Dopo un vigoroso assedio cadde in potere dei collegati lombardi la terra di Biandrate. Furono ricuperati gli ostaggi quivi detenuti, e tagliati a pezzi quasi tutti i Tedeschi che v'erano di guarnigione [Johann. Sarisberiensis, in Epist.]. Dieci d'essi nobilissimi e ricchissimi vennero consegnati alla moglie del nobile Bresciano fatto impiccare da Federigo, acciocchè ne facesse vendetta, o ne ricavasse un grosso riscatto. In questo anno [Continuator Acerbi Morenae.] nel giovedì santo, cioè a dì 28 di marzo, per le istanze di Galdino arcivescovo di Milano, e per paura di mali maggiori, il popolo di Lodi abiurò l'antipapa Pasquale, e ridottosi all'ubbidienza di Alessandro papa, elesse per suo vescovo Alberto proposto della chiesa di Lodi. Intanto cresciuti gli animi dei popoli collegati della Lombardia per la fuga dell'imperador Federigo, si accinsero questi alla guerra contra de' Pavesi e del marchese di Monferrato, che soli in quelle parti restavano più che mai attaccati al partito d'esso Augusto. Per maggiormente angustiare Pavia, venne loro in capo un grandioso pensiero, cioè quello di fabbricar di pianta una nuova città ai confini del Pavese e del Monferrato. Però i Milanesi, Cremonesi e Piacentini nel dì primo di maggio [Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.] unitamente si portarono fra Asti e Pavia in una bella e feconda pianura, circondata da tre fiumi, e quivi piantarono le fondamenta della nuova città, obbligando gli abitatori di sette terre di quelle parti, e fra l'altre Gamondio, Marengo, Roveredo, Solera ed Ovilia a portarsi ed abitare colà. Poscia in onore di papa Alessandro III, e dispregio di Federigo, le posero il nome d'Alessandria. Perchè la fretta era grande, e mancavano i materiali al bisogno, furono i tetti di quelle case per la maggior parte coperti di paglia: dal che venne che i Pavesi ed altri emuli cominciarono a chiamarla Alessandria dalla paglia; nome che dura tuttavia. Ottone da San Biagio [Otto de S. Blasio, in Chron.] mette sotto l'anno 1170 l'origine di questa città, forse perchè non ne dovette sì presto prendere la forma. Ma è scorretta in questi tempi la di lui cronologia. Il continuatore di Caffaro [Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.] anche egli ne parla all'anno presente. Lo stesso abbiam da Sicardo e da altri autori. Certo nondimeno è che di buoni bastioni e profonde fosse fu cinta quella nascente città, ed essere stato tale il concorso della gente a piantarvi casa, che da lì a non molto arrivò essa a metter insieme quindici mila persone, parte di cavalleria e parte di fanteria, atte all'armi e bellicose. E nell'anno seguente i consoli della medesima città, portatisi a Benevento, la misero sotto il dominio e protezione de' romani pontefici, con obbligarsi a pagar loro un annuo censo o tributo. Tutto ciò fu di somma gloria a papa Alessandro. Attaccato fin qui era stato Obizzo marchese Malaspina, potente signore in Lunigiana, ed anche possessore di varii Stati in Lombardia, al partito di Federigo. Ma dacchè egli vide tracollati i di lui affari, non fu pigro ad unirsi colla lega lombarda contra di lui. Egli fu che coi Parmigiani e Piacentini nel dì 12 marzo, secondo Sire Raul [Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.], introdusse il disperso popolo di Tortona nella desolata loro città, la quale perciò tornò a risorgere. Andò intanto crescendo la lega delle città lombarde, entrandovi or questa or quella, chi per ricuperare la perduta libertà ed autorità, e chi per non esservi astretta dalla forza e potenza dell'altre. Il suddetto Sire Raul nomina le città confederate con quella di Milano, cioè le città della Marca, capo d'esse Verona, Brescia, Mantova, Bergamo, Lodi, Novara, Vercelli, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna, Ferrara. Confessa il continuatore di Caffaro [Continuat. Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.] che anche i Genovesi furono invitati ad entrare in questa lega, ed eziandio spedirono i lor deputati per trattarne, ma senza che tal negoziato avesse effetto.

Ho io dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.] l'atto della concordia seguita nel dì 3 di maggio dell'anno presente fra il suddetto marchese Obizzo e i consoli di Cremona, Milano, Verona, Padova, Mantova, Parma, Piacenza, Brescia, Bergamo, Lodi, Como (degno è di osservazione che ancora i consoli comaschi aveano abbracciata la lega), Novara, Vercelli, Asti, Tortona, Alessandria, nuova città, e Bologna. Leggonsi ivi i patti stabiliti fra loro e i nomi de' deputati di cadauna città. Fu guerra in quest'anno fra i pisani e Lucchesi [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Italic.]. Erano gli ultimi collegati coi Genovesi, e, secondo il concerto fatto con essi, verso la metà di maggio andarono ad assediare il castello di Asciano, e, dategli varie battaglie, se ne impadronirono. Accorsero i Pisani, ma non a tempo, e venuti ad un combattimento, ebbero la peggio, con restarvi molti di loro prigioni, i quali furono mandati dai Lucchesi nelle carceri di Genova: il che venne creduto cosa infame e degna dell'odio di tutti [Caffari, Annal. Genuens., lib. 2.]. Gl'impetrarono i Genovesi per potere col cambio riavere altri loro prigioni detenuti in Pisa. Continuò tuttavia la guerra fra i Pisani e Genovesi, e contuttochè molto si adoperasse Villano arcivescovo di Pisa, che era tornato al possesso della sua chiesa, per metter pace fra queste due sì accanite città, pure non gli venne fatto: tanto predominava in cuor di que' popoli l'ambizione d'essere soli in mare, e soli nel commercio e guadagno. Aveano fin qui i predetti Genovesi tenuto come sequestrato nelle loro città il vanerello re di Sardegna Barisone, sperando ch'egli arrivasse pure a soddisfar pel danaro sborsato a conto di lui. Ma un soldo mai non si vide. Il perchè i Genovesi si contentarono di condurlo in Sardegna, dove diede speranza di pagare. Andarono, e fecero raccolta di danaro; ma perchè molto vi mancò a soddisfare i debiti contratti, ricondussero a Genova quel fantasma di re. In questi tempi i Romani mossero guerra al popolo d'Albano [Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.], perchè era stato in favore di Federigo contra di loro, e tanto fecero che distrussero da' fondamenti quella città, ancorchè fosse in quelle parti Cristiano eletto arcivescovo di Magonza, mandatovi da Federigo per sostenervi il suo partito. Rodeva i Romani un pari, anzi maggior desiderio di vendicarsi de' Tuscolani, per cagion de' quali aveano patita sì fiera rotta nell'anno precedente, e recarono loro anche gran danno; ma non consentendo la Chiesa ai loro sforzi, desisterono per allora da tale impresa. Tornò parimente in quest'anno Manuello Comneno imperador de' Greci ad inviare ambasciatori a Benevento, dove era il pontefice Alessandro; e, siccome ben informato delle rotture che passavano fra esso papa e Federigo, si figurò facile di poter ottenere il suo intento: cioè di far privare della corona Federigo, e che questa fosse poi conferita a lui e a' suoi successori. Per ismuovere la corte pontificia, venne cogli ambasciatori un'immensa quantità d'oro. Ma Alessandro, pontefice de' più prudenti che s'abbia avuto la Chiesa di Dio, ringraziò forte il greco Augusto per la sua buona volontà e divozione; ma per conto della corona imperiale fece lor conoscere che troppe difficoltà s'incontravano, nè conveniva a lui il trattarne, per esser uffizio suo il cercare la pace, e non già la guerra. Pertanto rimandò indietro essi ambasciatori colla lor pecunia, e spedì con tale occasione due cardinali alla corte di Costantinopoli. Abbiamo da Giovanni da Ceccano [Johannes de Ceccano, Chron. Fossaenovae.], da Romoaldo Salernitano [Romualdus Salernit., in Chron., tom. 6 Rer. Italic.] e da altri storici che l'antipapa Pasquale III, ossia Guido da Crema, mentre stava nella basilica di san Pietro fuori di Roma, fu chiamato da Dio al rendimento de' conti. Morì egli impenitente nel dì 20 di settembre. Pareva che lo scisma con la morte di costui avesse affatto a cessare, perchè niuno più restava de' cardinali scismatici, e gli antipapi d'allora non soleano crearne dei nuovi, siccome vedremo fatto nel grande scisma del secolo XIV. Tuttavia gli scismatici non si quetarono, e si trovò un Giovanni abbate di Struma, uomo apostata e pieno di vizii, che si fece innanzi ed accettò il falso papato, con assumere il nome di Callisto III. Costui era stato eletto vescovo tuscolano da papa Alessandro, e fece dipoi una miserabil figura fra quei della sua screditata fazione.


MCLXIX

Anno diCristo MCLXIX. Indizione II.
Alessandro III papa 11.
Federigo I re 18, imper. 15.

Spese l'imperador Federigo in Germania l'anno presente in istabilire ed ingrandire i suoi figliuoli [Otto de S. Blasio, in Chron. Chronic. Reichersperg.]. Nelle feste di Pentecoste tenne una gran dieta in Bamberga, dove comparvero i legati dell'antipapa Callisto. In essa di comune consenso de' principi fece eleggere re di Germania e d'Italia il suo primogenito Arrigo, e coronarlo per mano di Filippo arcivescovo di Colonia. Al secondo de' suoi figliuoli, cioè a Federigo, giacchè era mancato di vita Federigo duca di Suevia, chiamato di Rotimburgo, l'Augusto imperadore diede quel ducato. Rimasto senza eredi il vecchio duca Guelfo della linea estense di Germania, per la morte del figliuolo accaduta nell'anno 1167 in Italia, aveva egli dichiarato suo erede Arrigo il Leone duca di Baviera e Sassonia, suo nipote, di tutti i suoi Stati e beni posti nella Suevia, a condizione di ricavarne una buona somma di danaro. Ma procrastinando il duca Arrigo di pagare, figurandosi che per l'età avanzata dello zio la morte gli risparmierebbe un tale sborso, il duca Guelfo rinunziò tutto a Federigo Augusto, che pagò il danaro pattuito. A Corrado suo terzogenito conferì poi il ducato della Franconia con altri beni. Al quartogenito Ottone diede il regno d'Arles, ossia della Borgogna. L'ultimo suo figliuolo Filippo era allora in fasce. Altri acquisti, annoverati da Ottone da San Biagio, fece Federigo per ben arricchir la sua prole; e in quest'anno ancora s'impadronì dell'arcivescovato di Salisburgo, facendo colare quanti mai potè de' feudi delle chiese in essi suoi figliuoli, e comperando ed acquistando diritti e beni, ovunque poteva. La Sicilia nell'anno presente, correndo il dì 4 di febbraio, soffrì un fierissimo eccidio per un orribile tremuoto che desolò varie città [Hugo Falcandus, in Chron. Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]. Quella sopra tutto di Catania, città allora ricchissima, tutta fu rovesciata a terra colla morte di circa quindici mila persone, e del vescovo (uomo per altro cattivo, e salito in alto colla simonia) e di quasi tutti i monaci, senza che vi restasse una casa in piedi. La stessa disavventura provò la nobil terra di Lentino. Danneggiata di molto restò anche Siracusa con assai altre castella. Negli Annali Pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] sta scritto che a Catania usque ad Plassa undecim inter civitates et castella et villas cum multis hominibus in via et agro oppressis a dicto terraemotu perierunt. Attesero i Cremonesi a cignere di buone mura la loro città [Sicard., in Chron., tom. 6 Rer. Ital.]. Nè riposavano i Milanesi in fabbricar case, e fortificare la rinata loro città. Degno è d'attenzione ciò che ha Niceta Coniate [Niceta, Histor., lib. 7.]: cioè che Manuello imperador de' Greci per l'apprensione dell'armi di Federigo Augusto, massimamente dappoichè questi aveva tentato di torgli Ancona, somministrò grossi aiuti, cioè di danaro, ai Milanesi, affinchè rifabbricassero la loro città, e si mettessero in istato di poter far fronte ad un imperadore che meditava la rovina di tutti. Certo è che Manuello era in lega col papa, col re di Sicilia e coi Lombardi contro di Federigo. Abbiamo anche da Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, in Manipul. Flor.], che le pie donne di Milano venderono tutti i loro anelli e gioielli, per impiegarne il prezzo nella riedificazione della chiesa metropolitana di santa Maria. Guerra fu in quest'anno nella Romagna [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5. Sigonius, de Regno Ital., lib. 14. Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 3.]. Aveano i Bolognesi, assistiti da' Ravegnani, assediata la città di Faenza. Ricorsero i Faentini per soccorso, ai Forlivesi, che accorsi ed attaccata battaglia verso il fiume Senio, misero in rotta il campo bolognese, con farvi quattrocento prigioni. Il Ghirardacci rapporta questa sconfitta de' suoi, ma pretende che i Bolognesi fossero iti in aiuto de' Ravegnani lor collegati, a' danni dei quali s'erano portati i Faentini e Forlivesi. Veniva in questi tempi agitata da interne guerre civili la città di Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 2.]. Tanto si adoperò Ugo arcivescovo unito coi consoli, che si conchiuse concordia e pace fra i cittadini. Seguitando intanto la guerra già incominciata fra i Pisani e Lucchesi, perchè i primi s'erano fatti forti coll'aiuto de' popoli della Garfagnana e Versiglia, richiesero gli altri di aiuto i Genovesi, che non mancarono di accorrere per sostenerli. Si trattò poscia di pace, ma senza che potessero venire ad accordo alcuno. Per questa cagione continuarono i Pisani e Genovesi a farsi guerra gli uni agli altri in mare, prendendo chi potea più legni de' nemici.


MCLXX

Anno diCristo MCLXX. Indizione III.
Alessandro III papa 12.
Federigo I re 19, imper. 16.

Tentò in quest'anno l'imperador Federigo d'introdurre trattato di pace con papa Alessandro III dimorante tuttavia in Benevento [Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.]. Spedì a questo fine in Italia il vescovo di Bamberga Everardo, con ordine d'abboccarsi col pontefice, ma di non entrare negli Stati del re di Sicilia. Alessandro, che stava all'erta, e per tempo s'avvide ove tendeva l'astuzia di Federigo, cioè a mettere della mala intelligenza fra esso papa e i collegati lombardi, non tardò punto ad avvisarne la lega, acciocchè gli spedissero un deputato per assistere a quanto fosse per riferire il vescovo suddetto. Dappoichè fu questi venuto, si trasferì il pontefice in Campania a Veroli, per quivi dare udienza al legato cesareo. Voleva questi parlargli da solo a solo; il che maggiormente accrebbe i sospetti di qualche furberia. Benchè con ripugnanza, fu ammesso ad una segreta udienza, dove espose essere Federigo disposto ad approvar tutte le ordinazioni da esso pontefice fatte; ma intorno al papato, e all'ubbidienza dovuta al vicario di Cristo, ne parlò egli con molta ambiguità, e senza osare di spiegarsi. Comunicò papa Alessandro cotali proposizioni al sacro collegio e al deputato della lega. La risposta ch'egli poi diede al vescovo Bamberga, fu di maravigliarsi, come egli avesse preso a portare una siffatta ambasciata, che nulla conteneva di quel che più importava. Che quanto ad esso papa, egli era pronto ad onorare sopra tutti i principi Federigo, e ad amarlo, purchè anch'esso mostrasse la filial sua divozione dovuta alla Chiesa sua madre; e con questo il licenziò. Mentre il pontefice dimorava in Veroli, i Romani pieni di rabbia contro l'odiata città di Tuscolo, le faceano aspra guerra. Rainone signore di essa città, veggendosi a mal partito, trattò d'accordo con Giovanni, lasciato prefetto di Roma dall'imperador Federigo, e gli cedette quella città, con riceverne in contraccambio Monte Fiascone e il borgo di San Flaviano, senza farne parola col papa, da cui pure egli riconosceva quella città, e con assolvere dal giuramento i Tuscolani, i quali si crederono col nuovo padrone di esentarsi dalle molestie de' Romani. Ma questi più vigorosamente che mai continuarono la guerra contra di essa città, di maniera che quel popolo, fatto ricorso al papa, si mise sotto il dominio e patrocinio di lui. Alla stessa corte pontificia tardò poco a comparire il suddetto Rainone pentito del contratto, perchè quei di Montefiascone vituperosamente l'aveano cacciato dalla lor terra; ed anch'egli, implorata la misericordia del papa, fece una donazion della terra di Tuscolo alla Chiesa romana: il che la preservò per allora dall'ira e dalle forze del popolo romano. Rapporta il Guichenon [Guichenon, Bibliot. Sebus., Centur. II, cap. 35.] una bolla di papa Alessandro, dato in quest'anno Laterani in favore della badia di Fruttuaria. Non può stare, perchè il papa non fu in questi tempi in Roma. Persistendo tuttavia Manuello imperador de' Greci nel vano pensiero di ricuperar la corona imperiale di Roma, per farsi del partito in quella città, mandò nel presente anno una sua nipote per moglie di Ottone Frangipane [Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.], la cui nobilissima famiglia era in questi tempi attaccatissima al pontefice Alessandro. Fu essa condotta con accompagnamento magnifico di vescovi e nobili greci, e con gran somma di danaro a Veroli, dove il papa gli sposò: dopo di che Ottone condusse la novella moglie a Roma. Ardevano i Bolognesi di voglia di vendicarsi della rotta loro data nel precedente anno dai Faentini. Però col maggior loro sforzo e col carroccio, che per la prima volta fu da essi usato, s'inviarono contra della città di Faenza, e l'assediarono. Il Ghirardacci scrive [Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 3.] che sconfissero l'armata de' Faentini. Le vecchie storie di Bologna [Cron. di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] parlano solamente dell'assedio; e di più non ne dice Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.], che mette all'anno seguente un tal fatto, ed aggiugne, essersi uniti i Ravegnati ed Imolesi col popolo di Bologna contra di Faenza. Concordano poi tutti gli autori in dire che seguì la pace fra questi popoli, con essersi restituiti i prigioni ai Bolognesi. Accenna il suddetto Rossi una battaglia accaduta in quest'anno fra essi Faentini dall'una parte, e i Forlivesi e i Ravennati dall'altra, colla sconfitta degli ultimi. Ma non s'intende come il popolo di Forlì, ausiliario de' Faentini nel precedente anno fosse già divenuto loro nemico. Oltre di che, non è molto da fidarsi degli storici moderni, qualora mancano le croniche vecchie. Tre ambasciatori del greco imperadore Manuello Comneno approdarono in quest'anno a Genova per trattar di concordia con quel popolo [Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Ital.], portando con seco cinquanta sei mila, oppur ventotto mila perperi (monete d'oro dei Greci); ma non fu loro data udienza, se non dappoichè fu ritornato da Costantinopoli Amico da Murta, ambasciatore d'essi Genovesi. Perchè si trovò gran divario fra la esposizion d'Amico e quella de' legati greci, licenziati questi senza accordo, si riportarono indietro i lor danari. Seguitò ancora nell'anno presente la guerra fra i Pisani e i Lucchesi, colla peggio degli ultimi, che rimasero sconfitti presso Motrone, e lasciarono in poter de' Pisani una gran quantità di prigioni [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.]. Nè cessarono le vicendevoli prede fra essi Pisani e i Genovesi per mare. Fra l'altre prede, venne fatto ai Genovesi di prendere una nave, dove era Carone, uno de' consoli pisani.