Erano i Milanesi in una somma costernazione, perchè veniva minacciata la distruzione de' loro borghi, e i Pavesi ne lasciavano correre la voce; laonde per quattro settimane stettero come in agonia tra i pianti e le grida; e chi a Como, e chi a Novara, a Pavia, a Lodi trasportava i suoi pochi mobili, perchè di dì in dì aspettavano l'ultimo eccidio. Quando nel felicissimo dì 27 d'aprile comparvero le milizie bresciane, cremonesi, bergamasche, mantovane e veronesi, che introdussero quel popolo nella desolata città, con immenso gaudio di tutti [Acta S. Galdini, apud Bolland. ad diem 18 april.]. Che menassero tosto le mani per alzar terra, e valersi delle reliquie dell'antico muro, e serrarsi in casa, ben giusto è il crederlo. Riportata questa nuova all'imperador Federigo, benchè altamente se ne cruciasse il suo cuore, pure mostrò di non curarsene punto. Ed allorchè i collegati videro la città ridotta in istato di competente difesa, si ritirarono per attendere a guadagnar Lodi. Sussistendo questa città sì attaccata al servigio dell'imperadore, niuno di quei popoli si vedeva sicuro. Però trattarono di tirarla nella lega: e perchè i Lodigiani a niun patto volevano staccarsi dal servigio imperiale dopo i tanti beneficii ricevuti da Federigo, si venne alla forza. Fu assediata quella città dai Milanesi e dagli altri alleati nel dì 17 di maggio: seguirono varii combattimenti; fu dato il guasto al paese, e adoperate tante minacce, che finalmente s'indusse quel popolo, per non poter di meno, ad entrar nella lega, salva imperatoris fidelitate. Passarono i collegati al castello di Trezzo, fortezza di gran polso, perchè cinta di un muro e di una torre che non avea pari in Lombardia. Quivi era riposto un gran tesoro dell'imperadore, come in luogo di somma sicurezza. Tanto nulladimeno lo strinsero e batterono colle macchine di guerra, che il presidio tedesco, a riserva del governatore, fu astretto alla resa, salva la lor vita e libertà. Messo a sacco quel castello, fu poi consegnato alle fiamme ed interamente distrutto. Tali notizie le abbiamo da Acerbo Morena, autore lodigiano e contemporaneo; il perchè o non sussiste ciò che scrisse Radevico all'anno 1159 della distruzion di quel castello oppure convien immaginare che fosse rifatto dipoi. Portato questo spiacevole avviso all'imperadore, ne provò allora un immenso dispiacere; ma impegnato nella guerra contra d'Ancona e di Roma, altro per allora non potè fare che legarsela al dito.

Avvenne in questo mentre che il popolo romano concepì, o, per dir meglio, rinnovò l'odio antico contra quei di Tuscolo e di Albano, perchè li vedea inclinati o aderenti ai Tedeschi, e renitenti a pagar gli eccessivi tributi loro imposti [Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Sul fine dunque di maggio essi Romani con tutto il loro sforzo, ancorchè si opponesse a tal risoluzione il prudentissimo papa Alessandro III, andarono a dare il guasto a tutto il territorio tuscolano, con tagliar le biade, gli alberi e le viti: dopo di che assediarono quella città. Rainone padrone di Tuscolo, non avendo forze da poter resistere, per necessità ricorse all'aiuto dell'imperadore, che assediava Ancona. Ordinò egli tosto a Rinaldo eletto arcivescovo di Colonia, esistente in que' contorni, che con alquante schiere d'armati s'affrettasse al soccorso di Tuscolo. Così fece egli. Ma, se vogliam credere a Ottone da San Biagio [Otto de S. Blasio in Chron.], restò Rinaldo rinserrato ed assediato dai Romani in quella città. Ne fu bensì avvisato Federigo, e perchè parve ch'egli non se ne mettesse gran pensiero, Cristiano eletto arcivescovo di Magonza, con Roberto conte di Bassavilla e con altri baroni, prese l'assunto di marciare in aiuto di lui con poco più di mille cavalieri tedeschi e borgognoni, ma i più bravi dell'armata [Acerbus Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic.]. Allora i Romani si misero in punto di dar battaglia, confidando nella superiorità delle forze, giacchè si tiene che nel campo loro si contassero tra cavalieri e fanti ben tre mila persone armate. Romoaldo Salernitano scrive [Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che i Romani, sedotti dalla lor prosunzione e superbia, vollero venire alle mani, ma senza ordine e cautela alcuna. Si azzuffarono dunque nel dì 30 di maggio coi nemici. Sulle prime poco mancò che i Tedeschi, sopraffatti dal troppo numero degli avversarii, non piegassero; ma uscito di Tuscolo l'arcivescovo Rinaldo coi suoi, e dando alle spalle ai Romani, così vigorosamente li caricò, che la lor cavalleria prese la fuga, lasciando alla discrezion de' Tedeschi la fanteria. Non erano i Romani d'allora come gli antichi loro antenati; però da lì innanzi non fu più battaglia, ma solamente una fuga e un macello di que' miseri. Ingrandiscono qui alcuni a dismisura la perdita de' Romani, facendola Ottone da San Biagio ascendere a quindici mila tra morti e prigioni. Lo scrittor della vita di papa Alessandro apre più la bocca, con dire che appena si salvò la terza parte di sì copiosa armata, e che dalla battaglia d'Annibale a Canne in qua non era più succeduta strage sì grande del popolo romano. Sicardo copiò anch'egli questo bell'epifonema. E l'autore della Cronica reicherspergense arrivò a dire che di quaranta mila Romani paucissimi evaserunt, qui non occisi, aut captivati fuerint. Più ancora ne disse Gotifredo monaco nei suoi Annali. Giovanni da Ceccano nella sua cronica di Fossanuova ne fa morti sei mila, e molte altre migliaia di rimasti prigioni. Ma perchè suol più spesso avvenire che la fama e la millanteria de' vincitori faccia in casi tali di troppe frange al vero, meglio sarà l'attenersi qui alla relazione di Acerbo Morena, autor di questi tempi, che dice d'averlo inteso da Romani disappassionati; cioè esservi restati morti più di due mila d'essi Romani, e più di tre mila fatti prigioni, che legati furono condotti alle carceri di Viterbo. L'Anonimo Casinense scrive di mille e cinquecento uccisi, e di mille e settecento prigioni. Meno ancora dice il continuatore degli Annali genovesi di Caffaro.

Non potè contener le lagrime all'avviso di sì funesto successo il buon papa Alessandro. Tuttavia senza avvilirsi attese a premunir la città di Roma, e a procurar degli aiuti dal di fuori. Mosse la regina di Sicilia e il figliuolo Guglielmo II a spedir le loro truppe, che giunte nella campagna di Roma, si diedero ad assediare un forte castello presediato da' Tedeschi. Secondo Acerbo Morena, pare che il giovinetto re venisse in persona a tale impresa; ma è cosa non sì facile da credere. Ora l'avviso della vittoria riportata dalle sue genti sotto Tuscolo, ma più questa mossa delle armi siciliane, furono i motivi che indussero Federigo a dismettere l'assedio d'Ancona a fine di trasferirsi verso Roma. Per mantener nondimeno il decoro, ed acciocchè non paresse che la ritirata venisse da paura, ammise dopo quasi tre settimane d'assedio ad un trattato d'accordo gli Anconitani, i quali si obbligarono di pagargli una gran somma di danaro, e per sicurezza del pagamento gli diedero quindici ostaggi. S'ingannò Ottone da San Biagio con altri, allorchè scrisse che Ancona si rendè all'imperadore. L'impazienza di Federigo era grande, nè volendo aspettare i lenti passi della fanteria, presa seco la cavalleria e l'Augusta sua moglie, a gran giornate marciò verso la Puglia. Alla nuova che si accostava l'imperadore, e sulla credenza ancora che con tutta l'armata egli venisse, si ritirarono ben prestamente dall'assedio del suddetto castello le soldatesche del re di Sicilia. Con tal fretta marciò Federigo, che raggiunse i fuggitivi al passo di un fiume, dove molti ne fece prigioni. Assediò e vinse un castello tolto dal re Guglielmo a Roberto conte di Bassavilla, con restituirlo poi ad esso conte. Arrivò sino al Tronto, mettendo a sacco e fuoco tutte quelle contrade. Sua intenzione pareva di passar più oltre; ma sì vigorose furono le istanze dell'antipapa Pasquale dimorante in Viterbo, per tirarlo a Roma, sì in virtù delle promesse a lui fatte, come anche per la speranza di cacciarne papa Alessandro, che Federigo con tutto l'esercito si mosse a quella volta, e nel dì 24 di luglio giunse a mettere il campo nel monte del Gaudio, appellato monte Malo dallo scrittor della vita di papa Alessandro, che racconta il di lui arrivo colà XIV kalendas augusti. Nulla più sospirava egli che d'impadronirsi della basilica vaticana; nè tardò a superar la cortina e il portico di san Pietro, con ispogliare e dar alle fiamme tutte quelle case. Ma nella vaticana non potè egli entrare, perchè fortificata e ben difesa dalla masnada di san Pietro, cioè dai soldati raccolti dai beni patrimoniali della Chiesa romana. Diedero i Tedeschi varie battaglie al sacro luogo per una continua settimana, sempre inutilmente, finchè riuscì loro di potere attaccar fuoco alla chiesa di santa Maria del Lavoriere, ossia della torre. Essendo questa contigua a san Pietro, poco mancò che le fiamme non penetrassero anche nella basilica. Mise nondimeno quell'incendio tal paura ne' difensori, massimamente veggendo essi di non potere sperar soccorso alcuno dalla città, che dimandarono di capitolare. Fu loro accordato di potersene andar salvi colle persone; e così san Pietro venne in potere di Federigo. Però nella seguente domenica arrivò l'antipapa Pasquale a cantar messa in quella chiesa, nella quale occasione coronò l'imperadore con un cerchio d'oro, insegna del patriziato. Fin dall'anno 1155, siccome abbiam veduto, aveva egli ricevuta la corona imperiale dalle mani di papa Adriano IV. Tuttavia volle (Acerbo Morena, che v'era presente, ce ne assicura) il piacere di riceverla di nuovo da quelle del suo idolo; funzione fatta nel martedì seguente, festa di san Pietro in Vincola. Fu coronata anche l'Augusta Beatrice; anzi che a lei sola fosse imposta l'imperial corona lo scrive l'autor della Cronica Reicherspergense [Chron. Reicherspergens.], parendogli molto strano che il già coronato imperadore si facesse coronar di nuovo. Altrettanto ha Gotifredo monaco di san Pantaleone ne' suoi Annali [Godefr. Monach., in Annal.]. Ciò fatto, si studiò l'imperador Federigo di guadagnare i grandi e il popolo di Roma [Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]: e siccome accortissimo principe propose, che se dava lor l'animo di fare che il pontefice Alessandro rinunziasse al papato, astrignerebbe anch'egli il suo papa Pasquale ad imitarlo: con che si verrebbe poi all'elezione di un terzo, ed egli darebbe la pace a tutti, senza più intricarsi nell'elezion de' pontefici. Esibiva eziandio di rilasciar tutti i prigioni. Parve questo un bel partito ai più de' Romani, i quali giunsero fino a dire che il papa era tenuto ad accomodarvisi, e a far anche di più per riscattare e salvare tante sue pecorelle; e il cominciarono a tempestar su questo. Ma Alessandro, dacchè si accorse dei segreti maneggi del popolo co' suoi nemici, dal palazzo lateranense s'era ritirato nelle forti case de' Frangipani, e poscia presso il colosseo, con ispedir quivi le cause spettanti alla Chiesa e allo Stato. Intanto il giovane re Guglielmo, giuntagli la notizia di quanto passava in Roma, mosso dal suo zelo per la salute del papa, spedì due ben corredate galee con gente e danaro assai, ed ordine di condurre in salvo il pontefice. Vennero su pel Tevere le due galee, e fatto sapere l'arrivo loro ad Ottone Frangipane, furono introdotti all'udienza del papa i sopracomiti. Sommamente obbligato si protestò Alessandro III all'amorevol pensiero del re siciliano; prese il denaro inviato; e credendo per allora non necessaria la sua partenza, rimandò le galee indietro con due cardinali, per trattar dei presenti affari colla corte di Sicilia. Poscia distribuì buona parte di quel danaro ai Frangipani e ai figliuoli di Pier Leone, per maggiormente animarli a star seco uniti; e il resto l'inviò ai custodi delle porte. Ma in fine si lasciarono piegare gli incostanti Romani dalle lusinghevoli proposizioni di Federigo, e volendo pur indurre il papa ad acconsentire, questi, accompagnato da alcuni de' cardinali, e travestito, segretamente uscì di Roma, e passando per Terracina, arrivò a Gaeta, dove ripigliò gli abiti pontificali. Di là poi si trasferì a Benevento, dove fu con grande onore accolto da quel popolo.

Eransi interamente dati i Pisani ai servigi dell'imperador Federigo [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], verisimilmente per que' gran doni e vantaggi che, a guisa dei già conceduti a' Genovesi, dovette compartire anche a quest'altro popolo con un pezzo di pergamena, per l'ansietà di portare in breve la guerra, non solo contra de' Romani, ma anche in Puglia, Calabria e Sicilia; al qual fine abbisognava della loro flotta. Aveano essi Pisani giurata ubbidienza all'antipapa Pasquale. E perchè Villano loro arcivescovo non volle acconsentire a sì fatta abbominazion del santuario, fu costretto a fuggirsene e a ritirarsi nell'isola della Gorgona; e in luogo suo fu intruso in quella chiesa Benincasa canonico sul fine di marzo. Aveano anche prestato aiuto a Rinaldo arcivescovo di Colonia, per prendere Civitavecchia, prima ch'egli passasse a Tuscolo, ossia Tuscolano. Ora Federigo, benchè trattasse di ridurre i Romani a' suoi voleri colle buone, non lasciò per questo di prepararsi per adoperar la forza, se il bisogno lo portava. A questo fine richiese d'aiuto i Pisani, che gli spedirono dodici galee ben armate con due de' loro consoli; e queste dipoi entrate pel Tevere, e salite sino al ponte, infestavano non poco le ville dei Romani, ed impedivano ogni soccorso per quel fiume. Il popolo romano adunque per la maggior parte, tanto per ischivar gli ulteriori danni e pericoli, quanto perchè Federigo confermò il senato romano, ed accordò e quel popolo di molte esenzioni per tutti i suoi Stati, condiscese a quanto egli bramava, con promettere, fra l'altre cose, che justitias suas (cioè dell'imperadore) tam intra urbem, quam extra urbem juvabunt eum retinere; e che terrebbono per papa l'antipapa Pasquale, se pure s'ha in ciò da credere al continuator del Morena; perciocchè da una lettera di Giovanni Sarisberiense fra quelle di san Tommaso Cantuariense si raccoglie che i Romani stettero saldi nell'ubbidienza di papa Alessandro III, nè di Pasquale si parla nel giuramento dei Romani rapportato nella sua Cronica da Gotifredo monaco di san Pantaleone presso il Freero. I Frangipani nondimeno e la casa di Pier Leone con altri nobili non consentirono a questo accordo. Mandò poscia Federigo a ricevere il giuramento di fedeltà da' Romani varii suoi deputati, fra' quali uno fu Acerbo Morena, continuatore della Storia di Ottone suo padre, uomo dabbene ed incorrotto, e diverso da tanti altri dell'armata imperiale, che viveano di sole rapine. Intanto venne Dio a visitare i peccati e l'alterigia dell'imperadore Federigo, principe che nulla meno meditava che di mettere in catene l'Italia tutta, e per politica andava fomentando il deplorabile scisma della Chiesa di Dio. Una improvvisa epidemia cagionata dall'aria di Roma, micidiale anche allora in tempo di state, se pur non fu una vera pestilenza, assalì intanto l'esercito di Federigo, e cominciò a mieterne le centinaia ogni giorno. La mattina erano sani, non arrivava la sera che si trovavano morti, di modo che si penava a seppellir tanta gente [Continuator Acerbi Morenae, tom. 6 Rer. Ital. Otto de S. Blasio. Godefrid. Monachus apud Freherum.]. Nè già sulla sola plebe de' soldati si stese questo flagello, comunemente attribuito alla visibil mano di Dio, ma ancora ai principi e signori più grandi d'essa armata. Vi perirono Rinaldo eletto arcivescovo di Colonia, Federigo duca di Suevia, ossia di Rotemburgo, figliuolo del già re Corrado e cugino germano dell'imperadore, i vescovi di Liegi, di Spira, di Ratisbona, di Verden e d'altre città, con assaissimi altri principi e nobili, fra' quali specialmente è da notare il duca Guelfo iuniore, la cui morte fu compianta anche dagl'Italiani, perchè la di lui perdita fu cagione che si seccasse in lui questa linea di Estensi-guelfi, e che il duca Guelfo suo padre rinunziasse dipoi all'imperadore tutti i suoi Stati in Italia; del che ho assai favellato altrove [Antichità Estensi, P. I, cap. 31.]. Per questa fiera mortalità di gente anche il suddetto Acerbo Morena istorico, nel tornare a casa portando seco il malore, nel dì 19 d'ottobre mancò di vita nei borghi di Siena, come s'ha dal suo Continuatore.

Atterrito da così tragico avvenimento l'imperador Federigo, frettolosamente decampò col resto dell'armata, e per la Toscana venuto a Pisa e a Lucca, continuò il viaggio alla volta di Lombardia. Ma nel voler valicare l'Apennino, trovò il popolo di Pontremoli ed altri Lombardi che gli vietarono per quelle montagne il passo [Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Continuat. Acerbi Morenae.]. Se non era Obizzo marchese Malaspina che l'affidò per le sue terre della Lunigiana, e gli diede il passaggio, si sarebbe trovato in pericolose angustie. Gran parte nondimeno del suo equipaggio si perdè per istrada. Verso la metà di settembre, e non già di dicembre, come per error de' copisti si legge presso Sire Raul, arrivò egli a Pavia, con avere perduto e ne' contorni di Roma, e nel viaggio per le malattie suddette, oltre a gran copia di soldati, più di due mila nobili, tra vescovi, duchi, marchesi, conti, vassalli e scudieri. Quivi nel dì 21 d'esso mese di quest'anno, e non già del 1168, come ha il testo del continuatore del Morena, mise al bando dell'imperio tutte le città congiurate di Lombardia, riserbando solamente Lodi e Cremona, senza che s'intenda il perchè di quest'ultima, e gittò in aria il guanto in segno di sfida. In vece de' Cremonesi, sospetto io che il continuatore di Acerbo Morena eccettuasse i Comaschi, perchè questi continuarono a tenere il partito di Federigo. Il qual poscia più fiero che mai coi Pavesi, Novaresi, Vercellesi, e coi marchesi Guglielmo di Monferrato ed Obbizzo Malaspina, e col conte di Biandrate cavalcò contro le terre de' Milanesi, con devastar Rosate, Abbiategrasso, Mazzenta, Corbetta ed altri luoghi. Accorsero allora a Milano i Lodigiani, i Bergamaschi e i Bresciani che erano in Lodi, e i Parmigiani e Cremonesi che si trovavano in guardia di Piacenza. Tornossene per questa mossa Federigo a Pavia; ma senza prendere fiato si voltò contra de' Piacentini, alle terre de' quali fece quanto male potè. Ingrossatisi per questo a Piacenza i collegati, erano per affrontarsi con lui, s'egli non si fosse prestamente ritirato a Pavia. Abbiamo nondimeno da una lettera di Giovanni Sarisberiense che seguì fra loro qualche baruffa colla peggio di Federigo, il quale in fugam versus est, come si può vedere fra le lettere di san Tommaso Cantuariense. Nè già sussiste, come scrive il Sigonio, che Federigo andasse sotto Bergamo, e ne bruciasse i borghi. Tante forze egli non aveva. Venuto poscia il verno, si quetò il rumore delle armi in Lombardia.

Durò anche nel presente anno la rabbiosa guerra fra i Pisani e i Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Italic.], perseguitandosi i loro legni per mare a tutto potere. Furono fatti progetti di pace, e rimesse le differenze in dieci per parte; ma senza che animi tanto alterati potessero punto accordarsi. Intanto il regno di Sicilia era agitato dalle gare di que' baroni e da varie fazioni [Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Hugo Falcandus, Histor. Sicul.], che tutte cercavano di superiorizzare durante la minorità del re Guglielmo II. Le città di Messina e di Palermo tumultuarono, e contribuì ad accendere quel fuoco Giovanni cardinale Napoletano, uomo sol fatto per ismugnere danaro; e per gli suoi vizii biasimato dal Baronio. Queste dissensioni minutamente descritte si leggono nelle storie di Ugone Falcando e di Romoaldo Salernitano. Mi dispenso io dal riferirle per amore della brevità. Si trasferì in quest'anno a Venezia in abito da pellegrino, e di là venne a Milano il novello arcivescovo di quella città Galdino [Continuator Acerbi Morenae, tom. 6 Rer. Ital. Act. S. Galdini apud Bollandist. ad diem 18 april.] nel dì 5 di settembre, con infinita consolazion del suo popolo. Portò egli seco il titolo e l'autorità di legato apostolico: il che servì a maggiormente corroborare ed accrescere la lega delle città lombarde contra di Federigo. Infatti ho io pubblicato i patti d'essa lega, stabiliti nel dì primo di dicembre [Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.], obbligandosi cadauno di difendere civitatem Venetiarum, Veronam et castrum et suburbia, Vicentiam, Paduam, Trivisium, Ferrariam, Brixiam, Bergamum, Cremonam, Mediolanum, Laudum, Placentiam, Parmam, Mantuam, Mutinam, Bononiam, ec. con varii patti, il più considerabile de' quali è l'obbligarsi alla difesa ed offesa contra omnem hominem, quicumque nobiscum facere voluerit guerram aut malum, contra quod velit nos plus facere, quam fecimus a tempore Henrici regis usque ad introitum imperatoris Friderici. Sotto nome di Arrigo porto io opinione che si debba intendere Arrigo quarto fra i re, terzo fra gl'imperadori, perchè sotto di lui vo credendo incominciata la libertà di molte città di Lombardia, che andò poi crescendo finchè arrivò alla sua pienezza; e questa abbiamo dipoi veduta come annichilata dal terrore e dalla fortuna dell'imperadore Federigo.


MCLXVIII

Anno diCristo MCLXVIII. Indizione I.
Alessandro III papa 10.
Federigo I re 17, imper. 14.

Abbiamo dal continuatore di Acerbo Morena che l'Augusto Federigo quasi per tutto il verno dell'anno presente andò girando, con dimorare ora nelle parti di Pavia, ora in quelle di Novara, ora di Vercelli, del Monferrato e d'Asti. Ma veggendo sempre più declinare i suoi affari, e trovandosi come chiuso in Pavia, e sempre in sospetto che i pochi rimasti a lui fedeli il tradissero, un dì di marzo all'improvviso segretamente si partì, et in Alemaniam per terram comitis Uberti de Savogia, filii quondam comitis Amadei, qui et comes dicitur de Morienna, iter arripuit: così si legge negli antichi manoscritti. Questo Uberto, chiamato dal Guichenon Umberto, è uno de' progenitori della real casa di Savoia; e quantunque ritenesse il nome di conte di Morienna, pure in varii strumenti ha il titolo ancora di marchese; e di qui parimente si scorge ch'egli era principe di molta potenza, e che per andare in Borgogna si passava per li di lui Stati. Fra le lettere di san Tommaso arcivescovo di Cantuaria [S. Thomas Cantuariensis, lib. 2, ep. 66, edit. Lupi.], una se ne legge di Giovanni Sarisberiense, riferita anche dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.], dalla quale si ricavano varie particolarità. Cioè che Federigo non vedendosi sicuro in Pavia, per aver fatto cavar gli occhi ad un nobile di quella città, e sapendo che già i Lombardi mettevano insieme un'armata di venti mila soldati, lasciati in Biandrate trenta degli ostaggi lombardi, passò nel Monferrato, dove, per la fidanza che aveva in Guglielmo marchese di quella contrada, per le di lui castella distribuì gli altri ostaggi. Poscia andò qua e là sempre di sospetto, non osando di pernottare più di due o tre giorni nel medesimo luogo. Frattanto il marchese trattò cum cognato suo comite mauriensi, (leggo mauriennensi), ut imperatorem permitteret egredi, promittens ei non modo restitutionem ablatorum, sed montes aureos, et cum honore et gloria imperii gratiam sempiternam. Poscia raccolti gli ostaggi, e accompagnato da soli trenta uomini a cavallo, andò sino a Santo Ambrosio fra Torino e Susa; e la mattina per tempo rimessosi in viaggio, quando fu presso a Susa barbaramente fece impiccare uno degli ostaggi, nobile bresciano, incolpandolo d'aver maneggiata l'unione dell'esercito che il cacciava dall'Italia. Sire Raul [Sire Raul, in Histor. tom. 6 Rer. Ital.] scrive che Federigo nono die martii suspendit Zilium de Prando obsidem de Brixia juxta Sauricam (forse era scritto Secusiam) dolore et furore repletus, quod Mediolanenses, Brixienses, Laudenses, Novarienses, et Vercellenses obsederant Blandrate, et inde abiit in Alamanniam. Aggiugne, che arrivato a Susa cogli altri ostaggi, i cittadini presero l'armi, e gli tolsero questi ostaggi, mostrando paura di essere rovinati dai Lombardi, se lasciavano condurre per casa loro fuori d'Italia quei nobili, massimamente dopo aver egli tolto poco fa di vita un d'essi, uomo potente e generoso, con tanta crudeltà. Accortosi Federigo del mal tempo che correva per quelle parti, anzi, se è vero ciò che ha Ottone da San Biagio [Otto de S. Blasio, in Chron.], avvertito dal suo albergatore che que' cittadini meditavano d'ucciderlo, avendo lasciato nel letto suo un Artmanno da Sibeneich che il rassomigliava, travestitosi da famiglio e con altri cinque suoi famigli mostrando di andare innanzi a preparar l'alloggio per un gran signore suo padrone, continuò il viaggio per istrade alpestri e dirupate, finchè giunse in Borgogna, dove di gravi minacce fece a que' popoli; e dipoi passò in Germania, con trovar ivi non poche turbolenze, e molti che l'odiavano. Sarebbe da desiderare che le antiche storie ci avessero lasciate notizie più copiose della real casa di Savoia, perciocchè non bastano le moderne a darci de' sicuri e sufficienti lumi. Abbiam veduto all'anno 1155 che Federigo probabilmente avea tolto degli Stati anche ad Umberto conte di Morienna; ma quali non sappiamo. Nella lettera suddetta del Sarisberiense è scritto che Federigo prometteva ad esso conte restitutionem ablatorum; ma quali Stati fossero a lui tolti non apparisce. Il Guichenon [Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.], che dimenticò di parlare all'anno presente, di questo passaggio di Federigo per la Savoia, e dell'avvenimento di Susa, scrive che Federigo irritato contra d'esso Umberto pel suo attaccamento a papa Alessandro III, diede in feudo ai vescovi di Torino, di Morienna, di Tarantasia, di Genova, ec. quelle città. Veggasi ancora l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Archiepisc. Taurinens.], che rapporta un diploma d'esso Federigo in favore del vescovo di Torino, e le liti poi sopravvenute. Quel che è certo, brutta scena fu quella dell'uscita di Federigo imperadore, dico, al cui cenno dianzi tremavano tutte le città italiane, e che già per decisione dei vanissimi dottori di que' tempi, era stato dichiarato padrone del mondo, si vide in fine ridotto a fuggirsene vergognosamente d'Italia sotto un abito di vil famiglio contra imperatoriam dignitatem, come dice Gotifredo Monaco [Godefridus Monachus, in Chron.], tardi conoscendo che più colla clemenza e mansuetudine, che colla crudeltà ed alterigia, si suol far guadagno, e che per voler troppo, bene spesso tutto si perde.