DCCXCVII
| Anno di | Cristo DCCXCVII. Indizione V. |
| Leone III papa 3. | |
| Irene imperadrice 1. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 24. | |
| Pippino re d'Italia 17. |
Erasi l'imperador Costantino tirato addosso il biasimo e l'odio di molti, perchè nel gennaio dell'anno 795 avea sacrilegamente ripudiata Maria sua legittima consorte [Theoph., in Chronogr.], e forzatala a farsi monaca. Dopo di che nel mese d'agosto pubblicamente sposò e introdusse nel talamo regale Teodota, già cameriera della deposta Augusta, rapito da cieco affetto verso di quella. Disapprovò queste nozze, contrarie ai dogmi della religione cristiana, s. Tarasio patriarca di Costantinopoli, senza però giugnere a scomunicare l'imperadore per paura di maggiori sconcerti e mali nelle chiese orientali. Ma non fecero così i monaci zelanti, fra' quali specialmente si distinsero i santi abbati Platone e Teodoro Studita. Questi francamente in faccia dell'imperadore stesso detestarono il fatto, non vollero più comunicar col patriarca, ed allegramente se ne andarono in esilio, dove li cacciò lo sdegnato Costantino. Stava intenta a tutti questi movimenti la già deposta imperadrice Irene, e siccome quella che riteneva la segreta voglia e smania di ritornare sul trono, non fu pigra a prevalersi dello sconvolgimento presente, e massimamente dell'appoggio de' monaci, che più che mai venivano perseguitati dal figliuolo Augusto. Trasse ella pertanto non pochi cortigiani e soldati nel suo partito, finchè un dì scoppiò la da gran tempo preparata mina. Fu nel mese di giugno dell'anno presente che i congiurati attruppatisi insieme misero le mani addosso a Costantino, e dopo averlo cacciato in un bucintoro, la mattina poi del dì 15 di esso mese il trassero nella stessa regal camera del palazzo, dove egli era nato, e quivi con sì poca grazia, voglio dire, con tanta crudeltà gli cavarono gli occhi, che poco mancò che non morisse per lo spasimo. Dopo di che l'imperadrice Irene prese sola le redini del governo; furono richiamati dall'esilio i monaci, e si rimise la quiete e pace nella Chiesa di Costantinopoli. Il voler scusare, anzi il lodare esempli tali d'ambizione e barbarie, non credo che meriti lode. Erano insorte dissensioni fra i Mori di Spagna. Secondo che scrive Eginardo [Eginhardus, Annal. Francor.], Barcellona, città anche allora fortissima della Catalogna, era stata in addietro ora in poter de' Saraceni, ed ora dei re di Francia. Zaddo, uno dei principi mori della Spagna, vi signoreggiava allora. Costui si portò fino ad Aquisgrana al re Carlo, e quivi spontaneamente gli sottomise sè stesso e la città di Barcellona. Il poeta sassone [Poeta Saxo, Annal. Franc.] a quest'anno anch'egli nota lo stesso, e dice che Barcellona Francorum subjecta fuit posthac dictioni.
Noi nondimeno vedremo, andando innanzi, che dovette ben colle parole Zaddo mostrare di rendersi a Carlo Magno, ma coi fatti operò poi il contrario. Puossi credere che costui s'inducesse a questa resa per timore di Lodovico re di Aquitania, il quale per ordine del padre penetrò in quest'anno in Ispagna con tutte le sue forze, ma senza che sappiamo quali imprese egli quivi facesse. Trattenevasi il re Carlo in Aquisgrana, e, per attestato di Eginardo, illuc Pippinum de italica, et Ludovicum de hispanica expeditione regressos, ad se venire jussit. Che spedizione militare facesse in quest'anno il re Pippino in Italia, lo tace la storia. Potrebbe essere stata contra di Grimoaldo duca ossia principe di Benevento; perciocchè da che quel principe si mise in testa di non voler più riconoscere per suo superiore Carlo re de' Franchi, nè Pippino per re d'Italia, durò sempre la rissa e guerra fra questi due principi, come si ha da Erchemperto. Portossi ancora ad Aquisgrana Teottisto legato, oppur figliuolo di Niceta patrizio della Sicilia, che presentò a Carlo Magno una lettera dell'imperador Costantino, scritta prima delle sue disavventure, e fu con particolare onore ricevuto e rispedito. Tornossene in Italia il re Pippino, e Lodovico si restituì in Aquitania. In questo anno ancora il re Carlo coll'armata entrò nella Sassonia, tolse quanti ostaggi volle da quei popoli, che tutti correvano a suggettarsi a lui. Ne condusse anche via moltissimi, avendo per esperienza conosciuto che non v'era miglior maniera di domar quella feroce nazione, che col sempre più indebolirla e disperderla. Quindi, per essere più a portata di quegli affari, svernò coll'esercito, nella stessa Sassonia. Probabilmente sino a questi tempi condusse la sua vita Paolo Diacono, già divenuto monaco di Monte Casino, scrittore de' più celebri di quell'età, a cui dee molto la storia d'Italia. Il catalogo delle opere da lui composte si legge presso gli autori della storia letteraria. Passò fra Carlo Magno e lui una gran familiarità con lettere e con versi vicendevoli, di maniera che egli lasciò un'illustre memoria di sè stesso.
DCCXCVIII
| Anno di | Cristo DCCXCVIII. Indizione VI. |
| Leone III papa 4. | |
| Irene imperadrice 2. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 25. | |
| Pippino re d'Italia 18. |
A questi tempi si può riferire quanto scrisse Pascasio Ratberto [Apud Mabill., Saecul. IV Benedict., P. I.] nella vita di s. Adalardo abbate di Corbeia. Questo abbate, celebre per la sua rara pietà e per molte altre virtù, fu scelto da Carlo Magno, probabilmente o nel precedente o nel presente anno, perchè servisse di consigliere e primo ministro al figliuolo Pippino re d'Italia. Come si portasse egli in quest'impiego, gioverà intenderlo dallo stesso, Pascasio, che così ne parla: Justitiam vero quantum sectatus sit, testis est Francia, et omnia regna terrarum consultu sibi submissa. Maxime tamen Italia, quae sibi commissa fuerat, ut regnum et ejus regem Pippinum juniorem ad statum reipublicae, et ad religionis cultum utiliter, juste, atque discrete honestius informaret. Ubi tantam promeruit laudem, ut a quibusdam ita ut fertur, non homo, sed pro virtutis amore angelus predicaretur. Seguita poi a dire che Adalardo non guardava in faccia ad alcuno, allorchè si trattava di far la giustizia; nè dubbio v'era che entrassero a lui regali. Trovò egli de' prepotenti nelle contrade d'Italia, che faceano delle angherie al basso popolo. S'applicò a sradicar questi abusi, senza mettersi suggezione d'alcuno, e procurò che dappertutto avesse luogo la giustizia, e ne fosse bandita la violenza. Andò poscia Adalardo a Roma, e s'introdusse presso papa Leone con tal credito e familiarità, che esso pontefice ebbe, a dire che se si fosse ingannato a credere ad esso Adalardo, a niun altro Francese avrebbe egli creduto nell'avvenire. Rimessa in trono l'imperadrice Irene, spedì in quest'anno al re Carlo per ambasciatori [Annal. Franc. Loiselian.] Michele, già patrizio della Frigia, e Teofilo prete. Il suggetto della loro ambasciata fu di notificargli le mutazioni seguite in Costantinopoli, e di stabilir pace con esso re: al che è da credere che desse mano il buon re, il quale in segno anche di amicizia restituì in libertà Sisinnio fratello di s. Tarasio patriarca di Costantinopoli, che già era stato preso in guerra, probabilmente nell'anno 788, allorchè l'armata greca fu disfatta da Grimoaldo ed Ildebrando duchi. Ebbe da fare anche in quest'anno Carlo Magno coi Sassoni, nel paese de' quali s'inoltrò coll'armi; fece, dovunque arrivò, darsi degli ostaggi; e menò seco altri di quegli abitanti, con dividerli, secondo il solito, in varie provincie. Succedette ancora un fatto d'armi tra gli Sclavi settentrionali, benchè Pagani, pure fedeli a Carlo Magno, e i Sassoni abitanti di là dall'Elba, con restar sul campo quasi tre migliaia di questi ultimi. Accadde ne' medesimi tempi che Felice vescovo d'Urgel in Catalogna, nominato di sopra, non solamente rinnovellò le sue eresie, ma le difese ancora in un libro che diede alla luce. La riputazione in cui si era allora s. Paolino patriarca d'Aquileia, fu cagione che Alcuino abbate, chiamato anche Flacco Albino, non contento di scriver egli in difesa della Chiesa, sollecitò ancora esso s. Paolino a confutar quella velenosa scrittura. E indarno nol pregò. San Paolino con tre libri, che tuttavia esistono, rispose a tutte le dicerie di Felice; e siccome versato non meno in prosa che in versi, v'aggiunse un simbolo o regola della fede, composta in versi, che parimente si legge data alla luce.
Attendeva in questi tempi, perchè tempi di pace in Italia, Leone III, romano pontefice, a rinnovar le chiese di Roma, e a decorarle con suntuose fabbriche, paramenti ed altri ornamenti, minutamente descritti da Anastasio [Anastas., in Vit. Leonis III.]. Monsignor Ciampini [Ciampinius, de Musiv., P. II, cap. 23.] rapporta un musaico, tuttavia visibile nella chiesa di s. Susanna di Roma, dove comparisce la figura d'esso papa che tiene in mano la forma d'una Chiesa; siccome ancora l'immagine di Carlo Magno che porta i mustacchi, il manto e la spada. Ma soprattutto è celebre il magnifico triclinio, ossia sala destinata per mangiarvi, ch'egli edificò nel palazzo patriarcale del Laterano. Niccolò Alamanni, il Ciampini ed altri hanno pubblicato il musaico che ivi tuttavia si conserva. Scorgesi in una parte d'esso il Signor Gesù Cristo, che porge colla destra le chiavi a s. Pietro, e colla sinistra il vessillo ad un principe coronato coll'iscrizione COSTANTINO V. Trovandosi dietro alla testa di questo principe un quadrato, che, secondo l'osservazione de' padri Papebrochio, Mabillone e d'altri, denota persona vivente, verisimile è che qui s'abbia da intendere, non già Costantino il grande, ma Costantino imperadore di Oriente ne' primi anni del pontificato di papa Leone III. E quando ciò sussista, viene a fortificarsi la conghiettura proposta di sopra, cioè che durava tuttavia in Roma il rispetto all'imperador greco, ed era quivi riconosciuta la di lui sovranità, e che i re di Francia nell'accettare il patriziato de' Romani dovettero intavolar qualche accordo con gl'imperadori, e senza vergognarsi d'essere loro vicarii e subordinati per conto di Roma e del suo ducato. Nell'altra parte del musaico si mira s. Pietro, che colla destra porge il pallio ad un papa inginocchiato colle lettere appresso SCSSIMUS D. N. LEO PP., cioè lo stesso papa Leone III, autore di quel musaico, rappresentato col quadrato dietro la testa. Colla sinistra poi s. Pietro porge un vessillo ad un principe inginocchiato, che porta i mustacchi, il manto, la spada e fasce alle gambe, come ebbe in uso Carlo Magno. E che di lui appunto si parli lo attestano le lettere sovrapposte, cioè DN. CARVLO REGI. Di sotto si legge questa iscrizione: BEATE PETRE DONA VITA LEONI PP. ET BICTORIA CARVLV DONA. L'Alamanni, il Marca, il Pagi, l'Eccardo ed altri han fatto varii commenti a questo musaico. Non ne vo' io aggiugnere alcun altro, perchè non si può con sicurezza trovar la luce vera in mezzo a sì fatte tenebre. A quest'anno poi dovrebbe appartenere, se fosse vera, una donazione fatta da Ludigario conte d'Ascoli ad Instolfo vescovo di quella città. La carta rapportata dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. I, in Episc. Asculan.] si dice scritta: Regnante domino Carolo et Pippino filio ejus, excellentissimis regibus Francorum et Longobardorum, seu et patritiis Romanorum, regnorum in Christi nomine in Italia, Deo propitio, vigesimo sexto, et octavo decimo, eodemque temporibus viro gloriosissimo Vinigisi summo duce, anno felicissimo ducatus ejus octavo, seu Ludigari comite civitatis asculanae, mense junio, die II, per Indictione sexta L'Ughelli, quantunque infelice critico, conobbe che le sottoscrizioni Carlo imperadore, di Pippino patrizio de' Romani, e l'anno 874 posto in fine, erano sconcordanze intollerabili. Contuttociò si credette di poter conciare tante slogature con levar quell'anno, e credere tale atto seguito nell'anno 799. Ma quello non è documento che si possa per verun conto legittimare. Pippino mai non fu re de' Franchi; nè Carlo Magno era imperadore nel giugno di quell'anno, per tacere degli altri spropositi, che non trattennero il Lilii nella storia di Camerino dall'accogliere come tant'oro questa screditata carta. Abbiamo poi dalle memorie del monistero di Farfa [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.] che nella città di Spoleti anno Karoli, et Pippini regis XXIV et XVIII, mense majo, Indictione VI. Mamiano abbate ed Isembardo, missi domni regis, giudicarono di una causa in favore de' monaci farfensi.