Spediti da Niceforo imperadore dei Greci tornarono quest'anno in Italia e in Francia gli ambasciatori di Carlo Magno, conducendo seco quei di Niceforo [Annales Franc. Metens. Eginhard., in Annal. Franc.], cioè Michele vescovo, Pietro abate e Callisto candidato. Si presentarono questi a Carlo, che dimorava allora nella regal villa di Salz in Franconia, e con esso lui conchiusero un trattato di pace; dopo di che per la via di Roma se ne tornarono a Costantinopoli. Le condizioni di questa pace non le scrivono gli storici; tuttavia si apporrà al vero chi crederà conchiuso fra loro un accordo coll'uti possidetis. Con che venne Niceforo ad assicurarsi nel dominio della Sicilia e delle città che già restavano nella Calabria, e ne' suoi diritti sopra Napoli, Gaeta ed Amalfi; e all'incontro Roma col ducato romano, e tutto il regno de' Longobardi, ossia d'Italia, restarono sottoposti alla signoria di Carlo Magno con gli altri regni o da lui acquistati, o già dipendenti dalla corona di Francia. Per conto della città di Venezia, e dell'altre marittime della Dalmazia, è da ascoltare Andrea Dandolo [Dandul., in Chr., tom. 12 Rer. Italic.], che così scrive: In hoc foedere (tra Carlo Magno e Niceforo) seu decreto nominatim firmatum est, quod Venetiae urbes et maritimae civitates Dalmatiae, quae in devotione imperii (cioè del greco) illibatae perstiterant, ab imperio occidentali nequaquam debeant molestari, invadi, nec minorari; et quod Veneti possessionibus, libertatibus et immunitatibus quas soliti sunt habere in italico regno, libere perfruantur. In fatti è fuor di disputa che la città di Venezia colle isole adiacenti restò esclusa dal regno d'Italia, nè Carlo Magno nè Pippino suo figliuolo v'ebbero dominio. Sappiamo inoltre da Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] ch'esso Carlo Augusto abbracciò sotto la sua signoria Histriam quoque et Liburniam atque Dalmatiam, exceptis maritimis civitatibus, quas ob amicitiam, et junctum cum eo foedus, constantinopolitanum imperatorem habere permisit. Era prigionere Guinigiso duca di Spoleti, siccome dicemmo. Grimoaldo duca di Benevento, che cercava tutte le vie di placare il re Pippino, rimise quest'anno con tutto garbo in libertà esso Guinigiso; e di ciò fanno memoria gli Annali de' Franchi. Intanto era stato eletto patriarca di Grado Fortunato da Trieste, parente dell'ucciso patriarca Giovanni. Rapporta il Dandolo la bolla di papa Leone, che oltre all'approvare la di lui elezione, gli manda ancora il pallio. Essa bolla è data XII. kal. aprilis per manus Eustachii primicerii sanctae sedis apostolicae. Imperante domno nostro Carolo, piissimo perpetuo Augusto, a Deo coronato, magno et pacifico imperadore anno III, Indictione XI, e per conseguente in quest'anno. La data è appunto a tenore del formolario usato sotto gl'imperadori greci. Poco nondimeno stette fermo nella sua sede questo patriarca. Perciocchè non potendo digerire l'iniquità commessa contra del suo predecessore e parente cominciò a tramare con alcuni de' principali Veneziani una congiura contra dei dogi di Venezia. Ma questa scoperta, temendo egli della vita, se ne fuggì da Grado, e ricoverossi sotto la protezione di Carlo Magno, con andare a trovarlo alla villa di Salz, ossia di Sala, e portargli, fra gli altri regali, alcune insigni reliquie di santi. Negli Annali di Metz [Annal. Franc. Metenses.] si legge: Venit quoque Fortunatus patriarcha de Graecis afferens secum super cetera dona duas portas eburneas, mirifico opere sculptas. Egli è detto patriarca vegnente dai Greci, non per altro, se non perchè Grado era tuttavia sotto la giurisdizione de' Greci. Complici della congiura suddetta erano Obelerio tribuno di Malamocco, Felice tribuno, Demetrio, ed altri nobili Veneziani, i quali vedendo svelato il lor disegno, presero la fuga, e si ritirano a Trivigi, città del regno di Italia, come in luogo di sicurezza. Ottenne il suddetto patriarca Fortunato da Carlo Magno un privilegio, che si legge presso il Dandolo, e vien anche rapportato dall'Ughelli [Ughellus, Ital. Sacr., tom. 8.]: la sua data è idus augusti in sacro palatio nostro anno XXXIII regni nostri in Francia, XXVIII in Italia, et imperii III, cioè nell'anno presente. In vece di sacro il padre Cointe giudiziosamente conghietturò che ivi fosse scritto in Salz palatio nostro. In esso diploma vien ricevuto da Carlo Magno sotto la sua protezione Fortunatus gradensis patriarcha, sedis sancti Marci Evangelistae, et sancti Ermacorae episcopus; e inoltre tutti i suoi servi e coloni, qui in terris suis commanent in Istria, Romandiola seu in Longobardia. Ecco come quella parte dell'Emilia e Flaminia, che formava l'esarcato di Ravenna, cominciò ad appellarsi Romandiola. Vedemmo di sopra ordinato da Carlo Magno, o pur da Pippino fra le leggi longobardiche [Rer. Ital. P. II, tom. 1, pag. 123.], de fugacibus, qui in partibus Beneventi et Spoleti, seu Romaniae, vel Pentapoli confugium faciunt, ut reddantur. Dal nome di Romania e di Romandiola si formarono i nomi volgari Romagna e Romagnola. Eruditamente osservò il padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedictin., ad ann. 799.], che trovandosi in questi tempi abate del monistero Mediano, ossia di Moyens Moutiers nella provincia del Berry in Francia un Fortunato vescovo, questi sia stato Fortunato patriarca di Grado ricorso alla protezione di Carlo Magno, che dovette provvederlo di quel benefizio per suo sostentamento. E tanto più, perchè vedremo che papa Leone in iscrivendo a Carlo Magno la lettera undecima, e parlando del medesimo patriarca Fortunato, dice: Neque de partibus Franciae, ubi eum beneficiastis. Solamente non sussiste che di quel monistero fosse egli eletto abate nell'anno 799, come sospettò il suddetto padre Mabillone, perchè Fortunato solamente passò in Francia nell'anno presente.

Secondo il poeta sassone [Poetae Saxonis, Annal. Franc.], questo fu l'anno in cui, dopo sì lunghe rivoluzioni e guerre, fu data la pace alla Sassonia. Altri Annali ne parlano all'anno seguente. Concorsero assaissimi della nobiltà sassone alla villa di Salz, dove soggiornava l'Augusto Carlo, e quivi a lui tutti si sottomisero, con promessa di abbandonare affatto il paganesimo e di abbracciare la santa religione di Cristo. Niun tributo impose loro l'imperadore, ma solamente l'obbligo di pagar le decime per alimento del clero, e di ubbidire ai conti, ossia ai giudici e messi, ch'egli invierebbe al loro governo, vivendo nulladimeno colle proprie leggi. Abbiamo ancora dagli Annali di Metz, che venuto Carlo Magno a Ratisbona, colà se gli presentò Zodane, uno de' principi della Pannonia nominato di sopra, e si sottomise al di lui imperio: il che servì d'esempio ad altri Unni della Pannonia e ad alcuni Schiavoni per fare lo stesso. Si sa che Carlo anche in questo anno spedì l'esercito suo nella Pannonia, e che vi dovette far delle nuove conquiste colla desolazione di tutte quelle contrade. Dopo avere Anselmo abate del monistero di Nonantola nel territorio di Modena tenuto quel governo per lo spazio di cinquanta anni, (come s'ha dalla sua vita scritta da un monaco che sembra vicino a que' tempi, e pubblicata dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episc. Mutin.] e del Mabillone [Mabill., in Annal. Benedictin.]), terminò in quest'anno la carriera delle sue gloriose fatiche con odore di santità, e per santo appunto è tuttavia venerato nella diocesi di Nonantola. Fondò egli oltre a questo altri monisteri, dimodochè sotto di lui si contavano MCXLIV monachi, exceptis parvulis et pulsantibus, qui non constringebantur ad regulam, cioè non computati nel suddetto numero de' monaci i fanciulli che si allevavano nelle lettere e nella pietà in esso monistero, siccome neppure i novizzi, chiamati pulsantes o dall'esame che lor si faceva a guisa dei medici toccanti il polso, o pure dal pregare che essi faceano per venire ammessi all'abito e alla professione monastica. Fu il monistero di Nonantola uno dei più insigni e ricchi d'Italia, di maniera che crebbe a poco a poco una nobil terra appresso il monistero che dura anche oggidì. Ebbero gli abati giurisdizion temporale e spirituale sopra varie ville. Cessò la temporale, ma si conserva tuttavia la spirituale, godendo quel monistero la sua particolar diocesi e copiose rendite. Gregorio monaco, che scrisse l'anno 1092 la Cronica del monistero di Farfa, da me data alla luce [Chronic. Farfense, Rer. Italic., P. II, tom. 2.], ci avvertì essere salito in tanto credito esso nobilissimo monistero di Farfa sì nello spirituale che nel temporale, ut in toto regno (d'Italia) non inveniretur simile huic monasterio, nisi quod vocatur Nonantulae. Tali parole copiò questo monaco da Ugo abate farfense, che visse nel precedente secolo, e scrisse de destructione monasterii farfensis. Questo opuscolo l'ho io pubblicato [Antiquitat. Italic., Dissert. LXXII.] dipoi. Ma le troppe ricchezze, siccome vedremo, fecero guerra allo stesso monistero nonantolano, laonde, a guisa di tanti altri fu ingoiato dagli antichi cacciatori di benefizii ecclesiastici o secolari: costume o abuso, cominciato anche prima di questo secolo in Francia, e solamente in questo introdotto in Italia. Oggidì è abate commendatario d'essa badia nonantolana l'eminentissimo cardinale Alessandro Albani, e la chiesa è uffiziata da alquanti monaci cisterciensi, sustituiti ai benedettini neri, che da gran tempo prima aveano cessato di abitarvi. A santo Anselmo succedette Pietro abate, personaggio anch'esso riguardevole, di cui parleremo altrove.


DCCCIV

Anno diCristo DCCCIV. Indizione XII.
Leone III papa 10.
Carlo Magno imperadore 5.
Pippino re d'Italia 24.

Fece gran rumore quest'anno in Italia la scoperta succeduta nella città di Mantova di una spugna inzuppata, come corse la fama, nel sangue del Signor nostro Gesù Cristo, portata colà da Longino. In que' secoli d'ignoranza poco ci voleva a spacciare e far credere somiglianti racconti. Lo straordinario concorso dei popoli e l'universale bisbiglio per questa novità giunse all'orecchie di Carlo Magno, e mosso da giusta curiosità ne scrisse tosto a papa Leone III, pregandolo di esaminar la verità del fatto, che non s'accorda cogl'insegnamenti della scolastica teologia. Il papa, o perchè avesse voglia di passare in Francia, o gli venisse fatta gran premura per questo affare [Annal. Francor. Metenses. Annal. Francor. Bertiniani.], sen venne a Mantova, senza che apparisca qual decreto egli proferisse intorno a questo preteso sangue del Signore; e prevalendosi della buona occasione, fece sapere a Carlo Magno il desiderio suo di trovarsi con lui, per solennizzare insieme la festa del santo Natale. Gli scrittori mantovani coll'Ughelli [Ughell., in Ital. Sacr., tom. 1 in Episc. Mantuan.] asseriscono che fino a questi tempi la città di Mantova non avea goduta la dignità del vescovato, e che il primo quivi ordinato dal suddetto pontefice fu Gregorio di patria romano. In fatti non s'è scoperto finora vescovo di Mantova più antico di questo; ma con rimaner sempre un motivo di stupore, come una sì illustre città cominciasse così tardi ad aver questo decoro, e senza sapersi chi dianzi la governasse nello spirituale. Avvertito Carlo imperadore della venuta del papa, gli mandò incontro fino a san Maurizio il principe Carlo suo primogenito, ed egli l'aspettò nella città di Rems, di là poscia il condusse a Soissons, e finalmente ad Aquisgrana, dove passarono le feste di Natale in divozione ed allegria. Dopo otto giorni di permanenza nella corte di quel monarca, sul principio del gennaio dell'anno seguente se ne tornò il pontefice per la Baviera a Roma, seco portando varii regali a lui fatti da Carlo Magno, il quale fece anche accompagnarlo da alcuni suoi baroni fino a Ravenna. Aveva in quest'anno l'Augusto Carlo spedito i suoi eserciti nella Sassonia, perchè vi restavano spezialmente di là dall'Elba alcuni popoli ostinati nell'idolatria, che pervertivano anche i nuovi convertiti de' Sassoni [Annales Franc. Moissiacens. Annales Franc. Loiselian.]. Fece egli prendere tutti costoro colle lor famiglie (Eginardo scrive che furono diecimila persone), e li distribuì in varie contrade de' suoi regni. Trovandosi poi egli in un luogo appellato Holdunstetin, vennero ad inchinarlo alcuni principi della Schiavonia, che erano in disparere fra loro. Egli, dopo essersi servito della sua sapienza ed autorità per comporre le lor differenze, diede ad essi per re Trasicone, che s'era presentato a lui con molti regali. Era in questi tempi re della Danimarca Gotifredo. Desiderava egli di abboccarsi con Carlo Magno, non si sa se per attestare il suo ossequio a sì potente e temuto monarca, oppure per qualche controversia fra loro. Venne colla sua flotta e con tutta la sua cavalleria sino a Slevich, cioè ai confini del suo regno e della Sassonia, e fece intendere a Carlo la sua venuta; ma i suoi baroni non gli permisero di andar più innanzi. Siccome al precedente anno dicemmo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], erano fuggiti per paura dei dogi molti nobili veneziani a Trivigi. Quivi stando e tenendo segrete intelligenze con gli altri nobili rimasti in Venezia, per loro consiglio elessero doge Obelerio tribuno. Il che inteso dai due indegni dogi, cioè da Giovanni e da Maurizio suo figliuolo, che dovettero anche avvedersi della poca sicurezza del loro soggiorno, spaventati presero la fuga. Giovanni si ritirò a Mantova, Maurizio se ne andò in Francia, per implorar la protezione di Carlo Magno. E tentarono ben essi più volte di ritornare alla patria, ma sempre rigettati, finirono i loro giorni in esilio. All'incontro Obelerio fu con gran festa accolto dal popolo, e intronizzato in Malamocco, dove allora dovea esser la principal residenza di que' dogi. Egli da lì a non molto ottenne dal popolo, che Beato suo fratello fosse anch'egli assunto alla dignità di doge, e dichiarato suo collega. Per paura d'esso Obelerio, Cristoforo vescovo d'Olivola, siccome parente dei dogi scacciati, uscì di Venezia, e in suo luogo fu eletto vescovo Giovanni diacono. Rapporta l'Ughelli all'anno seguente, ma dovea piuttosto dire al presente, un diploma di Carlo Magno, dato in favore dell'antico monistero di santa Maria, situato fuori di Verona presso la porta appellata dell'Organo, anche oggidì esistente, ed inchiuso nella città. La data sua, che esso Ughelli mise fuor di sito, è questa: Imperante domno Carolo Magno imperat. anno IV, de mense novembris, Indictione XIII. Osservò il padre Mabillone [Mabillonius, Annal. Benedictin. ad ann. 804.], che l'indizione XIII non conviene all'anno presente, ma bensì al seguente, e che questo diploma non sa dello stile della cancelleria di Carlo Magno, e convenir esso piuttosto a Carlo Crasso ossia il Grosso, imperadore. Allorchè io visitai per opera del chiarissimo marchese Scipione Maffei le pergamene dello archivio del suddetto monistero veronese, trascurai di esaminare l'originale o la copia antica di questo privilegio, in cui son corsi varii errori per negligenza dell'Ughelli. Per altro non sussiste già che l'indizione XIII sia qui scorretta. Cominciò essa nel settembre dell'anno presente, e però era in corso nel novembre; e durava similmente allora tuttavia l'anno IV dell'impero di Carlo Magno. Tali note cronologiche non possono già accordarsi con gli anni di Carlo Crasso Augusto. Del resto, se questo sia documento autentico e sicuro, ne potrà render miglior conto chi avrà sotto gli occhi quella cartapecora.


DCCCV

Anno diCristo DCCCV. Indizione XIII.
Leone III papa 11.
Carlo Magno imperadore 6.
Pippino re d'Italia 25.

Le imprese di Carlo imperadore nel presente anno furono le seguenti [Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Bertiniani.]. Venne a trovarlo il Cacano, ossia Capcano, cioè il principe primario degli Unni abitanti nella Pannonia, e già divenuti sudditi e tributarii d'esso Augusto. Chiamavasi Teodoro, e professava la religione di Cristo. Dopo avergli rappresentato che per le violente incursioni de' vicini Schiavoni non potea più col suo popolo fermarsi nelle antiche sue contrade, il pregò di permettergli che venisse ad abitare fra Sabaria e Carnunto. Credono gli eruditi che queste due città fossero nel tratto del paese posto fra Vienna e Presburgo, e il fiume Rab. Ottenne Teodoro quanto dimandava, e licenziato con varii doni a lui fatti dall'imperadore, se ne tornò ai suoi, ma con sopravvivere poco tempo dipoi. Il suo successore inviò ambasciatori al medesimo Augusto per l'approvazione della dignità a lui conferita; e Carlo gli concedette autorità e giurisdizione sopra tutta la nazione degli Unni della Pannonia, come era in uso ne' vecchii tempi. Ma Carlo Magno, nelle cui vene bolliva la febbre dei conquistatori, i quali non mai sazii di dilatare in confini, mentre fanno un acquisto, ne van meditando un altro, rivolse in quest'anno le sue mire alla Boemia. Era quel paese allora abitato dagli Sclavi o Slavi, o vogliam dire Schiavoni: e di qui è poi venuto che que' popoli tuttavia usano la lingua schiavona. In più parti confinava con loro il dominio di Carlo Magno, cioè per la Sassonia, per la Baviera, che allora abbracciava l'Austria, e per la Pannonia. Ora nell'anno presente risoluto egli di sottomettere quella nazione, con tre poderosi eserciti da tre parti la fece assalire. Era un d'essi formato di Franchi, condotti dal principe Carlo suo primogenito, il quale poco fa, oppure poco dappoi, avea conseguito il titolo di re dal padre. Il secondo composto di Sassoni e Sclavi, o Slavi Obotriti, secondochè s'ha dagli Annali de' Franchi, era composto di una innumerabil moltitudine di gente. Nel terzo si contavano le milizie di tutta la Baviera. Da questa formidabil oste assaliti i Boemi, non pensarono a far fronte, ma misero tutta la lor difesa nella ritirata sui monti e ne' boschi più folti. Bisogna nondimeno credere succeduta qualche baruffa, perchè vi rimase estinto Lecone duca dei Boemi. Per quaranta giorni le suddette armate scorsero il paese, incendiando e dando il guasto a tutto; e perciocchè venne meno il foraggio ai cavalli e la provianda ai soldati, se ne tornarono in fine ai loro quartieri. Ma gli Annali moissiacensi [Annal. Moissiacenses, tom. 3 Rer. Franc.] aggiungono che Samela re de' Boemi venne a patti, e promise fedeltà a Carlo Magno, con dargli anche per ostaggi due suoi figliuoli. Essendosi nulladimeno continuata nell'anno seguente la guerra coi Boemi, può dubitarsi della verità di questo racconto. Intanto l'imperadore andava visitando i luoghi del suo regno vicini al mare. Fu a visitarlo Lodovico suo figliuolo re d'Aquitania, mentr'egli si trovava nella villa di Teodone. Vi arrivò anche dall'Italia il re Pippino; e quivi colla grata compagnia di questi suoi due figliuoli solennizzò la festa del santo Natale del Signore. Ci viene poi dicendo Andrea Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12. Rer. Ital.], che dappoichè l'Istria, per le capitolazioni seguite fra i due imperii occidentale ed orientale, restò sotto il dominio di Carlo Magno, questi mandò per duca di quella provincia un certo Giovanni. Cominciò costui ad aggravar que' popoli, e i popoli ne portarono le doglianze all'imperadore, il quale non tardò a spedire colà Izone prete, Cadaloo ed Ajone conti, con ordine di esaminar l'affare. Questo Cadaloo altri non può essere che il successore di Erico o Enrico nel governo del ducato del Friuli. E non portando egli se non il titolo di conte, potrebbe a talun parere che la marca del Friuli o trivisana non fosse peranche formata. Ma noi vedremo che i marchesi usavano anche il titolo di conti, perchè come marchesi soprintendevano a tutta la marca, e come conti erano governatori stabiliti di qualche città. Dai suddetti deputati dell'imperadore fu raunata una dieta in Istria, in cui concorsero Fortunato patriarca di Grado, esule dalla sua patria, Teodoro, Leone, Staurazio, Stefano e Lorenzo vescovi di quelle contrade, e cento sessantadue principali cittadini delle città dell'Istria. Chiarito ch'ebbero l'insolito peso imposto dal duca Giovanni, ne esentarono que' popoli, con ordinare che non fossero tenuti a pagare se non marche trecentocinquantaquattro, siccome dianzi faceano alla camera imperiale dei Greci, con ripartire il pagamento secondo la possibilità delle città e castella della provincia. Aggiugne il Dandolo che i Veneziani, per l'odio che portavano ai due dogi fuggiti, ridussero in un mucchio di pietre la città d'Eraclea, da dove quei medesimi dogi aveano tirata la loro origine, senza però dissimulare che la distruzione di quella città vien da altri attribuita a Pippino re d'Italia nella guerra che fra poco racconteremo. Annovera poi egli le nobili famiglie che di là passarono ad abitare in Malamocco, Rialto e Torcello. La rovina di questa città mi fa sovvenire che ne' medesimi tempi Niceforo imperadore de' Greci, a cui quasi tutte le imprese andavano alla traversa, restò maltrattato sì fattamente nella guerra coi Saraceni [Theoph., in Chronogr. Elmac. Hist. Sarac. lib. 2.], che fu astretto a comperar la pace da loro, con promettere un annuo tributo, e di non riedificare Eraclea, città diversa da quella dei Veneziani.