sapere che Torismondo figliuolo d'esso re Teoderico, per dolore della morte del padre, era risoluto di assediar Attila in quel sito, e di perseguitarlo fino all'ultimo sangue. Ma Aezio gli persuase di volar tosto a Tolosa, affinchè i suoi fratelli minori, cioè Teoderico, Federico, Teurico, Rotemero e Irmerit, non gli occupassero il regno. Si ha parimente da Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, Hist. Franc., lib. 2, cap. 7.] che Aezio fece fretta a Meroveo di tornar al suo paese, acciocchè il fratello in sua lontananza non se ne impadronisse e fosse creato re. Non fu certamente pigro Meroveo; e però, giunto alle sue contrade, fu riconosciuto re dai Franchi. Con buon fine, dice l'autor della Miscella, diede questi consigli Aezio, per timore che i Visigoti, sconfitto Attila, non alzassero la testa contra l'imperio romano. Ma probabilmente di qua venne la rovina del medesimo Aezio, siccome diremo al suo luogo.

Veggendosi pertanto Attila in libertà, tranquillamente, ancorchè temesse di qualche insidia, se ne tornò nella Pannonia, ma con risoluzione di mettere in piedi un'armata più grande, e di assalire l'Italia, giacchè non avea trovato buon vento nelle Gallie, e noto gli era che l'Italia era sprovveduta di soldatesche. Nei Frammenti di Fredegario, pubblicati dal padre Ruinart [Gregor., Oper., pag. 707.], si legge un'astuzia di Aezio, la quale non oserei mantenere per vera; cioè, che per aver soccorso da Teodoro (così è chiamato Teoderico anche da Idacio), gli esibì la metà delle Gallie; e che spediti messi segretamente ad Attila, l'invitò in aiuto suo contra de' Goti, con fare anche a lui l'esibizione suddetta. Dopo due battaglie, Aezio di notte andò a trovar Attila, e gli fece credere che veniva un esercito più forte di Goti, condotto da Teoderico fratello del re Torismondo, e tal paura gli mise, che Attila gli diede dieci mila soldi d'oro perchè gli procurasse la comodità di ritirarsi verso la Pannonia. Susseguentemente Aezio diede ad intendere a Torismondo, ch'era giunto un terribil rinforzo ad Attila, e che il consigliava di andarsene a casa, affinchè i suoi fratelli non gli occupassero il regno. Però Torismondo donò anch'egli ad Aezio altri dieci mila soldi, con pregarlo di fare in guisa che potesse liberamente co' suoi Goti ripatriare. Aezio, ciò fatto, assistito dai Franchi, andò perseguitando gli Unni alla coda fino alla Turingia, ed ordinando ogni notte dei grandissimi fuochi, affinchè paresse più grande la sua armata. E perchè i Goti faceano istanza ad Aezio ch'egli eseguisse la promessa, ed Aezio non si sentiva di umore di eseguirla, si contrastò fra di loro; ma infine si venne ad una composizione, e il tutto si quietò con avere Aezio inviato al re loro Torismondo un orbiculo di oro, ornato di gemme, che pesava cinquecento libbre. Il padre Ruinart pensa che questo orbiculo fosse un catino o piatto. Ma un catino o piatto pesante venti pesi, sarebbe stato una cosa mostruosa. Io il credo una palla rappresentante il mondo. Aggiugne Fredegario che questo picciolo mondo d'oro fino ai suoi dì (se pure egli è che parla) si conservava con gran venerazione nel tesoro dei Goti. Probabilmente in questo racconto ci sarà qualche cosa di vero; ma si può credere che le dicerie del volgo vi avran fatte le frange. In quest'anno il piissimo Marciano Augusto, perchè i pagani dopo la morte di Teodosio II imperadore doveano aver fatto delle novità, pubblicò un rigoroso editto [L. 7 Cod. Justinian. de Paganis.] contra de' medesimi, intimando la perdita de' beni e della vita a chi riaprisse i templi degli idoli, o facesse loro de' sacrifizii. Con altra legge [Cod. Theod., tom. 4,. in Append., lib. 3, tit. 3.] eziandio ordinò che si dovessero pagare alle città i canoni dovuti per gli beni passati nei particolari, e, come si può credere, dati a livello; dal che, siccome ancora da altre leggi, apprendiamo che anche allora i comuni d'ogni città godeano beni, rendite ed erario loro particolare. Truovasi ancora una legge [Cod. Theodos., ibid., lib. 2, tit. 9.] di Valentiniano, data in Roma a dì 31 di gennaio dell'anno presente, ma col titolo forse vizioso, essendo ivi Impp. Theodosius et Valentinianus. Quando essa appartenga all'anno presente, il titolo ha da essere solamente Imp. Valentinian., come nelle seguenti, perchè probabilmente Marciano non era per anche riconosciuto per imperadore da Valentiniano. Nella Cronica di Prospero Tirone [Prosper Tiro, in Chronic.], secondo l'edizione del Canisio, si legge all'anno seguente, che l'immagine di Marciano imperadore entrò in Roma a' dì 30 d'aprile: segno che solamente allora egli fu solennemente riconosciuto per Augusto in Roma. In essa legge si tratta de' servi agricoltori fuggitivi, per sapere a quai padroni dovessero ubbidire. Nella seguente è levata una falsa persuasione che non si potessero vendere beni agli uffiziali dell'imperadore, e vien provveduto ad altri pubblici affari. Mercè poi della terza legge vegniamo in cognizione che nell'anno precedente l'Italia tutta era stata flagellata da una fierissima carestia, di maniera che molti, per non morire di fame, si erano ridotti a vendere i proprii figliuoli e genitori per ischiavi, non però ai Pagani, ma ai Cristiani stessi, secondo l'uso d'allora. Comanda l'imperadore che qualora si restituisca il danaro con alquanto d'usura, si rompa la vendita fatta di quei miseri, con aggiugnere la pena di sei once d'oro a chiunque vendesse ai Barbari alcun dei cristiani.