| Anno di | Cristo MCLV. Indizione III. |
| Adriano IV papa 2. | |
| Federigo I re 4, imperad. 1. |
Verso la quaresima venne Guglielmo re di Sicilia a Salerno: il che pervenuto a notizia di papa Adriano, gli spedì Arrigo cardinale de' santi Nereo ed Achilleo per affari che noi non sappiamo [Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.]. Perchè nella lettera a lui scritta non gli diede il papa il titolo di re, ma quello solamente di signor della Sicilia, se l'ebbe tanto a male, che rimandò il legato senza voler trattare con lui: cosa che turbò forte la corte romana. Nè contento di ciò, prima di tornarsene in Sicilia, diede ordine ad Asclintino o Anscotino suo cancelliere, dichiarato governator della Puglia, di muovere guerra allo Stato ecclesiastico. Portossi costui all'assedio di Benevento, e ne devastò i contorni. Trovaronsi ben animati alla difesa que' cittadini, anzi avendo presa diffidenza di Pietro loro arcivescovo, l'uccisero. Fu questo assedio un suono di tromba che eccitò alla ribellione molti de' baroni di Puglia, o perchè gente facile alla rivolta, o perchè sotto mano commossi dalla corte di Roma. Alcuni d'essi accorsero alla difesa di Benevento, altri abbandonarono l'armata del re: il che fece sciogliere quell'assedio. Entrò poscia [Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.] il cancelliere nella Campania romana; diede alle fiamme Ceperano, Babuco, Todi e i luoghi vicini; e, nel tornare indietro, fece smantellar le mura d'Aquino, di Pontecorvo e d'altre terre, e cacciò via tutti i monaci, a riserva di dodici. Per queste ostilità papa Adriano fulminò la scomunica contra del re Guglielmo [Card. de Aragon., in Vit. Adrian. IV.]: il che maggiormente servì ad accrescere la ribellion de' baroni di Puglia. Per le istanze del clero i Romani fecero istanza che si levasse l'interdetto da Roma, promettendo di cacciarne Arnaldo da Brescia. Tornò dunque il papa in Roma, e andò ad abitare al palazzo lateranense. Sul principio di quest'anno marciò il re Federigo coll'esercito suo a Vercelli e a Torino [Otto Frisingens., de Gest. Frider. I.], senza che resti memoria di quanto egli ivi operasse. Passato il Po verso quelle parti, venne alla volta della grossa terra del Cairo e della città d'Asti. Sempre era seco Guglielmo marchese del Monferrato, con inculcar le sue doglianze contra que' popoli per torti a lui fatti. E perciocchè questi non aveano ubbidito ai precetti lor fatti dal re, furono posti al bando come ribelli. Arrivato Federigo al Cairo, trovollo voto di abitatori, ma pieno di vettovaglie. Dopo varii giorni di posata in quel luogo, fece atterrarne le torri, che non erano poche, e tutta la terra diede in preda al fuoco. Eransi anche ritirati gli Astigiani coi lor nobili ad un forte loro castello, creduto Novi dall'Osio, e Anone dal signor Sassi [Saxius, in Notis ad Ottonem Morenam.]. Diede Federigo quella città al marchese di Monferrato, che ne fece smantellar molte torri e una parte delle mura. Aggiungono gli Annali di Asti [Annal. Astens., tom. 11 Rer. Ital.] che quasi tutta quella città fu consegnata alle fiamme. Non cessavano intanto i Pavesi d'incitar Federigo contro la città di Tortona [Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.], allegando varii aggravi ricevuti da que' cittadini. Era nondimeno il reato principale de' Tortonesi l'aver eglino lega coi Milanesi, dai quali ancora animati alla difesa ed anche sovvenuti, benchè Federigo li citasse a comparire, non vennero. Egli dunque intraprese l'assedio di quella città nei primi giorni di quaresima, nel dì 13 di febbraio dell'anno presente. Seco era Arrigo estense-guelfo duca di Baviera e Sassonia, che aveva condotto in sua parte un grosso nerbo di cavalleria; e a quella impresa concorsero ancora colla lor gente i Pavesi e Guglielmo marchese di Monferrato. Elegantemente si vede descritto da Ottone vescovo di Frisinga questo lungo assedio sostenuto con vigore da quel popolo, a cui si era unito anche in tale congiuntura Obizzo Malaspina marchese, potente signore in quelle parti e in Lunigiana. I mangani e le petriere, gli archi, le balestre e le mine furono in un continuo esercizio; ma con tutto lo sforzo dei nemici non sarebbe caduta quella forte città, se la penuria dell'acqua e del pane non l'avesse finalmente astretta a capitolare. Federigo, ansioso di non perdere più tempo, perchè gli premeva forte il viaggio di Roma affine di ricevere la corona imperiale, accordò a tutti gli abitanti l'uscita libera con quanto poteano portar seco. Entrò egli dipoi coll'esercito nell'abbandonata città circa il dì 4 d'aprile (Sire Raul [Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.] scrive nel dì 18 di quel mese), la quale, dopo un sacco generale, tutta fu data in preda alle fiamme. Se vogliam credere ad esso Sire Raul, avea promesso Federigo di lasciarla intatta nel suo stato; ma non fu mantenuta la parola, perchè prima i Pavesi aveano sborsata gran somma di danaro con patto della distruzion della medesima, se cadeva nelle mani del re. Bruno abbate di Chiaravalle di Bagnolo, che avea trattata la resa con quella promessa, veggendosi burlato, fama fu che pel dolore da lì a tre giorni mancasse di vita. Lasciarono i Pavesi un corpo di lor gente, che altro per otto giorni non fece che rovinar dai fondamenti le case non affatto atterrate dal fuoco.
Nel dì 17 di aprile, giorno di domenica, Federigo invitato da' Pavesi alla lor città, quivi, per attestato di Ottone Frisingense [Otto Frisingensis, de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 21.], in ecclesia sancti Michælis, ubi antiquum regum longobardorum palatium fuit, cum multo civium tripudio coronatur. Galvano Flamma, Buonincontro Morigia, ed altri scrittori milanesi lasciarono scritto che Federigo fu coronato in santo Ambrosio di Milano, oppure in Monza, chi dice nell'anno 1154, e chi nel presente 1155. Senza esaminar meglio questa loro opinione, anche io la riferii nel mio trattato de corona ferrea [Anecdot. Latin., tom. 2.] stampato nell'anno 1698. Ora conosco essere una frottola di questi storici. La nimicizia insorta fra lui e i Milanesi non gli permise di visitar Milano o Monza, e molto meno di ricevere la corona del ferro dalle mani di Uberto arcivescovo. Anzi, siccome osservò il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 12.], e dopo lui il signor Sassi [Saxius, in Notis ad Sigonium.], neppur si dee credere che seguisse la coronazione ed unzione di lui in Pavia. Il coronatur del Frisingense unicamente vuol dire ch'egli nella basilica di san Michele si fece vedere colla corona in capo e lo scettro in mano. Venne Federigo a Piacenza, città, che dopo avere nel dì 26 d'aprile ricevuto il soccorso della cavalleria e fanteria di due porte di Milano, s'era ben preparata alla difesa. Questo apparato e la fretta di Federigo esentarono da ulteriori molestie quella città. Celebrò Federigo vicino a Bologna la festa della Pentecoste, e il Ghirardacci [Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 3.] rapporta un suo diploma dato III idus maii juxta Rhenum, in cui ordina ai Bolognesi di rifare il castello di Medicina, da essi distrutto. Di là passò in Toscana, dove comandò ai Pisani d'armare la lor flotta contra di Guglielmo re di Sicilia, e diede l'arcivescovato di Ravenna ad Anselmo vescovo di Avelberg, stato suo ambasciatore a Costantinopoli, con investirlo, secondo il solito, dell'esarcato di Ravenna. Camminava a gran giornate egli e l'esercito suo verso Roma, e questa sua fretta diede non poca apprensione a papa Adriano [Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV.], che per anche non sapeva con qual animo venisse questo principe, e principe a cui costava poco l'eccidio della città. Per consiglio di Pietro prefetto di Roma e di Ottone Frangipane, gli mandò incontro, per concertar prima le cose, tre cardinali, che trovarono Federigo in San Quirico. Fra le altre domande che questi gli fecero, vi fu quella di avere in mano Arnaldo da Brescia, che i visconti o conti di Campania aveano tolto alle genti del papa, e il teneano in un lor castello, onorandolo qual profeta. Non tardò Federigo a spedir gente, che prese uno di quei visconti, il quale, per liberarsi, consegnò quell'eretico ai cardinali. Messo costui nelle forze del prefetto di Roma [Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 21.], fu impiccato e bruciato, e le sue ceneri sparse nel Tevere, acciocchè la stolida plebe non venerasse il corpo di questo infame. Andarono innanzi e indietro ambasciatori, prima che seguisse l'accordo fra il papa e l'imperadore; ma finalmente Federigo promise e giurò di conservar tutti gli onori e stati al pontefice e ai cardinali; e il pontefice, di coronarlo. Giunto Federigo nel territorio di Sutri, si attendò coll'esercito nel Campo grasso. Colà venne da Nepi papa Adriano, incontrato prima da molti principi tedeschi; e quando fu per ismontare al padiglione reale, aspettò indarno che Federigo gli venisse a tenere la staffa. Fu cagione questo accidente che i cardinali spaventati se ne fuggissero a Città Castellana, lasciando con pochi familiari il pontefice, che smontato si mise sul faldistorio preparato. Allora comparve Federigo, e baciatigli i piedi, s'accostava per ricevere il bacio di pace; ma il papa intrepidamente gli rispose, che non avendo esso re usata quella riverenza che i di lui predecessori aveano praticata coi romani pontefici, non volea baciarlo. Era papa Adriano di animo grande e forte in sostenere i suoi diritti. Non la cedeva a lui Federigo, e pretendea di non essere tenuto a questo. Durò il dibattimento di questo punto per tutto il dì seguente. Ma fatto conoscere a Federigo che tale era il cerimoniale e costume con varii esempli, egli si arrendè; e passato a Nepi, dove era la tenda del papa, che gli veniva incontro, sceso da cavallo, andò a tenere la staffa ad esso pontefice, che poi lo ammise al bacio di pace; e di là insieme s'inviarono alla volta di Roma. Di questo litigio ho io rapportato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. IV. pag. 117.] un documento. Aveano anche i Romani prima spediti a Federigo i loro ambasciatori [Otto Frisingensis, lib. 2, cap. 22.] per rallegrarsi del suo arrivo, offerirgli la lor suggezione, chiedere la confermazion del senato e di molti pretesi privilegii, e inoltre cinque mila lire per la coronazione; e soprattutto che tornasse il governo temporale di Roma, come era ne' secoli vecchi, con esclusione de' papi. All'alterigia e baldanza con cui parlarono i Romani, non potè stare a segno la sofferenza di Federigo. Rispose loro di maravigliarsi che fossero venuti con pensiero di dar legge a chi siccome principe e sovrano di Roma doveva egli imporle ad essi. Esaltò la potenza e il diritto degl'imperadori franchi e tedeschi, e rigettò le lor proposizioni. Participato poi l'affare al papa, fu consigliato a non fidarsi di quel popolo, e di spedire il più presto possibile ad impossessarsi di San Pietro e della città leonina: parere che tosto fu e con felicità eseguito.
Nella mattina del dì seguente, giorno 18 di giugno, solennemente marciò Federigo a San Pietro, accolto dal papa ai gradini della basilica, e dopo aver prestato i soliti giuramenti, cantata che fu la messa, ricevette dalle mani del pontefice la corona imperiale cogli altri ornamenti, e con alte acclamazioni di tutta l'armata. Ma i Romani, che videro fatta la festa senza di loro, come impazziti per la rabbia, dopo aver tenuto consiglio in Campidoglio, diedero all'armi, e circa il mezzogiorno furiosamente uscirono di città, e cominciarono verso San Pietro a far man bassa contra qualunque Tedesco che incontravano. Corsero anche i Tedeschi all'armi, e si diede principio ad una terribil mischia, cedendo ora gli uni ora gli altri; e questa durò fin verso la notte, ma colla peggio de' Romani, de' quali circa mille rimasero sul campo, innumerabili feriti, dugento prigioni: il resto si salvò nella città. Afflittissimo per questa tragedia il papa, tanto si adoperò colle preghiere, che fece rilasciar i prigioni al prefetto di Roma. Nel dì seguente egli e l'imperadore, giacchè mancava loro la sussistenza de' viveri, ritiratisi a Tivoli, quivi diedero riposo all'esercito; e dipoi, venuta la festa di san Pietro, la celebrarono solennemente a Ponte Lucano. Missam Adriano papa celebrante, imperator coronatur, dice il Frisingense [Otto Frisingens., lib. 2, cap. 24.]: cioè vi assistè Federigo colla corona in capo, il qual passo dichiara l'altro sopraddetto di coronatur in Pavia. L'autore della Vita di Adriano IV [Cardinal. de Aragon., in Vit. Adrian. IV.] scrive che in tal occasione: Pontifex et Augustus ad missarum solemnia in die illa pariter coronati processerunt. Crescendo poscia i caldi e le malattie de' soldati, Federigo, lasciato il papa, come si può credere, assai deluso, dopo avergli lasciato il dominio di Tivoli, salvo in omnibus jure imperiali, si rimise in viaggio alla volta della Lombardia. Giunto a Spoleti, nè potendo ottener vettovaglia nè contribuzione da quel popolo che avea anche ritenuto prigione il conte Guido Guerra, il più ricco fra i baroni della Toscana, già inviato da esso Augusto al re di Sicilia, senza volerlo rendere mosse l'oste contra di loro. Uscirono baldanzosi gli Spoletini ed attaccarono la zuffa; ma furono così ben respinti ed incalzati, che con esso loro alle spalle entrarono nella città anche i Tedeschi vittoriosi. Andò la sconsigliata città a sacco, e poi ne fu fatto un miserabil falò: gastigo barbarico e sempre detestabile di questi tempi. Nella Vita di sant'Ubaldo [Vit. S. Ubaldi, in Actis Sanct., ad diem 16 maii.] vescovo di Gubbio è scritto che Federigo passò per quella città, e benchè istigato dai castellani circonvicini a distruggerla, pure per intercession del santo prelato, nessun male le fece. Potrebbe dubitarsi del suo arrivo colà, sapendosi ch'egli nel viaggio arrivò ad Ancona, città allora dipendente dall'imperador de' Greci, dove dai di lui ambasciatori fu visitato e riccamente regalato. Passò poscia il Po a San Benedetto di Polirone, e pervenne nel distretto di Verona. In quella città pubblicò la sentenza contra de' Milanesi, per aver essi distrutte le città di Como e di Lodi [Antiquit. Italic., Dissert. XXVII, pag. 591.], privandoli del diritto della zecca, con trasferirlo alla città di Cremona sua fedele, siccome ancora di tutte l'altre regalie godute in addietro da esso popolo di Milano. Ebbe poscia nel passaggio dell'Adige a dolersi de' Veronesi pel ponte malamente fatto su quel fiume; e alla Chiusa trovò una man di assassini che gli vietavano il passo, richiedendo regali e pagamento per chiunque volesse passare. Fece Federigo salire una brigata de' suoi sull'erto monte, e faticar tanto con rotolar pietre, che avendo snidati da quelle caverne quei malandrini, gli ebbe nelle mani, e di loro fece far la giustizia che meritavano. Così sano e salvo se ne tornò in Germania l'Augusto Federigo, con aver ottenuta la corona, e nulla operato in favore di chi l'avea coronato.
Finita questa scena, un'altra ne ebbe principio in Puglia. Avrebbe desiderato esso imperadore, allorchè fu in Roma, di portar la guerra in quelle parti; ma l'esercito suo, in cui si vedeano cader malati tanti di loro, troppa ripugnanza ne avea dimostrato. Pertanto i baroni fuorusciti altro far non poterono se non impetrar delle patenti da esso imperadore, come inviati da lui a que' popoli. Ricorsero ancora a papa Adriano, che promise loro ogni aiuto, anzi fu egli il principal promotore di quelle ribellioni, come accennano Romoaldo Salernitano [Romualdus Salern., in Chron.], Guglielmo Tirio [Guillelmus Tyrius, lib. 18, cap. 2. Cardin. de Aragon., in Vit. Adrian. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Anonym. Casinens., in Chron.] ed altri. Fra i principali che armati congiurarono contra del re Guglielmo, vi fu Roberto già principe di Capoa, Andrea conte di Rupecanina, e Riccardo dall'Aquila. Anche Roberto di Bissavilla conte di Loritello, benchè cugino germano del re Guglielmo, entrò in quella congiura, anzi ne fu il capo, dacchè il perfido ammiraglio Maione, favorito del re, l'avea messo in disgrazia di lui [Hugo Falcandus, in Chron.]. Mossero pertanto questi baroni una fiera sollevazione in Puglia contra del re Guglielmo. Al principe Roberto riuscì di ricuperare Capoa col suo principato; all'altro Roberto di prendere Suessa, Tiano e la città di Bari, il cui castello fece egli spianare. Il conte Andrea s'impadronì del contado d'Alife. Aveano essi baroni sul principio tenuto trattato con Manuello imperadore di Costantinopoli, per tirarlo in questa guerra: occasione da lui sospirata molti anni addietro [Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]. Vi entrò egli dunque a braccia aperte, e spedì in Puglia Michele Paleologo, quel medesimo che in Ancona fece l'ambasciata all'imperadore Federigo, con gran somma di danaro al conte Roberto e agli altri baroni, acciocchè assoldassero gente e facessero guerra al re Guglielmo. Mandò inoltre una flotta comandata da un Sebasto, la quale s'impossessò di Brindisi, a riserva del castello. Tutte le altre città marittime s'accordarono coi Greci e col suddetto Roberto conte di Loritello. In somma si sostennero in sì fiera tempesta alla divozione del re Guglielmo solamente Napoli, Amalfi, Surrento, Troia, Melfi, e poche altre città e castella forti. Per accalorar maggiormente questa impresa mosse da Roma papa Adriano [Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV.], accompagnato da molte schiere d'armati, e circa la festa di san Michele di settembre arrivò a san Germano, dove Roberto, di nuovo principe di Capoa, e gli altri baroni gli giurarono fedeltà ed omaggio. Di là passò a Benevento, e per tutte quelle parti fu riconosciuta la di lui sovranità. Intanto dugento cavalli milanesi con dugento fanti, appena partito da Piacenza Federigo [Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.], entrarono nella distrutta città di Tortona, e vi si afforzarono il meglio che poterono. V'accorsero i Pavesi colla loro armata [Otto Morena, Hist. Landens., tom. 6 Rer. Italic.]; ma o perchè non si attentarono, o perchè il marchese di Monferrato per suoi segreti fini li dissuase, se ne tornarono indietro colle pive nel sacco. Ciò udito dai Milanesi, che dianzi aveano richiamato da Tortona quel corpo di gente senza essere stati ubbiditi, sentendosi animati a soccorrere una città che per loro amore s'era sacrificata, nacque in loro gran voglia di rifabbricarla, e a questo fine spedirono colà le genti di Porta Ticinese e Vercellina, che si diedero a rimettere in piedi le mura. Successivamente vi mandarono i soldati di due altre porte. Ma eccoti nel dì 25 di maggio l'esercito pavese venire a trovarli. Uscirono in campagna i Milanesi, e si affrontarono co' nemici; ma infine toccò loro la mala fortuna, e il dare alle gambe, con lasciare in preda de' Pavesi tutto il loro equipaggio, oltre a molti uccisi o presi. In questo fatto d'armi coi Milanesi si trovò lo stesso Ottone Morena istorico. Nel dì seguente diedero i Pavesi un fiero assalto alla città, e v'entrarono anche due bandiere d'essi, ma furono respinti con bravura. Essendo poi tornati a Pavia i nemici, attesero i Milanesi a rifar le mura e le fosse di Tortona, tutte alle loro spese. E questo passava in Italia. Dacchè fu in Germania l'Augusto Federigo [Otto Frisingens., de Gest. Frider. I, lib. 2, cap. 29.], alla metà d'ottobre tenne una gran dieta in Ratisbona, dove diede il possesso della Baviera ad Arrigo Leone estense-guelfo duca di Sassonia, e ammise all'udienza Tebaldo vescovo di Verona, inviato dalla sua città a scusarsi ed umiliarsi. Nè vi andò indarno. In gratiam, dice Ottone da Frisinga, recepta est Verona. Nam et magnam pecuniam dedit ac militiam, quam habere posset, contra Mediolanenses ducere sacramento firmavit.
MCLVI
| Anno di | Cristo MCLVI. Indizione IV. |
| Adriano IV papa 3. | |
| Federigo I re 5, imperad. 2. |
Nella primavera di quest'anno l'imperador Federigo celebrò in Wirtzburg le sue nozze con Beatrice figliuola di Rinaldo conte di Borgogna [Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 30.], che gli portò in dote molti Stati. Vennero in questi tempi gli ambasciatori del greco Augusto Manuello Comneno, ma non furono ammessi. Curioso è il motivo che ci vien qui narrato da Ottone Frisingense, per cui svanì tutta la precedente amicizia e confidenza che passava tra i due imperii occidentale ed orientale. Sia verità o bugia, fu rappresentato a Federigo che i Greci, allorchè egli passò da Ancona, aveano destramente colta una lettera sigillata col sigillo d'esso imperador Federigo (quasichè niuna di queste lettere si conservasse nella corte di Costantinopoli), e s'erano serviti di quel sigillo applicato ad altra carta, fingendo che Federigo avesse conceduta al greco Augusto la Campania e la Puglia, per tirar dalla sua i popoli di quelle contrade. Con questa frode e con gran profusione d'oro guadagnati non pochi baroni della Puglia, s'erano fatti padroni di un gran tratto di paese, e specialmente di Bari capital della provincia, dove era morto Michele Paleologo, condottiere di quella impresa. Corse anche voce in Germania che Guglielmo re di Sicilia fosse o mancato di vita o impazzito. E infatti abbiamo da Ugone Falcando [Hugo Falcandus, in Chron.] che Guglielmo nell'anno addietro, per artifizio del suo disleale favorito ed ammiraglio Maione, se ne stette come chiuso nelle stanze del suo palazzo in Palermo, senza dar udienza a chi che sia, fuorchè ad esso Maione e ad Ugone arcivescovo di quella città. Ora, benchè Federigo odiasse non poco il re Guglielmo, pure più rabbia in lui cagionava il vedere che i Greci, potenza maggiore e capace di far maggiori progressi in Italia, avessero usurpata la Puglia; e però, chiamandoli traditori, già si disponeva a tornare in Italia per muovere guerra contra di loro. Ma dacchè intese che Guglielmo era vivo e sano di mente, e che altra faccia aveano presa gli affari di Puglia, siccome dirò fra poco, smontò da quel disegno, e solamente rivolse i suoi pensieri contra de' Milanesi, che erano in sua disgrazia, con fare i preparamenti necessarii per tale impresa.
Ora è da sapere che, per attestato del suddetto Ugone Falcando, molte trame furono fatte dal menzionato Maione contra di non pochi baroni della Sicilia, i quali giunsero a ribellarsi con gran confusione di cose in Palermo e in altri luoghi. Servirono tali sconcerti a svegliare l'addormentato Guglielmo, che non arrivò già per questo a conoscere qual mostro egli tenesse appresso nella persona di Maione. Risaputo bensì finalmente il grave sfasciamento de' suoi affari in Puglia, si applicò tosto al riparo. Il suo primo tentativo fu quello di rimettersi, se potea, in grazia di papa Adriano [Cardin. de Aragon., in Vita Adriani IV.], e tanto più perchè si venne a sapere che l'imperador greco facea proposizioni ingorde di danaro al medesimo pontefice per ottener tre città marittime, con promettere ancora di dargli tali forze di gente e d'oro da poter cacciare Guglielmo dalla Sicilia. Venuto dunque a Salerno, inviò al papa il vescovo eletto di Catania ed altri della sua corte, con plenipotenza di far pace colla Chiesa romana, offerendole il danaro esibito dai Greci, tre terre per li danni dati, omaggio ed ubbidienza, e la libertà delle chiese. Non prestò fede a tutta prima il pontefice Adriano a queste proposizioni, e per chiarirsene inviò a Salerno Ubaldo cardinale di santa Prassede. Accertossi egli tutto essere vero; e il papa, trovandovi del vantaggio, inclinava forte alla concordia, se non che gli si oppose la maggior parte de' cardinali che macinavano nella lor mente delle inusate grandezze, in maniera che disturbarono tutto il negoziato. Ebbero bene a pentirsi della lor ingordigia, e a provare che chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia verrà esaltato. Il re Guglielmo, messo insieme un poderoso esercito per mare e per terra [Romualdus Salernit., in Chron. Anonym. Casinens., in Chron. Johann. de Ceccano.], andò alla volta di Brindisi, occupato da' Greci, da dove si ritirò Roberto conte di Loritello, con venire a Benevento. Si teneva tuttavia il castello pel re. Assediata quella città, i Greci co' Pugliesi uscirono in campo aperto, e diedero battaglia. Durò un pezzo dubbioso il combattimento; ma in fine la vittoria si dichiarò in favore di Guglielmo. Molta nobiltà de' Greci fu ivi presa ed inviata nelle carceri di Palermo; gran bottino di danaro e di navi fu fatto, e riacquistata la città nel dì 28 di maggio. A non pochi ancora de' baroni pugliesi ribelli toccò la disgrazia di cader nelle mani del re. Tolta fu ad alcuni la vita, ad altri la vista. Ciò fatto, marciò alla volta di Bari col vittorioso esercito. Uscirono i cittadini ad incontrarlo senz'armi e in abito di penitenza, chiedendo misericordia. Altro non ottennero al re, troppo sdegnato per lo smantellamento della sua cittadella, se non spazio di due giorni per uscir della città con quanto poteano asportare. Dopo di che spianate prima le mura, fu quella dianzi sì superba, sì popolata e ricca città ridotta in un mucchio di pietre, e diviso il suo popolo in varie ville. Un sì lagrimevole spettacolo fece che non tardarono le altre città della Puglia perdute a rimettersi in grazia e sotto il dominio del re Guglielmo, il quale continuò il viaggio sino a Benevento, dove i più de' baroni suoi ribelli s'erano rifugiati.