| Anno di | Cristo DCCCXI. Indizione IV. |
| Leone III papa 17. | |
| Carlo Magno imperad. 12. |
Sul principio di quest'anno, se pur non fu sul fine del precedente, rispedì lo imperador Carlo a Costantinopoli Arsacio, ossia Arsafio, ambasciatore di Niceforo Augusto, con una lettera che si legge fra l'opere di Alcuino, ma non già scritta da lui [Inter Alcuini Opera, Epist. III.], a nome dell'imperadore, perchè Alcuino non era più tra i vivi. In essa Carlo tratta Niceforo col titolo di fratello, per farsi conoscere eguale a lui in dignità. Mandò con tal congiuntura anch'egli per suoi ambasciatori a Costantinopoli Attone ossia Azzo, vescovo di Basilea, Ugo conte di Tours, e Aione ossia Agione longobardo del Friuli; imperocchè il saggio monarca accomunava anche ai Longobardi ed Italiani gli uffizii più onorevoli della corte e del regno. Abbiamo poi dalla legge ottava [Rer. Ital., P. II., tom. 1.] di Pippino re d'Italia nel corpo delle leggi longobardiche, che in Italia c'erano dei conti franzesi, cioè dei governatori delle città, e dei conti longobardi. Inoltre scrivono gli Annalisti d'allora [Annales Franc. Eginhard., Annal. Francor. Metenses. Annal. Franc. Bertiniani.] che questi ambasciatori seco condussero Leone spatario greco, e Willario, ossia Willerico, doge di Venezia, chiamato Obelerio, siccome vedemmo dagli scrittori veneti. Il primo dieci anni prima, allorchè Carlo Magno si trovava in Roma, era scappato dalla Sicilia. Alter, cioè Willario (o vogliam dire Obelerio), propter perfidiam honore spoliatus, Constantinopolim ad dominum suum duci jubetur. Dal che sempre più apprendiamo come fossero regolati in questi tempi gli affari della città di Venezia. Con tali notizie va concorde il Dandolo [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], scrivendo che i Veneziani, coll'assistenza di Ebersafio apocrisario imperiale, fecero in maniera che Obelerio e Beato dogi fossero esclusi dalla dignità e dalla patria. Obelerio fu condotto a Costantinopoli, e Beato a Jadra. Valentino, terzo lor fratello, restò in Venezia difeso dalla sua giovanile età, ma spogliato anch'egli dell'onorevol grado di doge. Il perchè venne il popolo di Venezia all'elezione di un nuovo doge, e concorsero i voti in Angelo Particiaco, chiamato da altri Participazio, originario d'Eraclea, personaggio valoroso e buon cattolico. Era stata fino allora la sedia ducale in Malamocco. Perchè troppo avea patito nella precedente guerra quel luogo, fu concordemente risoluto dai Veneziani, che in avvenire i dogi abitassero in Rialto, dove in fatti il novello doge fabbricò il palazzo ducale, che tuttavia esisteva ai tempi del Dandolo. Perciò l'inclita città che da tanti secoli risplende col nome di Venezia, veniva allora appellata anche Rialto dal popolo, e Olivola o Castello dal clero, perchè il vescovo della città abitava in quella parte che portava quei nomi. Ma gli ambasciatori spediti da Carlo Magno alla corte di Costantinopoli o trovarono o videro dipoi cambiato di molto l'aspetto di quel governo. Imperocchè Niceforo imperadore, principe per tutti i capi indegno dell'augustal dignità, uscito in campagna contra di Crummo re de' Bulgari, nel dì 25 di luglio restò con tutta l'armata sua disfatto, e lasciovvi anche la vita. La testa di lui sopra un'asta fu esposta alla vista di tutte le nazioni in dispregio de' vinti. Teofane, scrittore [Theophanes, in Chron.] contemporaneo, lagrimando descrive quella terribil giornata, in cui perì la maggior parte della nobiltà de' Greci. Succedette poscia al malvagio Niceforo con acclamazione universale del senato e degli ordini militari nel dì 2 d'ottobre il buon Michele Curopalata, ornato di ottimi costumi, e riguardevole per insigni virtù. Fu egli coronato da Niceforo patriarca, e dipoi nel dì 25 dicembre anche a Teofilatto di lui figliuolo fu conferita la imperial corona. Nè tardò l'augusto Michele ad inviare i suoi ambasciatori a Carlo Magno per istabilir seco pace, ed anche per trattare di un matrimonio pel suddetto Teofilatto.
Varii erano ormai gl'incomodi della sanità di Carlo imperadore: al che riflettendo il saggio e piissimo principe, fece nell'anno presente una specie di testamento, che contiene la maniera di dividere i suoi tesori in tante limosine alle chiese e ai poveri. Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] ce ne ha conservato un abbozzo. Buona parte adunque dell'oro, argento, gemme e vesti, divisa in parti ventuna, fu destinata alle chiese metropolitane. Et quia, dice quel contemporaneo scrittore, in regno illius metropolitanae civitates viginti et una esse noscuntur, unaquaeque illarum partium ad unamquamque metropolim per manus haeredum et amicorum eleemosinae nomine perveniat, ec. Ma e quali erano queste città metropolitane della monarchia di Carlo Magno? Seguita Eginardo a spiegarlo con dire: Nomina vero metropoleorum, ad quas eadem eleemosyna sive largitio facienda est, haec sunt: Roma, Ravenna, Mediolanum, Forum Julii (cioè Aquileia, perchè quel patriarca abitava in Cividale del Friuli), Gradus, ec. Queste son le cinque città metropolitane d'Italia (e di più non ce n'era in que' tempi), e tutte poste in regno illius: dal che sempre veniamo ad apprendere quello che s'abbia a credere delle città di Roma e Ravenna. Aggiugne poscia Eginardo che nel tesoro di lui si trovavano tre tavole d'argento e una d'oro di particolar grandezza e peso. Ora egli determinò che una d'esse tavole di figura quadrangolare, contenente la descrizione della città di Costantinopoli, con altri suntuosi donativi fosse portata alla basilica di s. Pietro di Roma. Un'altra di figura rotonda, in cui si mirava la descrizione della città di Roma, fosse data all'arcivescovo di Ravenna. In fatti Agnello storico di questi tempi, nelle vite de' vescovi ravennati [Agnell., Vit. Episcop. Ravennat., Part. I, tom. 2 Rer. Ital.], parlando di Martino arcivescovo, ha queste parole: Igitur istius Martini temporibus misit Ludovicus imperator ex dimissione sui genitoris Karoli ad Martinum ponteficem hujus ravennatis sedis mensam argenteam unam absque ligno, habentem infra se anagliphte totam Romam, unam cum tetrogonis argenteis pedibus, et diversa vascula argentea, seu et cuppam auream unam: quae cuppa haec sita in cratere aureo sancto, quo quotidie utimur. Perchè mai non son giunte fino a' dì nostri due sì riguardevoli tavole? Varrebbono ora più che se fossero di oro, e darebbono un maraviglioso pascolo alla curiosità degli eruditi. Gran bisogno in quest'anno ebbe ancora Carlo Magno della sua virtù per tollerare un nuovo colpo delle umane vicende; imperciocchè la morte gli rapì l'altro suo figliuolo maggiore Carlo nel dì 4 di decembre, cioè un principe che in varie imprese finora fatte avea dato speranza di non riuscire inferiore all'invitto suo padre. Con che dei tre suoi figliuoli legittimi altro non gli restò se non Lodovico re d'Aquitania. Mostrò poi premura di far pace coll'Augusto Carlo Emmingo re di Danimarca, succeduto all'ucciso Gotifredo suo padre; e in effetto questa fu conchiusa; e perchè correva allora un verno straordinariamente rigido, fu giurata sull'armi secondo i riti d'allora. Dappoichè fu mitigata la stagione, venne essa pace con più splendida solennità ratificata da dodici baroni eletti dall'una parte e dall'altra, che si trovarono insieme ai confini. Le armate poi di Carlo nell'anno presente fecero alcune azioni militari contro gli Sclavi Linoni di là dall'Elba e nella Pannonia, dove bollivano delle controversie tra gli Unni e gli Schiavoni, e contro ai popoli della minor Bretagna che aveano eccitato tumulti di ribellione. Dappertutto ebbero prosperità l'armi sue. Circa questi tempi fu console e duca di Napoli Antimo [Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neap., Part. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Venuto egli a morte, i Napoletani avendo spedito in Sicilia, condussero di là per loro maestro de' militi, o vogliam dire generale d'armata (così ancora appellavano essi il loro console e duca), Teotisto. Questi dopo qualche tempo ebbe per successore Teodoro, dichiarato protospatario dai greci Augusti. Il tempo preciso d'essi duchi di Napoli non si può ben accertare. Regnando poscia Sicone principe di Benevento, ad esso Teodoro succedette Stefano nipote di Stefano vescovo. Di questi tornerà occasion di parlare andando innanzi.
DCCCXII
| Anno di | Cristo DCCCXII. Indizione V. |
| Leone III papa 18. | |
| Carlo Magno imperad. 12. | |
| Bernardo re d'Italia 1. |
Quanto più Carlo imperadore sentiva declinante la sua sanità, tanto più fervorosamente attese ai consigli di pace, per lasciare al figliuolo Lodovico la monarchia quieta e senza nemici [Eginhardus, in Annal. Francor.]. Giunsero appunto in quest'anno gli ambasciatori a lui spediti da Michele nuovo imperadore de' Greci, cioè Michele vescovo, ed Arsafio e Teognosto protospatarii imperiali. Furono questi all'udienza dell'Augusto Carlo in Aquisgrana, e siccome erano venuti anch'essi volonterosi di pace, così diedero tutta la mano per istabilirla. Nella chiesa fu loro consegnata la capitolazione segnata da Carlo: dopo di che in lingua greca gli fecero le acclamazioni, appellandolo imperatore e basileo, cioè re: cosa nondimeno che si crede non fosse dipoi approvata dalla superba corte di Costantinopoli. Preso poco appresso il congedo, vennero a dirittura a Roma, e nella basilica di san Pietro riceverono un'altra copia della suddetta convenzione, sottoscritta da papa Leone, sì in riguardo degli stati della Chiesa confinanti a Napoli e Gaeta, città dipendenti dai Greci, e sì per accrescere colla maestà del nome pontificio più credito e sicurezza a quei patti. Trattossi parimente di pace [Annales Francor. Moissincens.] fra l'imperadore Carlo ed Abulaz re di Cordova, ossia dei Mori della Spagna; e questa essendo venuti a chiederla i messi di quel re infedele, fu conchiusa per tre anni avvenire. Durava poi da molti anni la nemicizia tra esso imperadore e il ducato di Benevento, e già vedemmo fatte varie ostilità dai Franchi, cioè da Pippino re d'Italia, contra di Grimoaldo duca, figliuolo di Arigiso, che mai non seppe indursi a riconoscere esso re per suo sovrano. Grimoaldo Storesaiz, suo successore in quell'insigne principato, si appigliò finalmente ai consigli di concordia, ed ottenne la pace da Carlo Magno, con patto di pagargli annualmente a titolo di tributo venticinquemila soldi d'oro, e che restassero illese per lui e godute da lui tutte le regalie dell'ampio ducato beneventano. Fu da lì a due anni, siccome vedremo, sminuito questo tributo. Da Erchemperto [Erchempert., Hist. Princip. Langobard., cap. 7.] viene appellato il suddetto Grimoaldo vir satis mitis, et adeo suavis, ut non solum cum Gallis, verum etiam cum universis circumquaque gentibus constitutis inierit foedus, et Neapolitibus supramemoratis gratiam pacemque donarit. All'incontro l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan., Paralipom. P. II. tom. 2 Rer. Ital.], men degno di fede, cel dipigne per uomo superbo, avaro e seminator di discordie fra i Longobardi. Aggiugne egli dipoi, appena esser egli stato assunto a quel trono principesco, che l'armata franzese corse ad invadere il ducato di Benevento, sperando forse i Franchi miglior fortuna in questa novità di governo. Ma Grimoaldo, unite le sue forze ed uscito in campagna, diede loro una gran rotta. Tacendo gli Annali di Francia questa guerra, e tacendo Erchemperto, autore molto più vicino a que' tempi, una tal vittoria, probabilmente ancor questa è una delle dicerie vane del volgo, che l'Anonimo salernitano spacciò nella sua storia. Quando però sussistesse, parrebbe che fosse da riferire a questi tempi.
Ebbe fine nell'anno presente la vita di Emmingo re di Danimarca, e per cagion d'essa insorsero gare fra i pretendenti al regno. Restarono queste decise con una battaglia, e finalmente si videro eletti due re, cioè Eriolto e Reginfredo, i quali non tardarono a conchiuder pace con Carlo Magno. Venuta in questo medesimo anno ad Aquisgrana la nuova che i Saraceni di Spagna e d'Africa aveano preparata una formidabile flotta per portarsi ai danni dell'Italia, Carlo Magno, che fino allora nulla avea determinato per provvedere al governo di questo regno, commosso dalle minacce de' suddetti Barbari, venne alla risoluzione d'inviare in Italia [Annales Franc. Metens. et Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.] Bernardo suo nipote, cioè figliuolo del defunto re Pippino. Tenuta dunque una gran dieta dei suoi baroni in Aquisgrana, quivi dichiarò la sua mente, e poscia spedì in Italia esso suo nipote. Ma perciocchè egli era assai giovane e bisognoso di consiglio, gli mise ai fianchi Walla, figliuolo di Carlo Martello, persona allora secolare, e di gran senno e sperienza. Fratello di esso Walla era Adalardo celebre abbate di Corbeia; e questi, già dato da Carlo Magno per primo consigliere al re Pippino suo figliuolo, seguitò dopo la sua morte a governar l'Italia, e dovette anch'egli assistere colla sua prudenza al novello re Bernardo, potendosi eziandio giudicare ch'egli maneggiasse con Grimoaldo duca di Benevento la sopra mentovata pace. Ho già nominato re d'Italia il suddetto Bernardo, tuttochè paia, siccome diremo, conferito a lui questo titolo solamente nell'anno susseguente. Imperocchè per le memorie da me raccolte nelle Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissert. X.], vegniamo bastevolmente ad intendere che l'epoca del regno ebbe principio nell'anno presente, e non già nel susseguente, come vuole il padre Pagi [Pagius, Critic. Baron.]. Nel contare i suoi anni si soleva aggiugnere: Postquam in Italia reversus est. Era egli nato in Italia, e in Italia ritornò nell'anno presente. Però negli Annali wirceburgensi citati dall'Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 18.], si legge: Anno DCCCXII. Pennhardus rex factus est. Presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., in Episc. Veronensib.] si legge una carta di Rataldo vescovo di Verona, Anno Bernardi piissimi regis primo sub die VIII, kalendas julii, Indictione VI, cioè nell'anno susseguente, prima che seguisse la dieta d'Aquisgrana, di cui parleremo. Perciò può essere stata in uso un'altr'epoca, cominciata nell'anno seguente; il che nondimeno convien provare con documenti sicuri. Ora la flotta de' Saraceni, di cui abbiam fatta poco fa menzione, parte si scaricò addosso alla Corsica, e parte alla Sardegna; ma quest'ultima per fortuna di mare quasi tutta andò a fondo. Volle nel presente anno l'Augusto Carlo, intento sempre a cose grandi, far pruova del sapere de' suoi vescovi, giacchè egli s'era studiato finora di promuovere le lettere per i suoi regni. Scrisse dunque agli arcivescovi, incaricandoli di riferirgli il sentimento loro intorno a tutti i riti del sacro battesimo. Fra quei che soddisfecero alla pia curiosità ed istanza di questo glorioso monarca, uno fu Odelberto, arcivescovo in questi tempi di Milano. Il libro da lui composto de Baptismo, esiste tuttavia diviso in ventidue capitoli, e riferito del padre Mabillone [Mabill., Annalect., p. 10, edition. recent.], che diede alla luce la lettera a lui scritta da Carlo Magno.