Ma questo a nulla serve. Pietro fu il suo nome battesimale; ma per soprannome, secondo il costume d'allora, egli dovette essere chiamato Bocca di Porco, siccome il suo predecessore Giovanni fu soprannominato fasano, ossia fagiano. Per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.], in quest'anno pagò il tributo della natura Pietro Orseolo II doge di Venezia, principe glorioso per avere assaissimo ampliato il dominio veneto, sconfitti i Saraceni, e governati con somma prudenza e dolcezza i suoi popoli. Gli succedette circa il mese di marzo Ottone Orseolo suo figliuolo, dianzi creato suo collega, non inferiore nella religione e giustizia al padre, e ricchissimo di beni di fortuna. Ebbe egli per moglie una figliuola di Geiza duca di Ungheria, e sorella di santo Stefano, primo re regnante allora in quelle contrade, la quale gareggiava nelle virtù col fratello. Era, per testimonianza di Camillo Pellegrino [Camillus Peregrinius, Histor. Princip. Langobard.], in questi tempi principe di Capua Pandolfo IV. Prese egli per suo collega in quel principato Pandolfo II principe di Benevento, suo zio paterno. Non ne veggiamo assegnato il motivo; ma probabilmente fu, perchè mancandogli successione maschile, volle assicurare nei parenti suoi il principato. Abbiamo sotto questo anno da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che cecidit maxima nix, ex qua siccaverunt arbores olivae, et pisces et volatilia mortua sunt. Poscia aggiugne: Mense maii incoepta est rebellio: il che io intendo de' Pugliesi che cominciarono a ribellarsi ai Greci Et mense augusti apprehenderunt Saraceni civitatem Cosentiam (metropoli della Calabria) rupto foedere nominae Cayti Sati, cioè del generale dei Mori. Ancorchè Ardoino re avesse ripigliate le forze, e signoreggiasse, a mio credere, in Pavia, pure la maggior parte delle città del regno stava costante nella divozione e fedeltà giurata al re Arrigo, e fra queste Milano, Piacenza, Cremona. Landolfo vescovo appunto di Cremona ottenne in quest'anno da Arrigo un divieto a Lamberto, abate del monistero di san Lorenzo, situato presso a Cremona, di non poter alienare, livellare o contrattare in altre guise i beni di qual sacro luogo senza la licenza del vescovo suddetto, il quale poscia se ne abusò. Il diploma si dice dato [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Cremonens.] VII idus octobris, anno ab Incarnatione Domini MVIIII, anno vero domni Henrici primi (scrivi secundi) regis VII. Actum Maideburg. Dovrebbe essere l'anno VIII, se pure non appartiene all'anno precedente: il che non si può comprendere per la mancanza dell'indizione. Ho veduta un'autentica donazione fatta in Correggio alla chiesa di san Michele, oggidì di san Quirino, con queste note: Enricus gratia Dei rex ic in Italia quinto, die quinto de mense octubris, Indictione octava, che appartiene all'anno presente. Sotto quest'anno ancora abbiamo dal Bollario casinense [Bullarium Casinens., tom. 2, Constit. LXXV.] e dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3.] una donazione fatta alla badia di santa Maria di Firenze, anno ab Incarnatione Domini nono post mille, pridie idus augusti, Indictione settima. Il suo principio è questo: Ego quidem Bonifatius inclitus marchio, filio domni Alberti, qui fuit comes, qui professus sum legem vivere Ribuariorum. Lo strumento fu stipulato in loco Palanoro territorio motinense. Dove fosse questo Planoro del contado di Modena, nol saprei dire. Pianoro si trova sulle montagne di Bologna, Pianorso in quelle di Modena. Meno poi so di qual contrada fosse marchese questo Bonifazio. Cosimo della Rena nella seconda parte, a noi promessa, ma non mai data, della Serie dei duchi di Toscana, pare che inclinasse a crederlo duca di Toscana. Non c'è fondamento alcuno per sì fatta opinione. I duchi, marchesi, conti e signori grandi per lo più possedeano allora dei beni in varie parti d'Italia; nè basta una donazione di beni privati, fatta da alcun di essi in qualche territorio, per argomentare il dominio principesco di questo Bonifazio marchese, vivente secondo la legge ripuaria, ho io trattato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XXII.], con crederlo discendente da quel Bonifazio che già vedemmo duca di Spoleti e marchese di Camerino, e da Teobaldo parimente duca e marchese di quelle contrade nel secolo precedente. Ma non apparisce punto se questo giovane Bonifazio governasse marca alcuna: e certamente egli fu personaggio diverso da Bonifazio, marchese padre della gran contessa Matilda.


MX

Anno diCristo MX. Indizione VIII.
Sergio IV papa 2.
Ardoino re d'Italia 9.
Arrigo II re di Germania 9, d'Italia 7.

Se vogliam qui prestar fede a Giovanni Villani [Giovanni Villani, Istor., lib. 4, cap. 5.] che, narrando avvenimenti lontani dai suoi tempi, ci conta bene spesso delle favole, oppure con favolose particolarità sconcia i fatti veri, in quest'anno i Fiorentini, mirando da gran tempo di mal occhio la vicina città di Fiesole, con inganno finalmente se ne fecero padroni. Nel dì solenne di san Romolo, protettore dei Fiesolani, mentre quel popolo era intento alla festa, spedirono i Fiorentini colà una mano de' loro giovani segretamente armati, che presero le porte, e diedero campo all'esercito d'essi Fiorentini d'impadronirsi di quella città, con ismantellarla poi tutta, e ridurre quel popolo a Firenze. Questo racconto passò dipoi in tutte le storie fiorentine, non mancando nondimeno altri scrittori moderni che tengono succeduto un tal fatto nell'anno 1024. Credane il lettor ciò che vuole. Quanto a me, vo assai lento a persuadermi cotali bravure in questi tempi, nei quali le città d'Italia non aveano per anche nè facoltà nè uso di muover l'armi da sè, nè di distruggersi l'una l'altra. Molto meno credo che in questi tempi, come vuole Scipione Ammirati [Ammirati, Istor. Fiorent.] con altri, fosse duca di Toscana Bonifazio marchese, padre della contessa Matilda. Niuna pruova di questo viene addotta; e senza pruove l'asserir cose antiche, non è diverso dal fabbricar nelle nuvole. Leggesi sotto quest'anno una magnifica donazione fatta ai canonici di Ferrara da Ingone, vescovo di quella città, con uno strumento scritto [Antiquit. Ital., Dissert. LXV.], pontificatus domni nostri Sergii summi pontificis et universalis papae in apostolica sacratissima beati Petri sede anno primo, regnante vero domno Enrico rege a Deo coronato, pacifico, magno, in Italia septimo (dovrebbe essere sexto) die tertia mensis februarii, Indictione octava. Ferrariae. Si osservi come in Ferrara sono contati gli anni di Arrigo re d'Italia. In questi tempi, per la Toscana specialmente e pel ducato di Spoleti, san Romoaldo abbate spargeva odore di gran santità, edificava monisteri, e dilatava l'ordine religioso che si chiamò camaldolese, e fu una riforma del benedettino in Italia. Abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] nell'anno presente, che Curcua patrizio, governatore degli Stati posseduti dai Greci in Italia, diede fine a' suoi giorni, e in luogo suo venne a quel governo Basilio catapano nel mese di marzo con un corpo di milizie tratte dalla Macedonia. Aggiugne questo scrittore che Syllistus incendit multos homines in civitate Trani. Da un altro testo si ha che Langobardia (così chiamavano i Greci, come già si accennò, gli Stati loro in Italia) rebellavit a Caesare (cioè dal greco Augusto) opera Melo ducis. Isque accurrens praeliatus est Barum contra Barenses, ubi ipsi obierunt. Questo Melo di nazion longobarda, siccome c'insegna Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 37.], barensium civium, immo totius Apuliae primus, et clarior erat, strenuissimus valde ac prudentissimus vir. Sed quum superbiam, insolentiamque, ac nequitiam Graecorum, qui non multo antea, tempore scilicet primi Octonis, Apuliam sibi Calabriamque, sociatis in auxilium suum Danis, Russis, et Gualanis, vindicaverunt, Apuli ferre non possent, cum eodem Melo, et cum Datto quodam aeque nobilissimo, ipsiusque Meli cognato, tamdem rebellant. Che strepitose conseguenze si tirasse seco questa ribellion dei Pugliesi, l'andremo a poco a poco scorgendo. Abbiamo da Ademaro [Ademarus, in Chron. apud Labbe.] e da Glabro [Glaber Rodulfus, in Chronico.] che circa questi tempi i Saraceni infierirono sotto varii pretesti contra dei Cristiani abitanti in Gerusalemme, con ucciderne assaissimi, e forzarli ad abiurare la fede di Cristo. Diroccarono eziandio la basilica del santo Sepolcro con varie altre chiese. Era allora Gerusalemme sottoposta al califa ossia al sultano dell'Egitto, e non già ai Turchi. Fecero ancora i Saraceni dimoranti in Italia, oppure in Sicilia, una battaglia, per attestato del suddetto protospata, coi Greci a Monte Peloso, non lungi dal distretto di Bari, unde peremptus est dux, senza sapersi se dei Greci o dei Mori.


MXI

Anno diCristo MXI. Indizione IX.
Sergio IV papa 3.
Ardoino re d'Italia 10.
Arrigo II re di Germania 10, d'Italia 8.

Già ho accennata la ribellione dei Pugliesi, capo de' quali era Melo, con essersi sottratti al dominio dei Greci. Scrive Romualdo salernitano [Romualdus Salern., in Chron. l. 6 Rer. Ital.]: Anno MXI, Indictione IX, fames validam Italiam obtinuit. Quo tempore Mel catipanus cum Normannis Apuliam impugnabat. Ecco il catipanus o catapanus, adoperato invece di capitanus, o capitaneus. Ma questo storico anticipa di troppo la venuta dei Normanni a guerreggiare in Puglia. Potrebbe ben essere che nell'anno presente seguisse l'assedio di Bari fatto da Basilio generale dei Greci, ed accennato da Leone ostiense. In un testo di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] pare che tale assedio sia narrato all'anno precedente. In un altro è posto sotto l'anno 1013. Forse anche la ribellione dei Pugliesi non divampò se non in quest'anno, oppure nel seguente, perchè lo storico greco Curopalata [Curopalata.] mette nei primi mesi dell'anno presente alcune disgrazie che servirono di preludio. Comunque sia, abbiamo dall'Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 37.], che ancorchè entro essa città di Bari assistesse Melo alla difesa, pure quel popolo vilmente sosteneva il peso degli assalti; e però dopo un mese d'assedio trattarono di rendersi e di dar lo stesso Melo in mano de' Greci. Ebbe Melo conoscenza di questa trama, e la fortuna di salvarsi segretamente in compagnia di Datto, con rifugiarsi in Ascoli, città che s'era anch'essa ribellata. Quivi fu di nuovo assediato, laonde una notte gli convenne fuggire anche di là insieme con Datto, e ritirarsi a Benevento. Poscia andò a Salerno, indi a Capoa, meditando sempre le maniere di liberar la sua patria dalla tirannia de' Greci, e studiandosi di muovere que' principi in aiuto suo. Ebbe nuova guerra in quest'anno il re Arrigo con Boleslao duca di Polonia [Annalista Saxo. Hermannus Contractus, in Chron.]. Con gran solennità fece il re Arrigo [Marianus Scotus, in Chron. Ditmar., Chron., lib. 6.] dedicare anche nel presente anno (se pure non fu piuttosto nel seguente) la chiesa di Bamberga. Giovanni patriarca d'Aquileia con più di trenta vescovi fece quella sacra funzione. Ci somministra a quest'anno il Guichenon [Guichenon, Bibliothec. Sebus Centur. II, cap. 10.] una donazione fatta dal re Ardoino a san Siro, cioè alla cattedrale di Pavia, pro anima patris nostri Doddonis, et pro anima patrui nostri domni Adalberti, rogante domno Willelmo marchione carissimo consobrino germano nostro. Tale atto fu scritto anno dominicae Incarnationis MXI, tertio kalendas aprilis, Indictione IX. Actum Bobii in episcopali palatio. È osservabile che non compariscono qui gli anni del suo regno. Scorgiamo poi che il dominio di esso re Ardoino si stendeva anche nella città di Bobbio, situata sulla Trebbia, ventiquattro miglia sopra di Piacenza. Se è vero questo documento, converrà dire che prima dell'anno 1014, cioè prima di quel che pensasse l'Ughelli [Ughell. Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Bobiens.], fosse creato il primo vescovo di Bobbio. Ma Ditmaro [Ditmarus, Chron., lib. 7.], storico di questi tempi, ci assicura che quel vescovo fu istituito nell'anno 1014, e però fondamento giusto ci è di dubitare della legittimità di questo documento. Qualora poi si potesse provare, come pensò il suddetto Guichenon [Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 2.], che Berengario II re d'Italia avesse avuto un figliuolo chiamato Doddone ossia Oddone, noi potremmo dedurre dal documento suddetto, che il re Ardoino fosse nipote di lui, e per pretensioni ereditarie avesse conseguito la corona d'Italia. Perciocchè in tal caso Adalberto, zio paterno d'esso Ardoino, sarebbe quel medesimo che abbiam veduto re d'Italia, scacciato da Ottone il Grande. E Guglielmo marchese, qui nominato, sarebbe Otton Guglielmo figliuolo di esso re Adalberto, che in questi tempi tuttavia vivente era conte ossia duca di Borgogna. Ma io non so che Berengario II avesse se non tre figliuoli, cioè Adalberto, Conone, ossia Corrado, e Guido; e qui poi si tratta di un documento che non è affatto sicuro. Per testimonianza del padre Mabillone [Mabillonius, Annal. Benedict. ad hunc annum.], in quest'anno, undecima die decembris, anno Sergii papae tertio, tenuto fu un placito in Roma davanti a Giovanni patrizio, e a Crescenzio prefetto della città, in cui Guido abbate del monistero di Farfa vinse una casa di ragione del suo monistero. Resta a noi ignoto come allora si regolasse il governo di Roma. Era in questi tempi console e duca di Napoli Sergio IV mentovato da Leone ostiense, e in un documento da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Disser. V, pag. 195.].