Scoppiò in quest'anno la congiura ordita contra del padre e de' fratelli da Pippino figliuolo bastardo nato a Carlo Magno da Imeltruda concubina, e diverso da Pippino re d'Italia. Questo giovane principe, bello di aspetto, ma gobbo, non sapea digerire che il re Carlo avesse già creato re d'Italia Pippino, e re d'Aquitania Lodovico, e dato il governo del Maine a Carlo suo primogenito, tutti e tre suoi fratelli, ma legittimi. Perciò, durante la lontananza del padre impegnato nella guerra con gli Unni, badando a dei cattivi consiglieri, e trovati degli aderenti che erano mal soddisfatti della regina Fastrada [Eginhardus, in Vita Caroli Magni, cap. 20. Ann. Francor. Canis.], tramò una congiura contro la vita di lui, con isperanza d'occupar egli il regno. Fardolfo longobardo quegli fu che scoprì la segreta mena, e la rivelò al re Carlo, con riceverne poi in ricompensa l'insigne badia di s. Dionisio di Parigi. Era stato questo Fardolfo uno dei più fedeli cortigiani del re Desiderio, e con esso lui andò in esilio in Francia. Dopo la morte di Desiderio si mostrò non men fedele al re Carlo, e meritò da lui quel ricco guiderdone. Restano presso il Du-Chesne [Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc., p. 645.] due epigrammi, dai quali apparisce che questo Fardolfo abbate fabbricò un palazzo presso il monistero di s. Dionisio per servigio del re Carlo, e inoltre una chiesa a san Giovanni Battista, per isciogliere un voto da lui fatto allorchè andò in Francia in esilio. Gli autori del suddetto scellerato disegno condotti a Ratisbona, parte furono impiccati, parte accecati, e gli altri relegati in varii paesi. Non soffrì il cuore al buon re di pagare l'indegno figliuolo a misura del suo reato, e contentossi che assumesse l'abito monastico nel monistero di Prumia, dove nell'anno 811, per attestato dell'Annalista sassone, terminò i suoi giorni. Leggiamo poi in varii Annali dei Franchi, che convinto in quest'anno di eresia Felice vescovo di Urgel in Catalogna, fu condotto a Roma da Angilberto abbate di Centula, cioè da quel medesimo illustre personaggio che vedemmo all'anno 783 primo tra i consiglieri di Pippino re d'Italia, il quale dovea già aver dato l'addio al secolo. Ma in alcuni Annali egli è qui nominato senza il titolo di abbate. Giunto a Roma il suddetto Felice, nel concilio de' vescovi alla presenza di papa Adriano confessò e ritrattò la sua eresia, ed ottenne di potersene ritornare a casa sua. Il solo Astronomo, ossia l'autore anonimo della vita di Lodovico Pio [Apud Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.], ci ha conservata una notizia spettante, per quanto si crede, all'anno presente; cioè, che tornato esso Lodovico re d'Aquitania dalla spedizione fatta contro degli Unni della Pannonia nell'anno precedente, ebbe ordine da Carlo Magno suo padre di andarsene in Aquitania, e poscia fratri Pippino suppetias, cum quantis posset copiis, in Italiam pergere. Cui obediens, Aquitaniam autumni tempore rediit, omnibusque, quae ad tutamen regni pertinent, ordinatis, per montis Cinisii asperos et flexuosos anfractus in Italiam transvehitur, atque Natalem Domini Ravennae celebrans, ad fratrem venit. Ciò che ne seguisse, lo vedremo nell'anno susseguente. Intanto non vo' lasciar di dire che il Sigonio scrisse [Sigonius, de Regno Italiae, ad ann. 781.] le seguenti parole di Pippino re di Italia: Dum autem is in Italia fuit, Ravennae plerumque egit, aut vetere urbis amplitudine, aut certe navalis rei administrandae opportunitate inductus. Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Raven., lib. 5.] anch'egli, aderendo al Sigonio, scrisse che Pippino stabilì per sua sede Ravenna, con immaginar nondimeno ciò fatto con licenza e permissione del sommo pontefice. Non trovo io sicure e chiare pruove di tali asserzioni. Le parole nondimeno del soprammentovato Astronomo paiono dar qualche fondamento all'opinion del Sigonio. Attese in quest'anno il re Carlo a far dei preparamenti, e specialmente un ponte di navi, con disegno di sperimentare di nuovo le sue forze contra degli Unni, signori della Pannonia. Ma gli stessi Barbari segretamente istigarono alcuni popoli della Sassonia a ripigliar l'idolatria, cioè a ribellarsi al re Carlo: il che disturbò i di lui disegni.
DCCXCIII
| Anno di | Cristo DCCXCIII. indizione I. |
| Adriano I papa 22. | |
| Costantino imper. 18 e 14. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 20. | |
| Pippino re d'Italia 13. |
Sul principio di quest'anno, per testimonianza dell'Astronomo, autore della vita di Lodovico Pio, uniti insieme i due re fratelli, cioè Pippino e Lodovico, con tutte le loro forze, portarono la guerra nel ducato beneventano, diedero il sacco dove giunsero, ma senza impadronirsi d'altro che di un miserabil castello. Passato il verno, se ne tornarono amendue prosperosamente a trovare il padre, ma col dispiacer d'intendere la ribellion di Pippino lor fratello naturale, scoperta nondimeno e gastigata colla morte di molti nobili che aveano tenuta mano al trattato. Motivo a questa guerra contro i Beneventani potrebbe aver dato la lettera settantesima terza di papa Adriano, accennata da me nell'anno 791, se in quello fosse stata veramente scritta. Ma noi abbiam senza questo da Erchemperto [Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.] storico le cagioni di rottura fra Pippino re d'Italia e i Beneventani. Comandava allora a quell'ampio ducato, siccome è detto di sopra, Grimoaldo, principe accorto e valoroso, che, ereditate le massime di suo padre, cioè voglioso dell'indipendenza dai Franzesi, dimenticò in breve le promesse e i patti stabiliti con Carlo Magno, allorchè gli fu conceduto colla libertà il ducato. Sui principii del suo governo attenne la parola, facendo mettere il nome d'esso re Carlo ne' soldi d'oro ch'egli facea coniare, e ne' pubblici strumenti, per riconoscere la di lui sovranità. Ma da lì a non molto lasciò anche queste usanze, e cominciò a non voler che i Franchi gli facessero da padroni e maestri addosso. Erasi egli impegnato di smantellar le fortificazioni di Salerno, Acerenza e Consa. Abbiamo dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitanus, P. II, tom. 2, Rer. Italic.], ch'egli fece diroccar le mura di Consa, ma senza dolor di testa, perchè quella città a cagione del sito anche senza mura si poteva difendere. Parimente venuto ad Acerenza, la fece tutta spianare; ma ordinò che se ne fabbricasse un'altra più forte in sito vantaggioso, cioè sopra un monte. Restava Salerno, che anch'esso doveva spogliarsi di fortificazioni, ed aveva Grimoaldo già fatto dar principio ad una nuova città in vicinanza nel luogo chiamato Veteri; ma non sapea ridursi a rovinar sì bella e forte città, come era l'antica. Allora fu che uno se gli esibì di trovar ripiego per soddisfare all'obbligo contratto, e salvare nello stesso tempo la città, purchè gli fosse data la ricca veste di vaio, cioè la pelliccia, che il duca Arigiso di lui padre solea portare nel dì di Pasqua. Costui gl'insegnò di abbattere alcune mura di Salerno, con alzarne appresso dell'altre, che rendevano più sicura ed inespugnabile la città, con che egli si diede ad intendere di aver mantenuto l'obbligo contratto e il giuramento prestato a Carlo Magno. Prese anche per moglie Wanzia nipote di Costantino imperadore de' Greci: andamenti e fatti tutti che sommamente dispiacquero a Pippino re di Italia, e l'indussero a muovere guerra ad esso Grimoaldo, per desiderio di fargli abbassare il capo. Perchè sì presto terminasse la guerra suddetta, senza saper noi se Grimoaldo con qualche capitolazione si sbrigasse da questi insulti, resta ignoto. Si può nondimeno credere che convenisse ai Franchi di ritirarsi in fretta, perchè, secondo gli Annali moissiacensi [Annales Moissiacens., tom. 3, Rer. Franc. Du-Chesne.], sì il ducato beneventano che l'esercito franzese patì in questi tempi una fiera carestia, la quale si stendeva per tutta l'Italia, ed anche per la Francia. Oltre a ciò, sappiamo dal suddetto Erchemperto, che assalito dall'armi franzesi il duca Grimoaldo, per dar loro qualche soddisfazione, ripudiò all'ebraica la suddetta moglie, quantunque ciò non bastasse per quetare lo sdegno de' Franchi contra di lui. Ma se questo ripudio succedesse nell'anno presente, non v'è storia che lo additi. Mentre si preparava il re Carlo per portare di nuovo la guerra nella Pannonia, si vide obbligato a mutar per allora pensiero; perchè dall'un canto udì che i Sassoni a sommossa degli Unni s'erano ribellati; e dall'altro, che i Saraceni della Spagna aveano rotta la pace, già stabilita con Lodovico re d'Aquitania suo figliuolo. In fatti abbiamo dai mentovati Annali moissiacensi, che vedendo quegl'infedeli impegnato Carlo Magno nella guerra degli Unni, presero il tempo, e con un poderoso esercito vennero nella Settimania, oggidì Linguadoca, bruciarono i borghi di Narbona, e condussero via un immenso bottino d'uomini e di robe. Nell'andar che costoro faceano alla volta di Carcassona, presentossi loro a fronte Guglielmo conte, ossia duca di Tolosa, che fu poi santo, con quanti conti e gente egli potè raunare in quel bisogno, e coraggiosamente attaccò la zuffa. Ma prevalsero i Saraceni, e de' Cristiani sconfitti la maggior parte restò estinta sul campo, e gli altri, fra' quali Guglielmo, si salvarono colla fuga. Trattenevasi intanto il re Carlo in Ratisbona, meditando di tirar un canale dal Danubio al Meno e al Reno, per facilitare il commercio de' popoli: impresa riguardevole, ed anche cominciata, ma rimasta in breve imperfetta. Andarono a trovarlo colà i legati di papa Adriano con dei grandi regali. Il motivo della spedizione da niuno storico si vede registrato negli Annali; ma, secondo tutte le apparenze, fu la loro andata per assistere al concilio, di cui parleremo fra poco.
DCCXCIV
| Anno di | Cristo DCCXCIV. Indizione II. |
| Adriano I papa 23. | |
| Constantino imper. 19 e 15. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 21. | |
| Pippino re d'Italia 14. |
Era tornato in Ispagna al vomito Felice vescovo di Urgel, con rinnovar le già ritrattate sue ereticali proposizioni; animato in ciò principalmente da Elipando arcivescovo di Toledo, concorde in sì fatte storte opinioni con lui; il che accrebbe il bisogno di rimedio. Carlo Magno, principe impareggiabile, che quantunque fosse occupato da tanti pensieri politici, non lasciava d'aver l'occhio attento alla difesa della religione, raunò in Francoforte un concilio plenario, a cui intervennero i legati di papa Adriano, e ben trecento vescovi d'Italia, Spagna, Francia e Germania. Fu quivi decretato che fosse contrario agl'insegnamenti della fede cattolica l'insegnare che Gesù Cristo Signor nostro, in quanto uomo, fosse figliuolo adottivo di Dio: che era l'eresia del suddetto Felice. Passarono oltre que' Padri ad esaminar la sentenza del settimo concilio generale, tenuto dai vescovi orientali in Nicea, in cui furono condannati gl'iconoclasti, e stabilita come ortodossa la venerazion delle sacre immagini. Di sentimento diverso furono i vescovi occidentali nel concilio di Francoforte, avendo eglino bensì ammesso l'uso delle immagini suddette, ma insieme rigettata la loro adorazione. Uomini dottissimi han già fatto conoscere che quei vescovi, a cagione di qualche traduzione malfatta del concilio niceno, non intesero la mente e i decreti de' vescovi d'Oriente in proposito delle sacre immagini, con figurarsi incautamente che alle immagini de' santi fosse stato in Nicea accordato il culto della Latria: il che nè punto nè poco sussiste. Però in questa parte non fu approvato dalla santa Sede il sentimento de' Padri francofordiensi. Carlo Magno mandò in tal occasione Angilberto abbate di Centula a papa Adriano coi voti di que' vescovi, acciocchè gli esaminasse; e il papa assunse bensì la difesa del concilio niceno, ma camminò in quest'affare con pesatezza e dolcezza; perchè per attenzione di Carlo Magno essendosi nei suoi regni rimesso in qualche vigore lo studio delle lettere, non mancavano vescovi di molta dottrina in questi tempi che sapeano tener la penna in mano. E ben degno di considerazione è, che sopra molti altri bella figura fecero nel concilio suddetto, dopo papa Adriano (che inviò una sua lettera condannatoria di Eliprando), s. Paolino patriarca d'Aquileia, e Pietro arcivescovo di Milano. Leggesi tuttavia in quegli atti Libellus episcoporum Italiae contra Elipandum, composto da s. Paolino, una cum reverendissimo, et omni honore digno Petro mediolanensis sedis archiepiscopo, cunctisque collegis fratribus et consacerdotibus nostris Liguriae, Austriae, Hesperiae, Æmiliae, catholicarum ecclesiarum venerandis praesulibus. Crede il Labbe [Labbeus, tom. 7 Concilior.] che invece di Austriae s'abbia quivi a leggere Histriae et Venetiae. Ma egli non sapea l'uso de' Longobardi di chiamare Austria la parte orientale della Lombardia, e Neustria l'occidentale: del che ho parlato anch'io [Rer. Italic., Part. II, tom. 1.] nelle annotazioni delle leggi longobardiche. La loro Austria abbracciava la provincia della Venezia e il Friuli; la Liguria disegnava i vescovi suggetti all'arcivescovo di Milano; l'Emilia dinotava i sottoposti all'arcivescovo di Ravenna, e l'Esperia, cioè l'Italia, i vescovi della Toscana, di Spoleti e di altre città italiane, i nomi de' quali mancano negli atti di quel concilio. Probabilmente fu in questa congiuntura che succedette quanto lasciò scritto Ermoldo Nigello nel poema della vita di Lodovico Pio Augusto [Nigell., lib. 1, Poemat. P. II, tom. 2 Rer. Italic.], da me dato alla luce. Trovavasi il santo prelato Paolino nella chiesa d'Aquisgrana, o celebrando la messa, o salmeggiando nel coro, assiso in una sedia. Vennero colà i tre figliuoli del re Carlo. Precedeva a tutti il principe Carlo suo primogenito. Dimandò il patriarca ad un cherico, chi quegli fosse, e udito chi era, si tacque; e Carlo, continuando il cammino, passò oltre. Da lì poco sopraggiunse Pippino con una gran truppa di cortigiani. Chi questi fosse, volle saperlo il patriarca; e riflettendo ch'era re d'Italia, l'onorò con cavarsi la berretta. Pippino senza fermarsi anch'egli passò oltre. Venne finalmente Lodovico re d'Aquitania, che a differenza dei suoi fratelli maggiori si mise in ginocchioni davanti al sacro altare, e con somma divozione incominciò le sue preghiere. Udito ch'ebbe s. Paolino il nome di lui, alzossi allora dalla sedia, e corse ad abbracciare questo pio principe, il quale con profonda riverenza gli corrispose. Andato poi il patriarca all'udienza di Carlo Magno, fu interrogato della cagione, per cui s'era mostrato sì parziale del terzo de' suoi figliuoli. Gli rispose, perchè se Dio voleva che succedesse a lui nell'imperio uno de' figliuoli suoi, Lodovico era il più a proposito. Si verificò in effetto la predizione. I due maggiori premorirono al padre, e Lodovico gli fu successore nell'imperio e nei regni. Vero è che vien attribuita questa predizione ad Alcuino dall'autore anonimo [Anonymus apud Mabillon., Saecul. Benedict., lib. 1, cap. 10.] della sua vita; ma quello scrittore non manca d'altri sbagli, nè è da paragonare con Ermoldo Nigello abbate, che meglio sapeva gli affari della vita e corte di Carlo Magno, perchè la praticava in questi tempi.
Abbiam di sopra parlato dell'arcivescovo di Ravenna. Potrebbe per avventura appartenere a questi tempi l'elezione seguita di Valerio in arcivescovo di quella città, succeduta senza fallo, vivente papa Adriano. A cagion di questa sorse qualche disparere fra esso papa e Carlo Magno, come apparisce dall'epistola settantesima prima del Codice Carolino. Pretendeva esso re Carlo che i suoi messi dovessero intervenire all'elezione di quegli arcivescovi, allegando ciò fatto, allorchè dopo la morte di Sergio arcivescovo si trattò di eleggere il suo successore, cioè Leone. Risponde in quella lettera il pontefice Adriano, che dappoichè fu mancato di vita il suddetto Sergio, Michele usurpò la cattedra di Ravenna, e capitato per altri affari a Roma Ubaldo messo del re medesimo, fu solamente incaricato di portarsi a Ravenna per cacciar via di colà l'usurpatore e condurlo a Roma. Per altro non era in uso che nè i papi, nè esso Carlo Magno, nè Pippino suo padre inviassero messi per assistere all'elezione dell'arcivescovo ravignano; nè ciò s'era fatto dopo la morte di Leone nell'elezion di Giovanni e di Grazioso. Perciò quivi seguitava lo antico costume, che morto un arcivescovo, il clero e popolo di Ravenna concordemente eleggeva il successore, il quale, col decreto dell'elezione in mano, passava dipoi a Roma per ricevere la consecrazione dal sommo pontefice. Prega dunque Adriano il re Carlo di quetarsi su questa pretensione e di non prestar fede alle lingue ingannatrici, con persuadersi che niuno più d'esso papa è geloso, perchè sia mantenuto tutto l'onore al di lui patriziato, e venga esso re esaltato. Questa pretensione di Carlo Magno, di aver mano nell'elezione dello arcivescovo di Ravenna, può anch'essa servire d'indizio della sua sovranità nell'esarcato, perchè da gran tempo i re franchi voleano mischiarsi nelle elezioni de' vescovi: abuso detestato dai sacri concilii e dallo stesso papa Adriano nell'epistola ottantesima quinta del Codice Carolino, dove scrive al medesimo re: Numquam nos in qualibet electione invenimus, nec invenire debemus vestram excellentiam; sed neque optamus talem rem incumbere; sed qualis a clero et plebe cunctoque populo electus canonice fuerit, et nihil sit, quod sacro obsit ordini, solita traditione illum ordinamus. Diede fine ai suoi giorni in quest'anno la regina Fastrada moglie di Carlo Magno, e fu seppellita a Magonza, donna crudele e malvoluta da molti [Eginhardus, in Annal. Franc.]. Il re Carlo poscia con un'armata da una parte e Carlo suo primogenito con un'altra da altra parte, marciarono contra i Sassoni, per farli pentire della lor ribellione e del rinnovato lor paganismo. Pareano costoro disposti in campo a decidere della lor sorte con una battaglia; ma conosciuto che il pericolo era maggiore della speranza, implorarono la misericordia del re e si sottomisero, con dargli in pegno della lor fede molti ostaggi. Parimente spedì esso re un possente esercito sotto il comando di Guglielmo conte di Tolosa, o pur duca di Aquitania, contra de' Mori di Spagna, che aveano preso Oranges ed altri luoghi della Linguadoca. Venne a lui fatto di ricuperar quella città, e continuò dipoi anche nel seguente anno le sue vittorie con grave danno di quella barbara gente. Prese in quest'anno il re Carlo per sua moglie Liutgarda di nazione alemanna; ma, secondo Eginardo, non ebbe figliuoli. Probabilmente fu in quest'anno che Teodolfo, scrittore poscia celebre, ottenne da esso re [Mabill., in Annal. Benedictin.] la badia di Fleury in Francia, e forse nello stesso tempo anche il vescovato di Orleans. Era questi di nazione italiano, discendente non già dai Longobardi, ma dai Goti; dai Goti, dissi, non so se dei rimasti in Italia, o pure dei conquistatori della Spagna. Scrive egli [Theodulphus, in Paraenesi ad Judic.], che andato a Narbona, quivi trovò un resto di Goti che il riguardarono come lor parente. Comune opinione è che il mirabil genio di Carlo Magno in una delle sue venute in Italia, trovato Teodolfo dotato di molta letteratura (cosa rara in questi tempi) seco il menasse in Francia, e poscia il promovesse alla dignità episcopale.