Sappiamo bensì che si dilungò dal vero sant'Isidoro in iscrivendo [Isidorus, in Chron. Vandal.] che Genserico solamente dopo la morte di Maioriano Augusto prese e saccheggiò Roma: il che sarebbe accaduto nell'anno di Cristo 462. È troppo patente un anacronismo tale. Lasciò parimente Evagrio [Evagr., lib 2, cap. 7 Hist. Eccl.], che Roma in tal congiuntura fu data alle fiamme; ma anch'egli s'ingannò. Pretende il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], coll'autorità di Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vita Leonis Magni.], che i Vandali portassero rispetto alle tre primarie basiliche di Roma, e non ne asportassero i sacri vasi: intorno a che è di dire che non è ben chiaro quel passo. Certo è bensì che una gran quantità di sacre suppellettili con gemme e vasi di oro e d'argento, tolta alle chiese, trasportata fu in Africa da que' masnadieri. E Teofane [Theoph., in Chronogr.] aggiugne che furono del pari menati via i vasi del tempio di Gerusalemme, che Tito imperadore, dopo la presa di quella città, avea condotto a Roma. Questi poi, allorchè Belisario riacquistò l'Africa al romano imperio, per attestato di Procopio [Procop., de Bell. Vandal., lib. 2 cap. 9.], furono trasferiti a Costantinopoli. Si raccoglie poi da san Leone papa [Sermo LXXXI s. Leonis, in Octava Apostol.], che fu istituita una festa in Roma in ringraziamento a Dio, perchè i Barbari avessero, con andarsene, lasciata in libertà quella città. Del pari merita ben d'essere qui rammentata l'incomparabil carità di Deogratias, vescovo di Cartagine, di cui abbiam parlato di sopra, giacchè questa viene a noi descritta da Vittore Vitense [Victor Vitensis, lib. 1 de Persecut. Vandal.]. Giunsero in Africa tante migliaia di schiavi cristiani, e ne fecero la division fra loro i Vandali e i Mori, con restar separati, secondo l'uso dei Barbari, le mogli dai mariti, i figliuoli dai genitori. Immediatamente quell'uomo di Dio vendè tutti i vasi d'oro e d'argento delle chiese per liberar quei che potè dalla schiavitù, ed impetrare per gli altri che i mariti stessero colle loro consorti, e i figliuoli coi lor padri. E perchè niun luogo bastava a capire tanta moltitudine di miseri cristiani, deputò per essi le due più ampie basiliche di Fausto e delle Nuove, con letti o stramazzi da poter quivi riposare, e diede anche il cibo giornaliero a proporzione delle persone. Non pochi parimente di quegl'infelici erano caduti infermi a cagion de' disagi patiti per la navigazione, o per la crudeltà di que' Barbari. Il santo vescovo, benchè vecchio, quasi ad ogni momento li visitava insieme coi medici, e coi cibi, perchè, secondo l'ordine di essi medici, a cadauno in sua presenza venisse somministrato il bisognevole. E non restava neppur la notte di far questo esercizio il pio prelato a guisa d'una amorevolissima balia, correndo a letto per letto, e interrogando come si portava ciascuno di quei poveri malati. Miravano con occhio livido i Vandali ariani la mirabile carità di questo vescovo cattolico, e varie volte mancò poco che sotto varii pretesti non l'uccidessero. Ma Iddio volle per sè da lì a qualche tempo quest'insigne operaio della sua vigna, con tal dolore de' cattolici di Cartagine, che allora maggiormente si credettero dati in mano ai Barbari, quando egli passò al cielo. Tre anni soli durò il suo vescovato, ma ne durerà presso i fedeli la memoria nel Martirologio romano a dì 22 di marzo.
Fioriva in questi tempi con gran riputazione nelle Gallie Avito, nominato più volte di sopra, di nobilissima casa della provincia d'Auvergne, come scrisse Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 2, cap 11.]. Dianzi era con lode intervenuto a varie battaglie; aveva esercitata la carica di prefetto del pretorio delle Gallie, ed ultimamente, mentre egli si godeva la sua quiete in villa, Massimo Augusto, conoscente non meno del di lui merito che della probità e valore, l'avea dichiarato generale dell'esercito romano in quelle parti. E ben ve n'era bisogno, perchè i Visigoti, i Franchi ed altri popoli, udita la morte di Valentiniano, cominciavano a far movimenti di guerra. Nè solamente gli conferì Massimo questa dignità, ma gli ordinò soprattutto di stabilir la pace con Teoderico II re de' Visigoti. A tale effetto avendo Avito mandato avanti Messiano patrizio a parlare col re, anche egli appresso passò a Tolosa, e quivi intavolò la pace desiderata. Quando ecco giugnere nello stesso tempo la nuova che Massimo imperadore era stato tagliato in brani dal popolo e da' soldati, e che Genserico, entrato in Roma, avea quivi lasciata la briglia alla sua crudeltà. Allora gli uffiziali romani, e il medesimo re Teoderico, consigliarono a gara Avito di prendere le redini dell'imperio, giacchè il trono imperiale era voto, nè si facea torto ad alcuno; e in Roma allora altro non v'era che pianto e miseria. Gli promise Teoderico, oltre alla pace, anche l'assistenza sua per liberare l'afflitta città, e far vendetta di Genserico. Se crediamo ad Apollinare Sidonio [Sidon., in Panegyr. Aviti.], marito d'una figliuola d'Avito stesso, egli ripugnò non poco ad accettar questa splendidissima offerta, e fecesi molto pregare; ma Gregorio Turonese [Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 11.] pretende che egli stesso si procurasse un sì maestoso impiego. In Tolosa dunque fu conchiusa la di lui assunzione al trono cesareo; ed essendo egli poi venuto ad Arles, luogo di sua residenza, in essa città col consentimento dell'esercito e de' popoli fu compiuta la funzione, con esser egli proclamato imperadore Augusto, e col prendere la porpora e il diadema. Credesi che ciò seguisse nel dì 10 di luglio. Da una iscrizione riferita dal padre Sirmondo [Sirmondus, in Notis ad Panegyr. Aviti.] possiamo raccogliere che questo imperadore portasse il nome di Eparchio Avito. In una sola medaglia riferita dal Goltzio [Goltzius, Numism.] e dal Mezzabarba [Mediob., Numismat. Imp.], esso viene intitolato D. N. FLAVIVS MAECILIVS AVITVS P. F. AVG; ma non tutte le medaglie pubblicate dal Goltzio portarono l'autentica con loro, e senz'altro pruove, la sua non è qui decisiva. Marciano Augusto in quest'anno si mostrò favorevole al clero, ordinando [L. Generali I Lege, Cod. Justinian. de episc. et cleric.] che fosse lecito alle vedove, diaconesse e monache di lasciare nell'ultima volontà ciò che loro piacesse, alle chiese, ai cherici e monaci: il che prima era vietato per una legge di Valentiniano, Valente e Graziano, a cagion d'alcuni che frequentavano troppo e con troppa avidità le case d'esse femmine sotto pretesto di religione. Può anche appartenere al presente anno ciò che vien raccontato da Prisco storico [Priscus, tom. 1 Histor. Byzant., pag. 73.] di questi tempi. Cioè, ch'esso imperador Marciano, da che ebbe inteso il sacco di Roma, e che Genserico aveva condotta seco in Africa l'Augusta Eudossia colle principesse figliuole, non potendo rimediare al male già fatto, almeno spedì ambasciatori al re barbaro, comandandogli di guardarsi dal più molestare l'Italia, e che rimettesse in libertà la vedova imperadrice colle figliuole. Genserico se ne rise, e rimandò i legati con buone parole, senza voler liberare quelle principesse. Dimorava tuttavia in questi tempi nella città di Gerusalemme Eudocia, ossia Atenaide, vedova di Teodosio II imperadore, e madre della suddetta Eudossia Augusta. Racconta Cirillo monaco, nella Vita di santo Eutimio abbate [Cotelerius, tom. 4 Monument. Eccl., p. 64.], che questa principessa seguitava l'eresia degli eutichiani, e per quante lettere le andassero scrivendo Valerio suo fratello (Valeriano è questi chiamato nella Cronica d'Alessandria) ed Olibrio genero di sua figliuola, perchè abbandonasse quella setta, mai non s'indusse a cangiar sentimenti. Si sa ancora che san Leone papa [Leo Magnus, ep. LXXXVIII ad Julian.] scrisse alla medesima lettere esortatorie per questo, ed altrettanto avea fatto Valentiniano III Augusto suo genero, ma sempre indarno. Giunse finalmente a lei la funesta nuova ch'esso Valentiniano era stato ucciso, e che la figliuola colle nipoti era stata condotta prigioniera in Africa: allora Eudocia, battuta da tanti flagelli, fatto ricorso ai santi Simeone Stilita ed Eutimio, ritornò alla fede cattolica, con adoperarsi dipoi acciocchè molti altri abiurassero gli errori d'Eutichete. Le parole di Cirillo suddetto ci fan conoscere vero quanto si truova scritto da Procopio [Procop., de Bell. Vandal. lib. 1, cap. 5.] e da Teofane [Theoph., in Chronogr.]: cioè che Placidia, figliuola minore di Valentiniano III imperadore, condotta colla madre Eudossia e colla sorella Eudocia in Africa da Genserico, era già maritata con Olibrio nobilissimo senatore romano. Evagrio [Evagr., lib. 2, cap. 7 Hist. Eccl.] all'incontro chiaramente scrive che Placidia, dappoichè fu messa in libertà per ordin di Marciano Augusto, prese per marito esso Olibrio, fuggito a Costantinopoli dopo la entrata de' Vandali in Roma. Ma qui l'autorità di Evagrio, benchè seguitata dal Du-Cange [Du-Cange, Famil. Byzant.], ha poco peso; perciocchè Placidia solamente dopo la morte di Marciano imperadore fu posta in libertà. Sembra eziandio che Prisco, istorico di que' tempi, asserisca [Priscus, Hist. Byz., tom. 1, pag. 74.] seguito quel matrimonio solamente dappoichè fu restituita alla primiera libertà questa principessa, con dire ἥν ἐγεγαμἠκει Ὀλίβιρος, cioè, secondo la versione latina del Cantoclaro, quam duxit Olibrius; ma si dovea più giustamente traslatare quam duxerat Olibrius.
CDLVI
| Anno di | Cristo CDLVI. Indizione IX. |
| Leone papa 17. | |
| Marciano imperadore 7. | |
| Avito imperadore 2. |
Consoli in Oriente Varane e Giovanni.
Console in Occidente Eparchio Avito Augusto.
Non per anche dovea Marciano Augusto avere riconosciuto Avito per imperadore, e però egli solo creò i consoli in Oriente. Ma infallibilmente sappiamo che Avito, già dichiarato Augusto, ed accettato per tale dal senato romano, anzi invitato da esso a Roma, prese il consolato di quest'anno in Occidente. Abbiamo qualche iscrizione in testimonianza di ciò, che si legge anche nella mia Raccolta [Thes. novus Inscript.]. E soprattutto resta il panegirico recitato in Roma per tale occasione in onore d'Avito da Apollinare Sidonio, celebre scrittore di questi tempi [Sidon., in Panegyr. Aviti.]. Il Relando [Reland., Fast. Cons.], che differisce all'anno susseguente il consolato d'Avito, non ha ben fatto mente che in questo medesimo anno Avito precipitò dal trono. Venuto egli dunque a Roma, spedì, per attestato d'Idacio [Idacius, in Chron.], i suoi ambasciatori (fors'anche gli avea spediti prima) a Marciano imperadore d'Oriente; e, secondochè scrive il medesimo storico, fu approvata la sua elezione. Ma perciocchè gli Svevi, che signoreggiavano nelle provincie occidentali della Spagna, mostravano gran voglia di far dei movimenti, anzi infestavano la provincia di Cartagena, Avito ad essi ancora inviò per ambasciatore Frontone conte, e pregò Teoderico II re de' Visigoti che anch'egli, siccome suo collegato, mandasse un'ambasceria a que' Barbari per indurli a conservar la pace giurata colle provincie che restavano in Ispagna all'imperio romano. Andarono gli ambasciatori, ma non riportarono se non delle negative da quegli alteri. E Rechiario re d'essi Svevi, che Riciario è appellato da Giordano storico, per far ben conoscere qual rispetto egli professava ai Romani e Goti, corse a far dei gran danni nella provincia tarraconense. Questo fu il frutto delle premure dell'imperadore Avito e di Teoderico re de' Visigoti. Oltre a ciò, racconta Prisco istorico [Priscus, tom. 1 Histor. Byz., pag. 73.] che Avito imperadore mandò in Africa altri ambasciatori ad intimare a Genserico re dei Vandali l'osservanza dei patti stabiliti un pezzo fa coll'imperio romano; perchè altrimenti gli muoverebbe guerra colle milizie romane e de' suoi collegati. Marciano Augusto probabilmente in questo medesimo anno, giacchè nulla avea fruttato la spedizione precedente, inviò di nuovo ad esso re Bleda, vescovo ariano, cioè della setta degli stessi Vandali, per dimandare la libertà delle principesse auguste e la conservazione della pace. Bleda parlò alto, minacciò, ma nulla potè ottenere. Anzi Genserico, più orgoglioso che mai, seguitò in Africa a perseguitare i cattolici, come a lungo racconta Vittore Vitense. Inoltre, per relazione del suddetto storico Prisco, con una numerosa flotta d'armati andò a sbarcare di nuovo nella Sicilia e ne' vicini luoghi d'Italia, con lasciar la desolazione dovunque arrivò. Procopio anch'egli attesta che Genserico, dopo la morte di Valentiniano, non lasciò passar anno che non infestasse la Sicilia e l'Italia con prede incredibili, rovine delle città e prigionia de' popoli. Aggiugne Vittore Vitense [Victor Vitensis, lib. 1, cap. 17 de persecut.] che questo re divenuto corsaro coi Mori antichi corsari, afflisse in varii tempi la Spagna, l'Italia, la Dalmazia, la Campania, la Calabria, la Puglia, la Sicilia, la Sardegna, i Bruzii, la Venezia, la Lucania, il vecchio Epiro e la Grecia, con perseguitare dappertutto i cattolici, e farvi de' martiri. La menzione che questo scrittore fa della Campania dà credito al racconto dell'autore della Miscella, riferito da me all'anno precedente intorno all'eccidio di Capoa e Nola, e al passaggio in Africa di san Paolino juniore vescovo di Nola. Vengono ancora confermate le scorrerie di questo re crudele dal poco fa mentovato Idacio, scrivendo egli che essendo capitate cinquantanove navi cariche di Vandali da Cartagine nella Gallia, o pur nell'Italia, spedito per ordine di Avito imperadore contra coloro Recimere conte suo generale, gli riuscì di tagliarli a pezzi. Soggiugne che un'altra gran moltitudine di que' Barbari nella Corsica era stata messa a filo di spada.
Vedendo intanto Teoderico II re dei Visigoti che gli Svevi signoreggianti nella Gallicia niun conto aveano fatto degli ambasciatori loro spediti, secondochè si ha da Idacio [Idacius, in Chron.] e da Giordano storico [Jordan., de Reb. Get., cap. 44.], tornò ad inviarne loro degli altri, nè questi ebbero miglior fortuna. Anzi poco dopo Rechiario re d'essi Svevi con grosso esercito ritornò addosso alla provincia tarraconense, e ne condusse via un immenso bottino con gran numero di prigioni. Giordano aggiugne aver risposto l'altero Rechiario a Teoderico, che se non la dismetteva di mormorare di lui, sarebbe venuto fino a Tolosa, e si sarebbe veduto se i Goti avessero forze da resistergli. Allora Teoderico perdè la pazienza, e, per ordine dello stesso Avito Augusto, allestito un poderoso esercito di Goti, dall'Aquitania passò in Ispagna, per fare un'ambasciata di maggior vigore a que' Barbari. Seco andarono Giudiaco, ossia Chilperico re de' Borgognoni, colle lor soldatesche. Dodici miglia lungi da Astorga, oggidì città del regno di Leone, si trovò a fronte d'essi il re degli Svevi Rechiario col nervo maggiore delle sue genti presso il fiume Urbico nel quinto giorno di ottobre. Fecesi un sanguinoso fatto di arme; furono totalmente sconfitti gli Svevi, il re loro ferito potè per allora mettersi colla fuga in salvo. Giunto poscia il vittorioso Teoderico alla città di Braga, nel dì 28 d'ottobre, la prese, la diede a sacco, fece prigione gran quantità di Romani, non fu perdonato nè alle chiese nè al clero; insomma tutto fu orrore e crudeltà. Trovandosi poi esso re nel luogo Portucale, onde è venuto il nome di Portogallo, gli fu condotto prigione il re suddetto Rechiario, il quale si era messo in una nave fuggendo, ma da una tempesta di mare fu menato in braccio ai Visigoti. Ancorchè fosse cognato di Teoderico, da lì a qualche tempo restò privato di vita. Allora Teoderico diede per capo agli Svevi, che s'erano sottomessi a lui, Aiulfo suo cliente, e dipoi passò dalla Gallicia nella Lusitania. Ma questo Aiulfo non istette molto che, sedotto dagli Svevi, alzò la testa contra del suo benefattore; e male per lui, perchè venuto alle mani con Teoderico, e rimasto in quella battaglia preso, lasciò la testa sopra d'un patibolo. Ottennero dipoi gli sconfitti Svevi, per mezzo de' sacerdoti, il perdono da Teoderico, ed ebbero licenza di eleggersi un capo, che fu Remismondo. In tal maniera furono gastigati gli Svevi, ma colla desolazion del paese, e senza profitto alcuno del romano imperio; perciocchè quelle provincie vennero sotto il dominio dei Visigoti. Tutto questo racconto l'abbiamo da Giordano e da Idacio; e l'ultimo d'essi riferisce questi fatti in due diversi anni, ma probabilmente non senza errore, perchè appresso narra la caduta di Avito imperadore, la qual nondimeno accadde in questo medesimo anno. Il suddetto re Teoderico II vien lodato assaissimo da Apollinare Sidonio [Sidon., lib. 1, epist. 2.] per le sue belle doti.
Come poi cadesse Avito dal trono, se ne ha un solo barlume dall'antica storia, cioè solamente è a noi noto che Avito standosene in Roma, ed accortosi che quivi non era sicurezza per lui, mercè della persecuzione mossa contra di lui da Ricimere, si ritirò come fuggitivo a Piacenza. Dopo la morte d'Aezio, era stato conferito a questo Ricimere il grado di generale delle armate cesaree. In una iscrizione rapportata dall'Aringhi [Aringhius, Rom. Subterran., lib. 4, cap. 7.] egli è chiamato Flavio Ricimere. Ennodio [Ennodius, in Vita s. Epiphanii.] ci rappresenta costui di nazione Goto. Ma è più da credere ad Apollinare Sidonio, autore contemporaneo ed amico d'esso Ricimere, allorchè attesta che egli era nato di padre svevo e di madre gota, e nipote di Vallia re d'essi Goti o, vogliam dire, Visigoti. Questi Barbari, sollevati ai gradi più insigni dell'imperio romano, contribuirono non poco alla rovina d'esso imperio. Se s'ha da prestar fede a Gregorio Turonense [Gregor. Turon., lib. 2, cap. 11 Hist. Franc.], Avito, perchè lussuriosamente vivea, fu abbattuto dai senatori. Quum romanum ambisset imperium luxuriose agere volens, a senatoribus projectus. Però da Fredegario, nel Compendio [Fredegar., Hist. Franc. Epitom., cap. 7 et 10.] del Turonese, Avito vien chiamato imperator luxuriosus. Inoltre egli racconta, che avendo Avito, già divenuto imperadore, finto di essere malato, e dato ordine che le senatrici il visitassero, usò violenza alla moglie di un certo Lucio senatore, il quale, in vendetta di questo affronto, fu cagione che i Franchi prendessero e consegnassero alle fiamme la città di Treveri. Ma si può ben sospettare che queste sieno fole e ciarle inventate da chi gli volea male. In quei pochi mesi che Avito tenne l'imperio, dimorò in Arles, da cui è ben lungi Treveri, e di là poscia passò a Roma. Il gran peso ch'egli prese sulle spalle, gli dovea ben allora lasciar pensare ad altro che a sforzar donne; e massimamente non essendo allora egli uno sfrenato giovane, ma con molti anni addosso, giacchè sappiamo da Sidonio che fin l'anno 421 egli fu dalla sua patria spedito ambasciatore ad Onorio e Costanzo Augusti. Oltre di che, sembra ben poco credibile l'ordine che si suppone dato da lui d'essere visitato dalle senatoresse nella finta infermità. E quando sia vero che Avito, dopo aver deposto l'imperio, fosse creato vescovo di Piacenza, tanto più si intenderebbe che egli non dovea essere quale vien dipinto dal Turonense e dal suo abbreviatore, perchè lo zelantissimo papa san Leone non avrebbe permesso che fosse assunto a tal grado chi fosse pubblicamente macchiato d'adulterii e di scandali. Perciò parmi più meritevol di fede Vittore Turonense [Victor Turonensis, in Chron.], che ci rappresenta Avito per un buon uomo, con iscrivere: Avitus, vir totius simplicitatis, in Galliis imperium sumit. In somma Avito, benchè venuto a Roma e accettato da' Romani, non tardò molto ad esserne odiato, se pur tutta la sua disgrazia non fu il trovarsi egli poco in grazia di Ricimere general delle armate, la cui prepotenza cominciò allora a farsi sentire, e crebbe poi maggiormente da lì innanzi, siccome vedremo. Avito adunque, scorgendo vacillante il suo trono, perchè, siccome notò Idacio [Idacius, in Chron.], s'era egli fidato dell'aiuto a lui promesso dai Goti impegnati nelle conquiste in Ispagna, nol potevano punto assistere: Avito, dissi, si ritirò da Roma, e giunto a Piacenza, quivi depose la porpora e rinunziò all'imperio.