MCXLV
| Anno di | Cristo MCXLV. Indizione VIII. |
| Eugenio III papa 1. | |
| Corrado III re di Germania e d'Italia 8. |
Ebbe fine in quest'anno la vita e il breve pontificato di Lucio II. Se vogliamo prestar fede all'autore conservato a noi dal cardinale d'Aragona [Cardin. de Aragon., in Vit. Lucii II, P. I, tom. 3 Rer. Italic.], egli come uomo prudente e coraggioso, dopo aver ben prese le sue misure coi fautori della maestà pontificia, messa insieme una mano d'armati, forzò i nobili romani, che contra il divieto del suo predecessore Innocenzo II aveano istituito il senato, ad uscire del Campidoglio, e ad abiurare la novità da loro fatta. Non la racconta così questa faccenda Gotifredo da Viterbo [Godefr. Viterbiensis, in Pantheo.], storico del presente secolo. Secondo lui, questo papa ascese bensì accompagnato da alquante soldatesche nel Campidoglio, risoluto di cacciar di là vituperosamente i senatori; ma il senato e popolo romano avendo dato all'armi, ripulsarono in un momento il papa con tutti i suoi aderenti. Anzi fu sì esorbitante il tumulto loro, che esso pontefice percosso da più sassate, finchè sopravvisse (il che fu poco), non potè più sedere nella cattedra sua. Ch'egli fosse colpito da un sasso, lo afferma ancora un altro scrittore, accennato dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.]: laonde dopo pochi giorni infermatosi, dovette soccombere all'imperio della morte. Mancò egli di vita nel dì 25 di febbraio, dopo aver quasi rifabbricata di pianta e arricchita di molto la chiesa di santa Croce in Gerusalemme, di cui era stato titolare. Servì la di lui morte a rendere più che mai orgogliosa quella fazione di nobili romani che s'era rivoltata contra dei sommi pontefici, e che stabilì più fortemente l'unione ed autorità del senato romano in Campidoglio. In mezzo a questi tumulti non trovandosi in piena libertà il sacro collegio dei cardinali, si raunò nella chiesa di san Cesario, e quivi di comune consenso elesse papa nel dì 27 febbraio Bernardo Pisano, abbate cisterciense di santo Anastasio, discepolo negli anni addietro di san Bernardo, uomo di molta bontà di vita. Era questi tenuto per uomo piuttosto semplice, ma per ispezial grazia del cielo riuscì dipoi un eloquente e valoroso pontefice. Prese il nome di Eugenio III [Cardin. de Aragon., in Vit. Eugenii III.], e condotto alla basilica lateranense, fu quivi intronizzato. Si disponeva egli a ricevere nella seguente domenica la consecrazione in san Pietro, secondo l'antica consuetudine; ma inteso che i senatori meditavano d'opporsi e d'impugnare la di lui elezione, qualora ricusasse di confermar coll'autorità apostolica la rinnovazione da lor fatta del senato, in tempo di notte, accompagnato da pochi cardinali, segretamente uscì di Roma, e si ritirò alla rocca di Monticelli. Congregati poscia nel dì seguente gli altri cardinali, che per timore dell'infuriato popolo s'erano qua e là dispersi, se ne andò al celebre monisterio di Farfa nella Sabina, e quivi nel dì 4 di marzo, giorno di domenica, fu solennemente consecrato. Andossene dipoi a Viterbo, dove celebrò la santa Pasqua, e fermossi in quella città per otto mesi. Tornò in questo tempo a Roma l'eresiarca Arnaldo da Brescia, e spargendo con piena libertà il veleno della sua dottrina [Otto Frisingensis, de Gestis Friderici, lib. 2, cap. 20. Guntherus, in Ligur., lib. 3.], aggiunse nuovi sproni alla nobiltà romana per privare della loro autorità i sommi pontefici. Andava costui predicando che si dovea rifabbricare il Campidoglio, rimettere in Roma non solo il senato, ma anche l'ordine equestre, come fu al tempo degli antichi Romani; nè dovere il papa impacciarsi nel governo temporale, ma contentarsi dello spirituale. Tal piede presero questi velenosi insegnamenti, figurandosi coloro di voler vedere di nuovo Roma padrona del mondo, che l'inferocito popolo si diede ad atterrare i magnifici palazzi e le torri non solamente di que' nobili che abborrivano questa sacrilega novità, ma anche de' cardinali, alcuni de' quali inoltre riportarono delle ferite dalla matta plebe che non conosce nei suoi trasporti misura. Abolirono inoltre i Romani [Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 31.] la dignità del prefetto di Roma; obbligarono tutti i nobili cittadini a giurar suggezione al loro patrizio Giordano, figliuolo di Pier Leone, ed incastellarono, cioè ridussero in fortezza la basilica vaticana, con far poscia delle avanie, e dar anche delle ferite ai pellegrini che per divozione colà concorrevano. Il pontefice Eugenio, dopo aver colla pazienza e colle buone tentato invano di frenar la disubbidienza de' Romani, venne alle brusche, con fulminare la scomunica contra di Giordano dichiarato patrizio. Adoperò ancora gli altri rimedii efficaci della forza temporale per metterli in dovere, avendo congiunte le sue armi con quelle del popolo di Tivoli. Non finì dunque l'anno che furono astretti i Romani ad una concordia, per cui si contentò il papa che sussistesse il senato, come era in uso in tanti secoli addietro, ma con obbligare i Romani ad abolire il patrizio, a rimettere la dignità del prefetto di Roma, e a prestare l'ubbidienza dovuta ai pontefici, padroni legittimi di Roma. Ciò fatto, da Viterbo se ne tornò a Roma verso il Natale del Signore con immenso giubilo di quel popolo e clero [Card. de Aragon., in Vit. Eugenii III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.], che gli fece un solenne incontro, cantando il Benedictus, qui venit in nomine Domini: il che può farci maraviglia, per quel che s'è prima veduto. Andato egli al palazzo lateranense, celebrò dipoi con magnifica solennità e quiete di tutti la festa del Natale. Applicossi parimente in quest'anno il buon pontefice a rimettere la pace fra i Pisani e i Lucchesi: al qual fine fece venire in Italia Pietro abbate di Clugnì, personaggio di gran credito, siccome costa da una lettera di esso abbate citata all'anno precedente. Ma qual effetto producesse un tal negozio, resta a noi ignoto.
MCXLVI
| Anno di | Cristo MCXLVI. Indizione IX. |
| Eugenio III papa 2. | |
| Corrado III re di Germania e d'Italia 9. |
Poca quiete trovò in Roma il pontefice Eugenio. Troppo erano esacerbati gli animi del popolo romano contra quello di Tivoli [Otto Frisingensis, lib. 7.]. Accecati da quest'odio, tuttodì il tormentavano, perchè si smantellasse la nemica città; nè potendo egli reggere a tanta petulanza e fastidio, si ritirò di là dal Tevere, forse in castello Sant'Angelo, che era tenuto dagli altri figliuoli di Pier Leone suoi fedeli. L'Anonimo Casinense [Anonymus Casinens., tom. 5 Rer. Ital.] sotto all'anno 1145, che è, secondo noi, il 1146, non so come, scrive che papa Eugenio pacem cum Romanis reformans, muros tiburtinae civitatis destrui praecepit. A me non si rende credibile questo fatto, perchè se il pontefice fosse giunto ad accordar questa pretensione ai Romani, non avrebbono essi continuata la guerra ai Tiburtini, nè papa Eugenio avrebbe abbandonata Roma, siccome fece nell'anno presente, per sottrarsi all'indiscretezza e alle violenze de' Romani. Infatti egli si partì assai disgustato da Roma. Il troviamo in Sutri nel dì 25 di aprile [Johann, de Ceccano, Chron.]. Per attestato di altri, se ne andò poscia a Viterbo, poscia a Siena, e, secondo le Croniche accennate dal Tronci [Tronci, Memor. Istor. di Pisa.], di là venne alla sua patria Pisa. Dall'Anonimo Casinense sappiamo [Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.] che egli si portò anche a Lucca, probabilmente per istabilir, se potea, la pace fra quelle due repubbliche. Valicato poi l'Apennino, se è vero ciò che scrive il Sigonio, passò alla città di Brescia, dove diede una bolla X kalendas septembris, in cui scrive al popolo di Bologna di avere intimato ai Reggiani e Parmigiani di non porgere aiuto ai Modenesi contra la badia di Nonantola: e perchè non aveano ubbidito, col consentimento de' cardinali, del patriarca d'Aquileia e di molti vescovi, avea privato le loro città della dignità episcopale. Temo io che questa bolla appartenga agli anni posteriori. Dalle Croniche di Piacenza abbiamo ch'egli fu in quella città, e di là s'inviò alla volta di Francia. Non si può ben accertare se vivente papa Lucio II, oppur sotto il presente papa Eugenio III, i nuovi senatori di Roma scrivessero al re Corrado, appellato re de' Romani, una lettera a noi conservata da Ottone da Frisinga [Otto Frising., de Gestis Friderici, lib. 1, cap. 28.]. Gli significavano di avere ristabilito il senato, come era a' tempi di Costantino e di Giustiniano; di essere a lui fedeli, e di faticare indefessamente coll'unica mira di esaltare la di lui dignità e persona, nulla più desiderando che la venuta di lui a prendere la corona imperiale. L'avvisavano che i Frangipani e i figliuoli di Pier Leone (eccetto che il loro fratello Giordano) e Tolomeo con altri erano dichiarati in favore del papa, e tenevano castello Sant'Angelo per impedire la coronazion d'esso Corrado, ma che essi rifabbricavano e fortificavano Ponte Molle in di lui servigio. Aggiunsero che il papa e il re di Sicilia tenevano ad una, andando d'accordo in non volere Corrado in Italia, e molto meno in Roma; ed è ben probabile che Ruggieri anche da questa parte s'ingegnasse di contrariare alla venuta di Corrado, le cui armi poteano rinnovar la scena disgustosa dell'imperadore Lottario. Scriveano essi Romani, oltre a ciò, essere seguita concordia fra il papa e lo stesso Ruggieri (ciò sembra indicare lo accordo fatto da papa Lucio II nell'anno 1144), per cui il pontefice avea conceduto a Ruggieri virgam et annulum, dalmaticam et mitram atque sandalia, et ne ullum mittat in terram suam legatum, nisi quem Siculus petierit: il che viene interpretato dai Siciliani per un indizio della decantata lor monarchia. Et Siculus dedit ei multam pecuniam pro detrimento vestro, et romani imperii. Ma il re Corrado niun conto fece di tale rappresentanza, assai informato del sistema delle cose e del buon cuore del papa; anzi venuti a lui due legati pontificii, l'uno de' quali era Guido Pisano cardinale e cancelliere della santa romana Chiesa, per la rinnovazion degli antichi privilegii, con tutto onore gli accettò, e concedè quanto chiedevano. Si trova nell'anno 1147 cancelliere d'essa romana Chiesa Guido cardinale; ma non so dire se sia lo stesso. Abbiamo dalla Cronica di Fossa Nuova [Johann. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr.] sotto questo anno che Romani venerunt super Tiburim, et multos ex eis decollaverunt. Anche i Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.] fecero pruova del lor valore contro de' Saraceni dominanti in Minorica, e corsari di professione. Armarono ventidue galee, e molte altre navi con assai macchine militari e castelli di legname. Generale di questa flotta fu lo stesso Caffaro, che diede principio agli Annali di Genova. Sbarcati nell'isola Minorica fanti e cavalli, diedero il guasto al paese, fecero molti prigioni, presero la città, e la distrussero, ma dopo averne cavato un ricco bottino. Di là passarono ad Almeria, città marittima della Spagna nel regno di Granata, e postole l'assedio, cominciarono a flagellarla con petriere, gatti, ed altre macchine usate in questi tempi. Veggendosi in mal punto quegl'infedeli, fecero istanza per tregua o pace. Fu per la tregua accordato che pagassero cento tredici mila marabotini, e ne pagarono venticinque mila in quella notte. Stando i Genovesi a vedere e numerare il danaro, ebbe agio il re d'Almeria di salvarsi in due galee col resto della somma accordata. Creò il popolo d'Almeria la seguente mattina un altro re, che ratificò la promessa antecedente; ma perchè non la mantenne nel tempo prescritto, i Genovesi fecero quanto di male poterono al di fuori della città, ed accostandosi il verno, se ne tornarono con trionfo in patria.
Non potea star quieto in questi tempi Ruggieri re di Sicilia, principe agitato dallo spirito de' conquistatori. Giacchè non potea stendersi dalla parte di Roma, per non disgustare il papa; nè verso la marca d'Ancona, per non tirarsi addosso lo sdegno del re Corrado, determinò di portar la guerra addosso ai Mori di Africa. Pertanto con possente flotta sbarcò su quelle coste, assalì la città di Tripoli, nido di corsari; e tuttochè la trovasse forte per sito, per buone mura e torri, pure, dopo aver presa l'isola delle Gerbe, a forza d'armi s'insignorì di quella città, con trucidar quanti v'erano alla difesa, e condurre le lor donne schiave in Sicilia. Il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron. ad hunc annum.] riferisce questo fatto all'anno presente. Secondo Roberto dal Monte [Robert. de Monte, Chron.], ed anche per attestato dell'Anonimo Casinense [Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.], tal conquista si dovrebbe attribuire all'anno precedente 1145. Altri poi ne parlano all'anno 1147, come ha Noveiro scrittore arabo, citato da esso Pagi; e questa è forse la più verisimil opinione. Veramente per la cronologia della Sicilia in questi tempi a noi mancano lumi sicuri. Pensa il suddetto Pagi che appartenga all'anno 1148 la guerra del re Ruggieri contra di Manuello imperador de' Greci, e a quell'anno veramente ne parla Roberto dal Monte [Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.]. Ma non è sicura la cronologia di quell'autore. Mette egli nello stesso anno 1148 la presa d'Almeria in Ispagna, e le conquiste fatte da esso re Ruggieri nelle coste d'Africa; e pur vedremo che tali avventure son da riferire all'anno seguente 1147. Nè potendosi credere che Ruggieri in uno stesso anno guerreggiasse contro i Greci e contro i Mori d'Africa, m'induco io a credere che in questo anno egli ostilmente entrasse nel dominio greco. Con tale opinione meglio si accorda Ottone Frisingense, che narra dipoi fatti accaduti nell'anno 1147. Una Cronica del monistero della Cava [Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.] mette essa guerra contro i Greci sotto lo stesso anno 1147; ma quivi ancora sono scorretti i numeri per colpa de' copisti, e si conosce che l'autore avrà scritto 1146, perchè, dopo aver narrata l'assunzione di papa Eugenio nel 1145, racconta al seguente anno la guerra della Grecia. Il motivo d'essa fu che passava da lungo tempo nemicizia fra gli Augusti greci e il re Ruggieri, pretendendo sempre gl'imperadori d'Oriente che i Normanni indebitamente ritenessero in lor potere la Sicilia, ed ingiustamente avessero tolto all'imperio greco molte città di Puglia e Calabria. Tentò Giovanni Comneno imperadore, padre di Manuello, di far lega contra di Ruggieri col re Corrado, siccome abbiamo da Ottone Frisingense [Otto Frisingens. lib. 1, cap. 23 de Gestis Federici I.]. Pietro Polano doge di Venezia ne era mediatore, e venne anche per questo un'ambasceria de' Greci in Germania. Ruggieri, per quanto scrive Roberto del Monte, mandò anch'egli i suoi ambasciatori a Costantinopoli per ottener la pace; ma questi furono messi in prigione ad onta del diritto delle genti. Da tale affronto irritato forte il re Ruggieri, spedì, a mio credere, nell'anno presente una poderosa flotta nella Dalmazia e nell'Epiro, comandata da valorosi capitani. Sbarcarono essi in Corfù, e con astuzia s'impadronirono di quella città e di tutta l'isola. Lasciato ivi un buon presidio, e continuato il viaggio, saccheggiarono dipoi la Cefalonia, Corinto, Tebe, Atene, Negroponte, ed altri paesi del greco imperio [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Non si può dire l'immensità della preda d'oro, d'argento e di vesti preziose che ne asportarono i vincitori Normanni. Alcune migliaia di Greci, nobili e plebei, donne e fanciulli, ed anche Giudei, furono condotti prigioni in Sicilia, e servirono a popolar molti luoghi che scarseggiavano di gente. Soprattutto notabil fu l'accortezza politica del re Ruggieri, il quale fece prendere tutti quanti gli artefici che lavoravano in quelle parti drapperie di seta, e li fece trasportare a Palermo. Prima non si lavoravano se non in Grecia e in Ispagna gli sciamiti e le stoffe di varii colori di seta, con oro ancora tessute. Costavano un occhio a chi degl'Italiani ne voleva. Da lì innanzi fu introdotta in Sicilia questa bell'arte, che poi col tempo si diffuse per altre parti della nostra Europa, e rendè men caro il prezzo di sì fatte tele. Ugone Falcando [Hugo Falcandus, de calamit. Sicul., tom. 7 Rer. Ital.], scrittore di questo secolo, ne fa una vaga descrizione, come di cosa rara, nel principio dell'opera sua. E tale fu il guadagno che riportarono i Greci dalla nemicizia col re Ruggieri. Trovavansi in cattiva positura gli affari di Terra Santa in questi tempi, massimamente dappoichè gli infedeli aveano tolto a' Cristiani la nobil città di Edessa in Soria. Ora per la zelante eloquenza di san Bernardo nell'anno presente Lodovico VII re di Francia e Corrado III re di Germania presero la croce, e si obbligarono di marciare nell'anno seguente con grandi forze, e coll'accompagnamento di copiosa nobilità in Levante, a militare contra de' nemici del nome cristiano.