Nella guerra succeduta fra il re Cuniberto e il tiranno Alachi, quantunque il ducato del Friuli vi avesse tanta parte, pure Paolo Diacono non fa menzione alcuna che vi fosse intricato Rodoaldo duca di quella contrada. Abbiamo bensì da lui [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 3.] che dopo quella guerra, trovandosi esso Rodoaldo lontano da Cividal del Friuli sua residenza, Ansfrido del castello Reunia occupò quella città col suo ducato senza licenza del re Cuniberto. Certificato di questa sua disavventura Rodoaldo, se ne fuggì in Istria, e di là per mare passato a Ravenna, andò a Pavia al re Cuniberto, per implorare il suo aiuto. Ansfrido, ossia che si lasciasse consigliar dalla superbia ed ambizione a tentar cose più grandi, o che non volesse arrendersi agli ordini del re, passò ad un'aperta ribellione contra di lui. Ma per buona ventura fu preso in Verona, e condotto a Pavia. Cuniberto gli fece cavar gli occhi, e cacciollo in esilio. Dopo di che diede il governo del ducato del Friuli ad un fratello di Rodoaldo, per nome Adone, ossia Aldone, ma col solo titolo di conservatore del luogo, cioè di luogotenente, senza sapersi perchè Rodoaldo ne restasse escluso. In quest'anno i Saraceni ridussero in lor potere l'Armenia, e però divenuti più orgogliosi e crudeli, seguitarono a far delle scorrerie per le provincie del romano imperio con incredibil danno dei popoli. Circa questi tempi, per attestato del sopra mentovato Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 6, cap. 7 et 8.], fiorì in Pavia Felice, uomo valente nell'arte grammatica, zio paterno di Flaviano, che fu poi maestro del medesimo Paolo. Era egli tanto in grazia del re Cuniberto, che ne riportò, oltre ad altri riguardevoli doni, anche l'onorevol regalo di un bastone ornato d'oro e di argento. Tenne conto lo storico Paolo di questo fatto, che parrà una minuzia ai nostri tempi; ma in quei tempi della ignoranza anche un solo buon grammatico si teneva per una rarità; e questi tali poi insegnavano non solamente la lingua latina, che sempre più si andava corrompendo presso il popolo e prendeva la forma della volgare italiana; ma eziandio spiegavano i migliori autori latini, e davano lezioni di quelle che appelliamo lettere umane. Arrivò parimente a questi tempi Giovanni vescovo di Bergamo con odore di gran santità. Egli era intervenuto al concilio romano dell'anno 679, e le storie di Bergamo raccontano molte cose di lui, ma senza essere assistite da antichi documenti. Sappiamo bensì dal suddetto Paolo Diacono ch'essendo stato invitato dal re Cuniberto ad un suo convito, gli scappò detta qualche parola, di cui se ne offese il re. Ora dovendo egli tornare a casa, Cuniberto gli fece apprestar un cavallo indomito e feroce, solito a scuotere di sella chiunque ardiva di cavalcarlo. Ma questa bestia, allorchè il vescovo vi fu montato sopra, divenne sì piacevole e mansueta, che, a guisa d'una chinea, placidamente il condusse al suo alloggio. Ciò risaputo dal re, fu cagione che da lì innanzi onorasse maggiormente il santo vescovo, con donargli ancora lo stesso cavallo ammansato dal toccamento della sua sacra persona.


DCXCIV

Anno diCristo DCXCIV. Indizione VII.
Sergio papa 8.
Giustiniano II imperad. 10.
Cuniberto re 17.

Secondo Teofane [Theoph., in Chronogr.] e Niceforo [Nicef., in Chron.], in quest'anno fece quanto potè l'imprudente e malvagio imperador Giustiniano per tirarsi addosso l'odio del popolo di Costantinopoli. S'era egli dato a fabbricar nel palazzo, e lo faceva cingere di muraglia a guisa di fortezza. Il soprintendente alla fabbrica era Stefano persiano, presidente del fisco e capo degli eunuchi, uomo sanguinario e sommamente crudele, che adoperava a più non posso le ingiurie e il bastone contra de' poveri operai, e fece lapidarne alcuni ancora de' capi. Questa selvaggia bestia, in tempo che l'imperador era fuori della città, osò di staffilare, come si fa ai ragazzi, la stessa Anastasia Augusta, madre d'esso imperadore. Oltre a ciò, Giustiniano dichiarò suo generale Logoteta, cioè soprintendente all'erario, un certo Teodoto, dianzi monaco, persona parimente impastata di crudeltà, che attese a cavar danari per tutte le vie e sotto varii pretesti dal popolo, martirizzandone molti con attaccarli alla corda, e con paglia accesa di sotto che col fumo li tormentava. Molto tempo prima aveva egli creato un prefetto della città, diligente in far carcerare le persone, con lasciarle poi per più anni marcir nelle prigioni. E perchè Callinico patriarca non consentì alla distruzion d'una chiesa, la prese eziandio contra di lui. Nell'anno presente il generale de' Saraceni Maometto, servendosi degli Schiavoni disertati, ch'erano ben pratici del paese, condusse via una gran quantità di prigioni dalle provincie cristiane, e nella Soria fece un immenso macello di porci, bestie, che i Maomettani hanno in abbominazione, essendo, al pari dei Giudei, loro ancora vietato il mangiarne la carne. Intorno a questi tempi narra Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.] un fatto accaduto al re Cuniberto. Stava egli trattando nel suo palazzo di Pavia col suo cavallerizzo (Marpais nella lingua germanica longobarda) di tor la vita a Grausone ed Aldone, potenti fratelli bresciani, de' quali ho parlato di sopra, perchè dopo la ribellione d'Alachi non si doveva fidar di loro, oppure perchè avea voglia di farne una sorda vendetta. Quando eccoti venirsi a posar sulla finestra, presso cui la discorrevano, un moscone. Cuniberto preso un coltello, volendolo uccidere, gli tagliò solamente un piede. In questo mentre andavano a corte i due fratelli suddetti, che nulla sapevano di questa trama, e trovandosi vicini alla basilica di s. Romano martire presso al palazzo, s'incontrarono in uno zoppo, a cui mancava un piede, il quale gli avvisò, che se andavano a trovare il re, era sbrigata per la loro vita. Essi perciò immediatamente scapparono pieni di spavento nella suddetta basilica, e si rifugiarono dietro all'altare. Cuniberto, che secondo il solito gli aspettava, non veggendoli comparire ne dimandò conto; e saputo ch'erano corsi in sacrato, cominciò a fare un gran rumore contra del suo cavallerizzo, quasichè egli avesse rivelato il segreto. Ma questo gli rispose che dacchè si cominciò a parlar di quell'affare, non s'era mai mosso di sotto agli occhi suoi, e però non poter sussistere che ne avesse detta parola con alcuno. Allora Cuniberto mandò per sapere da Aldone e Grausone il motivo per cui s'erano ritirati nel luogo sacro. Risposero, perchè loro era stato detto che il re macchinava contro la loro vita. Tornò a mandar per sapere chi avesse lor dato un sì fatto avviso; altrimenti che non isperassero mai la grazia sua. Confessarono d'averlo inteso da uno zoppo che aveva una gamba di legno. Allora il re Cuniberto intese che la mosca, a cui avea tagliato il piede, era uno spirito maligno, ito a spiare i suoi segreti per poi rivelarli. Perciò immantinente inviò a chiamare Aldone e Grausone sotto la sua real parola; palesò loro i sospetti o motivi avuti di far loro del male; e da lì innanzi li tenne per suoi fedeli sudditi. Ho raccontato questo fatto, come sta presso Paolo Diacono, affinchè si conosca la semplicità e credulità, effetti dell'ignoranza di quei tempi. Allora ci volea poco per dare ad intendere, cioè per far credere alla buona gente soprannaturali gli avvenimenti naturali, e, quel che è peggio, cose vere le favole stesse anche men degne di fede. In quest'anno, se vogliam seguitare Camillo Pellegrino, a Gisolfo I duca di Benevento defunto succedette Romoaldo II nel ducato. Il Sigonio, il Bianchi e il Sassi rapportano all'anno 697 la morte di Gisolfo e la creazion di Romoaldo. Io, seguendo Anastasio bibliotecario, ne parlerò più abbasso. Circa questi medesimi tempi, essendo mancato di vita Adone o Aldone luogotenente del ducato del Friuli [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 24.], fu creato duca di quella contrada Ferdolfo, nativo dalle parti della Liguria, uomo altero e di lingua troppo lubrica. Ma forse ciò avvenne nell'anno seguente, restando in troppe tenebre involta la cronologia di quei duchi.


DCXCV

Anno diCristo DCXCV. Indizione VIII.
Sergio papa 9.
Leonzio imperadore 1.
Cuniberto re 18.

La mala condotta di Giustiniano imperadore giunse finalmente in questo anno a produrre de' gravi sconcerti, e quasi la total sua rovina. Se crediamo a Teofane [Theoph., in Chronogr.], aveva egli ordinato a Stefano patrizio e suo generale, di fare una notte un gran macello della plebe di Costantinopoli, e che cominciasse dal patriarca Callinico. Niceforo [Niceph., in Chron.] nulla dice di questo, e potrebbe essere una voce sparsa dipoi, per procurare di giustificar quanto avvenne. Per tre anni era stato detenuto nelle carceri Leonzio, generale una volta dell'armata d'Oriente, e persona di gran credito. All'improvviso l'imperadore il liberò, e scioccamente nello stesso tempo gli restituì il comando delle armi, con farlo partire nel medesimo giorno verso l'esercito. Si fermò Leonzio la notte a Giulianisio porto di Sofia, dove prese congedo dai suoi amici, che erano accorsi a congratularsi e ad augurargli il buon viaggio. Fra questi erano Paolo di Callistrata e Floro di Cappadocia, amendue monaci, dilettanti più di strologia che di teologia, i quali più volte visitandolo alla prigione, gli aveano predetto che diventerebbe in breve imperadore. A questi rivolto Leonzio dimandò loro, dove fossero terminate le lor predizioni, quando il miravano andar lungi da Costantinopoli a cercar non un trono, ma bensì la morte. Gli risposero che quello era appunto il tempo, e che fattosi coraggio, tenesse lor dietro. Come entrasse in Costantinopoli, se pur ne era fuori, nol dice lo storico. Solamente scrive che Leonzio, presi seco i suoi domestici, coll'armi andò quella notte al pretorio, e bussato alla porta, come se l'imperador venisse per sentenziar alcuno de' carcerati, il prefetto corse in fretta ed aprire: ma appena uscito, restò preso e ben legato dagli uomini di Leonzio. Entrati poi dentro, spalancarono tutte le carceri, dove erano moltissime persone nobili ed avvezze al mestier della guerra, che ivi da sei ed anche otto anni stavano rinchiusi. Con questo numeroso drappello, provveduto in breve d'armi, corse Leonzio alla piazza, gridando al popolo che venisse a santa Sofia, e così fece proclamare per le contrade della città. Corsero a migliaia i cittadini colà, ed intanto Leonzio coi nobili scarcerati fu a trovare il patriarca Callinico, a cui si fece credere il pericolo che gli sovrastava; pregollo di venire al tempio, e che gridasse ad alta voce: Questo è il giorno fatto dal Signore. Tutto fu eseguito. Fu preso Giustiniano, e condotto la mattina nel circo, quivi gli fu reciso il naso, ma non già la lingua, come ha per errore il testo di Teofane; e la pubblica determinazione fu di mandarlo in esilio, confinandolo in Chersona città della Crimea. Teodoro e Stefano, que' due crudeli ministri, de' quali s'è parlato nell'anno precedente, restarono vittima del furor della plebe, e bruciati vivi. Terminò la tragedia con venire acclamato imperadore lo stesso Leonzio promotor del tumulto. Per sentimento del Pagi [Pagius, Critic. Baron.], morì in quest'anno Clodoveo III re de' Franchi, e gli succedette Childeberto III suo fratello, governando intanto la monarchia franzese Pippino d'Eristallo suo maggiordomo.