Tornarono in quest'anno i Saraceni con isforzo maggiore ad assalir l'Africa [Theophan., in Chronogr. Nicephor., in Chronico.], seco conducendo un formidabile stuolo di navi, e venne lor fatto di cacciare dal porto di Cartagine Giovanni patrizio e la sua flotta, e di assediarlo in angusto luogo. Tanta fu l'industria di Giovanni, che si potè mettere al largo, e ricoverarsi nell'isola di Candia, da dove spedì a chiedere all'imperadore un più vigoroso rinforzo di combattenti e di navi. Ma succedette un gran cangiamento negli affari; ed intanto i Saraceni ebbero l'agio convenevole per torre a man salva al romano imperio tutto il rimanente dell'Africa: perdita lagrimevole anche pel Cristianesimo, che a poco a poco s'andò perdendo in quelle provincie, col radicarvisi la sola falsa dottrina di Maometto, la quale tuttavia vi regna. E qui, per gli poco pratici del mondo passato, voglio ben ricordare che se mai, perchè odono sovente nominare sotto nome di Maomettani i soli Turchi, si facessero a credere che gli Arabi, ossia Saraceni, tante volte finora mentovati, fossero gli stessi Turchi, s'ingannerebbono di molto. Sono i Turchi una nazione di Tartaria, di cui abbiamo anche parlato di sopra, ben diversa da quella degli Arabi Saraceni. Adottarono anch'essi col tempo la setta di Maometto, stesero per vastissimo tratto di paese le loro conquiste, e finalmente distrussero la monarchia de' Saraceni nel secolo decimosesto, coll'impadronirsi dell'Egitto. Ma nel mentre che l'armata di Giovanni patrizio dimorava in Candia, per paura e vergogna di comparire a Costantinopoli davanti all'imperador Leonzio, presero quelle milizie una risoluzione da lui non meritata; cioè crearono un altro imperadore, e questi fu Absimero Drungario (ufficio militare) presso i Curiacati, al quale posero il nome di Tiberio. Faceva allora la peste un gran flagello in Costantinopoli. Davanti a quella città si presentò l'armata navale del nuovo imperadore, e stette gran tempo senza potervi entrare, perchè i cittadini teneano forte per Leonzio. Ma per tradimento di alcuni uffiziali delle soldatesche straniere fu loro aperto il varco. V'entrarono, misero a sacco le case de' cittadini, e preso l'imperador Leonzio, per ordine d'Absimero, dopo avergli tagliato il naso, il relegarono in un monistero della Dalmazia, ossia di un luogo appellato Delmato. Quindi Absimero dichiarò supremo generale dell'armi sue Eraclio suo fratello, e il mandò nella Cappadocia per osservare i moti de' nemici Saraceni, ed opporsi ai loro avanzamenti. Abbiamo detto all'anno 638 che a papa Onorio riuscì di smorzare lo scisma della Chiesa d'Aquileia per cagione dei tre capitoli condannati nel concilio V generale, ma sostenuti da quel patriarca e da molti suoi suffraganei. Ritornarono poi quelle Chiese a ricadere nel sentimento di prima e nella divisione; ma certo è, per attestato di Beda [Beda, de sex Ætat., lib. 6.] e d'Anastasio [Anastas., in Sergio I.] e di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 64.], che verso questi tempi si tenne un concilio in Aquileia, nel quale fu abbracciato il sinodo quinto suddetto, avendo operato tanto il saggio papa Sergio con paterne ammonizioni e con istruzioni piene di dottrina, che indusse quel patriarca e i vescovi suoi seguaci a ritornare nell'unità della Chiesa. Con che si pose interamente fine a quello scisma, durando nondimeno in avvenire i due patriarchi, l'uno d'Aquileia e lo altro di Grado. Era in questi tempi patriarca d'Aquileia Pietro, di cui fa menzione Paolo Diacono. Nè vo' lasciar di accennare quanto fosse in questi tempi infelice la condizion delle lettere in Italia, perchè mancante di scuole e di maestri. Solamente qualche ignorante grammatico si trovava nelle città, che insegnava un cattivo latino, e così faceano per lo più i parrochi nelle ville. Noi osserviamo negli strumenti d'allora sollecismi e barbarismi in copia, senza potersi penetrare in che stato allora fosse la lingua volgare de' popoli italiani. Per cagione di tanta ignoranza rarissimi erano allora coloro che scrivessero libri, e per gran tempo niuno ci fu che registrasse gli avvenimenti e la storia del suo secolo, di modo che, se non si fosse conservata quella di Paolo Diacono, in una gran caligine resterebbe la storia italiana di quei tempi.


DCXCIX

Anno diCristo DCXCIX. Indiz. XII.
Sergio papa 13.
Tiberio Absimero imper. 2.
Cuniberto re 22.

L'armata di Tiberio Augusto, per relazione di Teofane [Theoph., in Chronogr.], in quest'anno entrò nelle provincie suddite ai Saraceni, e giunse fino a Samosata, mettendo a sacco tutti que' paesi. Fama fu che uccidessero dugentomila di que' Barbari. Ma se lo storico vuol dire armati, narra un fatto che non si può credere; se poi parla di disarmati, di fanciulli e di donne, racconta una crudeltà indegna di soldati cristiani. Agnello, scrittor delle vite degli arcivescovi di Ravenna [Agnell., tom. 2 Rer. Ital.], dice accaduta circa questi tempi un'avventura ch'io non vo' tacere, acciocchè sempre più s'intenda quanto facili fossero ne' secoli barbari alcuni ad inventar delle favole, e più facili le genti a bersele e crederle verità contanti. Per cagione di certe oppressioni fatte al suo monistero di s. Giovanni, situato tra Cesarea e Classe nel territorio di Ravenna, Giovanni abbate d'esso luogo se n'andò a Costantinopoli; e benchè si fermasse quivi per molti giorni, mai non potè veder la faccia dell'imperadore. Ruminando fra sè varii pensieri, un dì postosi sotto la finestra della camera, dove stava l'imperadore, cominciò a cantare de' versetti de' salmi intorno alla venuta del Signore. Andò una delle guardie per cacciarlo via; ma l'imperadore che prendea piacere in udirlo, fece segno dalla finestra che non gli fosse data molestia. Finito che ebbe di cantare, il chiamò di sopra, ascoltò il motivo della sua venuta, e ordinò che gli fosse fatto un buon diploma per la sicurezza de' beni del suo monistero. Oltre a ciò, l'abbate il supplicò di una lettera in suo favore all'esarco, perchè nel dì seguente scadeva il termine, in cui egli doveva intervenire ad un contraddittorio col suo avversario; e mancando, la sigurtà indotta sarebbe gravata. L'imperador gli fece dar la lettera scritta di buon inchiostro, col mese e giorno, e dell'imperial sigillo munita. Volossene l'abbate tutto lieto sulla sera al porto di Costantinopoli per cercar nave che venisse a Ravenna o almeno in Sicilia. Niuna ne trovò. Rammaricato per questo, passeggiava egli, essendo già venuta la notte sul lido, quand'ecco presentarsegli davanti tre uomini vestiti di nero, che gli dimandarono, onde procedesse quella sua turbazione di volto. Uditone il perchè, risposero che se gli dava l'animo di far quanto gli direbbono, nel dì appresso egli si troverebbe fra' suoi nel suo paese. Acconsentì l'abbate, e quegl'incogniti personaggi gli diedero una verga, dicendogli che con essa disegnasse sulla sabbia una barca colle sue vele, coi remi e nocchieri. Quanto dissero, egli eseguì. Poscia aggiunsero, che si posasse in un materasso sotto la sentina, e che se gli avvenisse di udire fremiti di venti, grida di chi è in pericolo, tempeste e rumori d'acque infuriate, non avesse paura, non parlasse, e neppur si facesse il segno della croce. Posossi in terra l'abbate, e dipoi cominciò a sentire un terribil fracasso di venti, un rompersi di remi, un gridare di marinari più neri del carbone, senza dirsi come li vedesse: ed egli sempre zitto. A mezza notte si trovò egli sopra il tetto del suo monistero, e cominciò a chiamare i monaci, che venissero a levarlo di là. Non si arrischiava alcuno, credendolo un fantasma. Tanto nondimeno disse, che gli fu aperto il luminaruolo del tetto, e con gran festa fu ricevuto da tutti. Ordinò egli, che giacchè era l'ora del mattutino, si battesse la tempella per andare al coro; e dopo il mattutino se n'andò a dormire. Nel dì seguente per la porta Vandalaria entrò in Ravenna, e portossi al palazzo di Teoderico, dove presentò il diploma all'esarco, che con venerazione lo prese; ma osservata poi la data della lettera scritta nel dì innanzi, cominciò a trattarlo da falsario, perchè non v'era persona che in tre mesi potesse andar e tornare da Costantinopoli. Allora l'abbate si esibì pronto a far costare della verità della lettera; per conto poi della maniera della sua venuta, disse che la rivelerebbe al suo vescovo. In fatti andò a trovare l'arcivescovo Damiano, e gli raccontò quanto era a sè accaduto, con soddisfare dipoi alla penitenza che gli fu imposta dal prelato. Avran riso a questa favoletta i lettori; ma non si ridano di me, perchè con essa gli abbia ricreati alquanto, ed anche istruiti della antichità di simili racconti falsissimi di maghi. E se mai udissero chi attribuisse un simil fatto a Pietro d'Abano, creduto mago dalla plebe de' suoi tempi, ed anche de' susseguenti, le cui memorie ha poco fa diligentemente raccolto il conte Gian Maria Mazzucchelli bresciano; imparino a rispondere, che ha più di mille anni che corrono nel volgo tali avventure, inventate da persone sollazzevoli, per fare inarcar le ciglia non alla gente accorta, ma a que' soli che son di grosso legname.


DCC

Anno diCristo DCC. Indizione XIII.
Sergio papa 14.
Tiberio Absimero imper. 3.
Liutberto re 1.

Scrive Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 17.] che Cuniberto re dei Longobardi dopo la morte del padre regnò dodici anni. Per conseguente, se Bertarido suo genitore cessò di vivere nell'anno 688, convien dire che nell'anno presente Cuniberto compiesse la carriera dei suoi giorni. Anche Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chr. edition. Canis.] mette sotto quest'anno la morte sua. Paolo in poche parole ne forma un grande elogio, con dire ch'egli era amato da tutti: al che senza molta virtù non arriva principe alcuno. Dal medesimo storico sappiamo che egli era signore di molta leggiadria, di tutta bontà, e di sommo ardire negli affari della guerra, siccome ancora, che egli fabbricò un monastero di monaci in onore di s. Giorgio (e non Gregorio) martire nel campo di Coronata, dove diede battaglia al tiranno Alachi, e ne riportò vittoria. Ha creduto il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., lib. 18, cap. 26.] che questo monistero di san Giorgio sia quel riguardevole che tuttavia esiste ne' borghi di Ferrara. Ma gli autori ferraresi non hanno mai data questa origine al monistero ferrarese di s. Giorgio, nè Cuniberto avea dominio allora nella città, ossia nel territorio di Ferrara. Oltredichè chiaramente scrive Paolo Diacono che quella battaglia succedette in vicinanza dell'Adda, fiume troppo lontano dal ferrarese. Però, siccome accennai di sopra, il sito di quel conflitto e combattimento conviene al luogo di Cornà, notato nell'Italia del Magino, alquanto distante dalla riva occidentale dell'Adda. Ed essendo vicino a quel sito Clivate, dove anticamente esisteva un monistero, mentovato da Landolfo [Landulphus Junior, Hist. Mediolan. tom. 5 Rer. Italic.] juniore storico milanese del secolo XII, io avrei sospettato che non fosse diverso da quel di Cornà, se il Corio non avesse avvertito che quel di Clivate era dedicato in onore di s. Pietro apostolo, con farne anche autore Desiderio re de' Longobardi. Un altro monistero posto in Pavia, ma di sacre vergini, dee qui essere rammentato in parlando del re Cuniberto, tuttavia esistente, tuttavia sommamente illustre e riguardevole in quella città. Chiamavasi anticamente il monastero di santa Teodota, o piuttosto di santa Maria di Teodota. Oggidì si appella della Posterla, perchè anticamente quivi era una picciola porta della città. Di quel sacro luogo parla Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 37.] nel riferire che fa una debolezza di Cuniberto. Trovavasi al bagno, secondo i costumi d'allora (nei quali forse niuna città mancava di terme, e i bagni erano usati e lodati dai medici) trovavasi, dico, una gentil donzella, di nazione non longobarda; ma nobilissima romana, di singolar bellezza, e coi capelli biondi che le arrivavano fin quasi ai piedi. Le leggi dei Longobardi ci fanno abbastanza intendere che le zitelle in questi tempi si riconoscevano fra le maritate, perchè tutte portavano e nudrivano i lor capelli, e ne faceano pompa; e beata chi gli avea più belli e più lunghi. Intonsae credo io che fossero appellate per questo; e che da questa parola corrotta venisse tosa, nome adoperato dai Milanesi per significar le zitelle. Allorchè le donne andavano a marito, si tosavano, come oggidì si pratica dai Giudei. Ora questa giovane per nome Teodota, stando al bagno, fu adocchiata dalla regina Ermelinda, che dipoi con imprudenza femminile ne commendò forte la bellezza al re Cuniberto suo consorte. Finse egli colla moglie di lasciar cadere per terra questo ragionamento, ma nel suo cuore talmente s'invaghì di questa non veduta bellezza, che non sapea trovar luogo. Laonde prese il partito di portarsi alla caccia nella selva chiamata Urba dal fiume o castello vicino, e seco menò anche la regina. Fatta notte, segretamente se ne tornò a Pavia, e trovata maniera di far venire a palazzo la suddetta fanciulla, l'ebbe alle sue voglie. Ma non tardò a ravvedersi del suo trascorso, e la mise nel sopraddetto monistero, che per ciò cominciò a chiamarsi di Teodota.

Rapporta il padre Romoaldo [Romualdus Papia, Sacr. part. 1, pag. 121.] da santa Maria agostiniano scalzo, un antichissimo epitafio tuttavia esistente in quel sacro luogo, che quantunque abbondi di errori, perchè non copiato coll'esattezza che conveniva, merita nondimeno d'esser maggiormente conosciuto e tramandato ai posteri. Esso è composto in versi ritmici e popolari, imitanti gli esametri latini, ma senza verun metro, servendosi l'autore, per esempio, a formare il dattilo e spondeo sul fine di prosapiam texam, di nimium plures, ec.