Tal paura mise il suo avvicinamento a Roberto principe di Capoa, dimorante in essa città di Benevento, che non credendosi sicuro, prese la fuga. Ma nel passare il Garigliano, tesogli un agguato da Riccardo dell'Aquila conte di Fondi, fu preso e poi consegnato a Guglielmo. Con questo tradimento Riccardo rientrò in grazia del re; e Roberto inviato prigione a Palermo, ed abbacinato, finì poco appresso nelle miserie la sua vita. S'interpose il pontefice Adriano, che si trovava in Benevento anche egli, per salvare Roberto conte di Loritello, Andrea conte di Rupecanina, ed altri baroni che erano presso di lui chiusi in quella città; ed il re si contentò di non molestarli, purchè uscissero fuori del regno: grazia di cui non tardarono a prevalersi. E allora fu che esso pontefice, chiarito delle umane vicende, e pensando al suo stato, mandò egli stesso a ricercar quella pace, per cui pochi mesi prima era stato supplicato. Inviò dunque i cardinali Ubaldo di santa Prassede, Giulio di san Marcello e Rolando di san Marco al re Guglielmo, per avvertirlo da parte di san Pietro di non offendere Benevento, di soddisfare per li danni dati, e di conservare i suoi diritti alla Chiesa romana. Furono essi benignamente accolti dal re, intavolarono il trattato della pace, e dopo molti dibattimenti fu essa conchiusa. Mediatore fra gli altri ne fu Romoaldo arcivescovo di Salerno, quel medesimo che ci ha lasciata la sua Storia, da me data alla luce. Rapporta il cardinal Baronio [Baron., Annales, ad hunc annum.] il diploma del re Guglielmo, che contiene le condizioni dell'accordo, e con esso s'ha a confrontare ciò che ne scrivono alcuni moderni. Si obbligò il papa di concedere al re l'investitura del regno di Sicilia, del ducato di Puglia, del principato di Capoa, Napoli, Salerno e Melfi, siccome ancora della Marca e dell'altro paese ch'egli dovea avere di qua da Marsi. E il re si obbligò a prestargli omaggio contro ogni persona, e il giurargli fedeltà, con pagare ogni anno il censo di seicento schifati per la Puglia e Calabria, e cinquecento per la Marca: cose tutte eseguite dipoi nella chiesa di san Marciano fuori di Benevento, dove alla presenza di molta nobiltà e popolo diede Guglielmo il giuramento a' piedi del papa, e ricevette l'investitura. Sotto il nome di Marca è da vedere che paese fosse allora disegnato. Forse quella di Chieti, non osando io spiegar ciò della marca di Camerino, che è la stessa con quella d'Ancona e di Fermo. Confermò papa Adriano IV con sua bolla, riferita parimente dal cardinal Baronio, la concordia suddetta; concordia nondimeno che dispiacque ad alcuni de' cardinali, e molto più all'imperador Federigo, che si vedea precluso con ciò l'adito alla meditata guerra di Puglia. Di grandi regali in oro, argento e drappi di seta lasciò il re Guglielmo al papa, ai cardinali e a tutta la corte pontificia [Cardin. de Aragon., in Vita Eugenii IV.], e poi se ne andò. Da Benevento venne il papa alla volta di Roma, con passare per Monte Casino e per le montagne di Marsi. E perciocchè la città d'Orvieto, per lunghissimo tempo sottratta alla giurisdizione della Chiesa romana, era tornata alla sua ubbidienza, volle il buon pontefice consolar quei popoli colla sua presenza. Con singolar onore quivi ricevuto, alla venuta poi del verno passò alla volta dell'ameno e popolato castello di Viterbo, e di là a Roma, dove pacificamente alloggiò nel palazzo lateranense. Nell'anno presente i Milanesi, ricevuto qualche rinforzo di gente da Brescia, continuarono la guerra contro ai Pavesi [Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.]. Presero loro varii luoghi, e fra gli altri il forte castello di Ceredano, non avendo osato i Pavesi e Novaresi, benchè usciti in campagna con tutto il loro sforzo, di venire ad alcun fatto d'armi, nè di tentar di soccorrere quella terra, che poi fu spianata. Andarono ancora i Milanesi nella valle di Lugano, e suggettarono circa venti di quelle castella. Seguì ancora un conflitto fra essi e i Pavesi, in cui ebbero la peggio gli ultimi. Studiaronsi in questi tempi i Piacentini [Annales Placentini, tom. 16 Rer. Ital.] di fortificar la loro città con buone mura, torri e fosse, ben prevedendo i malanni che sovrastavano alla Lombardia per la ribellion de' Milanesi. Intanto diede fine a' suoi giorni Domenico Morosini doge di Venezia [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], in cui luogo fu sostituito Vitale Michele II, il quale non tardò a far pace coi Pisani. Nell'anno presente ancora, se è da prestar fede alla Cronica di Jacopo Malvezzi [Malveccius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], i Bresciani, per cagion delle castella di Volpino e Ceretello, mossero guerra ai Bergamaschi. Vennero alle mani coll'esercito d'essi nel mese di marzo vicino a Palusco, e insigne vittoria ne riportarono col far prigioni due mila e cinquecento Bergamaschi, e prendere il loro principal gonfalone, che, portato nella chiesa de' santi Faustino e Giovita, ogni anno nella gran solennità si spiegava. All'incontro fecero i Genovesi pace e concordia con Guglielmo re di Sicilia [Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.], e lor ne venne molto vantaggio ed onore.
MCLVII
| Anno di | Cristo MCLVII. Indizione V. |
| Adriano IV papa 4. | |
| Federigo I re 6, imperad. 3. |
Dappoichè papa Adriano avea fatte coll'Augusto Federigo tante doglianze di Guglielmo re di Sicilia, ed era restato con lui in concerto di fargli guerra; cosa che Federigo non avea potuto eseguire dopo aver presa la corona imperiale a cagion delle malattie entrate nell'esercito suo; restò forte esacerbato esso imperadore all'udire nell'anno precedente la pace data dal papa a Guglielmo con accordargli il titolo di re, senza participazione alcuna ed assenso suo. Adirato perciò fin da allora, cominciò a far conoscere il suo mal talento contro d'esso Adriano col difficultare agli ecclesiastici del regno germanico di passare alla corte pontificia per ottener benefizii o per altri affari. Mosso da questa non picciola novità Adriano spedì nell'anno presente due cardinali, cioè Rolando cancelliere e Bernardo del titolo di san Clemente, alla corte cesarea [Radevicus, de Gestis Frider. I, lib. 1, cap. 8.]. Correva il mese d'ottobre, e Federigo Augusto s'era portato a Besanzone per farsi riconoscere padrone del regno della Borgogna, siccome in fatti ottenne, avendo in persona o per lettere prestata a lui ubbidienza gli arcivescovi di Lione, Vienna, Arles, i vescovi di Valenza, d'Avignone e d'altre città. Era concorsa a Besanzone gran foresteria per veder l'imperadore, e per affari. V'erano Romani, Pugliesi, Veneziani, Lombardi, Franzesi, Inglesi e Spagnuoli. Furono ricevuti onorevolmente i legati apostolici, i quali presentarono a Federigo una lettera del papa, conceputa con gravi risentimenti, perch'esso imperadore non avesse finora gastigato quegli scellerati di Germania che aveano preso e messo in prigione Esquilo arcivescovo di Lunden in Isvezia (e non già di Londra, come immaginò il Baronio) nel ritorno di Roma, con ricordargli appresso la prontezza con cui esso pontefice gli avea conferita l'imperial corona; del che non era pentito, nè si pentirebbe, quando anche majora beneficia excellentia tua de manu nostra suscepisset. Letta la lettera, e spiegata a chi non sapeva il latino, si alzò un gran bisbiglio nell'assemblea a cagione de' termini forti in essa adoperati, ma principalmente per quella parola di beneficia, che fu presa in senso rigoroso, quasichè adoperata nel senso de' legisti, presso i quali significa feudo, volesse il pontefice far sapere che l'imperadore dalle mani del papa riceveva in feudo l'imperio. Diede motivo a tale interpretazione l'aver veduto in Roma una pittura, rappresentante nel palazzo lateranense l'imperador Lottario ai piedi del papa, con questi due versi sotto:
REX VENIT ANTE FORES, IVRANS PRIVS VRBIS HONORES,
POST HOMO FIT PAPAE, SVMIT QVO DANTE CORONAM.
Quell'homo vuol dire vassallo. Ne fu fatta doglianza collo stesso papa Adriano che avea promesso di farlo cancellare. Uscirono parole calde su questo nell'assemblea, e s'aumentò il fuoco, perchè dicono avere risposto uno dei legati: A quo ergo habet, si a domino papa non habet imperium? A tali parole poco mancò che Ottone conte palatino di Baviera, sguainata la spada, non gli tagliasse il capo. Quetò Federigo il tumulto, e poi diede ordine che i legati fossero messi in sicuro, acciocchè nel dì seguente per la più corta se ne tornassero a Roma. Notificò poi esso imperadore quest'avvenimento con sua lettera sparsa per tutta la Germania, lamentandosi del fatto dei legati, e del poco rispetto a lui mostrato dal papa, con aggiugnere essersi trovati presso quei legati non pochi fogli in bianco sigillati, per potere a loro arbitrio scrivervi quel che volevano, per accumular danari e spogliar le chiese del regno. Si vede che tanto il papa, quanto l'imperadore erano inclinati alla rottura. L'avere il papa dalla sua il potente re di Sicilia, il facea parlar alto; ma questa loro concordia quella appunto era che a Federigo maggiormente movea la bile. Nè mancavano i baroni pugliesi rifugiati colà di accenderla vieppiù, con isparlar dappertutto del papa. Ottone da San Biagio [Otto de Sancto Blasio, in Chron.] mette l'avvenimento suddetto sotto l'anno 1156, ma Radevico, scrittore di maggior peso, sotto il presente.
Durando tuttavia la guerra in Lombardia, i Milanesi, fatto un grande sforzo contra dei Pavesi, con qualche aiuto ancora de' Bresciani, e dato il comando dell'armata a Guido conte di Biandrate, nel mese di giugno si portarono alla volta di Vigevano, terra insigne de' Pavesi, alla cui difesa s'erano posti Guglielmo marchese di Monferrato, Obizzo Malaspina marchese, che dovea aver cangiata casacca, ed altri baroni [Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital. Otto Morena, Histor. Laudens.]. Distrussero il castello di Gambalò, assediarono dipoi Vigevano, e tanto lo tennero stretto, che per mancanza di viveri lo strinsero alla resa, e dipoi lo spianarono. Seguì in tal congiuntura un accordo fra i Milanesi e Pavesi, che durò ben poco. Ottone Morena scrive per colpa de' Milanesi, e Sire Raul per mancamento de' Pavesi. Perciò il popolo di Milano, che era tornato a casa, di nuovo uscì in campagna, e passato in Lomellina, fertilissimo paese già tolto dai Pavesi ai nobili conti palatini di Lombardia, si diedero a rifabbricar la terra di Lomello, capitale allora di quella provincia. Nel medesimo tempo maggiormente accalorarono il rifacimento e le fortificazioni di Tortona, di Gagliate, Trecate e d'altri luoghi, fecero di buone fosse a Milano, di maniera che, per attestato di Sire Raul, in tali fatture e nel rimettere dei fortissimi ponti sopra i fiumi Ticino ed Adda, spesero più di cinquanta mila marche di argento purissimo. Si mossero contra di loro in quest'anno i Cremonesi; ma senza alcuna impresa di rilievo se ne ritornarono alla loro città. Intanto gl'infelici Lodigiani, secondo l'asserzione di Ottone Morena, storico contemporaneo di quella città, furono con aggravii nuovi maggiormente afflitti dal popolo di Milano. Non si sa che in quest'anno il re di Sicilia Guglielmo alcuna impresa facesse. Perduto ne' piaceri, e ritirato nel suo palagio di Palermo, lasciava le redini all'indegno Maione suo ammiraglio, il quale gli dovea lodar la vita ritirata e lussuriosa dei sultani turcheschi, per farla egli intanto da re e per continuare in questi tempi la persecuzione contra di qualunque barone siciliano che fosse o paresse contrario ai suoi voleri e disegni. Ma nel mese di novembre Andrea conte di Rupecanina [Anonymus Casinensis, in Chron. Johan. de Ceccano, in Chron. Fossaenovae.], uno de' baroni di Puglia ribelli, che dianzi era fuggito fuori del regno, vi tornò per voglia massimamente di vendicare il tradimento fatto a Roberto principe di Capoa da Riccardo dall'Aquila conte di Fondi. Unì egli una picciola armata di Romani, Greci e Pugliesi, e con essa entrato nel contado di Fondi, lo prese insieme colla città d'Acquino, e bruciò il traghetto dove tradito fu il suddetto principe di Capoa. Confermò papa Adriano in questo anno IV idus novembris, stando nel palazzo lateranense, i privilegii a Guifredo abbate del monistero di san Dionisio di Milano, come costa da sua bolla da me data alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. LXX.].