Aezio e Studio.
Siccome osservò il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.], questo Aezio console non è il celebre Aezio patrizio, generale di Valentiniano imperador di Occidente, ma sì bene un uffiziale delle corte cesarea di Marciano Augusto. In quanto al suddetto Aezio valoroso generale delle milizie nell'imperio d'Occidente, egli diede miseramente fine in quest'anno alla vita non che alle imprese sue; perchè da Valentiniano stesso imperadore, o almeno per ordine suo, restò ucciso. San Prospero [Prosper, in Chronico.] lasciò scritto che erano seguite promesse scambievoli, convalidate da giuramenti fra Valentiniano Augusto ed esso Aezio, per la congiunzion de' figliuoli; e vuol dire che l'una delle due figliuole dell'imperadore dovea essere stata promessa in moglie ad uno de' figliuoli di Aezio, fra' quali sono a noi noti Carpilione e Gaudenzio. In vece di nascere da ciò maggior lega d'affetto, quindi ebbe principio la discordia e l'odio fra loro: mercè, per quanto fu creduto, di Eraclio eunuco, il quale s'era talmente col suo frodolento servigio renduto padrone dell'animo di Valentiniano, che il girava dovunque volea: disgrazia riserbata a tutti i principi deboli, condannati a lasciarsi menar pel naso da qualche favorito. Un giorno adunque, mentre Aezio faceva calde istanze perchè si eseguisse la promessa, e non senza commozion d'animo e con risentite parole parlava per suo figliuolo all'imperador Valentiniano, o fosse concerto fatto, o quella rissa ne facesse nascer l'occasione, l'imperadore, sfoderata la spada, se gli avventò alla vita, e, per quanto scrive Vittor Turonense [Victor Turonensis, apud Canisium.], datogli il primo colpo, gli altri cortigiani che si trovarono presenti, misero anche essi mano alle spade e lo stesero morto a terra. Erasi per sua disavventura incontrato in sì brutta scena Boezio prefetto del pretorio, senatore nobilissimo, perchè dell'insigne casa romana Anicia, e probabilmente avolo del celebre Boezio, scrittore del secolo susseguente. Perchè egli era sommamente amico di Aezio, e forse si volle interporre per quetare il tumulto, restò anch'egli in quella congiuntura ucciso. Idacio [Idacius, in Chronic.] aggiugne che altri personaggi, chiamati ad uno ad uno in corte, vi lasciarono la vita. Secondochè si ha dagli storici, furono messi in testa a Valentiniano dei sospetti contro di Aezio, quasichè egli, superbo per le vittorie riportate, per le sue ricchezze e pel credito che aveva nelle armate, meditasse di usurpargli il trono. Forse ancora gli fu opposto, ch'egli, vecchio amico degli Unni, avesse avuto dei segreti riguardi in favore di Attila sì nella Gallia che nell'Italia. Ma qui Procopio [Procop., lib. 2, cap. 4, de Vand.] ci fa sapere essere stato Massimo (poscia successor nell'imperio) quegli che segretamente tramò la morte di Aezio per vendicarsi di Valentiniano (siccome vedremo nell'anno seguente) e per levar di mezzo ai suoi disegni questo potente ostacolo; e però, guadagnati gli eunuchi del palazzo, operò che i medesimi colle arti loro imprimessero in cuore dell'imperadore diffidenze e sospetti in materia di Stato. Quel ch'è certo, siccome notò Marcellino conte [Marcell., Comes, in Chronico.], in questo prode generale venne a mancare il terrore de' Barbari e la salute dell'imperio occidentale, e ne seguì poco dopo la rovina dello stesso imperadore e dell'imperio. Però soggiugne Procopio, che avendo Valentiniano interrogato un uomo savio, se era stato bene il togliere la vita ad Aezio, questi rispose che non potea sapere se fosse bene o malfatto quel ch'era succeduto; ma parergli d'intendere una sola cosa, cioè che l'imperadore colla man sinistra aveva tagliato a sè stesso la destra. In quest'anno l'imperador Marciano pubblicò un editto [L. 3, tit. 14, in Append. Cod. Theod.] intorno ai matrimonii de' senatori, con dichiarare quali fossero le basse ed abbiette persone, le quali era loro proibito di prendere per mogli secondo una legge di Costantino, e con decidere che fosse lecito lo sposar donne ancorchè povere, purchè di nascita ingenue, e di professione e genitori non esercitanti arte vergognosa. Così l'indefesso san Leone papa, valendosi dell'animo rettissimo e piissimo di esso imperadore d'Oriente, calmò in questi tempi varii torbidi insorti nella religione, e represse l'ambizione di Anatolio patriarca di Costantinopoli, il quale contro l'autorità dei canoni del concilio niceno s'era studiato di esaltar la sua Chiesa in pregiudizio di quelle d'Alessandria e d'Antiochia. A persuasione sua ancora il buon imperadore pubblicò nuovi editti contro gli eutichiani ad altri eretici, che tuttavia infestavano colle lor false dottrine l'Oriente; ed insieme confermò i privilegii antecedentemente conceduti alle Chiese cattoliche.
CDLV
| Anno di | Cristo CDLV. Indizione VIII. |
| Leone papa 16. | |
| Marciano imperadore 6. | |
| Avito imperadore 1. |
Consoli
Valentiniano Augusto per l'ottava volta ed Antemio.
L'anno è questo in cui l'imperio di Occidente, già lacerato in varie parti dai Barbari, diede un gran crollo, e cominciò ad avvicinarsi alla rovina. Il che avvenne per la morte di Valentiniano imperadore, non naturale, ma violenta, a cui soggiacque egli o per la sua poca prudenza, o pel merito delle sue poco lodevoli azioni. Ascoltiamo prima Procopio [Procop., lib 1, cap. 4 de Bell. Vandal.], che narra l'origine di questa tragedia. Petronio Massimo, uno de' senatori più illustri e potenti di Roma, stato due volte console, avea per moglie una dama che insieme sapeva congiungere una rara bellezza con una singolar pudicizia. Se ne invaghì perdutamente Valentiniano, quantunque avesse per moglie Eudossia, principessa di beltà non ordinaria; e conoscendo che nè i doni nè le preghiere e lusinghe avrebbono potuto espugnar quella rocca, si appigliò ad una risoluzione nefanda. Fatto chiamare in corte Massimo, e vintagli certa quantità di danaro, si fece dare in pegno il suo anello; dopo di che immediatamente spedì alla di lui moglie un messo, con dirle che per ordine di Massimo venisse tosto alla corte per salutar l'imperadrice. Ella, prestata fede all'anello, si mise in lettiga, e fu a palazzo, dove introdotta che fu dai ruffiani della corte in una camera, Valentiniano l'assalì, e non ostante la di lei resistenza sfogò le brutali sue voglie con essa. Tornata a casa piena di vergogna e dolore la donna si diede ad un dirotto pianto; e capitato il marito, caricatolo di villanie e d'imprecazioni, si sfogò seco, imputando a lui l'affronto ch'ella avea patito. Diede nelle smanie Massimo; ma siccome persona accorta trattenne e nascose il suo risentimento, cominciando da lì innanzi a meditar la morte dell'imperadore. Prima nondimeno volle sbrigarsi di Aezio patrizio, la cui morte, per quanto abbiam detto, fu sua occulta manifattura. Poscia, guadagnati gli amici di Aezio, ed incitati alla vendetta, per mezzo d'essi fece levar la vita a Valentiniano. Anche Teofane [Theoph., in Chronograph.], sulla fede, cred'io, di Procopio, descrive questo imperadore qual uomo pieno di vizii, e massimamente d'adulterii, per giugnere ai quali non lasciava indietro gl'incantesimi. Cedreno, Zonara e Niceforo, tutti autori greci, copiandosi l'un l'altro, dicono altrettanto; ma io non so perchè mai niuno degli storici latini abbia almeno accennato alcuna di tante malvagità di Valentiniano, nè come Eudossia imperadrice amasse tanto un marito quale a noi vien supposto, cioè macchiato di tanti tradimenti alla fede maritale. Dal solo Apollinare Sidonio il veggo chiamato semivir amens. Comunque sia, egli è fuor di dubbio, secondo san Prospero [Prosper Tiro, in Chron.], che avendo Valentiniano imprudentemente accettati fra le sue guardie alcuni de' soldati ed amici di Aezio, già da lui ucciso, costoro aspettarono il tempo e l'occasion di vendicare la di lui morte. Uscito egli di Roma nel dì 27 di marzo, secondo la Cronica pubblicata dal Cuspiniano [Chronol. a Cuspiniano edita.], mentre era intento al giuoco del portarsi l'un l'altro, se gli scagliarono improvvisamente addosso costoro, e con varii colpi il distesero morto al suolo. Era seco quel mal arnese d'Eraclio suo eunuco, odiato da tutti, come promotore della rovina d'Aezio, e a lui parimenti toccò una salva di colpi, per i quali cadde morto; nè alcuno del numeroso regale corteggio si mosse alla difesa o vendetta del sovrano. Cassiodoro [Cassiodorius, in Chron.] e Vittor Turonese [Victor Turonensis, apud Canisium.] scrivono ch'egli fu ucciso nel campo Marzio. Prospero Tirone [Prosper Tiro, in Chron., edition. Canis.] dell'edizion del Canisio mette accaduta questa tragedia nel luogo appellato ai due Lauri; e Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], coll'autore della Miscella [Histor. Miscell., lib. 15.], nomina due di questi sicarii, cioè Ottila e Traustila, amendue già sgherri d'Aezio e Barbari di nazione.
Dopo questa scena Petronio Massimo, autore della morte non men d'Aezio che di Valentiniano III, non avendo più ostacolo, nel dì seguente si fece proclamare imperadore de' Romani. Il Reinesio [Reines., Inscript. Class. I, num. 39.] nell'albero della casa Anicia dimenticò di porre costui, quantunque in una medaglia riferita dal Goltzio [Goltzius, Numism.] e dal Mezzabarba [Mediobarb., Numism. Imperator.] egli si vegga chiamato D. N. FL. ANICIUS MAXIMUS P. F. AVG. Ma se fosse vero ciò che scrive Teofane [Theoph., in Chronogr.], cioè che questo Massimo era nipote di quel Massimo che a' tempi di Teodosio il grande strepitosamente usurpò l'imperio, non sarebbe egli da attribuire alla famiglia Anicia, perchè con essa nulla avea che fare Massimo il tiranno. Però o Petronio Massimo non fu Anicio, e quella medaglia è falsa; o, come è più probabile, Teofane prese abbaglio, ingannato dalla somiglianza del cognome. Non tardò Massimo, dappoichè fu alzato al trono imperiale, ad indurre, prima colle buone, poi colle brusche, Eudossia vedova a non piangere l'ucciso imperadore, e a prendere lui per marito, giacchè gli era poco dianzi mancata di vita la prima moglie. Eudossia, suo malgrado, vi consentì, perchè non sapea che per trama di lui fosse stato tolto di vita l'Augusto consorte. Procopio, Evagrio e Teofane coi lor copiatori, cioè Cedreno, Zonara e Niceforo, scrivono che la violenza fatta ad Eudossia fu maggiore di quel che ho detto: il che poi non s'accorda con quel che soggiungono; cioè, che essendo essi coniugati in letto, e ragionando degli affari loro, Massimo in confidenza le disse di aver egli procurata la morte di Valentiniano pel grande amore che a lei portava: stolto ch'ei fu a rivelare e mettere quel segreto in petto di donna, che si mostrava tuttavia tanto appassionata pel primo consorte. Internamente a questo avviso fremè di sdegno Eudossia, e pensando alla maniera di farne vendetta [Theoph., in Chronogr.], ed insieme di ricuperare la libertà, giacchè dopo la morte di Teodosio II suo padre e della zia Pulcheria non sapeva sperar aiuto dall'imperador d'Oriente, si appigliò ad una abbominevol risoluzione, che tornò poscia in rovina di Roma e di lei medesima. Cioè spedì ella segretamente in Africa lettere a Genserico re de' Vandali, pregandolo di venir quanto prima a vendicar la morte di Valentiniano già suo collegato, con offerirgli ogni assistenza dal canto suo. Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], Procopio [Procop., lib. 1, cap. 4 de Bell. Vand.] ed Evagrio [Evagr., Hist. Eccl., lib. 2.] attestano anch'essi che Genserico fu sollecitato con lettere assai calde dalla furente imperadrice a venir colle sue forze contra l'odiato suo consorte. A braccia aperte Genserico accolse l'invito, non già per carità verso d'Eudossia, ma per la speranza di un gran bottino; e messa in punto una formidabil flotta, comparve con essa alle spiaggie romane. Secondochè abbiamo da Idacio [Idacius, in Chron.], Massimo avea dichiarato Cesare Palladio figliuolo suo e della prima moglie, e congiunta seco in matrimonio una figliuola di Valentiniano, cioè, per quanto si crede, Eudocia, chiamata da altri Eudossia, primogenita d'esso imperadore. Per quanto scrive san Prospero [Prosper, in Chron.], ossia Prospero Tirone, s'era già divulgato fra il popolo ch'egli era stato autore della morte d'Aezio e di Valentiniano, al vedere ch'egli non solamente non gastigò i loro uccisori, ma gli aveva anche presi sotto la sua protezione. Perciò la speranza conceputa che questo novello Augusto dovesse riuscire d'utilità alla repubblica si convertì in odio quasi universale contra di lui. Uditosi poi l'avviso d'essere approdata in vicinanza di Roma l'armata navale dei Vandali, molti nobili e popolari cominciarono a fuggire; e lo stesso Massimo, diffidandosi di poter fare resistenza a quei Barbari, dopo aver data a tutti licenza di andarsene, pieno di spavento, prese anche egli lo spediente di ritirarsi altrove. Ma nell'uscir di palazzo, svegliatosi un tumulto fra il popolo, fu da esso, e massimamente dai soldati e servitori di corte, tagliato a pezzi e gittato nel Tevere, senza che gli restasse neppur l'onore della sepoltura. Non tenne l'imperio se non due mesi e diciassette giorni, secondo san Prospero, e però cadde nel dì 11 di giugno la morte sua. Dovette eziandio restar vittima del furor popolare Palladio suo figliuolo, giacchè Eudocia sua moglie si vede da lì a non molto maritata con Unneri cofigliuolo del re Genserico. Per altro ha qualche aria d'inverisimile la chiamata dei Barbari attribuita ad Eudossia Augusta, stante il breve spazio di due mesi, in cui si suppone rivelato da Massimo il suo segreto, chiamato dall'Africa Genserico, fatti da lui i convenevoli preparamenti, e giunta la sua flotta ai lidi romani, per tacere altri riflessi. Oltredichè, dopo i fatti, non si può dir quanto sia facile il popolo a sognare e spacciar voci false.
Comunque sia, sbarcate le vandaliche milizie, tra le quali era anche una gran quantità di Mori, tratti dall'avidità della preda, nel dì 12 di giugno, e non già nel dì 12 di luglio, come scrive Mariano Scoto [Marian. Scotus, in Chron.] (errore a cui non fece mente il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.]), trovò poca difficoltà il re Genserico ad entrare in Roma, rimasta senza gente e presidio abile a far difesa, e lasciò libero il campo ai suoi di saccheggiar l'infelice città. L'autore della Miscella [Histor. Miscell., lib. 15.], secondo la mia edizione, scrive che il santo pontefice Leone uscì fuori della città incontro al re barbaro, e non men col suo venerabile aspetto che colla sua eloquenza ottenne che non si ucciderebbono nè tormenterebbono i cittadini, e resterebbono salve dal fuoco le case. Durò il saccheggio quattordici dì, ne' quali fu fatta un'esatta ricerca di tutto il meglio che s'avessero gli abitatori, e rimase spogliata la misera città di tutte le sue ricchezze, che furono imbarcate ed inviate a Cartagine. Scrive Procopio [Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 5.] che coloro asportarono dall'imperial palazzo quanto v'era di buono, nè vi lasciarono pur un vaso di rame. Diedero parimente il sacco al tempio di Giove Capitolino, il quale è da stupire come tuttavia sussistesse, con portarne via la metà del tetto, ch'era d'ottimo bronzo indorato, ed una delle superbe e mirabili rarità di Roma. Corse fama che la nave in cui erano condotti gl'idoli dei Romani perisse nel viaggio. Furono inoltre menate in ischiavitù molte migliaia di cittadini romani, e fra essi, per attestato d'Idacio [Idacius, in Chronico.], Gaudenzio figliuolo d'Aezio. Provò allora anche la sconsigliata imperadrice Eudossia (se pur fu vero l'invito fatto a Genserico) i frutti della sua pazzia, in essersi fidata del re barbaro ed eretico; perciocchè anch'ella colle sue due figliuole, Eudocia e Placidia, corse la medesima fortuna, essendo state tutte e tre condotte prigioniere a Cartagine. Genserico dopo alcuni anni, come diremo, diede per moglie Eudocia ad Unnerico suo primogenito, a cui ella col tempo partorì un figliuolo appellato Ilderico. Nella sola Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.] questa principessa vien chiamata non già Eudocia, ma Onoria; e perciò tanto il Du-Cange quanto il padre Pagi credettero ch'ella avesse due nomi; e giunse il suddetto Pagi fino ad immaginare ch'essa prendesse dal nome di Unnerico ossia Honorico suo consorte quello d'Onoria. Ma nulla di ciò, a mio credere, sussiste. Si dee tener per error de' copisti il nome di Onoria nella Cronica Alessandrina, giacchè tutti gli altri scrittori la chiamano solamente Eudocia. E se il padre Pagi soggiugne che anche Prisco, istorico [Priscus, tom. 1 Hist. Byz.] di que' tempi, le dà il nome di Onoria alla facciata 42, egli prese abbaglio, perchè si attenne alla versione latina, laddove il testo greco ha chiaramente Εὐδωκία Eudocia, siccome ancora alla facciata 74. Falla eziandio l'autore della Miscella [Hist. Miscella, tom. 1 Rer. Italicar., pag. 98.], secondo l'edizion mia, allorchè scrive che Eudocia fu maritata con Trasamondo figliuolo di Genserico. Ma è ben degna d'osservazione una particolarità ch'egli aggiunge, taciuta da tanti altri autori. Cioè che, dopo avere abbandonata Roma, i Vandali e Mori si sparsero per la Campania, saccheggiando, incendiando quanto incontrarono. Presero Capoa, e la distrussero sino ai fondamenti; altrettanto fecero a Nola città ricchissima. Non poterono aver Napoli nè altri luoghi forti, ma diedero il sacco a tutto il territorio, e condussero seco in ischiavitù chi era avanzato alle loro spade. Appresso racconta che Paolino, piissimo vescovo di Nola, dopo aver impiegato quanto avea pel riscatto de' poveri cristiani, altro non restandogli in fine, per compassione ad una misera vedova, andò egli stesso in Africa a liberare un di lei figliuolo, con rimaner egli schiavo; ma, conosciuta dipoi la sua santità, fu lasciato andar da que' Barbari con quanti Nolani si trovavano schiavi. Sembra, è vero, a tutta prima che questo autore abbia confuso le crudeltà commesse dai Goti sotto Alarico nell'anno 409, dopo la presa di Roma, con quest'altra disavventura della medesima città. Ma può stare benissimo che i Vandali portassero la loro fierezza anche nella Campania. San Gregorio il Grande, che fiorì sul fine del secolo susseguente, narra anch'egli il fatto suddetto di san Paolino [Gregor. Magnus, lib. 3, cap. 2 Dialogor.]: quum saevientiun Vandalorum tempore fuisset Italia in Campaniae partibus depopulata. E di qui si può prender maniera per isciorre un nodo avvertito dagli eruditi, i quali trattano come favola la schiavitù in Africa di san Paolino; perchè altro san Paolino vescovo di Nola non riconoscono se non quello che fiorì a' tempi dei santi Girolamo ed Agostino. Ma il padre Gianningo della compagnia di Gesù giudiciosamente osservò [Acta Sanctorum, in Append. ad Vit. sancti Paulini ad diem 22 jun.], aver Nola avuto più d'un Paolino per suo vescovo, e che non sotto il primo, ma sotto uno de' suoi successori potè succedere il fatto di quella vedova, il quale incautamente nel Breviario e Martirologio romano vien attribuito al primo san Paolino. Ora ecco dall'autore della Miscella autenticate le conghietture del padre Gianningo, e doversi riferire a questi tempi la distruzione di Capoa e di Nola, e un altro san Paolino vescovo dell'ultima città. E così possiam credere, finchè dia l'animo ad alcuno di mostrarci che in ciò si sieno ingannati san Gregorio Magno e l'autore della Miscella.