Dacchè le alte pretensioni di Federigo fecero svanir tutte le speranze di pace, andò egli infestando gli Alessandrini, ma senza maggiormente stuzzicare il vespaio, dissimulando il suo sdegno finchè arrivassero i soccorsi aspettati dalla Germania, per ottenere i quali avea nell'anno precedente spedite lettere a tutti i principi di quelle contrade. Stavano all'erta per lo contrario anche i Lombardi, a' quali non mancavano spie per sapere ciò che si manipolava oltramonti. Vedesi parimente nel gennaio di questo anno il giuramento di chi era direttore della lega lombarda [Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.]. Ora Wichmanno arcivescovo di Maddeburgo, e Filippo arcivescovo di Colonia, con tutti que' vescovi e principi ch'eglino poterono raunare [Chronograph. Saxo, apud Leibnitium.], dopo Pasqua misero in marcia l'esercito preparato, per venire in aiuto dell'Augusto Federigo. Dalla parte dell'Adige non v'era libero il passo, e però per montagne alpestri calarono finalmente verso il lago di Como. Appena udì Federigo essere quella gente in viaggio, che non si potè contenere di andar, ma sconosciuto, a riceverli a Como, ed anche a Bellinzona. Con questa armata e colle forze de' Comaschi suoi fedeli, perchè doveano aver di nuovo aderito al di lui partito, si mise in marcia per Cairate alla volta del Ticino, con pensiero di unirsi coi Pavesi e col marchese di Monferrato, e ricominciar la festa. Non dormivano i Milanesi; e premendo loro che non seguisse l'union di Federigo coll'esercito pavese, sollecitarono tutti i lor collegati per uscire in campagna, ed opporsi al di lui passaggio. Non erano ancor giunte tutte le milizie che s'aspettavano, quando s'udì che l'armata nemica era già pervenuta a Como. Però, senza perdere tempo, le scelte schiere de' Milanesi, Bresciani, Piacentini, Lodigiani, Novaresi e Vercellini mossero col carroccio, e fecero alto fra Borsano e Busto Arsiccio, ossia fra Legnano e il Ticino [Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital. Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]. Mandarono innanzi settecento cavalli, per riconoscere qual via tenesse l'esercito tedesco, e questi, appena fatte tre miglia di viaggio, si videro venire all'incontro circa trecento cavalieri tedeschi. Imbracciati gli scudi, e colle lance in resta tutti spronarono, e tosto si attaccò battaglia: battaglia memorabile per tutti i secoli avvenire. Il giorno, in cui essa seguì, dal Panvinio vien detto il dì 26 di maggio; dal Sigonio il dì 30 d'esso mese, correndo la festa de' santi Sisinnio, Martirio ed Alessandro. Il padre Pagi pretende che abbia a prevalere a tutti l'autorità della vita di papa Alessandro III, dove si legge che questo fatto d'armi accadde circa finem mensis junii. Nell'edizion da me fattane è scorretto in essa vita l'anno [Rerum Italic., P. I, tom. 3.], leggendosi anno MCLXXV, quando ha da essere MCLXXVI, come si truova negli estratti che ne fece il cardinal Baronio. Tanto poi nell'edizion suddetta, quanto presso il Baronio è difettoso quel circa finem junii. E si conosce dal vedere che si fa incamminato Federigo a Como circa il fine di giugno, con soggiugnere appresso che i Milanesi in primo sabbato mensis junii uscirono in campagna, nè tardarono a venire alle mani. Ma neppur sussiste che nel primo sabbato di giugno succedesse quella campal giornata. Avvenne essa nell'ultimo sabbato di maggio, che era in quell'anno il dì 29 di maggio, ossia il dì IV kalendas junii, correndo veramente allora la festa dei santi suddetti, che fu posta dal Sigonio, sedotto da Galvano Fiamma, III kalendas junii. Sire Raul, autore allora vivente in Milano [Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.], chiaramente mette la battaglia suddetta quarto kalendas junii, in die sabbati. Il continuatore di Caffaro scrive [Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.] succeduto ciò in hebdomada Pentecostes. E nel Calendario milanese, da me dato alla luce, si legge [Kalend. Mediolan., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 1037.]: IV kalendas junii, sanctorum Sisinnii, Martyrii, et Alexandri, anno Domini MCLXXVI inter Legnianum et Ticinum Mediolanenses expulerunt de campo imperatorem Federicum cum toto exercitu suo, et infiniti Teutonici capti sunt ibi, et gladio occisi, et fere totus populus Cumanorum ibi remansit. Il suddetto Galvano Fiamma [Gualvanus Flamma, in Manipul. Flor.] anch'egli mette questo fatto nella festa de' suddetti santi, benchè per errore nel suo testo sia scritto III kalendas junii. E però in essa festa il popolo di Milano annualmente da lì innanzi continuò a rendere un pubblico ringraziamento alla misericordia di Dio, di maniera che non è più da mettere in dubbio questa verità: cioè nel dì 29 maggio seguì quel famoso conflitto.
Incominciarono dunque la baruffa i settecento cavalieri milanesi incontratisi coi trecento tedeschi, quando sopraggiunse l'imperadore col grosso dell'armata, al cui arrivo non potendo essi reggere, presero la fuga. Con questo buon principio arrivò Federigo dove l'aspettava col carroccio il nerbo maggiore dell'esercito collegato, e con tutto vigore l'assalì. Quivi trovò gran resistenza, e sulle prime vide steso a terra e stritolato dai piedi de' cavalli chi portava l'imperial bandiera. Contuttociò tal fu lo sforzo de' Tedeschi, che piegarono alcune schiere di Bresciani, e presa in fine la fuga, furono inseguite per parecchie miglia. Ma perchè restava un altro gran corpo de' più valorosi collegati alla guardia del carroccio, e parte de' Tedeschi s'era perduta a dar la caccia ai fuggitivi, non solamente non potè Federigo romperli, ma restò rotto egli stesso, massimamente perchè andarono sopravvenendo al campo de' collegati nuovi rinforzi di gente che dianzi era in viaggio [Romuald. Salernit., in Chron., tom. 9 Rer. Italic.]. Fece delle maraviglie di bravura in quel dì Federigo, e fu anche degli ultimi a ritirarsi; ma finalmente rovesciato da cavallo, come potè il meglio si sottrasse al pericolo, e sparì, lasciando i suoi alla discrezione de' vincitori. Restarono moltissimi vittima delle spade de' collegati, o affogati nel Ticino, moltissimi altri rimasero prigioni; ma principalmente toccò la mala ventura alle milizie di Como, che quasi tutte rimasero tagliate a pezzi, o condotte in prigionia. Diedesi poscia il sacco al campo nemico, ed oltre ad una quantità d'armi, di cavalli, d'arnesi e d'equipaggio, fu presa la cassa di guerra, che portava all'imperadore il tesoro raunato in Germania per sostener la guerra in Italia, con altri arredi e robe preziose. In una lettera scritta dai Milanesi a Bologna, e rapportata da Radolfo di Diceto, si legge [Radulph. de Diceto, pag. 591.]: Interfectorum, submersorum, captivorum non est numerus. Scutum imperatoris, vexillum, crucem, et lanceam habemus. Aurum et argentum multum in clitellis ejus reperimus, et spolia hostium accepimus, quorum aestimationem non credimus a quoquam posse definiri. Captus est in praelio dux Bertholdus, et nepos imperatoris, et frater coloniensis archiepiscopi. Aliorum autem infinitas captivorum numerum excludit, qui omnes Mediolano detinentur. Chi non sapesse che i vittoriosi ingrandiscono sempre il valore e la fortuna loro, di qua può impararli. E chi avesse anche da imparare che i vinti sogliono inorpellar le loro perdite, legga qui le storie degli scrittori tedeschi [Otto de S. Blasio, in Chron. Godefridus Monachus, in Chron. Chronographus Saxo, apud Leibnitium.], che scrivono aver avuto i collegati ben cento mila combattenti in quest'azione, quando era di poche migliaia l'armata imperiale. V'ha licenza di credere che superiori di forze fossero i collegati, ma non per questo era sterminato l'esercito loro, come si può raccogliere da Sire Raul. Nè Federigo, principe, che come mastro di guerra sapeva bene il suo conto, ito sarebbe ad attaccare i Lombardi con poche migliaia d'armati. Aggiungono finalmente, che l'imperadore fece una grande strage di essi Lombardi, e che finalmente soperchiato dalle lor forze, si aprì colla spada il passaggio a Pavia. La verità si è [Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.] che celatamente fuggito Federigo, fu creduto ucciso in battaglia, e si cercò diligentemente il di lui cadavero. Prese tal piede questa credenza, che la imperadrice restata in Como si vestì da corruccio; e molti giorni si stette in tale ambiguità, senza sapersi dove fosse il fuggitivo imperadore, finchè all'improvviso egli comparve vivo e sano in Pavia. Presso il Malvezzi abbiamo [Malvec., in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.] che Federigo fu fatto prigione dai Bresciani, e condotto a Brescia, da dove fuggì in abito di mendico. Questa favola ci vorrebbe far credere molto poco avveduti i signori Bresciani.
Comparve dunque in Pavia l'imperador Federigo, ma molto umiliato, riconoscendo egli finalmente la mano di Dio sopra di sè, e di meritar anche peggio, per aver sì lungamente fomentata la disunione e lo scandalo nella Chiesa di Dio, e per tante sue crudeltà, prepotenze ed altri suoi peccati. Pertanto ammaestrato dalle disgrazie, e forse più per trovarsi sprovveduto di danaro e di gente, e consigliato da varii suoi principi, cominciò una volta a concepir daddovero pensieri di pace. Però non tardò molto a spedire con plenipotenza Cristiano eletto arcivescovo di Magonza, Guglielmo eletto arcivescovo di Maddeburgo, e Pietro eletto vescovo di Vormazia, per farne l'apertura a papa Alessandro III, che si trovava in Anagni. Ammessi all'udienza, esposero il desiderio di Federigo, ed ebbero per risposta che il papa era prontissimo alla concordia, purchè in essa avessero luogo anche il re di Sicilia, i Lombardi e l'imperador di Costantinopoli: al che acconsentirono gli ambasciatori. Per quindici dì si tennero segrete conferenze, e restò smaltita la controversia spettante alla Chiesa romana, siccome si può vedere dallo strumento pubblicato dal padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron., ad hunc annum. Sigonius, de Regno Ital., lib. 14.]. Ma per quel che riguardava la lite coi Lombardi, niuna determinazione si potè prendere, e solamente si giudicò bene che il papa in persona venisse verso la Lombardia, per dar più facilità e calore all'aggiustamento. Presentito questo negoziato di pace dai Cremonesi, si credettero eglino o sul fine di questo, o sul principio del seguente anno, di vantaggiare i loro interessi con darsi di buona ora all'imperadore; e però si aggiustarono con lui senza il consenso dei collegati e contro del giuramento. Antonio Campi [Antonio Campi, Cremon. fedel.] ne rapporta lo strumento dato nell'anno presente. Altrettanto fecero dipoi i Tortonesi: passi tutti sommamente detestati dal papa e dagli altri collegati, che li chiamarono traditori, vili ed infami. Per quanto s'ha dall'Anonimo Casinense [Anonymus Casinens., in Chron.] e dalla Cronica di Fossanuova [Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.], Cristiano arcivescovo di Magonza sul principio di marzo dell'anno presente assediò il castello di Celle ai confini della Puglia. Ruggieri conte di Andria e il conte Roberto, messo insieme un copioso esercito, andarono per isloggiarlo di là. V'ha chi scrive, che venuti a battaglia coll'armata imperiale, ne riportarono vittoria. Tutto il contrario sembra a me di leggere nella Cronica di Fossanuova, dove son queste parole: Comites regni Siciliae cum ingenti exercitu insurrexerunt in eum; et gens quidem Alemannorum fuit super eos; et plerosque cepit; atque in fugam verterunt VI idus martii. Altro non si sa di una tale impresa che questo poco. L'anno poi fu questo in cui Guglielmo II re di Sicilia determinò di ammogliarsi [Romualdus Salernit., in Chron.], e a tal fine spedì col titolo di legati in Inghilterra Elia vescovo eletto di Troia, ed Arnolfo vescovo di Capaccio, a chiedere Giovanna figliuola del re Arrigo II in sua moglie [Radulphus de Diceto, pag. 594.]. Conchiuso il parentado per interposizion di papa Alessandro, fu da una squadra di navi inglesi condotta questa principessa sino all'isola di Sant'Egidio in Linguadoca. Colà vennero a levarla Alfano arcivescovo di Capoa, Riccardo vescovo di Siracusa e Roberto conte di Caserta con venticinque galee, e la condussero a Napoli, dove per non poter più essa soffrir gl'incomodi del mare, sbarcò, e celebrò la festa del santo Natale. Continuato poscia il viaggio per Salerno e Calabria, arrivò in fine felicemente a Palermo, e quivi con gran solennità fu sposata e poi coronata nel dì 13 dell'anno seguente. Nel dì 18 d'aprile di quest'anno Galdino arcivescovo di Milano [Acta Sanct. Bolland., ad diem 18 april.], appena fatta sul pulpito della metropolitana una fervorosa predica contra degli eretici Catari che aveano cominciato ad infettare la città di Milano, colpito da un accidente mortale, rendè l'anima a Dio, e fu poi annoverato fra i santi. Erano i Catari una specie di Manichei, che venuti dalla Bulgaria, a poco a poco s'introdussero in Lombardia, in Francia e in Germania. Nella storia ecclesiastica sotto varii nomi, secondo la diversità de' paesi dove si annidarono, veggonsi nominati. Qui in Italia per lo più venivano chiamati paterini, e durò gran tempo questa peste, senza poterla sradicare. Ne ho parlato ancor io nelle Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. LX.].
MCLXXVII
| Anno di | Cristo MCLXXVII. Indizione X. |
| Alessandro III papa 19. | |
| Federigo I re 26, imper. 23. |
Felicissimo fu il presente anno, perchè in esso ebbe fine una volta il deplorabile scisma della Chiesa di Dio, e cominciò la pace a rifiorire in Italia. Erano già state con articoli segreti composte le differenze che passavano fra la Chiesa romana e Federigo imperadore, e restavano tuttavia pendenti quelle de' Lombardi. Per agevolar l'aggiustamento ancora di queste, il pontefice Alessandro, siccome era il concerto, avea da venire a Ravenna o a Bologna [Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.]. Prima di muoversi da Anagni, per maggior cautela, volle che lo stesso Federigo autenticasse col giuramento la sicurezza della sua persona, a lui promessa dai plenipotenziarii. Però spedì apposta il vescovo d'Ostia e il cardinale di san Giorgio, i quali dalla Toscana venuti in Lombardia, trovarono Federigo ne' contorni di Modena, e furono accolti onorevolmente e con buon volto. Fece egli confermare col giuramento a nome suo da Corrado figliuolo del marchese di Monferrato il passaporto accordato al pontefice; e lo stesso giuramento prestarono tutti i principi della sua corte. Informato di ciò papa Alessandro III, dopo avere spediti innanzi sei cardinali, che trovarono l'imperadore a Ravenna, s'inviò egli a Benevento, dove dimorò dalla festa del santo Natale sino all'Epifania. Di là per Troia e Siponto passò al Vasto, dove trovò sette galee ben guernite d'armi e di viveri, che il re di Sicilia gli aveva allestite, con ordine a Romoaldo [Romualdus Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.] arcivescovo di Salerno (lo stesso che scrisse la storia di questi fatti) e a Ruggieri conte d'Andria, gran contestabile e giustiziere della Puglia, di accompagnare la Santità sua, e di accudire agl'interessi del suo regno. Perchè il mare fu lungamente in collera, non potè il pontefice imbarcarsi se non il primo dì di quaresima, cioè a dì 9 di marzo. Undici poi furono le galee che il servirono nel viaggio; e con queste e con cinque cardinali nella prima domenica di quaresima arrivò a Zara, e nel dì 20, oppure nel dì 24 d'esso mese felicemente giunto a Venezia, prese riposo nel monistero di san Nicolò al Lido. Nel dì seguente Sebastiano Ziani doge co' patriarchi d'Aquileia e di Grado, coi lor vescovi suffraganei ed immenso popolo, andò a levarlo e il condusse a san Marco, e di là al palazzo del patriarca. Dimorava intanto Federigo Augusto in Cesena, ed udito l'arrivo del papa a Venezia, inviò colà l'arcivescovo di Maddeburgo, il vescovo eletto di Vormazia e il suo protonotaio, a pregarlo di far mutare il luogo del congresso, che già era destinato in Bologna, perchè non si attentava d'inviare a Bologna Cristiano arcivescovo di Magonza suo cancelliere, persona troppo odiata da' Bolognesi, per li danni loro inferiti dal medesimo poco dianzi. Nulla volle conchiudere il saggio pontefice senza il parere e consenso de' collegati; e però scrisse, acciocchè spedissero i lor deputati a Ferrara, dove egli si troverebbe nella domenica di Passione. In Ferrara dunque, dove al determinato giorno comparve con undici galee il santo padre, vennero a rendergli ossequio Algisio novello arcivescovo di Milano, e l'arcivescovo di Ravenna coi lor suffraganei, e i consoli delle città lombarde, e gran copia di abbati e di nobili. Disputossi per molti giorni del luogo del congresso, insistendo i Lombardi per Bologna, e i ministri dell'imperadore per Venezia. Prevalse l'ultimo partito, in maniera che il papa col suo seguito imbarcatosi nel dì 9 di maggio, se ne tornò a Venezia, dove ancora si trasferirono i deputati dell'imperadore, e insieme quei delle città della lega, cioè i vescovi di Torino, Bergamo, Como ed Asti, ed altri dell'ordine secolare, e si diede principio alle conferenze. Empierei quivi di gran carta se volessi minutamente descrivere le pretensioni delle parti e i maneggi di quel trattato. Chi più diffuso ne desidera il racconto, dee consultare la Cronica di Romoaldo Salernitano, e gli atti da me pubblicati nelle Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.], siccome ancora i prodotti dal Sigonio [Sigonius, de Regno Ital.], avvertendo nulladimeno che esso Sigonio li riferisce all'anno precedente, quando è fuor di dubbio che appartengono al presente.
Dirò in poche parole, avere preteso l'imperadore che i Lombardi eseguissero quanto era stato decretato nella dieta di Roncaglia nell'anno 1158 col consiglio dei dottori bolognesi intorno alla cession delle regalie, oppure che rimettessero le cose nello stato in cui erano, allorchè il vecchio Arrigo, cioè il quarto fra i re e il terzo fra gl'imperadori, venne in Italia. Poca cognizion di storia convien dire che avesse Gerardo Pesta deputato dei Milanesi, allorchè, per attestato di Romoaldo Salernitano, rispose che Arrigo il vecchio fu un tiranno, e ch'egli fece prigione papa Pasquale (quando ciò accadde sotto Arrigo quinto), nè alcuno vivea che si ricordasse degli atti e statuti d'esso Arrigo seniore. E però che essi erano pronti a rendere a Federigo quei doveri, quae antecessores nostri juniori Henrico, Conrado, et Lothario, et ei usque ad haec tempora reddiderunt; e che fossero salve le consuetudini delle città colle lor libertà. Questa, a mio credere, cominciò fin sotto Arrigo seniore; nè vivea allora alcuno che si ricordasse del suo principio, laonde, ab immemorabili erano esse città in possesso dei diritti di eleggersi i lor ministri, e delle regalie. Apparisce poi dagli atti da me prodotti che le città e i luoghi del partito imperiale erano in questi tempi Cremona, Pavia, Genova, Tortona, Asti, Alba, Acqui, Torino, Ivrea, Ventimiglia, Savona, Albenga, Casale di Sant'Evasio, Montevio, Castello Bolognese, Imola, Faenza, Ravenna, Forlì, Forlimpopoli, Cesena, Rimini, Castrocaro, il marchese di Monferrato, i conti di Biandrate, i marchesi del Guasto e del Bosco, e i conti di Lomello. All'incontro nella lega di Lombardia erano Venezia, Trivigi, Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Ferrara, Mantova, Bergamo, Lodi, Milano, Como (benchè da noi poco fa veduto aderente di Federigo), Novara, Vercelli, Alessandria, Carsino e Belmonte, Piacenza, Bobbio, Obizzo Malaspina marchese, Parma, Reggio, Modena, Bologna, Doccia, San Cassano ed altri luoghi e persone dell'esarcato e della Lombardia. Le dispute andarono in lungo, e niuna conclusione potè avere il negoziato, non volendo cedere l'una delle parti all'altra. Allora fu che papa Alessandro propose una tregua: il che riferito all'Augusto Federigo, andò nelle smanie. Ciò non ostante, segretamente fece intendere al papa, che si contenterebbe di accordare ai Lombardi una tregua di sei anni, e di quindici al re di Sicilia, purchè il papa permettesse ch'egli per quindici anni godesse le rendite de' beni della famosa contessa Matilda, che erano in sua mano, dopo i quali ne dimetterebbe il possesso alla Chiesa romana. Contentossene il papa, e in questa maniera si stabilì la concordia. Lagnaronsi dipoi non poco i Lombardi del papa [Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.], perch'egli avesse acconci i fatti propri, con lasciar essi tuttavia in ballo, quando eglino aveano tutto il peso della guerra con tanto loro dispendio di gente e di roba, per ridur pure Federigo a far pace colla Chiesa. Ma il più ordinario fin delle leghe suol esser questo. Cercano prima i potenti il maggior loro vantaggio, e tocca dipoi ai minori l'accomodarsi al volere degli altri, e ringraziar Dio se non anche restano abbandonati. Non erano ancora bene smaltiti tutti questi punti, quando l'Augusto Federigo venne a Chioggia. Suscitossi allora una gran commozione fra la plebe di Venezia, mostrandosi essa risoluta di andare a condurlo tosto in città: il che fu quasi cagione che il papa e i ministri del re di Sicilia si ritirassero da Venezia; e già ne erano partiti alla volta di Trevigi i deputati de' Lombardi. Ma il doge, uomo savissimo, trovò riparo a questo disordine, e diede tempo che fosse giurata la pace, e concertato l'abboccamento da farsi in Venezia [Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Cardinal. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Nel giorno adunque 24 di luglio, giorno di domenica, saputosi che Federigo imperadore veniva a Venezia, il papa di buon'ora con gran solennità si trasferì a san Marco, e mandò ad incontrarlo i vescovi d'Ostia, di Porto e di Palestrina, con altri cardinali, che gli diedero l'assoluzion della scomunica; e allora Cristiano arcivescovo di Magonza con gli altri prelati abiurarono Ottaviano, Guido da Crema e Giovanni da Struma antipapi. Andò il doge con gran corteggio di bucentori e barche a levar l'imperadore da san Niccolò del Lido, e processionalmente poi col patriarca di Grado e clero il condusse fin davanti alla basilica di san Marco, dove il papa in abito pontificale con tutti i cardinali, col patriarca d'Aquileia, e molti arcivescovi e vescovi lo stava aspettando. Allora Federigo alla vista del vero vicario di Cristo, venerando in lui Dio, lasciata da parte la dignità imperiale, e gittato via il manto, con tutto il corpo si prostese ai piedi del sommo pontefice, e glieli baciò. Non potè contener le lagrime per la gioia il buon papa Alessandro, e sollevatolo con tutta benignità, gli diede il bacio di pace e la benedizione. Allora fu intonato ad alta voce il Te Deum: e Federigo, apprehensa pontificis dextera, il condusse fino al coro della basilica di san Marco, dove ricevette la benedizione pontificia, e di là passò ad alloggiare nel ducal palagio. Nel giorno seguente, festa di san Jacopo apostolo cantò il papa solenne messa, e predicò al popolo in san Marco. Federigo gli baciò i piedi, fece l'oblazione, e dopo la messa gli tenne la staffa; presa anche la briglia del cavallo pontificio, era in procinto di addestrarlo, se il papa affettuosamente non l'avesse licenziato. Seguirono poi visite, conviti e colloqui, e nel dì primo d'agosto fu solennemente ratificata la pace e tregua, e poscia assoluti gli scismatici. E nella vigilia dell'Assunzion della Vergine tenne il papa un concilio in san Marco, dove scomunicò chiunque rompesse la pace e tregua suddetta. Fece dipoi istanza a Federigo per la restituzion dei beni della Chiesa romana: al che si mostrò pronto l'imperadore, ma con salvare per sè le terre della contessa Matilda e il contado di Bertinoro, che poco fa era vacato per la morte di quel conte accaduta in Venezia, pretendendo quegli Stati, come cosa dell'imperio, ed esibendo di rimetterne la cognizione a tre arbitri per parte. Ne restò amareggiato non poco papa Alessandro, e tanto più perchè il suddetto conte di Bertinoro ne avea fatta una donazione alla Chiesa romana; ma per non disturbare la pace fatta, consentì ai di lui voleri.
Con questo glorioso fine terminò lo scisma della Chiesa; al che specialmente dopo la mano di Dio contribuì assaissimo la prudenza e pazienza del buon papa Alessandro, che sempre si guardò dallo inasprir gli animi coi rigori, e colse in fine il frutto della sua mansuetudine. Il buon esito ancora di sì grande affare è dovuto all'inclita repubblica di Venezia, ne' cui rettori da tanti secoli passa come per eredità la prudenza e saviezza, essendosi mirabilmente adoperati que' nobili, e sopra gli altri il loro doge Ziani, affinchè si eseguisse la tanto sospirata riunione, con aggiungersi ancora questa alle tante glorie della città di Venezia. Alla verità delle cose fin qui narrate fecero poscia i tempi susseguenti varie frange con dire: che Federigo andò nell'anno 1176 coll'esercito suo ad Anagni, perseguitando papa Alessandro, il quale travestito se ne fuggì a Venezia, dove fu riconosciuto ed onorato: che esso Federigo passò fino a Taranto in cerca del papa: che una flotta di settantacinque galee da lui messa in ordine fu disfatta da' Veneziani, con restarvi prigione Ottone figliuolo di esso Augusto: che quando Federigo fu a' piedi del papa, mettendogli Alessandro il piè sulla gola, prorompesse in queste parole: Super aspidem et basiliscum ambulabis, ec., e Federigo rispondesse: Non tibi, sed Petro. Ed è ben vecchio questo racconto. Andrea Dandolo circa l'anno 1340 [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] cita le storie di Venezia (se pur quella non è una giunta fatta a quel savio scrittore) e una leggenda di fra Pietro da Chioggia. Fra Galvano Fiamma [Gualvanus Flamm., in Manipul. Flor.], contemporaneo del Dandolo, ne parlò anch'egli, di modo che divenne famosa questa relazione nelle storie de' susseguenti storici. E perciocchè il Sigonio e il cardinal Baronio dichiararono sì fatti racconti favole e solenni imposture; e lo stesso Sabellico prima d'essi avea assai fatto conoscere di tenerli per tali: don Fortunato Olmo monaco benedettino nell'anno 1629 con libro apposta si studiò di giustificarli con dar fuori un pezzo di storia di Obone Ravennate ed altre cronichette, e con addurre varie ragioni. Ma si tratta qui di favole patenti, e sarebbe un perdere il tempo in volerle confutare. Gli autori contemporanei s'hanno da attendere, e qui gli abbiamo, e gravissimi, in guisa tale che niuna fede merita la troppo diversa o contraria narrativa degli scrittorelli lontani da que' tempi. Che non si disse del duro trattamento fatto a Canossa da Gregorio VII al re Arrigo IV? Altrettanto e più sarebbe detto di papa Alessandro III con Federigo I, se fondamento avesse avuto tal diceria. Ma Alessandro fu pontefice moderatissimo, e però, secondo l'attestato del Cronografo Sassone [Chronograph. Saxo apud Leibnitium.], Federigo dai cardinali honestissime, e dal papa in osculo pacis suscipitur. Per essere gloriosa la città e repubblica di Venezia, non v'ha bisogno di favole, bastando la verità per onor suo, essendo essa stata il teatro di sì memorabil pace, a cui con tanta prudenza, e con ispese e regali sommamente contribuì quel doge con altri nobili. Curioso è bensì un catalogo di tutti i vescovi, principi, abbati e signori che intervennero a quella gran funzione di Venezia colla nota della famiglia di cadauno, pubblicato dal suddetto Fortunato Olmo. Fra gli altri si veggono annoverati Alberto ed Obizzo marchesi da Este con uomini cento ottanta, cioè con accompagnamento superiore a quello della maggior parte degli altri principi che colà concorsero. E questi poi si truovano con altri principi registrati in varii diplomi dell'Augusto Federigo dati in Venezia nell'anno stesso, siccome ho io altrove dimostrato [Antichità Estensi, P. I, cap. 35. Antiquit. Ital., Dissert. XIX.]. Si partì poscia da Venezia Federigo, dopo aver baciati i piedi al sommo pontefice, e dato il bacio di pace a tutti i cardinali, e andossene a Ravenna, e di là a Cesena. Papa Alessandro anch'egli circa la metà di ottobre con quattro galee ottenute dai Veneziani, perchè già s'erano partiti i legati del re di Sicilia colle lor galee, si imbarcò, e giunse nel dì 29 d'esso mese a Siponto e presa la strada di Troia, Benevento e San Germano, con felicità e sanità arrivò ad Anagni verso la metà di dicembre; se non che in Benevento finì i suoi giorni Ugo da Bologna cardinale, in Aversa Guglielmo da Pavia vescovo di Porto, e Manfredi vescovo di Palestrina in Anagni. Per attestato di Sire Raul, nel settembre di quest'anno un orribil diluvio, tale che di un simile non v'era memoria, si provò nelle parti del lago Maggiore, il qual crebbe sino all'altezza di dieciotto braccia (se pure, come io vo credendo, non è scorretto quel testo), e coprì le case di Lesa, con restare allagati dal fiume Ticino tutti i contorni, di maniera che dalla Scrivia s'andava sino a Piacenza in barca.