Per testimonianza di Arnoldo da Lubeca [Arnold. Lubec., Chron., lib. 3, cap. 9.], e di Gotifredo monaco [Godefridus Monachus, in Chron.], nella Pentecoste di quest'anno tenne l'imperador Federigo in Magonza una delle più superbe e magnifiche corti bandite, che da gran tempo si fossero vedute, perchè v'intervenne, non solamente dalla Germania ed Italia, ma anche da altri regni gran copia di principi ecclesiastici e laici, e infinita moltitudine di persone. Il motivo fu quello di crear cavaliere il giovane re Arrigo suo figliuolo. Ma perchè non era capace la città di quella immensa foresteria, in una vasta pianura contigua d'ordine di Federigo fu fabbricato un vasto palagio di legno, con un'alta cappella, dove si fece la solenne funzione, e sotto i padiglioni alloggiò quella gran frotta di nobili. Ma in uno de' seguenti giorni insorto un fiero temporale, gittò a terra quel grande edificio, e sotto vi restarono morte quindici o venti persone: il che fu creduto un presagio di calamità, che pur troppo vennero. Poscia nel mese d'agosto l'Augusto Federigo calò in Italia per visitar le città già rimesse in sua grazia. Abbiamo dalla Cronica di Piacenza ch'egli primo pacifice intravit Mediolanum, deinde Papiam, postea Cremonam, deinde Veronam ad loquendum cum papa Lucio, qui successerat Alexandro. Postea ivit ad alias civitates, videlicet Paduam, Vicentiam, Bergomum, Laudem et Placentiam [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Con sommo onore fu accolto dappertutto, e si dee anche credere con gravissime spese e regali a lui fatti da que' popoli. Abbiamo da questo scrittore e da altri, che s'abboccarono insieme nell'anno presente il pontefice e l'imperadore in Verona [Rodulph. de Diceto, Imag. Histor. ad hunc annum. Sigonius, Rubeus, Panvinius, etc.], e non già nel seguente anno, come pare che per errore si legga nella Cronica di Arnoldo da Lubeca, seguitato in ciò dal cardinal Baronio. Sicardo sembra d'accordo con Arnoldo, e Gotifredo monaco chiaramente scrive che quel congresso seguì nel 1185. Ma certo è che fu nel presente. Convien ora spiegare la cagion di questo abboccamento fra i due primi luminari nel mondo cristiano. Più che mai si scoprivano i Romani inviperiti contro la vicina città di Tuscolo, e siccome essi non si prendevano gran suggezione di papa Lucio, così, per attestato di Giovanni da Ceccano [Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.] nel mese d'aprile, ripigliate le ostilità, si portarono a dare il guasto a tutto il territorio di quella terra. E, dopo aver anche donato alle fiamme Palliano, Ferrone ed altri luoghi, se ne tornarono a casa. La Cronica Acquicintina [Chron. Acquicinctinum.] e il Nangio [Guillelm. Nang., in Chron.], oltre a questo, raccontano che i Romani, avendo presi alcuni cherici aderenti al papa, cavarono loro gli occhi, a riserva d'uno, acciocchè fosse condottiere degli altri; e messe loro in capo delle mitre per ischerno, gli obbligarono con giuramento a presentarsi davanti al pontefice in quella guisa. Anche frate Francesco Pipino [Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital.] scrive nella vita di questo papa: Multi ex suis excaecantur, mitrati super asinos aversis vultibus ponuntur, et, uti juraverunt, se papae taliter repraesentant. A tale spettacolo inorridì e sommamente si afflisse il buon pontefice; nè potendo più reggere a dimorar in quelle vicinanze, prese il partito di venire a trovar l'imperadore, non tanto per implorare il suo aiuto, quanto per trattare di altri assai importanti affari. Tutte le suddette Croniche asseriscono ch'egli venne in quest'anno in Lombardia, ed il suddetto Giovanni da Ceccano, non meno che l'Anonimo Casinense attestano che egli lasciò, o piuttosto poscia mandò il conte Bertoldo, legato dell'imperadore, alla difesa della Campania, il quale con uno stratagemma s'impadronì della rocca di Papa, e fece varie scorrerie nel distretto di Roma.
Ora papa Lucio incamminatosi per la Toscana [Ptolom. Lucensis, in Annalib. brevib., tom. 11 Rer. Italic.], passò per Lucca, e, siccome abbiamo dalle Croniche di Bologna, in quest'anno die octava julii intravit Bononiam, et consecravit ecclesiam sancti Petri majoris [Matth. de Griffon., Memorial. Historic., tom. 18 Rer. Ital.]. Poscia, secondo gli Annali vecchi di Modena [Annal. Veter. Mutinenses, tom. 11 Rer. Italic.], nel dì 12 del medesimo mese di luglio con dieci cardinali e molti arcivescovi e vescovi arrivato a Modena, alle preghiere di Gherardo arcivescovodi Ravenna, di Ardicione vescovo di Modena, de' consoli della città e dei rettori della Lombardia, marca di Verona e Romagnuola, consecrò la cattedrale nel dì seguente, e fece vedere al popolo il sacro corpo di san Geminiano vescovo e protettore d'essa città. Uscendo poi della città nel dì 14 dello stesso mese per la porta di Cittanuova, rivolto ad essa, la benedisse con dire: Benedicta sit haec civitas ab omnipotenti Deo Patre, Filio, et Spiritu Sancto, et a beata Maria semper Virgine, et a beato Petro Apostolo, et a beato Geminiano. Augeat eam Dominus Deus, et crescere et multiplicare eam faciat. Di questa dedicazione si fa tuttavia l'anniversario in Modena. Passò dipoi il pontefice a Verona, dove era concertato il congresso con Federigo imperadore. Ne abbiamo l'attestato da Sicardo vescovo di Cremona, di cui sono le seguenti parole: Anno Domini MCLXXXIV papa Lucius Veronam venit, qui me anno praecedenti subdiaconus ordinaverat, et pro hoc adventu ad imperatorem direxerat [Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]. Nella Cronica veronese di Parisio da Cereta si legge: Anno MCLXXXIII dominus Lucius papa, et dominus Fredericus imperator ultimo die julii fuerunt Veronam, et hilariter recepti et honorifice pertractati [Parisius de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.]. Ma il testo è fallato, e si dee scrivere anno MCLXXXIV. Aggiugne il medesimo storico che nel principio di gennaio dello stesso anno maxima pars alae arenae Veronae cecidit, terraemotu magno per prius facto, videlicet ala exterior. In Verona tenne il papa un concilio nell'anno presente, piuttosto che nel susseguente, a cui intervenne lo stesso imperadore, e in esso fulminò la condanna e scomunica contra gli eretici catari, paterini, umiliati, poveri di Lione, passagini, giuseppini ed altri, tutti specie di manichei sotto diversi nomi. Scomunicò ancora gli arnaldisti e i Romani disubbidienti e ribelli alla temporale autorità del papa. Quivi parimente si trattò del soccorso di Terra santa, il cui pericolo ogni dì più cresceva per la potenza e per le vittorie di Saladino sultano dell'Egitto. Abbiamo inoltre da Arnoldo da Lubeca [Arnold. Lubecensis, lib. 3, cap. 10.] che si dibatterono poscia in privato varii punti particolari fra il papa e l'imperadore, e massimamente quello del patrimonio della contessa Matilda. Ne era in possesso Federigo, e il papa ne faceva istanza, come di beni donati alla Chiesa romana. Si disputò lungamente, furono prodotti varii strumenti, ma in fine la controversia restò nell'essere di prima. Neppure s'accordarono il papa e l'imperadore nel punto di varii prelati scismatici, o eletti in discordia. Mosse anche Federigo la pretensione che il papa concedesse la corona dell'imperio al re Arrigo suo figliuolo: al che il pontefice non acconsentì, con dire che non era più in uso l'aver due imperadori nello stesso tempo, nè poter egli dar la corona al figliuolo, se prima il padre non la deponeva. In somma, mal soddisfatti l'uno dell'altro, in fine si separarono. Restò papa Lucio in Verona, e Federigo andò a visitar l'altre città di Lombardia. Noi abbiamo una bolla del medesimo papa in favore dell'insigne monistero delle monache di santa Giulia in Brescia, data Veronae XV kalendas septembris, Indictione II, Incarnationis dominicae MCLXXXIV, pontificatus vero domni Lucii papae III anno IV [Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. CCII.]. Un'altra sua bolla spedita similmente in essa città X kalendas decembris viene riferita dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veron.]. Ho io finalmente dato alla luce lo strumento, da cui apparisce che anno dominicae Nativitatis MCLXXXIV, die Veneris, qui est tertiodecimo exeunte mense octobris, Indictione secunda, quum Federicus Romanorum imperator apud Veronam in palatio sancti Zenonis cum maxima curia esset, quivi egli investì marchionem Obizonem de Hest de marchia Genuae, et de marchia Mediolani, et de omni eo, quod marchio Azzo (suo avolo) habuit et tenuit ab imperio [Antichità Estensi, P. I, cap. 6.]. Questo rilevante atto, quantunque fosse solamente a titolo d'onore, perchè già Milano e Genova godevano la lor libertà, nè più erano sottoposte ai marchesi, tuttavia è di singolar gloria per la nobilissima casa d'Este, perchè da esso risulta che i di lei maggiori doveano essere stati marchesi di Milano e di Genova, e Federigo volle conservar loro il titolo, giacchè non poteva il possesso, per le mutazioni delle cose. Altri esempli simili di Stati non più posseduti si truovano in questi tempi, ed anche oggidì si mirano nelle investiture date dagli imperadori a varii principi di Germania, e alla stessa casa d'Este. E da ciò ancora vien confermato l'abboccamento seguito in quest'anno in Verona fra il papa e il medesimo imperadore.
MCLXXXV
| Anno di | Cristo MCLXXXV. Indizione III. |
| Urbano III papa 1. | |
| Federigo I re 34, imper. 31. |
Continuò papa Lucio il suo soggiorno in Verona, e l'Ughelli rapporta una sua bolla data Veronae idibus junii, Indictione III, Incarnationis dominicae anno MCLXXXV, pontificatus vero domni Lucii III papae anno quarto [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veronens.]. Trattenevasi tuttavia in Italia anche l'imperador Federigo, se pure non aveva egli fatta una scappata in Germania. E però il papa dovette persister ivi per continuare i negoziati scabrosi con esso Augusto. Rapporta il Margarino un diploma di esso Federigo, dato apud Veronam V nonas januarii, anno dominicae Incarnationis MCLXXXV [Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. CIII.]. Trovossi poi il medesimo Augusto in Reggio III idus februarii, cioè nel dì 11 di febbraio del presente anno, e quivi confermò i privilegii al popolo milanese, con estensione di molte grazie, tutte probabilmente ben pagate. Il Puricelli [Puricell., Monum. Basilic. Ambr.] rapporta l'intero diploma, degno ben di considerazione, perchè in esso restituisce a' Milanesi le antiche loro giurisdizioni dalla parte d'occidente e settentrione, e tutte l'altre dalla parte di levante, con obbligarsi di rimettere in piedi la terra di Crema: il che servì ad alterar sommamente gli animi de' Cremonesi, i quali, dopo tante spese e dopo tanto sangue e fatiche, vedeano sè stessi spogliati delle lor conquiste, e premiato chi sì lungamente avea sostenuta la guerra contra di esso Federigo. All'incontro i Milanesi si obbligano di aiutar l'imperadore, di ritenere e ricuperare tutti i diritti dell'imperio in Italia, e nominatamente i beni della contessa Matilda. Fra i testimoni si veggono nominati, Conradus dux Spoleti, e Conradus marchio anconitanus, cioè che allora governava la marca d'Ancona, benchè non apparisca se la stessa città d'Ancona allora ubbidisse a lui. Un altro diploma d'esso Federigo, spedito in Milano IV nonas maii, in favore del monistero di santo Ambrosio, si legge presso il suddetto Puricelli. Però non dovrebbe sussistere lo scriversi dal Sigonio [Sigonius, de Regno Ital. lib. 15.] che Federigo, partitosi da Reggio, arrivò a Bologna nel dì primo di aprile, e di là passò alla visita delle città della Romagna. Aggiugne il medesimo Sigonio che dalla Romagna andò in Toscana nel mese di luglio, e che tolse a tutte quelle città le regalie, fuorchè a Pisa e a Pistoia, con privarle della libertà, e sottometterle agli uffiziali da lui destinati; e ciò perchè nelle guerre passate aveano tenuto colla Chiesa contra di lui. Prese queste notizie il Sigonio da Giovanni Villani [Villani, Istor. lib. 5, cap. 12.], che le racconta all'anno 1184, anticipando d'un anno il tempo. Concorrono nella stessa narrativa gli Annali antichi di Siena [Annales Senens., tom. 15 Rer. Ital.], con asserire sotto il presente anno l'arrivo in Toscana dell'imperador suddetto. Già cominciavano nelle città a pullulare i semi ascosi delle fazioni guelfa e ghibellina. Teneano i nobili la parte dell'imperadore, per difendere le lor castella e i lor feudi, che dianzi erano esenti dalla giurisdizione delle città. All'incontro il popolo, che volea, non solo godere della libertà, ma rimettere ancora sotto il suo dominio tutti i luoghi che anticamente erano del suo distretto, e forzava i nobili ad ubbidire, ripugnava all'autorità dell'imperadore. Per questa cagione in Faenza s'accese la discordia fra il popolo e i nobili. Inferiori di forze gli ultimi ricorsero a Federigo [Hieronymus Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.], il quale ordinò a Bertoldo suo cancelliere di assediar quella città colle forze della Romagna. Dopo una gagliarda difesa i Faentini in fine furono costretti a sottomettersi alla volontà dell'imperadore.
S'era poi cangiato l'animo de' Cremonesi, sì caldo negli anni addietro in favor d'esso Augusto, dacchè videro che egli avea confermata Crema al popolo di Milano; e non essendo ignota a Federigo questa loro alienazione d'affetto, ne fece vendetta con ordinare che si rifabbricasse quell'abbattuta terra. Così ne scrive Sicardo [Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]: Anno Domini MCLXXXV, imperator in Italiam rediens, Cremam in odium Cremonensium reaedificavit. Quo anno ego Sicardus, praesentis operis compilator et scriba, Cremonae, licet indigne, electus sum ad episcopale officium. Trattenevasi tuttavia in Verona il buon papa Lucio III, quando Iddio volle chiamarlo a sè. Concordano gli storici in asserire [Martin. Polonus, in Chron. Radulph. de Diceto et alii.] che la sua morte accadde verso il fine di novembre, e data gli fu sepoltura nel dì 25 di quel mese. Era stato eletto in questo medesimo anno arcivescovo di Milano Uberto Crivello chiamato Lamberto con errore da altri. Tale dovea essere il di lui merito, che il collegio de' cardinali appena dopo le esequie del defunto papa Lucio s'accordarono in eleggerlo sommo pontefice. Prese egli il nome di Urbano III, e continuò a governar come arcivescovo la chiesa di Milano per tutto il tempo del suo pontificato, siccome han già concludentemente provato il p. Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] e il signor Sassi [Saxius, in Notis ad Sigon., de Regno Ital., lib. 6.]. Un de' motivi, per li quali l'imperador Federigo andava rondando per l'Italia, quello era eziandio di trattare il matrimonio di Costanza figliuola postuma del fu re Ruggieri avolo di Guglielmo II re di Sicilia, col re Arrigo suo primogenito. Vedeva egli quel re senza successione, e bramoso di unire il fioritissimo regno della Sicilia, che abbracciava ancora la Puglia, la Calabria, Napoli e il principato di Capoa, si diede a far maneggi nella corte di Sicilia per ottenere il suo intento. Vi si trovarono delle difficoltà, ripugnando i consiglieri del re Guglielmo all'unione di quegli Stati coll'imperio, e alla signoria de' Tedeschi, il governo de' quali era assai screditato ne' tempi d'allora. Più ancora par verisimile che segretamente si opponesse il romano pontefice, per non trovarsi un dì fra le forbici e senza l'appoggio dei re di Sicilia, stati in addietro difensori della Chiesa romana. Ma ebbe maniera Federigo di guadagnar il punto. Abbiamo dall'Anonimo Casinense [Anonymus Casinens., in Chron., tom. 5 Rer. Ital.] che in questo anno fu conchiusa la pace fra esso Augusto e il re Guglielmo. Fra i patti di quella pace vi dovette entrare il matrimonio suddetto, di cui parleremo nell'anno prossimo seguente. Abbiamo anche dal suddetto storico, da Niceta Coniate [Niceta Choniates, in Histor.], da Sicardo [Sicard., in Chron.] e dalla Cronica di Fossanuova [Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.] che il predetto Guglielmo II re di Sicilia, per vendicarsi dei Greci che l'aveano molto prima beffato nel trattato di matrimonio con una figliuola di Manuello Comneno loro imperadore, e per la loro barbarie contro de' Latini, animato ancora da Alessio Comneno, che era ricorso a lui, spedì nel dì 11 di giugno una potentissima flotta a' danni di Andronico (tiranno allora regnante sul trono di Costantinopoli) sotto il comando del conte Tancredi suo cugino. S'impadronì questa armata nel dì 24 di giugno della città di Durazzo, e nella festa di san Bartolommeo d'agosto, dell'insigne città di Tessalonica, ossia di Salonichi. Conquistò molte altre città, castella e rocche, le quali tutte giurarono fedeltà al re siciliano, le cui genti commisero ogni sorta di crudeltà e sacrilegii in tale occasione. Ucciso in questo mentre Andronico, succedutogli Isacco Angelo nell'imperio, non tardò ad inviare una poderosa flotta per fermar questi progressi; e non finì la faccenda, che ebbero una rotta i Siciliani per terra; e dipoi s'intavolò una pace fra loro, ma con frode, perchè gli uffiziali del re Guglielmo traditi, furono condotti prigioni a Costantinopoli. Li fece ben rilasciare Isacco; ma a buon conto egli ricuperò tutto il perduto, e la flotta siciliana molto confusa se ne tornò a' suoi porti.
MCLXXXVI
| Anno di | Cristo MCLXXXVI. Indizione IV. |
| Urbano III papa 2. | |
| Federigo I re 35, imper. 32. | |
| Arrigo VI re d'Italia 1. |