Lamberti campo vitam finivit in amplo,
Qui propter casus Lamberti Spina vocatur.
Ma il padre Giam-Batista Solleri della compagnia di Gesù, uno de' continuatori degli atti de' santi del Bollando [Acta Sanctor., ad diem 8 julii.], dopo il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], ha chiaramente dimostrato che il solo Adriano terzo, e non già il primo, riposa ed è onorato nel monistero di Nonantola, avendo acquistato con poca fatica la canonizzazione dall'ignoranza dei secoli barbari.
Avea questo pontefice nel partirsi da Roma, per attestato del suddetto Guglielmo bibliotecario, lasciato al governo e alla difesa di quella città Giovanni vescovo di Pavia e messo dell'imperador Carlo, in tempi veramente disastrosi, perchè il territorio romano era poco dianzi stato devastato dalle pioggie, e vi regnava la carestia. Pervenuta dunque a Roma la nuova della di lui morte, raunatisi i vescovi, il clero e la nobiltà di quell'inclita città, concordemente elessero pontefice Stefano V, prete cardinale de' santi quattro Coronati, personaggio di rare virtù e della prima nobiltà di Roma. Poscia col suddetto Giovanni legato imperiale furono a prendere questo nuovo eletto, che nella seguente domenica fu consecrato. Ma egli trovò dipoi spogliata di tutti i suoi tesori ed arredi la guardaroba del sacro palazzo lateranense e delle basiliche romane, e vuoti i granai e le cantine: con che gli mancò la maniera di fare il donativo praticato dagli altri papi al clero e alle scuole di Roma, e di soccorrere al popolo, miseramente allora afflitto dalla fame. Crede il cardinal Baronio [Baron., Annales Eccl.] che questo saccheggio provenisse dall'iniquo costume già introdotto in Roma, che, morto il papa, la sua famiglia dava il sacco al palazzo patriarcale del Laterano. Supplì il buon pontefice coi suoi beni patrimoniali al bisogno del popolo. Applicossi anche alla distruzione delle locuste, con dare cinque o sei denari a chiunque portava uno staio delle medesime uccise. Ma ciò non bastando, coll'acqua da lui benedetta fece spruzzar le campagne, e cessò affatto quel flagello. Notano gli Annali del Lambecio [Annales Franc. Fuldenses Lambecii. P. II. tom. 2 Rer. Italic.], che giunto l'avviso all'imperador Carlo il Grosso della consecrazione di esso papa Stefano V, andò in collera, perchè i Romani eo inconsulto illum ordinare praesumserunt. Però misit Luitwardum, et quosdam romanae sedis episcopos (che probabilmente aveano accompagnato papa Adriano III a Nonantola), ut eum deponerent: quod perficere minime potuerunt: Nam praedictus pontifex imperatori per legatos suos plusquam triginta episcoporum nomina, et omnium presbyterorum et diaconorum cardinalium, atque inferioris gradus personarum, necnon et laicorum principum scripta destinavit, qui omnes unanimiter eum elegerunt, et ejus ordinationi subscripserunt. Di qua deduce il padre Pagi che sia vero il decreto che dicemmo fatto da papa Adriano III intorno alla libertà di consecrare il nuovo romano pontefice, senza aspettare il consentimento dall'imperadore. Giovan-Giorgio Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 31.] di qua all'incontro deduce che quel decreto, non mentovato da alcuno dei più antichi storici, sia fattura de' secoli posteriori. Ma di ciò s'è detto abbastanza al precedente anno. Non bisogna confondere l'elezione colla consecrazione. Di qui certo apparisce che Carlo il Grosso non volle essere da meno degli altri Augusti suoi predecessori, pretendenti quasi un diritto della lor sovranità il consenso della consecrazione suddetta; e ch'egli sdegnato si figurò di poter deporre questo papa novello, perchè gli dovette essere supposto che v'era stato del contrasto e del dubbio nell'elezion di lui. Ma certificato poi che questa era stata canonica, ed avendo, a mio credere, fatto i Romani valere lo aver essi operato tutto anche col consenso e coll'assistenza di Giovanni vescovo di Pavia, ministro dell'imperadore stesso, gli convenne desistere, perchè chi era canonicamente eletto e consecrato, non potea cessar d'essere vescovo o papa, se non per delitti canonici. Perchè in quest'anno Godifredo duca de' Normanni, a cui era stata data da Carlo Augusto in governo la Frisia, facea delle novità, e dava evidenti segni di ribellione, fu ingannevolmente tirato ad un abboccamento da Arrigo conte, uno de' principali ministri dell'imperadore, e tagliato a pezzi. Con simile inganno fu preso ed accecato Ugo figliuolo bastardo del fu Lottario re della Lorena, e cognato di esso Godifredo, principe che negli anni addietro avea con varia fortuna inquietato non poco quel regno, perchè preteso da lui. Neppur cessava in questi tempi Atanasio II vescovo di Napoli [Erchempertus, Hist., cap. 57.] di valersi ora dei Saraceni, ora de' Greci, per danneggiare non meno i Salernitani che i Capoani. Era suo nemico chiunque non si sottometteva alla sua immensa ambizione. Nella stessa settimana santa di quaresima, credendo di poter sorprendere Capoa, mentre il popolo era alle divozioni, spedì un esercito di Greci, Mori e Napolitani, che diedero la scalata alla città; ma ne furono bravamente respinti.
DCCCLXXXVI
| Anno di | Cristo DCCCLXXXVI. Indiz. IV. |
| Stefano V papa 2. | |
| Carlo il Grosso imperad. 6. |
Gli Annali di Fulda [Annal. Franc. Freheri.] ci fanno sapere che l'imperador Carlo celebrò la festa del santo Natale in Ratisbona, e poscia invitato da papa Stefano, se ne venne in Italia. Per varii affari spedì a Roma Liutvardo vescovo di Vercelli suo arcicancelliere, il quale spezialmente ottenne che i vescovi, de' quali erano state devastate le chiese e diocesi dai Normanni nella Francia e Germania, bassa potessero essere istallati nelle chiese vacanti. Vennero nella domenica delle Palme a parole, e poi alle mani le guardie di esso Augusto in Pavia con que' cittadini. Molti de' primi restarono uccisi, molti de' Pavesi feriti, i quali per timore della vicinanza dell'imperadore, dimorante allora in Corte Olonna, si diedero alla fuga, e morirono nel cammino. Dopo Pasqua tenne esso Augusto una dieta generale in Pavia, terminata la quale s'incamminò per la Savoia alla volta di Parigi, città allora assediata da tutto lo sforzo dei Normanni. Truovasi descritto questo terribile assedio da Abbone [Du-Chesne, Rer. Francor., tom. 2.] monaco di san Germano de' Prati, che fu spettatore di tutta la tragedia. Era difesa la città da Odone conte d'essa, e da Roberto suo fratello, amendue figliuoli valorosi di Roberto il forte, dall'ultimo de' quali discende la real casa oggidì felicemente regnante in Francia. Venuto a Metz l'imperadore Carlo, colà arrivò il suddetto Odone conte, per implorare soccorso alla città assediata da molti mesi. Fu spedito un potente esercito, raccolto dalla Germania e dalla Lorena, comandato da Arrigo conte e marchese, general d'armi il più accreditato di questi tempi; ma questi nello spiare il campo dei Barbari, non badando alle fosse coperte, disposte da coloro intorno agli alloggiamenti, e caduto in una d'esse, restò quivi infelicemente ucciso sul fine di agosto. Si mosse in fine l'imperadore stesso alla volta di Parigi con un'altra più poderosa armata, e mentre ciascuno si stava aspettando qualche gran fatto d'armi colla sconfitta de' Normanni, eccoti giugnere con un gran rinforzo di gente in aiuto degli assedianti Sigefredo duca di quella nazione. Questo fece andar ritenuto lo Augusto Carlo dall'azzardar tutto in una battaglia campale, e fu creduto meglio di trattar d'accordo. Erano anche stanchi i Normanni pel lungo ed infruttuoso assedio. Fu convenuto col grosso di quei Barbari, che si ritirassero a Sens per quartiere del verno, e che sborsate loro settecento libbre d'argento al mese di marzo, se ne uscissero del regno per tornarsene alle loro case. Non gloria, ma vergogna non poca universalmente riportò anche da questa impresa l'Augusto Carlo [Regino, in Chronico.], perchè, oltre al non avere operato cosa alcuna degna dell'imperiale maestà, lasciò in preda a que' crudeli pagani un gran tratto di paese. Sigefredo duca, non compreso nella detta convenzione, anch'egli colle sue masnade infierì contra di san Medardo, distrusse varii palazzi, e condusse in ischiavitù assaissimi Cristiani. Ritiratosi con gran fretta l'imperadore in Alsazia, quasi che avesse alla coda i nemici, fu assalito da una malattia, per cui quasi si dubitò della sua vita. Reginone, seguitato dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] e dal padre Mabillone [Mabillon., in Annal. Benedictin.], mette l'assedio di Parigi all'anno seguente; ma è fallato il suo testo. Abbiamo dagli Annali pubblicati dal Freero [Annales Fuldenses Freheri.] e dal Lambecio [Annal. Fuldenses Lambecii.] che insorse in quest'anno una grave discordia fra Berengario duca del Friuli, parente dell'imperadore, e Liutvardo vescovo di Vercelli. Per questa cagione portatosi Berengario in persona con una mano d'armati a Vercelli, diede il sacco al palazzo episcopale, e se ne tornò senza opposizione a casa. I motivi di questa nemicizia ed attentato ce gli ha conservati il continuator degli Annali di Fulda, dato alla luce dal suddetto Lambecio, autore nondimeno a cui non si può prestar fede in tutto, perchè appassionato forte contra di questo prelato. Vedremo in breve che gli Alemanni non perdonarono alle calunnie per maggiormente screditarlo. Scrive egli, che dacchè Carlo il Grosso divenne re dell'Alemagna innalzò forte questo Liutvardo, uomo per altro di bassissima origine, fino a dargli la carica di arcicancelliere dell'imperio, e lasciarsi guidare da lui pel naso in tutti gli affari, di modo che Liutvardo era più onorato e temuto che l'imperadore medesimo. Sentendo egli la sua forza, rapì molte figliuole de' più nobili dell'Alemagna e dell'Italia, per accoppiarle in matrimonio co' suoi parenti. Giunse poi a tanta temerità, che fece levar per forza dal monistero di santa Giulia di Brescia una figliuola d'Unroco conte, già duca del Friuli e fratello di Berengario, e la diede per moglie ad un suo nipote. Le monache di quel monistero si misero a pregar Dio, e nella stessa notte che costui si pensava d'accostarsi alla fanciulla, cadde morto, per quanto fu rivelato ad una di quelle religiose, che lo raccontò poi all'altre; e la fanciulla restò intatta per questo: se pur ciò è vero, e non un mero lavoro di fantasia femminile.
Durante l'assedio soppraddetto di Parigi, impariamo da Frodoardo [Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 1.] che Folco arcivescovo di Rems scrisse a papa Stefano pro Widone quoque affine suo, quem idem papa in filium adoptaverat, tam se, quam ceteros consanguineos suos, quibus id notificaverat, debitam exhibituros eidem Papae reverentiam. Aggiugne che nella risposta inviata ad esso arcivescovo il papa protestava: Memoriam quoque Widonis ducis gratissime se suscepisse, quem unici loco filii se tenere fatetur. Qui si parla di Guido duca di Spoleti, uomo di gran rigiri, di nazione franzese, e perciò parente d'esso Folco. Da ciò si conosce che egli, nemico dianzi de' precedenti romani pontefici, s'era ben introdotto nella grazia del presente papa Stefano, forse per quei segreti disegni che si verranno scoprendo nell'andare innanzi. Circa questi tempi sono io d'avviso che succedesse quando narra dello stesso duca Guido Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 58.], storico de' tempi presenti: cioè, ch'egli si portò colla sua armata, mosso probabilmente dal papa, contra de' Saraceni postati al Garigliano; ruppe i loro trinceramenti, diede il sacco al loro campo; alquanti ne mise a fil di spada, e obbligò il resto a fuggirsi per le montagne. Essendosi dipoi accostato a Capoa, quel popolo per timore si sottopose al di lui dominio. Non sì presto si fu ritirato Guido da quelle contrade, che Atanasio vescovo di Napoli spedì le sue genti con una brigata di Greci a dare il guasto al territorio di Capoa. Ricorsero i Capoani per aiuto al suddetto Guido duca di Spoleti, ed egli colla sola voce della sua venuta a Capoa dissipò le soldatesche napoletane. Entrato poi in quella città, portossi ad abboccarsi con lui per gli affari correnti Ajone principe di Benevento. Guido, badando più alle suggestioni de' Capoani che alle leggi dell'onoratezza, fece prigione quel principe. Fors'anche uomo sì voglioso di dilatar le fimbrie delle sue signorie, non ebbe bisogno a ciò degl'impulsi altrui. In fatti conducendo seco esso Aione con buona guardia, si presentò alle porte di Benevento, che gli furono aperte, e prese il dominio ancora di quella città col mettervi de' suoi uffiziali. Di là passò a Siponto, e colà parimente entrò, con lasciar Ajone fuori della città ben custodito da' suoi soldati. Ma i Sipontini, forse ingannati da lui con delle false esposizioni, scoperto che il lor signore Aione era detenuto prigione, data campana a martello, presero i baroni di Guido, ed egli si rifugiò e chiuse in una della chiese di quella città. Se volle uscirne libero, gli convenne rimettere Aione in libertà; e nel seguente giorno, dopo aver giurato di non far vendetta di questo, gli fu permesso di tornarsene a casa, ma scornato e malcontento di sè medesimo Aione ricuperò Benevento; e Capoa la vedremo in breve nelle mani de' suoi principi. Diede fine alla sua vita in questo anno Basilio macedone imperadore dei Greci, principe glorioso per varie sue imprese e virtù, ma biasimato per essersi lasciato sedurre da Fozio, autore dello scisma de' Greci, e per averlo rimesso nella sedia patriarcale di Costantinopoli. Lasciò suo successore nell'imperio Leone suo primogenito, già dichiarato suo collega ed Augusto, il quale non tardò a cacciare in esilio il suddetto Fozio, con far ordinare patriarca in luogo di lui Stefano suo fratello. Fu poi questo Leone imperadore per la sua letteratura e saviezza soprannominato il sapiente. Cominciò in questo anno [Erchemperto, Hist., cap. 61.] Angelario abbate di Monte Casino a riedificar quell'illustre monistero, già rovinato dai Saraceni. Portossi allora a visitar quel sacro luogo Erchemperto monaco e storico di quei tempi, e nel ritornare a Capoa cadde coi compagni in mano dei Greci, che li svaligiarono tutti, e presero i lor cavalli e famigli. Stavano in que' contorni i Greci, condotti da Atanasio II vescovo di Napoli, per danneggiare i Capoani. Gravissimi danni ancora recarono nel presente anno a varii paesi le tante inondazioni de' fiumi che portarono via le case e le ville. Ne parlano gli Annali germanici, ed anche il Dandolo [Dandol., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.] attesta che si provò in Italia la stessa calamità. Se crediamo a quest'ultimo autore, fu in questi tempi che gli Ungri o Ungheri, gente uscita della Scitia, cioè della Tartaria, vennero la prima volta nella Pannonia, e cacciati da quelle Provincie, o piuttosto sottomessi gli Avari, chiamati anche Unni, se ne impadronirono, et usque hodie ibi manent. È cosa da avvertire, perchè questa nazione bestiale, che allora si nudriva di carni crude e beveva il sangue umano, per quanto narra esso Dandolo, si fece pur troppo sentire nei seguenti anni all'Italia. Da essa prese la Pannonia il moderno nome di Ungheria. Reginone [Rhegino, in Chronico.] ne comincia a parlare all'anno 889, siccome vedremo.