Era congiunta in primo matrimonio col re Berengario Bertila, probabilmente figliuola di Suppone, veduto da noi duca di Spoleti nell'anno 872. Ch'ella fosse vivente anche nell'anno 910, s'è osservato di sopra. Di qui impariamo ch'essa fu levata dal mondo col veleno, e pare che per la sua infedeltà tanto male le avvenisse. Dovette Berengario passare alle seconde nozze con prendere questa Anna. Se inoltre le desse il titolo di Augusta, nol saprei dire.
DCCCCXXI
| Anno di | Cristo DCCCCXXI. Indizione IX. |
| Giovanni X papa 8. | |
| Berengario imperadore 7. | |
| Rodolfo re d'Italia 1. |
Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5, in Episcop. Veronens.] il testamento di Noterio ossia Notekerio vescovo di Verona, fatto, imperante domno nostro Berengario imperatore, anno sexto, sub die decimo de mense februarii, Indictione IX. Se questo atto è autentico, e se accuratamente trascritto dall'Ughelli, noi vegniamo a conoscere che Berengario non dovette ricevere la corona e il titolo imperiale nella Pasqua dell'anno 916, ma bensì prima del dì 10 di febbraio di esso anno; e con insorgere un sospetto che ciò seguisse nel Natale dell'anno 915, ed aver fallato il panegirista di Berengario, sulla cui relazione fondati alcuni hanno assegnata la di lui coronazione alla Pasqua suddetta dell'anno 916. Ma perchè l'Ughelli troppe volte porta scorretti i documenti nella sua Italia sacra, non possiam qui riposar sulla sola sua fede. Se un dì uscirà alla luce qualche diploma o strumento, scritto ne' mesi di gennaio e febbraio dell'anno 916 e dei susseguenti, finchè visse Berengario, allora si potrà meglio accertare questa partita. Il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital. ad ann. 918.] attestò di averne veduto uno, dato regni sui trigesimo primo, imperii vero quarto, VII kalend. januarii, Indictione VII, cioè nel dì 26 di dicembre dell'anno 918. Il padre Pagi [Pagius, in Critic. ad Annales Baron.] vuole che s'abbia, secondo i suol conti, a legger ivi imperii vero tertio. Ma se il Sigonio seppe ben leggere, e se autentico era quel diploma, vegniamo in cognizione che appunto nel dì di Natale dell'anno 915 accadde la coronazione romana di Berengario. Veggasi un altro documento qui sotto all'anno 924. Aggiungasi ancora che nell'indice delle carte dell'insigne archivio dell'arcivescovo di Lucca è notato un livello, dato da Pietro vescovo nell'anno II di Berengario Augusto nel dì 14 di marzo Indict. V, cioè nell'anno 917. Adunque prima della pasqua dell'anno precedente Berengario dovea avere ricevuta la corona dell'imperio. Abbiamo poi dal Dandolo [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.], che circa questi tempi gli Ungheri usciti della Pannonia empierono di desolazione la Moravia e la Boemia, con uccidere ancora il duca di quella contrada. Vennero poi nella Croazia, e, passato il castello di Leopoli, trovarono Gotifredo ed Ardo duchi insieme col patriarca di Aquileja (secondo i conti dell'Ughelli dovrebbe essere Orso) che attaccarono battaglia con loro; ma sfortunatamente, perchè quei due duchi vi lasciarono la vita, e il patriarca, mercè di un buon cavallo e degli speroni si ridusse in salvo. Diedero i barbari vincitori un sacco universale alla Croazia e Stiria; se ne tornaron pieni di bottino nella Pannonia, e di là passarono a far la stessa danza nella Bulgheria. Seguì parimente nell'aprile di quest'anno un fatto d'armi presso la città di Ascoli fra Landolfo principe di Benevento e di Capoa, ed Ursileo ossia Orseolo, generale dei Greci, che vi restò morto. Ne fa menzione Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Ital.] con queste parole: Anno 921 interiit Ursileo Stratigo in praelio de Asculo mense aprilis, et apprendit Pandulfum Apuleo. Secondochè osservò Camillo Pellegrino, qui si dee leggere Landulfus Apuliam. E che questo principe ritogliesse ai Greci la Puglia, si ricava da Liutprando [Liutprandus, in Legationib.], che scrive, principem Landulphum septennio potestative Apuliam sibi subjugasse. Benchè l'imperador Berengario placidamente governasse il regno d'Italia, pure i mali che in quei tempi guastavano troppo di leggieri la pubblica quiete ed armonia, non gli permisero di goder più lungamente della pace. In quest'anno appunto succedette, a mio credere, ciò che vien narrato da Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.]. Venuto a morte Gariberto arcivescovo di Milano, se volle Lamberto eletto suo successore entrar in possesso di quella chiesa, gli convenne, secondo i pessimi abusi d'allora, comperare il consenso dell'imperadore con buona somma di danaro, avendone egli esatta tanta quanta se ne solea dare ai camerieri, ai portieri e ai custodi de' pavoni e degli altri uccellami della corte. Se l'ebbe forte a male il novello arcivescovo, e cominciò tosto a meditarne la vendetta. Accadde che Adalberto marchese d'Ivrea, benchè genero dello stesso Berengario, Odelrico marchese e conte del sacro palazzo, benchè tanto beneficato da esso imperadore, e Gilberto potente e valoroso conte segretamente tramarono una ribellione contra del medesimo Augusto Berengario. Insospettitosene egli, fece mettere le mani addosso ad Odelrico, e il diede in guardia all'arcivescovo Lamberto, per prendere poi quelle risoluzioni che fossero credute più convenienti alla giustizia. Da lì a qualche giorno mandò Berengario dei messi con ordine all'arcivescovo di rimettere in mano di lui il prigioniere. La risposta ch'egli diede, fu, che se un par suo consegnasse alla giustizia alcuno, a cui si dovesse levar la vita, egli opererebbe contro i canoni, e meriterebbe di perdere il vescovato. Di più non occorse all'imperador Berengario per iscoprire il mal animo di Lamberto; e tanto più si assicurò della di lui intelligenza e lega coi ribelli, perchè egli senza licenza alcuna d'esso Berengario rimise in libertà Odelrico.
Allora fu che il marchese Adalberto, esso Odelrico e Gilberto conte determinarono di chiamare in Italia un altro principe per atterrar Berengario [Liutprand., Hist., lib. 2, cap. 16.], e rivolsero gli occhi a Rodolfo II ossia Ridolfo, re della Borgogna appellata Transjurana, che comandava alla Savoia, agli Svizzeri e ad altri circonvicini paesi. Non mancava a questo re l'ambizione, cioè la sete di ingrandirsi, innata in quasi tutti i principi, e con questa voglia andava congiunta la potenza, accresciuta dall'aver egli presa per moglie Berta figliuola di Burcardo duca potentissimo della Suevia. Cominciarono pertanto questi tre congiurati un trattato segreto col suddetto re Rodolfo per farlo venire in Italia. Ma mentre costoro sulla montagna di Brescia battevano un dì consiglio per condurre a fine la meditata impresa, ne fu avvertito l'imperador Berengario. Portò il caso che in questo medesimo tempo erano calati in Italia due re, ossia due capitani degli Ungheri, appellati Dursac e Bugat, per salassare la misera Lombardia; i quali perciò mandò a pregare, che se gli voleano bene, andassero a fare una visita a que' suoi ribelli. Non vi fu bisogno di speroni a quella gente, avida di sangue e di bottino. Volarono sul Bresciano per vie sconosciute, ed arrivarono inaspettati al luogo di quella combricola. Uccisero e presero molti di coloro. Odelrico conte del palazzo bravamente difendendosi lasciò ivi la vita. Adalberto marchese e Gilberto conte furono del numero de' prigionieri. Il primo uomo non bellicoso, ma fornito di una mirabil sagacità ed astuzia, vedendo che non v'era maniera di scappare, gittate via l'armi e tutti gli ornamenti preziosi, e vestitosi da semplice soldatello, si lasciò prendere dagli Ungheri. Interrogato chi fosse, rispose d'essere un fantaccino d'un uomo d'armi, e li pregò di farlo menare ad un castello appellato Calcinaia dove teneva i suoi parenti che il riscatterebbono. Condotto colà, e non conosciuto, fu a vilissimo prezzo comperata la di lui libertà da Leone, uno dei suoi soldati. Gilberto riconosciuto per quel che era, ben bastonato, e mezzo nudo, fu presentato all'Augusto Berengario. Se gli gittò egli tosto a' piedi per implorar la sua misericordia; ma trovandosi senza brache, e mostrando quelle parti che la verecondia insegnò a nascondere, commosse al riso tutti gli astanti. Era Berengario principe sommamente portato alla clemenza, e questa volta ancora ne volle lasciare un illustre esempio con perdonare a costui. Dopo averlo fatto vestire d'abiti convenevoli al suo grado, il lasciò andare con dirgli di non volere da lui giuramento alcuno; ma che s'egli tornasse a rivoltarsi contra del suo sovrano, se ne aspettasse pure il gastigo da Dio. Di questa sua soverchia indulgenza ebbe ben tosto a pentirsi Berengario; perciocchè l'ingrato Gilberto appena fu ritornato ad Ivrea, che istigato dagli altri ribelli se n'andò in Borgogna a spronare il re Rodolfo, affinchè colle sue forze calasse in Italia. Nè passarono trenta giorni, che Rodolfo, avendo mosse l'armi sue a questa volta, si diede a detronizzar Berengario. Le scene di questi ribelli le credo io succedute nell'anno corrente. Ed appunto nel settembre od ottobre di questo medesimo anno son io d'avviso che esso Rodolfo venuto in Italia, e impossessatosi di Pavia, quivi fosse eletto re dai principi suoi parziali. Le ragioni si vedranno andando innanzi. Un placito tenuto in Ravenna da Onesto arcivescovo di essa città, e da Odelrico vassallo e messo dell'imperadore Berengario, da me dato alla luce [Antiq. Italic., Dissert. XXXI, pag. 969.], non so io dire se appartenga all'anno presente, perchè le note cronologiche si scuoprono guaste. Ben so che può esso far conoscere che in questi tempi in Ravenna e nel suo esarcato esso Augusto esercitava giurisdizione e signoria, nè apparisce che ivi i romani pontefici ritenessero il temporal dominio.
DCCCCXXII
| Anno di | Cristo DCCCCXXII. Indiz. X. |
| Giovanni X papa 9. | |
| Berengario imperadore 8. | |
| Rodolfo re d'Italia 2. |
Se crediamo a Frodoardo [Frodoardus, in Chron., tom. 2, Rer. Franc. Du-Chesne.], solamente in quest'anno dovette comparire in Italia coll'esercito suo Rodolfo re di Borgogna, scrivendo egli: Berengario Longobardorum (dovendo dire Romanorum) imperatore regno ab optimatibus suis deturbato, Rodulfus cisalpinae Galliae rex ab ipsis in regnum admittitur. Ma io tengo che la calata in Italia di Rodolfo e l'elezione sua in re d'Italia succedessero negli ultimi mesi dell'anno precedente. Il Dandolo scrisse [Dandul., in Chron., tom. 12, Rer. Ital.]: Rodulfus regnum Italiae obtinuit anno Domini DCCCCXXI, qui invitatus ab Italicis in Lombardiam venit, et Berengarium regem bellando vicit, et sic regnum obtinuit. So non essere questo autore di tale antichità da poter decidere tal controversia; ma, a buon conto, ho io pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. LXXIII.] un diploma di Rodolfo, che ci assicura che egli nel dì 4 di febbraio dell'anno presente era già dichiarato re d'Italia, e pacificamente soggiornava in Pavia, dove confermò ad Aicardo vescovo di Parma la badia di Berceto. Fu dato quel diploma II nonas februarii anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXXII, Indictione X, regnante domno nostro Rodulfo rege in Burgundia XI, in Italia I. Datum Ticini civitate, ad intercessione di Lamberto arcivescovo di Milano e di Adalberto marchese d'Ivrea. A questa elezione non dovette consentire Guido duca di Toscana, perchè si veggono tuttavia notati gli anni di Berengario in una carta dell'archivio archiepiscopale di Lucca, scritta anno VII Berengarii imperatoris pridie halendas majas, Indictione X, cioè nell'anno presente; ed altri susseguenti atti continuano col medesimo stile. Riuscì dunque a Rodolfo re di occupar Pavia, e di farsi eleggere e coronare re di Italia dal suddetto arcivescovo e dai principi ribelli dell'imperador Berengario. Si ricoverò esso Berengario a Verona, e quivi si sostenne coll'aiuto degli Ungheri, che verisimilmente in questa congiuntura, ad istanza sua, vennero in Italia. Frodoardo chiaramente dopo le parole sopra allegate aggiugne: Hungari actione praedicti Berengarii, multis captis oppidis, Italiam depraedantur. Perciò Rodolfo dovette contentarsi delle conquiste fatte, senza turbare Berengario nel possesso di Verona, e conseguentemente nel ducato del Friuli. Truovasi in Pavia Rodolfo nel dì 7 di dicembre dell'anno presente, seppure, secondo l'era pisana, non è da riferire al precedente, ciò apparendo da un suo diploma [Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.], in cui conferma ai canonici di Parma i lor privilegii. Fu esso dato VI idus decembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXII, domni vero Rodulfi piissimi regis in Italia I, in Burgundia XII, Indictione X. Actum Papiae. L'Indizione X corrente nel mese di dicembre, secondo l'uso più comune d'allora, indica l'anno precedente. Un altro simile diploma, ma differente nelle note, vien rapportato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergom.], dato III nonas decembris anno Incarnationis dominicae DCCCCXXII, domni vero Rodulfi piissimi regis in Italia I, in Burgundia XI, Indictione XI. Actum Papiae. Come vi possa essere tal divario fra atti spediti nello stesso tempo dalla medesima cancelleria, chi mel sa dire? Per me credo l'un di essi difettoso. Nell'ultimo di questi privilegii, conceduto ad istanza di Lamberto arcivescovo di Milano, di Guido vescovo di Piacenza, di Benedetto vescovo di Tortona e di Gilberto illustre conte, diletti consiglieri suoi, Rodolfo concede ad Adalberto vescovo di Bergamo e a' cittadini di poter fortificare la loro città già distrutta, quae nunc maxime Suevorum et Ungarorum incursione turbatur.