MCLXXI
| Anno di | Cristo MCLXXI. Indizione IV. |
| Alessandro III papa 13. | |
| Federigo I re 20, imper. 17. |
Somma era stata l'occupazion di papa Alessandro negli anni addietro per rimettere in grazia di Arrigo re d'Inghilterra, e nel possesso della sua chiesa Tommaso arcivescovo di Cantorberì, ed aveva avuta la consolazione di veder terminato così scabroso affare. Ma non fu minore il suo affanno nel principio del presente anno, perchè vennero le nuove che al santo prelato era stata da empii sicarii levata la vita nel dì 29 del precedente dicembre: laonde meritò di essere onorato da Dio con varii miracoli, e poi registrato nel catalogo dei martiri. Ebbe perciò il pontefice da faticar tuttavia non poco per eseguir ciò che la disciplina ecclesiastica prescrive in simili casi [Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Trovavasi egli in Tuscolo nel dì 25 di marzo, allorchè arrivarono gli ambasciatori del re Arrigo, venuti per discolparlo, e protestare ch'egli non avea avuta mano in quel sacrilego fatto. A tutta prima non li volle il papa vedere; ma dopo qualche maneggio gli ammise, e dipoi spedì in Inghilterra due cardinali per formare il processo, e conoscere se il re era innocente o reo. Continuarono ancora in quest'anno con gran vigore i Milanesi a rialzare l'abbattuta loro città; nè contenti di questo, ne ampliarono con nuove mura il circuito chiudendo in essa le basiliche di santo Ambrosio, di san Lorenzo, di san Nazario e di sant'Eusebio, di maniera che le disgrazie loro servirono a maggiormente nobilitare la per altro nobilissima patria loro. Ne resta tuttavia la memoria in un antico marmo rapportato dal Puricelli [Puricell., Monum. Basilic. Ambr.], dove ancora si leggono i nomi de' consoli milanesi di quest'anno. Due d'essi specialmente sono da notare, cioè Ardericus de la Turre, Obertus de Orto; il secondo celebre fra i legisti, per la raccolta delle consuetudini feudali; e il primo, perchè da lui verisimilmente discende l'illustre casa della Torre, ossia Torriana, che signoreggiò dipoi in Milano. Pubblicò nell'anno 1708 il famoso Stefano Baluzio la Storia genealogica della casa della Torre d'Alvernia, ossia dei duchi di Buglione, per cui ebbe di molti guai. Sì egli, come altri han creduto una medesima famiglia quella de' Torriani milanesi e l'altra de' franzesi. Quando non si adducano pruove più sicure di tal connessione, difficile sarà il credere sì fatta unione di sangue. Noi qui a buon conto troviamo un Arderico della Torre console in Milano, e perciò buon cittadino di Milano: ma ch'egli, o i suoi maggiori fossero venuti di Francia, non si dee senza buone pruove asserire.
Cercarono i Lucchesi e Genovesi collegati di tirar nella loro alleanza altri popoli, per poter con più fortuna rintuzzare i Pisani. Riuscì loro di guadagnare i Sanesi e Pistoiesi, e al conte Guido signor potente in Toscana. Fu ciò cagione che anche i Pisani stabilirono lega coi Fiorentini per quaranta anni avvenire. Gli Annali pisani, in vece di anticipar di un anno i successi di questi tempi per accomodarsi all'era pisana, che nove mesi prima dell'era volgare comincia l'anno nuovo, li pospongono di un anno: e però non si può stare alla cronologia d'essa storia. Abbiamo gli Annali genovesi in questo più esatti [Caffari, Annal. Genuens., lib. 2.]. Fabbricarono nel presente anno i Lucchesi coll'aiuto de' Genovesi Viareggio al mare. Verso l'autunno arrivò in Lombardia all'improvviso Cristiano arcivescovo eletto di Magonza, inviato dall'imperador Federigo, per assistere agl'interessi dell'Italia, e massimamente della Toscana, che tuttavia teneva il partito imperiale. Passò egli intrepidamente per mezzo le città lombarde nemiche, ma con gran fretta; e valicando il fiume Tanaro presso Alessandria, si trasferì a Genova, dove per rispetto dell'imperadore fu onorevolmente accolto. Se l'ebbero forte a male i collegati lombardi, e però pubblicarono un bando che niuno avesse da condurre grani e altre vettovaglie a Genova: il che cagionò una gran carestia in quella città. Tornarono ancora in quest'anno essi Genovesi a condurre in Sardegna il re Barisone, sequestrato da essi per debiti, e pare che soddisfatti del loro avere, quivi il lasciassero a scorticare i suoi popoli per le colpe della sua vanità. Aveva l'imperadore Manuello Comneno cacciato da Costantinopoli i Pisani. In quest'anno venuto con essi a concordia, restituì loro i fondachi e il maltolto. Obbligossi egli di pagare per quindici anni avvenire al comune di Pisa cinquecento bisanti (monete d'oro) e due pallii, o un pallio ancora all'arcivescovo di Pisa. Vennero gli ambasciatori di lui a Pisa, e nel dì 13 di dicembre furono segnati i capitoli della concordia. Essendo mancato di vita Guido arcivescovo di Ravenna [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.], succedette in quella chiesa Gherardo, il quale, al pari dei suoi antecessori usò il titolo di esarco, cioè di padron temporale di Ravenna e dell'esarcato, per le concessioni loro fatte dagl'imperadori. Papa Alessandro III con sua bolla data in Tuscolo gli confermò la superiorità sopra i vescovati di Bologna e Parma, per li quali forse era stata in que' tempi qualche controversia. Tolte furono ai Veneziani da Stefano re d'Ungheria le città di Spalatro, Sebenico, Zara e Traù [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Il doge Vitale Michele ricuperò Zara. Ma contra de' Veneziani mosse maggior tempesta Manuello imperador de' Greci. Mostrossi egli tutto benevolo verso questa nazione, e l'invitò a passare in Levante colle lor merci, sicchè moltissimi uomini e navigli v'andarono sotto la buona fede. Poscia spediti gli ordini per tutto il suo imperio, nel dì 22 di marzo fece prendere tutti i legni e l'avere de' Veneziani. Portatane la nuova a Venezia, ne' generosi petti di que' cittadini tanto ardore di giusto risentimento s'accese, che in poco più di tre mesi parte prepararono, parte fabbricarono cento galee e venti navi da trasporto per portare la guerra in Grecia. Vi s'imbarcò lo stesso doge, e mossa nel mese di settembre la poderosa flotta, ricuperò per forza Traù, con darle poscia il sacco, e diroccarne una parte. Costrinse Ragusi a sottomettersi al dominio di Venezia. Passò dipoi a Negroponte, e imprese l'assedio di quella capitale. Fu allora dai Greci mossa parola di pace, e il comandante di quella città inviò persone apposta a Costantinopoli col vescovo d'Equilio, pratico della lingua greca, per parte de' Veneziani. Finchè venissero le risposte, portatosi il doge a Scio, s'impadronì di quella città e dell'isola tutta, e quivi determinò di svernare coll'armata: il che gli fu di gravissimo danno, siccome fra poco si dirà.
MCLXXII
| Anno di | Cristo MCLXXII. Indizione V. |
| Alessandro III papa 14. | |
| Federigo I re 21, imper. 18. |
Fin qui il pontefice Alessandro era dimorato fuor di Roma, perchè tuttavia il popolo, o, per dir meglio, il senato romano che avea provato il gusto di comandare, gli contrastava l'esercizio della giurisdizione ed autorità temporale dovuta ai sommi pontefici. Erano anche i Romani forte in collera contro del papa per la protezione ch'egli avea preso dei Tuscolani, popolo troppo odiato da essi per la vecchia nemicizia e per la memoria della sanguinosa sconfitta dell'anno 1167. Si trattò in quest'anno d'accordo. Indussero gli astuti Romani il pontefice a contentarsi che si spianassero le mura di Tuscolo [Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.], promettendo essi in ricompensa di riguardarlo da lì innanzi come lor padre e signore, e di ubbidire a tutti i suoi comandamenti. Menarono poi le mani per atterrar quelle mura: dopo di che si scoprì la lor frode, con restare burlato il buon papa, perchè non mantennero punto la promessa fatta dal canto loro. Se ne crucciò altamente Alessandro; e giacchè altro non si potea, fece circondar di fossa e muro la torre di Tuscolo, e, lasciata ivi per sicurezza di quel popolo una buona guarnigion di cavalli e fanti, andò a stare ad Anagni, dove poi dimorò molto tempo. Romoaldo Salernitano quegli è che ci ha conservata questa notizia, la quale dal cardinal Baronio vien riferita all'anno 1168, ma verisimilmente fuori di sito. Nella Cronica di Fossanuova si legge [Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.]: Anno 1172, Indictione quinta, Alexander fecit finem cum Romanis, qui destruxerunt muros civitatis tusculanae mense novembri. Questo autore lasciò nella penna l'inganno fatto dai Romani al papa; ma ne parla bene l'autor della vita di papa Alessandro, con dire [Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.] che i Romani non permisero al papa di entrare in città, e di esercitarvi il suo pastorale uffizio: laonde egli si ritirò in Campagna di Roma, aspettando tempi migliori. Dopo avere ricevuto molte finezze da' Genovesi, passò Cristiano arcivescovo eletto di Magonza, ed arcicancelliere dell'imperadore, a Pisa nel dì 3 di febbraio, ricevuto ivi parimente con molta magnificenza. Poscia convocati tutti i conti, marchesi e consoli delle città da Lucca sino a Roma, tenne un gran parlamento nel borgo di San Genesio, per quanto s'ha dagli Annali Pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Italic.], e quivi propose da parte dell'imperadore la pace fra' Genovesi, Lucchesi e Pisani. Il continuatore di Caffaro scrive [Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.] che questo parlamento tenuto fu appresso Siena; ma forse furono due in diversi luoghi, o San Genesio era del Sanese. Sarebbono condiscesi i Pisani ad abbracciar la pace, se loro non fosse paruta troppo dura la condizione di restituir senza compenso alcuno tanti prigioni che aveano de' nemici. Però stando forti su questo, l'arcivescovo in un altro parlamento, certamente tenuto nelle vicinanze di Siena, mise i Pisani al bando dell'imperio, privandoli di tutti i privilegii, e delle regalie, e della Sardegna.
Leggesi negli Annali di Genova la lettera scritta da lui ai Genovesi, con avvisarli che nell'assemblea tenuta presso Siena, in conspectu praefecti urbis Romanorum, et coram marchionibus anconitanis, Conrado marchione de Monteferrato, comite Guidone, comite Aldebrandino, et quamplurimis aliis comitibus, capitaneis, valvasoribus, consulibus, civitatum Tusciae, Marchiae, et vallis spoletanae, et superioris atque inferioris Romaniae, et infinita populi multitudine, avea pubblicato il bando contra de' Pisani, con ordinare ad essi Genovesi di tener pronte cinquanta galee per l'ottava di Pasqua in servigio dell'imperadore. Ho rapportato questo passo, acciocchè il lettore comprenda quai popoli tuttavia aderissero al partito imperiale in Italia per questi tempi. Abbiamo in fatti dall'Abbate Urspergense [Abbas Urspergensis, in Chron.] che Federigo prima di passare in Germania, quemdam Bideluphum ducem Spoleti effecit, Marchiam quoque Anconae, et principatum Ravennae Cunrado de Luzelinhart contulit, quem Italici Muscamincerebro nominabat, eo quod plerumque quasi demens videretur. Tentarono poscia i Pisani coi Fiorentini di togliere San Miniato al presidio tedesco che ivi dimorava: perlochè l'arcicancelliere fu di pensiero di metter anche il popolo di Firenze al bando dell'imperio. Seguitarono inoltre le offese tra i Genovesi e Pisani. Mentre passava il verno nell'isola di Scio l'armata veneta [Dandul., in Chronic.], aspettando pure risposte decisive di guerra o di pace da Manuello imperador de' Greci, che dava quante buone parole si volevano, ma niuna conclusion del trattato: si cacciò la peste in quella flotta, e cominciò a fare un'orrida strage di gente. Per questo il doge Vital Michele salpò per tornarsene a casa. Ma infierì nel viaggio più che mai la pestilenza, di modo che quella dianzi sì fiorita e possente armata arrivò a Venezia poco men che disfatta; e perchè colla venuta di tanta gente infetta s'introdusse anche nella città lo stesso micidial malore, molto popolo ne perì. Rigettata la colpa di tanti mali sopra il doge, insorse col tempo contra di lui un tumulto, per cui nel ritirarsi dal palagio restò mortalmente ferito; poscia finì di vivere nel dì 27 di marzo, oppur di maggio dell'anno presente, se pur non fu nell'anno seguente. Restò eletto in di lui luogo Sebastiano Ziani. Venne in quest'anno il giovinetto re di Sicilia Guglielmo II in Puglia, e fino a Taranto [Anonymus Casinens., in Chron. Romualdus Salernitanus, in Chron.], credendosi che si avessero ad effettuar le sue nozze concertate con una figliuola del greco imperadore Manuello. Ma restò deluso dai Greci. Assai di ciò disgustato, passò a Capoa e a Salerno, e di là se ne tornò a Palermo, menando seco Arrigo suo minor fratello, già creato dal padre principe di Capoa, il qual diede fine ai suoi giorni in quest'anno nel dì 16 di giugno. Abbiamo anche dalla Cronica di Piacenza [Chronic. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] che i Piacentini, Milanesi, Alessandrini, Astigiani, Vercellini e Novaresi fecero un fatto d'armi presso il castello di Mombello col marchese di Monferrato, e lo sbaragliarono, con inseguire per sei miglia i fuggitivi.