MCLXXVIII
| Anno di | Cristo MCLXXVIII. Indiz. XI. |
| Alessandro III papa 20. | |
| Federigo I re 27, imper. 24. |
Incredibil fu l'allegrezza di tutta la Chiesa di Dio per la pace stabilita in Venezia fra il papa e l'imperadore. I Romani ne fecero anch'eglino festa [Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]; e considerando il grave danno che loro era venuto tanto nello spirituale che nel temporale per le passate discordie, e per la lontananza del vero pontefice, cominciarono seriamente a trattare di richiamar papa Alessandro in Roma. Gli spedirono a questo fine un'ambasceria di sette nobili, pregandolo di ritornare alla sua città. Prima di farlo, volle il saggio pontefice che si acconciassero le differenze passate, e deputò Arrigo vescovo d'Ostia, che con due altri cardinali ne trattasse coi senatori; ed egli intanto venne a Tuscolo per essere più vicino ai bisogni del negoziato. Dopo lunghi dibattimenti restò conchiuso che sussisterebbe il senato, ma con obbligazione di giurar fedeltà ed omaggio al papa, e di restituirgli la chiesa di san Pietro e tutte le regalie occupate. Nel giorno adunque 12 di marzo, festa di san Gregorio, con trionfale accoglimento del popolo entrò in Roma, e dopo aver visitata la basilica lateranense, andò a riposarsi nel contiguo palazzo; e celebrò dipoi la santa Pasqua con gran solennità. Nel mese d'agosto passò a villeggiare in Tuscolo, ossia Tuscolano [Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.]. Quivi fu che nel dì 29 d'esso mese ebbe la consolazione di veder a' suoi piedi Giovanni abbate di Struma, già antipapa sotto nome di Callisto III. Costui dacchè intese riconciliato l'Augusto Federigo col pontefice, si ritirò a Viterbo, ostinato come prima nel suo proposito. Avvertitone l'imperadore, gli ordinò di ubbidire e di sottomettersi: altrimente l'avrebbe messo al bando dell'imperio. Spaventato da questo tuono, lasciò Viterbo, e si rifugiò in Monte Albano, ricevuto ivi molto cortesemente da Giovanni signore di quel castello, per isperanza di ricavarne molto oro da papa Alessandro. Ma ciò inteso da Cristiano arcivescovo di Magonza, volò ad assediar Monte Albano, con dare il guasto alle viti e alle biade di quel distretto. Lasciata poi quivi gente sufficiente per tenere ristretto quel luogo, andò a prendere il possesso di Viterbo a nome del papa, e trovò il popolo ubbidiente, ma non già i nobili, che, fomentati da Corrado figliuolo del marchese di Monferrato, si opposero coll'armi all'arcivescovo e al popolo; e perchè non poteano resistere alla plebe, implorarono l'aiuto de' senatori e del popolo romano. Nè mancarono questi, siccome gente ben presto dimentica de' suoi giuramenti, di accorrere in aiuto de' nobili; ed era per seguirne grande spargimento di sangue, se il saggio papa non avesse ordinato all'arcivescovo e al popolo di schivar la battaglia. Ma conoscendo l'antipapa Callisto la rovina de' proprii affari, finalmente tutto umiliato andò nel dì 29 di agosto a buttarsi a' piedi di papa Alessandro in Tuscolo, col confessare il suo peccato e chiedere misericordia. Quem Alexander papa, ut erat pius et humilis, non objurgavit et reprehendit, sed secundum sibi innatam mansuetudinem benigne recepit: sono parole di Romoaldo Salernitano, che poscia soggiugne: Alexander papa eum, et in curia et in mensa sua honorifice habuit. Abbiamo inoltre [Anonymus Casinensis, tom. 4 Rer. Italic.] che il papa eum postea rectorem Beneventi constituit. Basta ciò a far conoscere qual credenza meriti chi inventò l'accoglimento indecente di Federigo Augusto in Venezia. Se il buon papa così amorevolmente trattò costui, che non avrà poi fatto ad un imperadore, e imperadore qual fu Federigo, ed essendo mediatrice la saviezza veneta, a cui stava a cuore anche l'onor d'esso Augusto? E ben pareva a tutti con ciò estinto affatto lo scisma, quando venne in pensiero ad alcuni disperati scismatici delle parti di Roma di far nascere un altro fantoccio col nome di papa. Ecco le parole di Giovanni da Ceccano [Johan. de Ceccano, in Chron. Fossaenovae.]: Tertio kalendas octobris quidam de secta schismatica inito concilio Landum Sitinum elegerunt in papam Innocentium III, qui ab eisdem est consecratus. Nella Cronica Acquicintina [Apud Pagium, in Crit. Baron., ad hunc an.] è scritto che costui era de progenie illorum, quos Frangipanes Romani vocant: il che difficilmente si può credere di quella così nobile e cattolica famiglia; e che un fratello di Ottaviano già antipapa gli diede ricovero in una sua fortezza in vicinanza di Roma.
Vegnendo ora all'imperador Federigo, appena egli fu giunto nell'anno addietro a Cesena, che si accostò alla terra di Bertinoro [Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.], e ai due cardinali, che erano stati già mandati dal papa a prenderne il possesso, fece istanza di prenderlo ed averlo egli, pretendendolo, a mio credere, come dipendenza della Romagna, di cui allora gl'imperadori erano padroni, senza che se ne udissero lamenti o proteste dei papi; ed anche perchè, secondo la legge da lui pubblicata in Roncaglia, non si potevano senza licenza sua lasciar feudi alle chiese. Risposero essi con tutta mansuetudine di non poter farlo senza ordine del papa. Altro non vi volle perchè Federigo intimasse immantinente la guerra, e, raunato l'esercito, si portasse sotto quel castello. Non vollero mettersi in difesa i due cardinali, e massimamente perchè v'erano dentro le fazioni de' Bulgari e de' Mainardi, l'una delle quali teneva per l'imperadore. Sicchè quell'inespugnabil castello (oggidì città episcopale) senza sfoderar la spada venne alle mani di Federigo; e benchè il papa gliene facesse delle doglianze con ammonizioni paterne, nulla si mosse egli dal proponimento suo. Non si sa per altro intendere come tanto l'imperadore che il papa pretendessero sopra Bertinoro, quando esso era della Chiesa di Ravenna, ed io ne ho rapportata l'investitura [Antiquit. Ital., Dissert. XI, pag. 633.], data nell'anno 1130 da Gualtieri arcivescovo a Cavalcaconte conte, i cui antecessori similmente ne erano stati investiti da essa Chiesa di Ravenna. Passò dipoi esso Augusto a Spoleti, e di là in Toscana. Truovasi negli Annali de' Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.] che nel gennaio di quest'anno egli arrivò a Genova, dove era anche pervenuta nel dì innanzi l'Augusta sua consorte Beatrice, e nel dì seguente comparve il giovinetto re Arrigo lor primogenito. Dopo essersi fermati alquanti giorni in quella città, sontuosamente regalati, se n'andarono. Galvano Fiamma scrive [Gualv. Flamma, in Manipul. Flor.] ch'egli venne a Milano; ma questo autore non è tale da poter noi riposare sulla sua parola ne' tempi lontani da lui. Ora, giacchè la tregua co' Lombardi non permetteva a Federigo di continuar il suo mestiere, che era quel della guerra [Otto de S. Blasio, in Chron.], determinò di passare in Borgogna. Nè fidandosi degl'Italiani [Godefridus Monachus, in Chron.], ordinò a Bertoldo duca di Zeringhen di venir di qua dalle Alpi con un buon corpo di truppe per iscortarlo. Passò dunque pel Monsenisio in Borgogna, e stando in Arles si fece coronare re di quelle contrade. Bernardo di Guidone [Bernard. Guidonis, in Vit. Alexandri III.] mette questa coronazione nel dì III nonas augusti. Tenne poscia il parlamento di quel regno in Besanzone nella festa dell'Assunzion della Vergine. Era egli forte in collera contra di Arrigo il Leone duca di Baviera e Sassonia (ne dirò le cagioni fra poco): e però sotto mano fece che Filippo arcivescovo di Colonia cominciasse a muovergli guerra. Giunto che fu Federigo a Spira, andò il duca a rendergli i suoi rispetti, e a dolersi degli attentati dell'arcivescovo [Arnold. Lubec., Chron. Slav., cap. 24 aut 29.]; ma benchè Federigo dissimulasse, pur fece abbastanza conoscere che covava dei cattivi pensieri contra di lui. Intanto non dormivano i Lombardi. Era ben uscito d'Italia Federigo, era fatta la tregua; contuttociò eglino sempre in sospetto non lasciavano di prendere le misure competenti per la difesa della lor libertà. Da un documento pubblicato dal Puricelli [Puricell., Monum. Basilic. Ambr., n. 573.], e scritto nel dì 15 di settembre dell'anno presente, si scorge che i rettori della Lombardia, Marca e Romagna tennero un congresso per loro affari nella città di Parma. I nomi loro son questi: Guillelmus de Ossa de Mediolano, Ardizo confanonerius Brixiae, Amabeus Veronae, Obertus de Bonifacio Placentiae, Guillelmus de Mapello Pergamensis, Eleazarus Laudensis, Guidotus Reginus, Malvelius de Mantua, Pius Manfredi de Mutina, Albericus de Padua, Astulfus de Tarvisio, Rodulfus Bononiensis, Mainfredus de Parma. Servirà ancora questa memoria a farci conoscere che la nobil casa de' Pii, una delle molte de' figliuoli di Manfredi, era di patria modenese. Nella breve Cronica di Cremona, da me data alla luce [Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Ital.], si legge che nell'anno 1177 i Cremonesi per la prima volta elessero il loro podestà, che fu Gherardo da Carpineta nobile reggiano, il quale finì ivi i suoi giorni nel 1180. Post illum Manfredus Fantus de filiis Manfredi mutinensis, gener ipsius Girardi fuit potestas electus. Hic suo tempore Castrum Manfredum aedificavit, et illi nomen suum imposuit. Dal che parimente intendiamo che i Pii, i Fanti, Pichi, ed altri de' figliuoli di Manfredi erano di schiatta modenese. Circa questi tempi Guglielmo II re di Sicilia [Anonym., Hist. Hierosolymit.] spedì un'armata di cinquanta galee in soccorso dei cristiani d'Oriente, sommamente afflitti dalle forze di Saladino sultano d'Egitto. L'arrivo d'essa a Tiro con genti e vettovaglie fu la salute d'Antiochia e di Tripoli.
MCLXXIX
| Anno di | Cristo MCLXXIX. Indizione XI. |
| Alessandro III papa 21. | |
| Federigo I re 28, imper. 25. |
Per saldare affatto le piaghe lasciate dal lungo scisma nella Chiesa di Dio, lo zelantissimo papa Alessandro avea intimato un concilio generale nell'anno presente (e non già nel 1180, come alcuno ha creduto) sul principio di marzo nella basilica lateranense [Labbe, Concilior., tom. 10. Baron., in Annal. Eccl. Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.], coll'intervento di più di trecento arcivescovi e vescovi, e di una sterminata moltitudine d'altri ecclesiastici e laici. Vi furono fatti ventisette canoni, ne' quali fu riformata la disciplina ecclesiastica; provveduto alla simonia; scomunicati gli eretici albigensi (ancor questi erano manichei), che si andavano sempre più dilatando in Tolosa e ne' suoi contorni; e dato buon sesto a molte chiese che aveano patito non poco durante lo scisma. Al medesimo concilio, secondochè scrisse Roberto dal Monte [Robert. de Monte, in Chron.], intervenne ancora Burgundio pisano, uomo in questi tempi dottissimo non meno nella latina che nella greca lingua. Delle di lui fatiche letterarie accuratamente ha parlato il celebre padre don Guido Grandi abbate camaldolese, e pubblico lettore di Pisa. Due diete in questo anno tenne l'imperador Federigo in Germania, l'una in Wormazia, l'altra in Maddeburgo; e cercando pur le vie di sfogar la sua vendetta contra di Arrigo il Leone duca di Sassonia e di Baviera, invitò quanti principi potè a muovere delle querele, e fino accuse di tradimento dell'imperio contro di lui. Perlochè il citò a rispondere in giudizio [Arnold. Lubec., in Chron. Slav., cap. 24 aut 29.]. Il duca, poco fidandosi de' consiglieri e giudici dell'imperadore, non volle comparire. Ottenne da Federigo un'udienza privata, e si studiò di placarlo nella miglior maniera che potè. Gli disse Federigo che il consigliava di pagare cinque mila marche alla sua camera; che in questa maniera il farebbe rientrare nella grazia de' principi. Parve dura al duca una tal dimanda, e senza volerne far altro, se n'andò. Gli costò ben caro il non essersi appigliato a questo consiglio. Tornò l'arcivescovo di Colonia a portar la guerra ne' di lui Stati; e il duca sopportò con pazienza anche questo nuovo insulto senza fargli resistenza. Sono parole di Gotifredo monaco di san Pantaleone a questo anno: Christianus moguntinus episcopus capitur a Marvio Ferrei Montis [Godefr. Monach., in Chron.]. Scorretta è la parola Marvio, e facilmente s'intende che lo storico avrà scritto Marchione. Ma in che luogo e perchè questo arcivescovo fosse preso dal marchese di Monferrato, questo restò nella penna dello scrittore. Roberto dal Monte ne parla fuor di sito, cioè all'anno 1180, se pur egli non usò l'era pisana. Abbiam veduto all'anno precedente che questo guerriero arcivescovo per guadagnarsi l'affetto del papa, contra di cui avea tanto operato in addietro, fece guerra alla nobiltà di Viterbo, che non volea sottomettersi al dominio temporale del papa. Erano sostenuti que' nobili da Corrado figliuolo del marchese di Monferrato, e in lor soccorso venne ancora l'oste de' Romani. Seguitando quella rissa, l'arcivescovo di Magonza dovette restar prigione del suddetto Corrado. Ma per buona ventura Buoncompagno, storico di questi tempi, qui ci somministra lume, con dire [Buoncompagn., de obsidione Ancon., cap. 25, tom. 6 Rer. Ital.] che Conradus Marchio Montisferrati cum praefato cancellario (cioè col suddetto Cristiano arcivescovo) commisit praetium juxta Camerinum, in quo eum super quadam rupe prope arcem, quae dicitur Pioragum, cepit, ipsumque apud Aquampendentem detinuit non modico tempore catenis ferreis religatum. Exivit demum de carcere, et quum consuetam duceret vitam, mors eum Tusculani conclusit. Et tunc illum poenituit de commissis, quum non potuit amplius lascivire. Parleremo a suo tempo della morte di questo scandaloso prelato.
Ma giacchè s'è fatta menzione di un figliuolo del marchese di Monferrato, esige quella nobilissima casa italiana che io qui accenni alcune illustri sue parentele, per le quali si rendè essa tanto celebre non meno in Occidente che in Oriente. Il marchese di Monferrato, di cui s'è più volte udito il nome di sopra, aderente costantissimo di Federigo Augusto, era Guglielmo, principe di gran senno e valore. Questi, per attestato di Sicardo [Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.], fu stretto parente d'esso Federigo, perchè ebbe per moglie Giuditta sorella di Corrado III re di Germania e d'Italia, che gli procreò cinque figliuoli maschi, cioè Guglielmo, Corrado, Bonifazio, Federigo e Rinieri. Avvenne, che ito in Terra santa Guglielmo il primogenito, soprannominato Longaspada, Baldovino il Lebbroso re di Gerusalemme, innamorato della di lui gagliardia, bravura ed avvenenza, doti unite ad una grande nobiltà, gli diede per moglie Sibiglia sua sorella, e la contea di Joppe in dote. Da Bernardo Tesoriere [Bernard. Thesaurar., de acquisit. Terr. sanct., cap. 138.] egli vien chiamato Bonefacii illustris marchionis Montisferrati filius, ma con errore. Sicardo ne sapea più di lui. Morì Sibiglia poco più di un anno dipoi, con avergli generato un figliuolo, a cui fu posto il nome di Baldovino. Questi, dopo la morte di esso re Baldovino suo zio materno, fu dichiarato re di Gerusalemme, ma mancò di vita in tenera età. Anche Manuello Comneno imperador di Costantinopoli, pel gran credito in cui era in questi tempi la casa di Monferrato, fece sapere al marchese Guglielmo seniore, che gli mandasse uno de' suoi figliuoli, perchè desiderava di dargli una sua figliuola, cioè cira Maria, ossia donna Maria, per moglie, cioè quella stessa che fu promessa dianzi a Guglielmo II re di Sicilia, ma che egli non potè poi avere, e neppur potè ottenere l'Augusto Federigo per Arrigo suo primogenito. In que' tempi due figliuoli d'esso Guglielmo marchese, cioè Corrado e Bonifacio, erano ammogliati. Federigo vestiva l'abito clericale, e poi fu creato vescovo d'Alba. Colà dunque mandò Guglielmo il minore de' suoi figliuoli, cioè Rinieri, giovane di bellissimo aspetto, a cui l'Augusto greco diede la destinata moglie, e per dote la corona del regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, porzione la più nobile di quell'imperio dopo Costantinopoli, perciocchè l'altiera figliuola, per testimonianza di Roberto dal Monte [Robert. de Monte, in Chron.], protestò di non voler marito che non fosse re. Furono celebrate quelle nozze con gran solennità, per attestato di Guglielmo Tirio [Guillelm. Tyrius, lib. 22, cap. 4.]. Benchè Roberto ne parli all'anno 1180, si scorge nondimeno appartenere questo fatto all'anno presente, perchè succeduto nell'anno del concilio III lateranense. Benvenuto da san Giorgio scrive [Benvenuto da S. Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] che Giordana, sorella del suddetto Rinieri, fu data in moglie ad Alessio imperadore, figliuolo del suddetto Manuello Comneno imperadore. Ma è contraria alla storia una tal notizia, perchè Alessio in età di tredici anni, e in questo medesimo anno, prese unicamente per moglie Agnese figliuola di Lodovico VII re di Francia, la quale sopravvisse al marito. Del resto le prodezze de' principi della casa di Monferrato in Levante tali furono, che il nome loro con gloria penetrò dappertutto. Nel dì 13 d'aprile dell'anno 1178, secondochè scrive il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], terminò i suoi giorni Sebastiano Ziani degnissimo doge di Venezia, ed ebbe per successore Aureo, ossia Orio Mastropetro, eletto dai voti concordi del popolo. Ma seguitando a dire il Dandolo che eodem anno Alexander papa lateranense congregavit concilium, ed essendo certo che tenuto fu in quest'anno esso concilio, può nascere sospetto che al presente, e non al precedente anno appartenga la morte dell'un doge e la creazione dell'altro. Se si ha a credere alle storie di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], la città d'Imola in quest'anno fu presa dai Bolognesi, che ne spianarono le fosse, e ne condussero in trionfo le porte a Bologna. Ma ciò non s'accorda nel tempo con altre storie.