MCLXVI
| Anno di | Cristo MCLXVI. Indizione XIV. |
| Alessandro III papa 8. | |
| Federigo I re 15, imper. 12. |
Assalito da grave infermità in questo anno Guglielmo re di Sicilia, stette languente per due mesi [Romualdus Salern., in Chron., Anonymus. Casinens.], e chiamato a sè Romoaldo arcivescovo di Salerno, che dilettavasi forte della medicina, arte allora di gran credito in quella città, ne ascoltò bene i consigli, ma seguitò poi a regolarsi a modo suo. Veggendosi poscia ridotto all'estremo, fatti chiamare nella sua camera i prelati, i baroni e i ministri della sua corte, dichiarò alla loro presenza per suo successore nel regno Guglielmo II suo maggior figliuolo, al quale, per essere di età tuttavia incapace del governo, diede per tutrice e governatrice del regno la regina Margherita sua moglie e madre del giovinetto re, assegnandole tre consiglieri di Stato. Dichiarò ancora principe di Capoa Arrigo altro suo figliuolo; e dopo avere scusata la sua passata condotta, e pregati tutti della lor fedeltà verso la sua prole, nel mese di maggio cessò di vivere. Septimo die intrantis mensis madii, ha il testo di Romoaldo. Ma nel Necrologio casinense è notata la di lui morte idibus maii. I tanti sconcerti succeduti durante il suo regno per la sua disapplicazione [Hugo Falcandus, in Hist.], lasciandosi egli reggere dalla canaglia dei suoi eunuchi, e per la sua crudeltà e mala condotta che gli tirò addosso tante ribellioni, fecero restare il suo nome in abborrimento e maledizione. Si applicò tosto la regina a guadagnarsi l'amore de' sudditi, col far aprire le carceri, richiamar dall'esilio un buon numero di nobili banditi o fuggiti, e minorar le gabelle. Non lasciarono veramente di fare un'irruzione sopra varie terre della Puglia [Johann, de Ceccano, Chron. Fossaenovae.] i vecchi ribelli Andrea conte di Rupecanina e Riccardo dall'Aquila, dappoichè ebbero intesa la morte del re; ma con poco loro profitto, e finì in un fuoco di paglia il lor tentativo. Due giorni dopo la morte del padre, oppure più tardi, come vuole il Falcando, con gran solennità nella cattedral di Palermo fu coronato il nuovo re Guglielmo II, e somma comparve l'allegrezza del popolo, che sperava giorni più lieti sotto di lui; nè cotali speranze andarono fallite. Da lì a qualche tempo restò liberata la Sicilia da un mal arnese, cioè da Gaito Pietro eunuco, principal ministro e camerlengo di quella corte. Costui nato Saraceno, dopo aver preso il sacro battesimo, ritenne sempre in cuore l'antica sua superstizione; e natogli sospetto che gli emuli suoi tramassero contro la di lui vita, imbarcatosi una notte, e seco portando un gran tesoro, se ne fuggì al re di Marocco. Manuello Comneno imperador de' Greci, dacchè seppe assunto al trono Guglielmo II, gli spedì ambasciatori per rinnovare il trattato di pace, e mosse anche parola di dargli per moglie l'unica sua figliuola. Fu ben confermata la pace, e andarono innanzi e indietro ambasciatori e lettere per trattare di quel matrimonio, ma nulla infine si conchiuse di questo per varii politici intoppi. Tornò in quest'anno nel mese di novembre in Italia l'imperador Federigo con un fiorito esercito. Passò per la Val Camonica, perchè i Veronesi doveano aver preso e ben fortificato il passo della Chiusa, e venne ad accamparsi vicino a Brescia. Lo scrittor della vita di papa Alessandro dice [Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III.], che, quantunque egli avesse conceputo grand'odio contro i Lombardi, nè si fidasse di loro, pure, chiudendo in petto la sua fierezza, si mostrò amorevole e cortese verso chiunque si presentò all'udienza sua. Non così parla Sire Raul [Sire Raul, in Histor.], autore più informato di questi affari. Diede Federigo il guasto a molte castella e ville del Bresciano, sino alle fosse della città, e costrinse que' popoli a dargli sessanta ostaggi de' principali e più ricchi, i quali furono inviati a Pavia. Devastò ancora la pianura di Bergamo, e sen venne a Lodi, dove tenne un gran parlamento di Tedeschi e Lombardi. S'erano messi gli afflitti popoli della Lombardia in isperanza di sollievo per l'arrivo dell'Augusto sovrano [Idem, ibidem.] e però a folla comparvero colà grandi e piccioli, chi colle croci in mano, e chi senza, chiedendo pietà. Esposero all'imperadore e a' suoi ministri ad una per una tutte le avanie finora patite; e sul principio parve ch'egli se ne condolesse forte, e fosse per farne risentimento. Ma i fatti dimostrarono che nulla curava di tali doglianze. Allora la povera gente scorata affatto, si vide come perduta, nè vi fu chi non credesse che l'imperadore fosse d'accordo con quegl'inumani uffiziali. Si trasferì poi Federigo da Lodi a Pavia, e quivi solennizzò la festa del santo Natale.
Rapporta il cardinal Baronio [Acerb. Morena, Hist. Laudens.] una lettera scritta da esso Augusto ai cardinali: tale nondimeno è lo stile e il tenore di essa, che si può, senza timor di fallare, tenere per un'impostura di qualche dottorello, o monachetto scismatico di quell'età. Certo è bensì che il suddetto imperador di Costantinopoli inviò in questo anno a Roma Giordano Sebasto del suo imperio, figliuolo di Roberto già principe di Capoa [Card. de Aragon., in Vit. Alexandri III.]. Portò egli dei gran regali a papa Alessandro III, e due proposizioni di grande importanza. Era la prima di riunir le due chiese latina e greca, discordi fra loro da gran tempo. L'altra, che il papa restituisse la corona dell'imperio romano agli Augusti greci, promettendo a questo fine mari e monti; cioè tanto oro ed argento, e tanta copia di truppe da ridurre all'ubbidienza l'Italia tutta. Troppo difficile affare, e degno di gran posatezza parve quest'ultimo al saggio pontefice; tuttavia, non volendo trascurar cosa alcuna, inviò coll'ambasciator suddetto in Levante il vescovo d'Ostia e il cardinale de' santi Giovanni e Paolo, principalmente per trattar della concordia, ed anche per iscorgere che fondamento si potea far de' Greci per l'altro negozio. Più che mai durando la gara tra i Pisani e Genovesi [Annal. Pisani. Caffar., Annal. Genuens., lib. 2] per cagion della Sardegna, in questo anno ancora accaddero rappresaglie di varie navi, e fecero i Pisani di molti prigioni. Guglielmo marchese di Monferrato, non contento di tante terre e castella che l'Augusto Federigo sottopose alla di lui giurisdizione, mosse guerra anch'egli a Genova, e loro tolse le castella di Palodi e di Otaggio. Spedì per questo il popolo di Genova i suoi inviati all'imperadore Federigo, per rappresentargli l'aggravio lor fatto dal marchese, e ne riportarono poco buone parole. Inoltre davanti ad esso Augusto seguì un'altra fiera altercazione fra essi e quei di Pisa. Imperocchè era dianzi riuscito a Genovesi di rendersi tributarii in Sardegna i due giudicati d'Arborea e di Cagliari: laonde i Pisani, investiti di quell'isola da Federigo, fecero istanza perchè fosse interdetto a' Genovesi di mettervi piede. Reclamarono i Genovesi, pretendendo che la Sardegna appartenesse loro, dacchè ne cacciarono il re Musetto, e che l'imperadore non potesse investirne altri senza far loro torto. Addussero fra l'altre ragioni che costumavano in segno del lor dominio i Gaetani e Napoletani, ogni qual volta nell'andare in Sardegna o per mercatanzia, o per sale, s'incontravano in legni genovesi, di mandar loro uno scudo pieno di pesci, e due vasi di vetro pieni di pesce, e due barili di vino. Fu rimessa la lite alla curia imperiale, e intanto fu ordinato il rilascio de' prigioni genovesi, con grande schiamazzo de' Pisani. Venne a morte nel dì 28 di marzo in quest'anno nella città di Benevento Oberto arcivescovo di Milano e cardinale [Acta S. Galdini apud Bolland. ad diem 18 april.], e in luogo suo fu consacrato da papa Alessandro nel dì 8 di maggio Galdino già arcidiacono della chiesa milanese, cardinale anch'esso, che per le sue rare virtù meritò poscia d'essere venerato qual santo.
MCLXVII
| Anno di | Cristo MCLXVII. Indizione XV. |
| Alessandro III papa 9. | |
| Federigo I re 16, imper. 13. |
Celebre e memorando è quest'anno nella Storia d'Italia per le strepitose avventure che succederono. Avea l'imperadore Federigo mandato avanti con un corpo di truppe Rinaldo, eletto arcivescovo di Colonia e arcicancelliere d'Italia, uomo fatto più per gl'imbrogli secolareschi, che per maneggiare il pastorale, affinchè riducesse i contorni di Roma all'ubbidienza dell'antipapa Pasquale [Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Tra la forza e i regali ridusse Rinaldo ai suoi voleri molte di quelle terre e città; quelle che fecero resistenza, la pagarono con patire saccheggi, incendii od altre calamità figliuole della guerra. Nè solamente fuori di Roma fece egli de' progressi, ma studiossi con profusione d'oro di guadagnare in Roma stessa partito. E perciocchè, come scrive l'autor della vita di papa Alessandro III, con servirsi di un detto degli antichi, Roma, si inveniret emtorem, se venalem praeberet; non furono pochi i Romani che, adescati dalla pecunia, giurarono fedeltà all'antipapa Guido da Crema e all'imperadore contra di ogni persona. Non mancava il buon papa Alessandro con paterne ammonizioni di esortar tutti alla concordia, alla fedeltà e alla difesa della patria, offerendo ancora il danaro necessario per questo; e davano essi buone parole, ma camminavano con doppiezza, volendo piacere all'una e all'altra parte, infedeli nello stesso tempo a tutte e due. Intanto l'Augusto Federigo nel dì 11 di gennaio si mosse da Lodi colla imperadrice e coll'armata alla volta di Roma [Acerb. Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic. Sire Raul, tom. 6 Rer. Ital.]. Arrivò sul Bolognese, dove, in vendetta della morte data già al suo ministro Bozzo, diede il guasto sino alle porte della città, e ridusse quel popolo a dargli cento ostaggi, che furono mandati sotto buona scorta a Parma, e a pagare sei mila lire di moneta di Lucca. Passò dipoi a Imola, Faenza, Forlì e Forlimpopoli, e in quelle contrade si fermò sino a San Pietro, esigendo da que' popoli e dagli altri della Romagna grosse contribuzioni di danaro. Non si sa il motivo perch'egli facesse quivi sì lunga dimora, non accordandosi ciò col costume di un principe sì focoso e diligente. Finalmente sul principio di luglio marciò verso la città di Ancona, e ne intraprese l'assedio. Era questa città in quei tempi ubbidiente e suddita a Manuello imperador de' Greci, e contuttochè gli costasse di molto il mantenere tale acquisto, pure se ne compiaceva, lusingandosi che potesse un dì quel piccolo nido riuscire di gran vantaggio alle mire non mai interrotte sopra l'Italia. Ora i cittadini, sì perchè animati dai Greci, e perchè restava ad essi libero il mare, nè mancavano buone fortificazioni alla lor terra, si accinsero con vigore alla difesa. Fece Federigo fabbricar varie macchine di guerra, e succederono varii conflitti con vicendevoli perdite, usale in simili contrasti.
Intanto dacchè fu partito l'imperadore dalla Lombardia, Arrigo conte di Des, lasciato governatore in Pavia, perchè verisimilmente subodorò i segreti maneggi delle città lombarde, nel mese di marzo dimandò e volle cento ostaggi del popolo milanese, cinquanta de' quattro borghi, e altrettanti de' forensi. Da lì a qualche tempo crescendo i sospetti, ne volle altri dugento, che tutti mise nelle carceri di Pavia, e fece anche istanza di danari. Allora l'infelice popolo milanese giunto ai termini della disperazione, al vedersi si maltrattato ed oppresso, diede ascolto a chi proponeva di unirsi in lega con altre città, per iscuotere l'insoffribil giogo tedesco. Fecesi dunque un congresso, a cui intervennero i Cremonesi, Bergamaschi, Mantovani, Bresciani e Ferraresi; e senza dubbio vi si contò ancora qualche inviato della lega della marca di Verona. Quivi, rammentati gli aggravii e le crudeltà che tuttodì pativano per l'insaziabilità e indiscretezza de' ministri cesarei, determinarono di voler piuttosto morire una volta con onore, se occorresse, che di viver con tanta lor vergogna e miseria sotto chi si dimenticava d'essere lor principe, e principe cristiano. Una lega dunque fu stabilita fra loro, con obbligarsi, sotto forte giuramento, di difendersi l'un popolo l'altro, se l'imperadore o i suoi uffiziali volessero da lì innanzi recar loro ingiuria o danno senza ragione, salva tamen imperatoris fidelitate, clausola nondimeno che nulla dovea significare secondo i bisogni. Fu specialmente convenuto il giorno d'introdurre i dispersi Milanesi nell'abbattuta e abbandonata loro città, e di star ivi finchè quel popolo si fosse messo in istato di potervi sussistere da sè solo. Erano stati finora i Cremonesi de' maggiori nemici che avesse Milano, e de' più fedeli che potesse vantar Federigo. È da credere che si movessero a mutar massima dal vedere, e fors'anche dal provar eglino il duro trattamento e l'alterigia de' ministri imperiali sulle città lombarde, e temere col tempo di una somigliante fortuna. Sicardo, che pochi anni dappoi fu vescovo di Cremona, e scrisse una Cronica da me in buona parte data alla luce [Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.], si lagna non poco di questa risoluzion del suo popolo, perchè a' suoi dì i Milanesi divenuti potenti, e dimentichi de' benefizii, angustiavano forte la città di Cremona: quasichè in quest'anno essa città avesse fabbricato un martello che dovea poi schiacciare il capo a lei. Ma anche i saggi provveggono al bisogno d'oggi, come possono il meglio, rimettendo poi alla provvidenza di Dio il resto, giacchè niuno vi è che arrivi con sicurezza a leggere nel libro dell'avvenire.