Venuto poi il giorno del natale del Signor nostro, seguì una mutazione di sommo riguardo per Roma e per l'Occidente tutto. Cantò il papa secondo il solito messa solenne nella basilica vaticana coll'intervento di Carlo Magno e di un immenso popolo, quando eccoti indirizzarsi esso pontefice al re, nel mentre che volea partirsi, e mettergli sul capo una preziosissima corona, e nello stesso tempo concordemente tutto il clero e popolo intonar la solenne acclamazione, che si usava nella creazion degli imperadori, cioè: A Carlo piissimo Augusto coronato da Dio, grande e pacifico imperadore, vita e vittoria. Tre volte detta fu questa acclamazione, e in tal maniera si vide costituito da tutti il buon re Carlo imperadore de' Romani; e il pontefice immediatamente unse coll'olio santo esso Augusto e il re Pippino suo figliuolo. Di questa unzione non parlano alcuni Annali de' Franchi, ma solamente della coronazione, e delle acclamazioni e delle lodi suddette: dopo le quali aggiungono che il papa fu il primo a far riverenza a Carlo, come si costumava con gli antichi imperadori. A pontifice more antiquorum principum adoratus est. Perciò esso Carlo, da lì innanzi lasciato il nome di patrizio, cominciò ad usar quello d'imperador de' Romani e di Augusto. E qui convien rammentar le parole di Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] che di lui scrive: Romam veniens, propter reparandum, qui nimis conturbatus erat, Ecclesiae statum, ibi totum hyemis tempus protraxit. Quo tempore et Imperatoris et Augusti nomen accepit: quod primo in tantum aversatus est, ut affirmaret, se eo die quamvis praecipua festivitas esset. Ecclesiam non intraturum fuisse, si consilium pontificis praescire potuisset. Benchè Eginardo sia scrittore di somma autorità per questi tempi ed affari, pure non ha saputo persuadere nè al Sigonio, nè al padre Daniello, nè ad altri storici, che potesse mai seguire una tal funzione senza contezza, anzi con ripugnanza di Carlo Magno, che pur fu principe sì voglioso di gloria. E se il clero e popolo tutto era preparato per cantare le acclamazioni poco fa riferite, come mai non potè traspirar la notizia di sì gran preparamento e disegno ad esso monarca? Nè mancano scrittori antichi che il tennero ben informato della dignità che gli si voleva conferire. Giovanni Diacono [Johann. Diaconus., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], autore contemporaneo, nelle vite de' vescovi di Napoli lasciò scritto che papa Leone fugiens ad regem Carolum, spopondit ei, si de suis illum defenderet inimicis, augustali eum diademate coronaret. Molto più chiaramente parlano gli Annali del Lambecio e moissiacensi colle seguenti parole: Visum est et ipsi apostolico Leoni, et universis sanctis patribus, qui in ipso concilio (cioè nel romano poco fu accennato) seu reliquo christiano populo, ut ipsum Carolum regem Francorum IMPERATOREM nominare debuissent, QUI IPSAM ROMAM TENEBAT, ubi semper Caesares sedere soliti erant, seu reliquas sedes, quas ipse per Italiam, seu Galliam, nec non et Germaniam TENEBAT: quia Deus omnipotens has omnes sedes in POTESTATEM EJUS concessit; ideo justum eis esse videbatur, ut ipse cum Dei adjutorio, et universo christiano populo petente ipsum nomen haberet. Quorum petitionem ipse rex Carolus denegare noluit, sed cum omni humilitate subjectus Deo et petitioni sacerdotum, et universi christiani populi, in ipsa nativitate Domini nostri Jesu Christi ipsum nomen IMPERATORIS cum consecratione domni Leonis papae suscepit. L'Annalista lambeciano scriveva queste cose ne' medesimi tempi, e però di gran peso è la sua asserzione.

Vo' io immaginando che molto ben fosse proposto dal papa e da quel gran consesso al re Carlo Magno di dichiararlo imperador de' Romani, ma ch'egli ripugnasse sulle prime, per non disgustare i greci imperadori, asserendo appunto Eginardo che dopo il fatto se l'ebbero molto a male gli Augusti orientali. Constantinopolitanis tamen imperatoribus super hoc indignantibus, magna tulit patientia, vicitque magnanimitate, qua eis procul dubio praestantior erat, mittendo ad eos crebras legationes, et in epistolis fratres eos appellando. Ma il pontefice Leone dovette concertare col clero e popolo di cogliere inaspettatamente esso Carlo nella solenne funzione del santo Natale; e vedendo poi egli la concordia e risoluzion del papa e de' Romani, senza più fare resistenza si accomodò al loro volere, ed accettò il nome d'imperadore. Dissi il nome, colle parole degli storici suddetti; perciocchè per conto di Roma e del suo ducato, gli stessi Annali ci han già fatto sapere ch'egli anche solamente patrizio ne era padrone: ipsam Romam tenebat. E come padrone appunto mandò i suoi messi prima, e poi venne egli a far giustizia contro i calunniatori e persecutori del papa. Che se talun chiede, che guadagnò allora Carlo Magno in questa mutazione, consistente, come si pretende, in un solo titolo e nome, hassi da rispondere: che fino a questi tempi era stata una prerogativa degl'imperadori romani la superiorità d'onore sopra i re cristiani di Spagna, Francia, Borgogna ed Italia. Scrivendo essi re agli Augusti, davano loro il titolo di padre e di signore. E i primi re di Francia e d'Italia, per giustificare i lor dominio in tante provincie occupate al romano imperio, non ebbero difficoltà di riconoscersi come dipendenti dagl'imperadori, con aversi procacciato da loro il titolo di patrizii. Laonde gli stessi Augusti greci ritenevano qualche diritto, o almeno un possesso d'onore sopra i re e regni ch'erano stati del romano imperio. Inoltre fin qui erano stati riguardati come sovrani di Roma, e il nome loro compariva negli atti pubblici, come si usò per tanti secoli in addietro. Ora creato Carlo Magno imperador d'Occidente, veniva a levarsi al greco Augusto ogni diritto sopra Roma, e l'antica onorificenza nelle contrade occidentali, perchè trasfusa nel novello imperador d'Occidente. Infatti da lì innanzi Carlo Magno, per attestato di Eginardo, non più col titolo di padre, ma con quel di fratello cominciò a scrivere ai greci imperadori, siccome divenuto loro eguale nell'altezza del grado, e così ancora ne' pubblici atti di Roma si cominciò a scrivere il di lui nome d'imperadore. Ecco la cagione per cui essi Augusti greci, fino allora rispettati anche in Roma, s'ebbero tanto a male questa novità. E di qui è avere scritto Teofane [Theoph., in Chronogr.] che ora solamente in Francorum potestatem Roma cessit, perchè in addietro avevano i Greci conservato l'alto dominio in Roma, e questo cessò nel costituire imperador de' Romani il re Carlo. Per altro i motivi del romano pontefice, e del senato e popolo romano, per rinnovare nella persona di Carlo Magno il romano imperio, son chiaramente accennati dagli antichi scrittori. Non v'era allora imperadore. Una donna, cioè Irene, comandava le feste, e si intitolava imperadrice de' Romani. Vollero perciò il papa e i Romani ripigliare l'antico loro diritto, e farsi un imperadore. E tanto più perchè i Greci non faceano più alcun bene, anzi si studiavano di far del male ai Romani; ed era ben più nobile e potente de' Greci il monarca franzese. Tornava anche in maggior decoro di essi Romani che il lor padrone non più usasse l'inferior titolo di patrizio, ed assumesse il nobilissimo ed indipendente d'imperadore, con cui veniva parimente ad acquistare una specie di diritto, se non di giurisdizione, almeno di onore, sopra i re e regni di occidente. Per conto poi de' papi non si può ben discernere, se ne' precedenti anni avessero dominio, o qual dominio temporale avessero in Roma. Da qui innanzi bensì chiara cosa è ch'essi furono signori temporali della stessa città e del suo ducato, secondo i patti che dovettero seguire col novello imperadore: con podestà nondimeno subordinata all'alto dominio degli Augusti latini, potendo noi molto bene immaginare che papa Leone stabilisse tale accordo con Carlo Magno prima di cotanto esaltarlo, e guadagnasse anch'egli dal canto suo e dei suoi successori. Il perchè da lì innanzi cominciarono i papi a battere moneta col nome lor proprio nell'una parte dei soldi e denari, e nell'altra col nome dell'imperadore regnante, come si può vedere ne' libri pubblicati dal Blanc franzese, e dagli abbati Vignoli e Fioravanti. Rito appunto indicante la sovranità di Carlo Magno e de' suoi successori in Roma stessa, non lasciandone dubitare lo esempio sopra da noi veduto di Grimoaldo duca di Benevento.

Dopo così strepitosa funzione l'imperador Carlo attese a regolar gli affari di Roma, e ripigliò fra gli altri quello de' congiurati ed offensori di papa Leone [Annal. Franc. Loiselian. Poeta Saxo. Monachus Engolism.]. Furono costoro di nuovo esaminati, e secondo le leggi romane, venne proferita sentenza di morte contra di loro. Ma il misericordioso pontefice s'interpose in lor favore appresso di Carlo, in guisa che ebbero salva la vita e le membra. Ma perchè non restasse affatto impunita l'enormità del delitto, furono mandati in esilio in Francia. Dal che si vede non sussistere l'asserzione di Anastasio, che li fa esiliati prima che Carlo venisse a Roma. Fra le altre controversie che si trattarono in questi tempi in Roma alla presenza del nuovo imperadore, quella eziandio vi fu che già vedemmo agitata ai tempi del re Liutprando fra i vescovi d'Arezzo e di Siena, a cagione di molte parrocchie, che il primo pretendeva usurpate alla sua diocesi dall'altro. L'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. tom. I, in Episcop. Aretin.] pubblicò un decreto d'esso Carlo Magno dato quarto nonas martias, trigesimo tertio, et trigesimo quarto anno imperii nostri. Actum Romae in ecclesia sancti Petri, ec. È piena di spropositi questa data. Viziato ancora si scorge il titolo, cioè Karolus gratia Dei rex Francorum et Romanorum, atque Longobardorum. E se così fosse scritto nell'archivio della chiesa d'Arezzo, il documento sarebbe falso. Ma forse son da attribuire sì fatti errori al Burali, ovvero alla non ignota trascuraggine dell'Ughelli. Quivi Ariberto vescovo d'Arezzo ricorre al suddetto Augusto contra di Andrea vescovo di Siena, querelandosi che teneva occupate molte chiese spettanti alla diocesi aretina. Rimessa tal causa a papa Leone, fu deciso in favore d'Ariberto, e Carlo Magno con suo diploma avvalorò maggiormente questa sentenza. Un'altra particolarità degna di gran riguardo abbiamo dagli Annali de' Franchi, cioè che sul fine del novembre e sul principio di decembre dell'anno presente, mentre Carlo Magno era in Roma, tornò da Gerusalemme Zacheria prete, già inviato colà da esso Carlo, conducendo seco due monaci spediti dal patriarca di quella città [Eginhardus, in Annal. Franc.], i quali benedictionis gratia claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae cum vexillo detulerunt al medesimo Carlo Magno. Si è servito il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] di questo stesso fatto per provare che l'aver i romani pontefici inviato ai re Franchi le chiavi del sepolcro di san Pietro e il vessillo non è segno che il dominio di Roma e del suo ducato fosse trasferito in quei re. Ma il dottissimo cardinale, per non aver potuto vedere a' suoi tempi tante storie pubblicate dipoi, si servì qui d'una pruova che fa appunto contra di lui. Imperocchè è da sapere che Carlo Magno mantenne gran corrispondenza con Aronne califfa de' Saraceni, e re allora anche della Persia. Eginardo [Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.] attesta che questo califfo si pregiava più della amicizia d'esso Carlo (tanta era la di lui riputazione e potenza), che di quella di tutti gli altri principi del mondo; e mandò più volte a regalarlo. Carlo Magno, siccome principe che stendeva il guardo a tutto quanto potea recar gloria a sè e vantaggio alla religione cristiana, seppe ben profittare del suo credito e della sua amicizia con esso Aronne. Trattò dunque con lui per via di lettere e di ambasciatori, e gli riuscì di ottenere da lui il dominio della sacra città di Gerusalemme. Odasi il suddetto Eginardo, che così seguita a dire: Quum legati ejus (Caroli), quos cum donariis ad sacratissimum Domini ac Salvatoris nostri sepulcrum, locumque resurrectionis miserat, ad eum venissent, et ei domini sui voluntatem indicassent, non solum ea quae petebantur, fieri permisit, sed etiam sacrum illum ac salutarem locum, ut illius potestati adscriberetur, concessit. Il poeta sassone [Poeta Saxo. Annal. apud Du-Chesne, tom. 2. Rer. Franc.] conferma la stessa notizia, con dire che Aronne inviò a Carlo Magno donativi di gemme, oro, vesti, aromati:

Adscribique locum sanctum Hierosolymorum
Concessit propriae Caroli semper ditioni.

E perchè non si dubiti del dominio ancora della città di Gerusalemme, odansi gli Annali [Annales, Loisel. ad ann. 800.]: Zacharias cum duobus monacis de Oriente reversus Romam venit, quos patriarcha hierosolymitanus ad regem misit. Qui benedictionis causa claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae claves etiam civitatis et montis eum vexillo detulerunt. Altrettanto si legge nella vita di Carlo Magno d'autore incerto [Anonymus, in Vit. Caroli Magni.], e in quella del monaco Engolismense [Monach. Engolism.], negli Annali bertiniani [Annales Bertiniani.], di Metz [Annales Metenses.], ec. Veggasi dunque che significasse in tali casi l'inviare il vessillo. L'acquisto fatto nella forma suddetta da Carlo Magno della città di Gerusalemme, servì di fondamento al favoloso ed antico romanzo di Turpino per ispacciare ch'esso imperadore si portò in Oriente, vi conquistò la santa città, andò a Costantinopoli, e fece altre prodezze: tutte favole, che poi il Dandolo ed assai altri storici a man baciata come verità contanti accolsero, ma che oggidì non hanno più spaccio. Io mi dispenserò da qui innanzi dal riferir gli anni de' greci imperadori, perch'essi in Italia non fecero più gran figura, e solamente andarono ritenendo il dominio in Napoli ed in alcune città della Calabria. Finalmente non vo' lasciar di dire che da una pergamena citata dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.] apparisce essere stato in questo anno duca, cioè governatore in Lucca Wicheramo, ma senza sapersi se la sua autorità si stendesse sopra le altre città della Toscana.


DCCCI

Anno diCristo DCCCI. Indizione IX.
Leone III papa 7.
Carlo Magno imper. 2.
Pippino re d'Italia 21.

Dappoichè Carlo imperadore ebbe dato buon sesto al governo e agli affari di Roma, del papa e di tutta l'Italia, e non solamente a quei del pubblico, ma anche a quei degli ecclesiastici e de' privati, con trattenersi apposta per tutto il verno in Roma, dove sappiamo ch'egli fece fabbricare (è incerto il tempo) un magnifico palazzo per la sua persona, ed anche fece dei ricchi presenti alla chiesa di s. Pietro e alle altre di Roma; e dopo aver quivi celebrata la santa Pasqua, si mise in viaggio per tornarsene in Francia. Nello stesso tempo [Eginhard., in Annal. Franc.] anche in quest'anno ordinò a Pippino re d'Italia suo figliuolo di portar la guerra nel ducato beneventano contra di Grimoaldo: del che fra poco ragioneremo. Venne l'Augusto Carlo a Spoleti, e quivi si trovava l'ultimo dì d'aprile, quando si fece sentire una terribile scossa di tremuoto, che rovinò molte città di Italia, e fece cadere la maggior parte del tetto della basilica di san Paolo fuori di Roma. Da Spoleti passò egli a Ravenna, dove si fermò per alquanti giorni, e di là portossi a Pavia. Stando quivi applicato, secondo il suo costume, a stabilire il buon governo de' popoli, e a recidere gli abusi introdotti, formò e pubblicò alcuni capitolari, o vogliam dire leggi, che servissero da lì innanzi al regno d'Italia, come giunte al Codice delle leggi longobardiche. Leggonsi queste in esso Codice e presso il Baluzio. Alcune poche di più ne ho io [Rer. Italic., Part. II, tom. I.] dato, ed insieme la prefazione alle medesime, dove egli s'intitola: Carolus divino nutu coronatus, Romanorum regens imperium, serenissimus Augustus, omnibus ducibus, comitibus, castaldis, seu cunctis reipublicae per provinciam Italiae a nostra mansuetudine praepositis. Anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCI, Indictione IX, anno vero regni nostri in Francia XXXIII, in Italia XXVIII, consulatus autem nostri primo. Dal che e da altri esempii si vede che cominciò allora ad usarsi con frequenza l'era nostra volgare. Fece egli anche menzione dell'anno primo del consolato, per imitar gl'imperadori greci, che gran tempo ritennero il rito di annoverar gli anni del perpetuo lor consolato. Uso era allora che nei casi particolari, a' quali non avessero provveduto le leggi longobardiche, si ricorreva al re per intenderne la sua mente e volontà. Erano perciò restate indecise molte cause in addietro: motivo per conseguente al saggio imperadore di provvedere per l'avvenire colla giunta di nuove leggi, ut necessaria quae legi defuerant, supplerentur, et in rebus dubiis non quorumlibet Judicum arbitrio, sed nostrae regiae auctoritatis sententia praevaleret. Stando in Pavia, ricevette l'Augusto Carlo l'avviso che i legati di Aronne re di Persia, a lui indirizzati, erano giunti a Pisa, e fra gli altri donativi veniva ancora un elefante, cosa troppo forestiera in Occidente. Diede loro dipoi udienza fra Vercelli ed Ivrea; e solennizzata in quest'ultima città la festa di s. Giovanni Battista, passò dipoi in Francia. Erano già due anni che Lodovico re d'Aquitania stringeva con forte assedio o blocco la città di Barcellona, perchè Zaddo saraceno, dopo aver fatto negli anni addietro omaggio di quella città a Carlo Magno, allorchè Lodovico entrò coll'armi in Catalogna, si scoprì mancator di parola, e non fedele, anzi nemico. La fame era a dismisura cresciuta nella città, e venuti meno i più dei difensori. Però disperato Zaddo, perchè niun soccorso gli veniva da Cordova, si appigliò al partito d'andare egli stesso a cercar soccorso dagli altri Mori di Spagna. Ma uscito di notte non potè sì cautamente passare pel campo de' Francesi, che non fosse scoperto e preso, e condotto al re Lodovico. Fu con più vigore da lì innanzi continuato l'assedio, tantochè fu astretta quella nobil città alla resa, e vi entrò trionfante il re Lodovico. Truovasi descritta questa gloriosa impresa diffusamente dall'autore anonimo della vita di Lodovico Pio [Vit. Ludovici Pii, tom. 2 Rer. Franc.], e similmente da Ermoldo Nigello [Ermold., lib. I Carm. P. II, tom. 2 Rer. Ital.], autore contemporaneo, nel suo poema da me dato alla luce. Se crediamo al primo, il saraceno Zaddo si partì da Barcellona per andare a trovare il re Lodovico a Narbona, ed implorare la di lui misericordia. Sembra ben più probabile, come ha il suddetto Ermoldo, ch'egli andasse a cercar soccorsi dal sultano di Cordova; perchè se avesse pensato di rendersi ai Franchi, facile gli sarebbe riuscito di ottenere un passaporto. Scorgesi in altri punti di storia e di cronologia difettoso il suddetto Anonimo. In Italia ancora fu posto l'assedio alla città di Rieti dall'esercito franzese, e combattuta con tal vigore, che venne in potere del re Pippino [Eginhard., in Annal.], insieme con tutte le castella da essa dipendenti. La misera città data fu barbaramente alle fiamme, e Rosulmo governator d'essa incatenato, inviato in Francia all'imperadore. Ma negli Annali di Metz, di s. Bertino e in altri, in vece di Rieti, sta scritto Theate, cioè la città di Chieti, a cui toccò questa sciagura. In fatti è scorretto nell'edizion del Du-Chesne il testo d'Eginardo. Rieti era città del ducato di Spoleti, nè alcuno scrive ch'essa si fosse ribellata per darsi a Grimoaldo duca di Benevento. Oltre a ciò, abbiamo da Erchemperto [Erchempert., Hist. Princip. Langobard. P. I, tom. 2, Rer. Ital.], che continuando la guerra fra il re Pippino e Grimoaldo, tellures Theatensium et urbes a dominio Beneventanorum subtractae sunt usque in praesens. Nel medesimo giorno furono dipoi presentati a Carlo Magno il saraceno Zaddo, già padrone di Barcellona, e Roselmo, governatore di Chieti, ed amendue mandati in esilio.

Al presente anno appartiene un giudicato in favore dell'insigne monistero di Farfa, di cui è fatta menzione nelle memorie da me pubblicate [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.]. Trovavasi il re Pippino in un luogo appellato Cancello, spettante al ducato di Spoleti, Anno Karoli et Pippini XXVII, et XXI, mense augusto. Fatto ricorso a lui per aver giustizia, Ebroardo conte del palazzo, d'ordine suo decise la controversia, risedendo con lui Adelmo vescovo. Da un'altra carta d'essa badia di Farfa, scritta sub die XI mensis maii, Indict. IX., anno Deo propitio domni Karoli et filii ejus Pippini XXVII et XX, in diebus illis, quando domnus Karolus ad imperium coronatus, apparisce che nel ducato di Spoleti veniva esercitata giurisdizione per Halabolt abbatem et missum domni Pippini regis. Dalla Cronica farfense [Chron. Farfense, P. II, tom. 2, Rer. Ital.] parimente si vede che Mancione abbate ed altri messi erano stati inviati dal re Pippino per giudicare eziandio di una lite vertente fra i monaci di Farfa e Guinigiso duca di Spoleti. Tenuto fu il placito nella stessa città di Spoleti, e sentenziato contra del duca in favore del monistero. Pertanto comincia qui ad apparire il grado di conte del palazzo o pure del sacro palazzo in Italia, grado sommamente riguardevole, perchè a lui devolvevano in ultima istanza e nelle appellazioni le cause difficili del regno tutto d'Italia; ed allorchè egli si trovava per le città e provincie del regno italico, godeva l'autorità di giudicar anche de' conti, marchesi e duchi. Non ho io saputo scoprire in Italia un conte del palazzo più antico di questo Ebroardo [Antiquit. Ital., Dissert. 7 de Comit. Palat.], a riserva di Echerigo conte del palazzo, che si truova mentovato in una pergamena di Pistoia [Antiquit. Ital., Dissert. 70, de Cleri immunitate.] da me altrove rapportata, dove è citata, Reclamatio tempore domni Pippini regis facta ad Paulinum (patriarca d'Aquileja) Arnonem (arcivescovo di Salzburg) Fardulfum abbatem (di s. Dionisio di Parigi) et Echerigum comitem palatii, vel reliquos loco eorum, qui tunc hic in Italia missi fuerunt, etc. Essendo, siccome diremo, mancato di vita s. Paolino patriarca nell'anno seguente, s'intende che questo Echerigo dovette esercitar la carica di conte del palazzo, prima che venisse Ebroardo. Dei messi spediti o dai re o dagli imperadori a far giustizia pel regno d'Italia parleremo più abbasso. Intanto da questi placiti e giudicati abbiamo una chiara pruova che il sovrano di Spoleti e del suo ducato erano allora Pippino re di Italia e Carlo Magno imperadore suo padre; e non apparisce che in quelle parti esercitasse giurisdizione alcuna, neppure subordinata, il romano pontefice. Quel solo che merita osservazione si è, che nella maggior parte delle carte farfensi scritte in questi tempi si veggono segnati gli anni di Carlo imperadore e di Pippino re, colla giunta talvolta degli anni del duca di Spoleti. In altre poi s'incontrano i nomi di Carlo e di papa Leone. Ma chi potesse vedere interi quegli atti, troverebbe essere le prime formate dai notai nel ducato di Spoleti, e le seconde in Viterbo, e in altri luoghi del ducato romano sottoposti al pontefice. E perciocchè anche negli strumenti dello stesso ducato romano si mirano segnati prima gli anni di Carlo imperadore, come appunto uno farfense scritto in questo anno si vede segnato: Regnante domno nostro piissimo perpetuo, et a Deo coronato Karolo Magno imperatore, anno imperii ejus primo, seu et domno nostro Leone summo pontifice, et universali papa anno VI, mense junio, Indictione IX; questo ancora concorre a farci intendere chi fosse il sovrano di Roma in que' tempi. Praticavasi lo stesso dai duchi di Spoleti; nè si può mettere in dubbio che la sovranità su quel ducato non fosse allora annessa ai re d'Italia. Riferiscono i padri Cointe [Cointe, in Annal. Eccl.] e Pagi [Pagius, Critic. Baron.] al presente anno la vittoria riportata da papa Leone e da Carlo Magno presso la città d'Ansidonia nella Toscana occupata dagl'infedeli, essendo loro miracolosamente riuscito di sconfiggere que' Barbari, con distruggere poi quella città, situata verso Orbitello. Prestò fede a questo racconto anche il padre Beretti [Beretta, Chronogr., tom. 10 Rer. Ital.] nella corografia de' secoli bassi. L'Ughelli, con pubblicare il diploma dato da esso papa ed imperadore, quegli fu che dopo il Volterrano c'insegnò questa notizia. Ma è da stupire come uomini dotti e sperti nella critica non abbiano conosciuto che quel documento da capo a piedi è un'impostura, nè merita d'aver luogo nelle purgate istorie. Però, anche senza addurre il non dirsi parola di questa battaglia e vittoria e tanto più di vittoria miracolosa, dagli storici contemporanei, narranti tante altre minuzie dei fatti di Carlo Magno, basta leggere quel diploma per rigettarne subito il racconto. In questi tempi, per attestato di Giovanni Diacono [Johann. Diac., in Vita Episcopor. Neapol., Part. II, tom. 2 Rer. Ital.], era console, ossia duca di Napoli, Teofilatto, marito di Euprassia, figliuola del precedente duca e vescovo di Napoli Stefano.