Continuò anche Urbano III papa la sua dimora in Verona: il che si raccoglie dalle di lui lettere scritte in quella città nel dì 12 di gennaio dell'anno presente, pubblicate dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.], e da due bolle che si leggono nel Bollario casinense [Bullar. Casin., tom. 2, Constit. CCIV et CCV.]. Venne a Milano il re Arrigo primogenito dell'imperador Federigo, e colà parimente fu condotta Costanza zia di Guglielmo II re di Sicilia, che si trovava allora in età d'anni trentuno; nè mai fu monaca, come chiaramente dimostrò il suddetto cardinal Baronio. Per attestato di Gotifredo da Viterbo [Godefridus Viterbiensis, in Chron.], che con questo racconto dà fine alla sua Cronica, furono celebrate le nozze di questi principi presso Milano nel palazzo contiguo alla basilica di santo Ambrosio, con incredibil magnificenza e concorso di nobiltà, e coll'assistenza dell'imperador Federigo nel dì 27 di gennaio. Gotifredo, monaco di san Pantaleone, lasciò scritto che esso Augusto celebrò il santo Natale in Milano, e che in octava Epiphaniae nuptias filii sui opulentissime cum magna poene cunctorum procerum frequentia apud Ticinum agit [Godefridus Monachus S. Pantal., in Annal.]. Ma merita qui più fede il suddetto Gotifredo da Viterbo, perchè italiano, e perchè scrittore di cose da sè vedute, che ciò riferisce avvenuto in Milano. Anche Sicardo contemporaneo [Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.], oltre ad Ottone da san Biagio [Otto de S. Blasio, in Chron.] e a Galvano Fiamma [Gualvanus Flamm., in Manipul. Flor.], asserisce lo stesso. E però molto meno è da ascoltare Arnoldo da Lubeca, dove scrive che la solennità di quelle nozze fu data in confinio Papiensium et Mantuanorum [Arnol. Lubec., lib. 3, cap. 14.]: che è un evidente errore a chiunque sa che Pavia non confina con Mantova. Frate Francesco Pipino dell'ordine dei predicatori aggiugne una particolarità, cioè che l'imperador Federigo nel precedente anno mense julio cum aliquot Theutonicis et Lombardis perrexit Apuliam, accepturus filiam regis Willielmi (dee dire Rogerii) Constantiam nomine, Henrico filio suo in uxorem [Pipinus, Chron., cap. 2, tom. 9 Rer. Ital.]. Però probabile è che Federigo nell'anno addietro dalla Toscana passasse ai confini del regno, detto oggidì di Napoli, per trattar più da vicino della pace e delle nozze di Costanza col re Guglielmo. Soggiugne il Pipino: Pro cujus dote recepit ultra centum quinquaginta somarios, auro, argento, palliis et aliis pretiosis jocalibus onustos. Praefatam igitur Constantiam hyeme sequenti, de mense scilicet februarii (januarii) anno Incarnationis dominicae MCLXXXVI, idem Henricus cum maximis solemnitatibus desponsavit uxorem, et ambos idem imperator coronis regalibus insignivit. Lo stesso vien confermato dalla Cronica di Piacenza, sì per l'andata di Federigo verso la Puglia, come ancora per la dote. Et habuit ex ea plusquam CL equos oneratos auro et argento, et samitorum, et palliorum, et grixiorum, et variorum, et aliarum bonarum rerum [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Attesta anch'egli che Costanza passò per Piacenza, eundo Mediolanum, ubi dicto anno desponsata fuit per dominum Henricum regem, et ipsi jugales ibi coronati fuerunt. Il medesimo abbiam dalla Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. E perciocchè i Cremonesi non intervennero a quella suntuosa funzione, l'ebbe sì forte a male Federigo, che, trovati dei pretesti, li mise al bando dell'imperio. Il Sigonio [Sigon., de Regno Ital., lib. 15.], seguitando un po' troppo confidentemente Galvano Fiamma [Gualvanus Flamma, in Manipul. Flor.], scrisse che nell'anno 1184 il re Arrigo ricevette la corona ferrea in santo Ambrosio di Milano. Lo stesso Fiamma altrove, cioè nella Cronica maggiore manoscritta, ci vien dicendo che Arrigo e Costanza fuerunt coronati in sancto Ambrosio et in Modoetia. All'incontro il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.] e il Puricelli [Puricell., Monum. Basilic. Ambros., n. 596.] credono seguita cotal coronazione nell'anno 1185. Ma s'imbrogliano poi tali ed altri scrittori in assegnare l'arcivescovo di Milano che gli desse la corona, adducendo alcuni Algisio, altri Uberto, ed altri Milone.
La verità si è, che il re Arrigo e Costanza sua moglie furono coronati in quest'anno correndo il mese di gennaio, come si ricava dai sopra allegati autori. Ascoltisi Rodolfo da Diceto [Radulphus de Diceto, Imag. Histor.]: Inter Henricum, dice egli, regem teutonicum et Constantiam filiam Rogeri siculi regis, amitam vero Guillielmi regis siculi, generi regis Anglorum, matrimonium celebratum est: sexto kalendas februarii viennensis archiepiscopus Fredericum imperatorem romanum Mediolani coronavit: cioè colla corona del regno di Borgogna. Eodem in die aquilejensis patriarcha coronavit (cioè colla corona del regno d'Italia) Henricum regem teutonicum, et ab ea die vocatus est Caesar. Quidam episcopus teutonicus coronavit Constantiam, amitam Willelmi regis siculi (cioè come regina della Germania). Haec acta sunt in monasterio sancti Ambrosii, e non già in Monza. All'arcivescovo di Milano apparteneva il dar la corona ferrea al nuovo re d'Italia. E perciocchè allora papa Urbano III riteneva tuttavia come arcivescovo quella chiesa, nè volle, per dissapori già insorti tra lui e l'imperadore, intervenir a quella funzione, Gotifredo patriarca di Aquileia, uomo arditissimo, e persona assai mondana, senza riguardo al papa si usurpò quel diritto, e conferì al re Arrigo la corona del regno d'Italia. Per questa sua prosunzione fu sì egli, come gli altri vescovi assistenti a quella coronazione, sospeso dai divini uffizii da papa Urbano. Ne abbiamo l'attestato presso l'autor della Cronica acquicintina, che narrando le dissensioni nuovamente nate fra papa Urbano e Federigo Augusto, così ne parla: Praecipue quod patriarcha aquilejensis, et quidam episcopi interfuerunt, absque consensu papae, coronationi Henrici regis die quadam solemni in Italia: quos omnes papa a divino suspendit officio [Chron. Acquicinct. apud Pagium ad hunc annum.]. Ci ha conservati Arnoldo da Lubeca [Arnold. Lubec., Chron., lib. 3, cap. 16.] gli altri capi delle querele di papa Urbano contra di Federigo imperadore. Lamentavasi in primo luogo ch'egli indebitamente occupasse il patrimonio della contessa Matilda, da lei donato alla Chiesa romana. Poscia che l'imperadore, venendo a morte qualche vescovo, entrasse in possesso de' beni di quelle chiese, con fare lo spoglio in danno intollerabile dei vescovi successori. In terzo luogo, che, col pretesto di toglier le badesse scandalose, occupasse le rendite de' monisteri, e non ne sostituisse altre di miglior professione. Eravi anche lite per cagione del nuovo arcivescovo di Treveri, e per le decime possedute od usurpate dai laici. Di più non ne dico per non diffondermi troppo; ma si può ben credere che una delle cose che maggiormente amareggiava l'animo del pontefice e de' cardinali, fossero le nozze di Costanza col re Arrigo, ben conoscendo essi le mire di Federigo sopra un regno spettante alla Chiesa romana, senza averne egli ricercato l'assenso del sommo pontefice, e prevedendo i guai che ne poteano venire, e che vennero in fatti all'Italia per questa alleanza.
Lo sdegno conceputo dall'imperador Federigo contra de' Cremonesi, e maggiormente fomentato dai Milanesi, il condusse quest'anno ai loro danni. Con tutte dunque le forze d'essi Milanesi, de' Piacentini, Bresciani ed altri popoli, ostilmente passò nel territorio di Cremona sul principio di giugno, prese varie terre e castella; e trovato Castel-Manfredo, poco dianzi fabbricato da' Cremonesi, che facea resistenza, ne intraprese l'assedio, e superatolo colla forza, lo distrusse. Fu in tale occasione ch'egli concedette ai Milanesi varie castella poste fra i fiumi Adda ed Oglio, cioè Rivolta, Casirate, Agnanello ed altri. Il diploma di tal concessione, da me dato alla luce, si vede scritto in quest'anno in territorio cremonensi, in destructione castri Meimfredi, quinto idus junii [Antiquit. Italic., Dissert. XLVII.]. Veggendosi perciò a mal partito i Cremonesi, cominciarono a trattar d'accordo, e a questo fine spedirono all'imperadore un personaggio a lui noto, cioè Sicardo loro vescovo, il quale così efficacemente si adoperò, che rimise in grazia di lui il suo popolo. Così ne parla nella sua Cronica lo stesso Sicardo: Anno Domini MCLXXXVI imperator quoddam castrum Cremonensium, quod Manfredi nomine vocabatur, omnino destruxit. Sed auctore Domino per meum ministerium facta est inter imperatorem et cives meos reconciliatio [Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]. Si truova dipoi Federigo nel dì 22 di giugno in Varese, nobil terra del Milanese, dove concedette un privilegio alla badia del Mezzano, pubblicato dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza.]. Dopo queste imprese Federigo se ne tornò in Germania, e fece tosto conoscere il suo mal talento contra di papa Urbano [Arnoldus Lubecensis, lib. 3, cap. 17.] con far serrar tutte le vie dell'Alpi, acciocchè niuno dalla Germania potesse venire in Italia alla santa Sede. Aveva egli anche lasciato al figliuolo Arrigo il governo dell'Italia, e speditolo coll'esercito alla volta di Roma, per maggiormente angustiare il papa, sulla speranza di ridurlo ai suoi voleri. Per quanto vo io conghietturando, andava Arrigo d'accordo col senato romano; laonde portò la guerra unito con essi Romani alle terre che tuttavia si mantenevano sotto l'ubbidienza del romano pontefice. Ed ecco quanto breve durata ebbe la pace di Venezia. Scrive Giovanni da Ceccano [Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.] che esso re in quest'anno soggiogò tutta la Campania, cioè quella che apparteneva al romano pontefice, fuorchè la rocca di Fumone; e assediò castello Ferentino per nove giorni. Altri gran danni recò l'armata sua a quelle parti; ed egli restituì Ceperano a Riccardo Reberi. Aggiugne, che i Romani sul principio di dicembre passarono nella stessa Campania, diedero alle fiamme Monte Lungo, e dopo varii saccheggi se ne tornarono a casa. Che il re Arrigo facesse delle altre ostilità in quelle parti, lo raccolgo da uno strumento altrove da me pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. L.]. Abbiamo anche dalla Cronica acquicintina [Chron. Acquicinct. apud Pag.], che incontratosi il re Arrigo in un famiglio del papa che portava a Verona una buona somma di oro e d'argento, gli tolse tutto, e fecegli anche tagliare il naso in disprezzo del papa. Intanto non bastò ai Cremonesi di aver acconciati i loro interessi coll'imperador Federigo; vollero similmente assicurarsi del sole nascente, cioè del medesimo re Arrigo. Speditagli adunque una ambasceria, ottennero anche da lui pace. Lo strumento fu scritto in quest'anno, qui fuit sextus intrante mense julii. Actum sub temptorio regis Henrici feliciter, quando erat in obsidione Urbis Veteris. Fra i testimoni si conta Otto Frangenspanem praefectus Romae. Altri deciderà se qui si parli dell'assedio d'Orvieto, oppure di Civita vecchia. Il Sigonio dice Orvieto, e a lui mi attengo anch'io. Accennai di sopra che le appellazioni della marca di Verona furono appoggiate ad Obizzo marchese d'Este. In confermazione di ciò ho prodotto altrove [Antichità Estensi, P. I.] due sentenze date dal medesimo marchese, l'una in quest'anno die Mercurii, qui fuit quarto idus decembris, dove si truova marchio Opizo, commissis nobis per imperatorem appellationibus totius Paduae, atque ejus districtus, ec.; e l'altra nell'anno seguente 1187, proferita in Este, nella quale si legge: Ego Opizo marchio de Hest, vicarius et nuncius domni imperatoris Federici, ad audiendas causas appellationum Veronae, et ejus districtus, ec. In passando il re Arrigo nel mese di giugno di quest'anno per la Toscana, avea ricevuto in sua grazia i Sanesi, ma con rigorose condizioni, come apparisce dallo strumento da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. L.]. Ma dovette quel popolo ingegnarsi, e verisimilmente con quel segreto che ha tanta forza nel mondo, per ricuperare i perduti diritti; e però sul fine d'ottobre, mentre esso re dimorava in Cesena, VIII kalendas novembris, Indictione V, ottennero da lui un diploma grazioso, che si può leggere nelle mie Antichità italiane [Ibidem.].
MCLXXXVII
| Anno di | Cristo MCLXXXVII. Indizione V. |
| Gregorio VIII papa 1. | |
| Clemente III papa 1. | |
| Federigo I re 36, imper. 33. | |
| Arrigo VI re d'Italia 2. |
Fu segnato il presente infelicissimo anno colle lagrime di tutta la cristianità. La santa città di Gerusalemme, che avrebbe dovuto ispirare in tutti i suoi abitanti cristiani la divozione e il timore di Dio, già era divenuta il teatro dell'ambizione, della incontinenza e degli altri vizii che accompagnano il libertinaggio; e questi si miravano baldanzosi fra quella gente. Però Dio volle finirla. Insorsero fra i principi delle dissensioni a cagione del regno; e perchè non si mantenea la fede a Saladino potentissimo sultano di Babilonia e dell'Egitto, nè agli altri vicini [Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Italic. Bernard. Thesaurar., Histor., tom. 7 Rer. Ital. Guillelm. Nangius, in Chron. Chron. Acquicinct. apud Pagium. Chron. Reicherspergense.], esso Saladino con ismisurato esercito marciò alla volta della Palestina. Rimasero sconfitti i Cristiani (e fu creduto per tradimento di Rinaldo principe di Montereale, e di Raimondo conte di Tripoli) con istrage di molti, e colla prigionia del re Guido, e di moltissimi altri nobili, fra' quali si abbattè il vecchio Guglielmo marchese del Monferrato, che era andato alla visita de' luoghi santi, ed anche per assistere al picciolo suo nipote. Cotal disgrazia si tirò dietro la perdita di molte città. Dopo di che Saladino condusse l'armata terrestre e marittima sopra l'importante città di Tiro, e ne formò l'assedio. Era perduta quella nobil città, se per avventura Corrado figliuolo del suddetto marchese Guglielmo, venendo da Costantinopoli per andare ai luoghi santi, intesa la perdita di Tiberiade, ossia di Accon, voltata vela, non fosse qualche tempo prima approdato ad essa città di Tiro, dove da quel popolo ricevuto come angelo di Dio, fu eletto per loro signore. Guidò Saladino sotto quella città il vecchio marchese suo prigione, esibendone la libertà a Corrado, se gli rendeva la terra: altrimente minacciandone la morte, se non accettava l'offerta. Nulla si mosse il marchese Corrado; anzi rispose ch'egli sarebbe il primo a saettare il padre, se Saladino l'avesse esposto per impedir la difesa. La costanza di questo principe fece mutar pensiero a Saladino, che niun danno per questo inferì al vecchio marchese. Non amando poi egli di consumare il tempo sotto una città sì dura, con perdere il frutto della vittoria, rivolse l'armata contro le città circonvicine a Gerusalemme; e impadronitosene, obbligò infine alla resa la santa città nel dì 2 di ottobre: colpo che riempiè d'incredibil dolore tutti quanti i fedeli. Tornò poscia il vittorioso Saladino all'assedio di Tiro nel mese di novembre. Avea il valoroso marchese Corrado nei giorni addietro coll'aiuto de' Pisani battuta due volte la flotta nemica, prese ancora alcune lor galee e navi nel porto di Accon, provveduta la città di viveri, e fabbricato un forte barbacane. Caddero, il dì innanzi che arrivasse Saladino, quaranta braccia di questo muro: il che atterrì sommamente il popolo cristiano, ma non già l'intrepido marchese Corrado, che, impiegati uomini e donne, riparò in un dì quel danno. Fatte poi vestire da uomo le donne, e messele sulle mura, inviò i Pisani di nuovo ad Accon, da dove condussero due navi cariche di vettovaglie. E questi medesimi da lì a non molto presero cinque altre galee nemiche piene di gente e di viveri. Per queste perdite arrabbiato Saladino, fece dei mirabili sforzi contra del barbacane, adoperando assalti e quante macchine di guerra erano allora in uso, con gran perdita de' suoi, e lieve degli assediati. E perciocchè ai Pisani venne fatto, inseguendo nove galee della flotta infedele, di pressarle di maniera che i Barbari attaccarono ad esse il fuoco, Saladino, che avea perduta molta gente, trovandosi anche sprovveduto di aiuto per mare, finalmente nell'ultimo giorno di decembre, oppure nel dì primo del seguente gennaio, dopo aver bruciate tutte le macchine, si ritirò pieno di dispetto dalla città di Tiro. In segno ancora del suo dolore fece tagliar la coda al proprio cavallo, per incitare in questa maniera i suoi alla vendetta. Di qui probabilmente ebbe principio il rito de' Turchi di appendere allo stendardo loro la coda del cavallo per segno di guerra. Distesamente parla di questi fatti Bernardo Tesoriere, la cui Storia ho dato alla luce, oltre a molti altri scrittori, che un lacrimevol racconto lasciarono di questi infelici successi de' Latini in Oriente. Di tante conquiste tre sole città restarono in lor potere, cioè Antiochia, Tiro e Tripoli.
Andavano intanto maggiormente crescendo i dissapori fra papa Urbano III e l'imperador Federigo; e quantunque il pontefice, il quale nel dì 4 di giugno, stando in essa città di Verona, diede una bolla in favor delle monache di santa Eufemia di Modena [Antiquit. Italic., Dissert. XXVI.], si vedesse in molte strettezze, perchè dall'un canto Federigo avea serrati i passi fra la Germania e l'Italia, e teneva come in pugno tutta la Lombardia e la Romagna, e dell'altro gli Stati della Chiesa romana erano malmenati dal giovane re Arrigo; tuttavia, come personaggio di gran cuore e zelo, prese la risoluzione di usar l'armi spirituali contra di Federigo [Arnold. Lubec., lib. 3, cap. 18.]. Citollo nelle debite forme; ma quando fu per fulminare la scomunica, i Veronesi, con rappresentargli che erano servi ed amici dell'imperadore, il pregarono di non voler nella loro città far questo passo, che avrebbe fatto grande strepito, e cagionato loro dei gravi disturbi. Il perchè Urbano si partì di Verona, ed incamminossi alla volta di Ferrara, con pensiero d'effettuar ivi il suo disegno. Gervasio Tiberiense [Gervas. Tiberiens., in Chron.] all'incontro scrive che s'era intavolato, anzi sottoscritto un accordo fra esso papa e Federigo: dopo di che Urbano sen venne a Ferrara. Lo stesso abbiamo dal Cronografo Sassone. Comunque sia, appena giunto il pontefice in quella città, quivi caduto infermo, passò a miglior vita nel dì 19 d'ottobre. Dopo avergli per sette giorni il popolo ferrarese fatte solenni esequie, gli diede sepoltura nella cattedrale. Buona parte degli storici [Hugo Antissiodor. Ptolomaeus Lucensis, Neubrig. et alii.], copiando l'un l'altro, lasciarono scritto che il buon pontefice Urbano, pervenutagli la dolorosa nuova della perdita di Gerusalemme, non potendo reggere all'afflizione, mancò di vita. Difficile è ben da credere che in sì poco tempo fosse portato a Ferrara quel funestissimo avviso. Se egli morì d'affanno, come vien preteso, dovette piuttosto essere per la notizia ricevuta della rotta precedentemente data da Saladino ai cristiani, e della presa di varie città, e dell'assedio di Tiro. Dopo la sepoltura del defunto papa Urbano, fu in suo luogo assunto al pontificato Alberto cardinale di san Lorenzo in Lucina, cancelliere della santa romana Chiesa, che prese il nome di Gregorio VIII. Non tardò questo pontefice, lodatissimo da tutti gli scrittori, a spedir lettere circolari a tutta la cristianità, che si leggono presso Ruggieri Hovedeno [Rogerius Hovedenus, in Annalib.], e son anche riferite dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.]. In esse caldamente esorta tutti i fedeli al soccorso di Terra santa, con prescrivere ancora digiuni e preghiere per placare l'ira di Dio. Una lettera di questo pontefice ad Arrigo, regi electo Romanorum imperatori, pubblicata dal Leibnizio [Leibnitius, Prodr. ad Cod. Jur. Gent.], per provare usato fin allora il titolo d'imperadore eletto, non può stare, perchè contraria all'uso di que' tempi. Leggonsi ancora presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Pisan.] i privilegii e le esenzioni concedute nell'ottobre dell'anno presente da Corrado marchese, che s'intitola figliuolo del marchese di Monferrato, ai Pisani, pel soccorso a lui dato nella difesa di Tiro. Per attestato degli Annali Genovesi [Annal. Genuens., lib. 5, tom. 6 Rer. Ital.], scrisse il medesimo Corrado lettere all'imperadore, e ai re di Francia, Inghilterra e Sicilia, implorando aiuto per gli urgenti bisogni della cristianità in Levante. Verisimilmente venne nel dì 10 di dicembre a Pisa il nuovo papa Gregorio VIII, appunto per muovere quel popolo e i Genovesi a far maggiori sforzi per sostenere la cadente fortuna de' cristiani latini in Levante. Ma Iddio dispose altrimenti; imperciocchè questo pontefice, degnissimo di lunga vita per le sue rare virtù, infermatosi in essa città di Pisa, fu chiamato da Dio ad un miglior paese nel dì 17 del mese suddetto, e fu seppellito il sacro suo corpo in quella cattedrale. Che vacasse la cattedra di san Pietro venti giorni, onde solamente nel gennaio dell'anno seguente fosse eletto il di lui successore, lo credettero il Sigonio, il Panvinio, il Baronio ed altri. Ma, secondo le pruove recate dal padre Pagi [Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.], l'elezione di un altro pontefice seguì nel dì 19 del suddetto dicembre. Nelle Croniche Pisane [Chron. Pisan., apud Ughellium, tom. 3 Ital. Sacr.] è scritto: XIV kalendas ejusdem mensis cardinalis Paulus praenestinus episcopus in eadem Ecclesia majori pontifex summus est electus, levatus ab hospitio sancti Pauli de Ripa Arni, et largiente Domino Clemens III vocatus est. Sicchè fu eletto papa e consecrato Paolo cardinale e vescovo di Palestrina, di nazione Romano, che si fece chiamare Clemente III.
Ho detto di sopra che l'ottimo papa Gregorio VIII si portò a Pisa per incitar non meno quel popolo che l'altro di Genova all'aiuto di Terra santa; ma ho detto poco. Fu di mestieri il mettere prima pace fra quelle due nazioni, giacchè di nuovo s'era accesa la guerra fra esse. Abbiamo dai continuatori degli Annali Genovesi di Caffaro [Annal. Genuens., lib. 3.] che in quest'anno i Pisani, contravvenendo ai trattati e giuramenti della pace, con un'armata passarono in Sardegna, dove spogliarono e cacciarono da tutto il giudicato di Cagliari quanti mercatanti genovesi trovarono in quelle parti. All'avviso della rotta pace, allestirono immediatamente i Genovesi un potente esercito per passare a Porto Pisano, quand'ecco comparire a Genova una lettera del re Arrigo, che i Pisani aveano segretamente procacciata al bisogno. In essa pregava il re i Genovesi di desistere per amor suo dall'offesa de' Pisani; e però si disarmò la preparata flotta, a riserva di dieci galee, che, passate in Sardegna, infestarono non poco i Pisani, e preso il castello di Bonifazio, fabbricato da essi Pisani, lo distrussero da' fondamenti. Bernardo di Guidone [Bernardus Guidonis, P. I, tom. 3 Rer. Ital.] ed altri scrivono che la pace fra questi due popoli fu maneggiata e conchiusa dal suddetto papa Gregorio VIII. Ma di ciò nulla ha il continuatore de' suddetti Annali di Genova, che pur era contemporaneo. Sul fine di quest'anno, o sul principio del seguente, come ha dimostrato il signor Sassi [Saxius, in Not. ad Sigon. de Regno Ital.], arcivescovo di Milano fu eletto Milone da Cardano vescovo di Torino, e Milanese di patria. E, se vogliam credere a Galvano Fiamma [Gualvanus Fiamma, in Manip. Fior.], l'anno fu questo, in cui il popolo di Milano elesse per suo primo podestà Uberto de' Visconti di Piacenza. Nè vo' lasciar di dire una particolarità a noi conservata da Bernardo Tesoriere [Bernard. Thesaurar., Chron., cap. 165.]: cioè che alcune migliaia di cristiani cacciati da Gerusalemme pervennero ad Alessandria d'Egitto, e quivi svernarono sino al marzo dell'anno seguente, trattati con assai carità ed ospitalità da que' Saraceni. Arrivarono in quel mese trentasei navi di Pisani, Genovesi e Veneziani, che imbarcarono quanti cristiani poteano pagare il nolo. Essendo restato in terra un migliaio di essi, il governator saraceno volle saperne la cagione, e inteso che era perchè non aveano di che pagare, fece una severa parlata a que' capitani di navi per la poca lor carità verso de' cristiani loro fratelli, con vergogna del nome cristiano, quando Saladino ed egli stesso gli aveano trattati tutti con tanta amorevolezza e clemenza. E perchè non perisse quella povera gente, e non divenisse schiava, volle che la ricevessero nelle navi, e la trasportassero in Italia, con dar loro di sua borsa tanto biscotto ed acqua dolce, quanto potea bastare pel viaggio. Tutti raccontano che Saladino più de' cristiani medesimi era misericordioso verso de' poveri cristiani. Sicchè i più de' nostri non per motivo alcuno di religione, ma per sete di guadagno, e per vivere più liberamente, usavano in quei tempi di andare in Terra santa. Nè si vuol tacere che l'ingrandimento e la ricchezza de' Pisani e Genovesi s'ha in parte da attribuire alle caravane de' pellegrini che le lor navi conducevano e riconducevano da que' paesi, con ricavarne un buon nolo, ed occupar la roba di chi moriva nel viaggio. Molti privilegii, esenzioni e diritti accordati circa questi tempi al popolo pisano dai re di Gerusalemme, dal principe d'Antiochia, dal conte di Tripoli, dal principe di Tiro e da altri principi cristiani di Levante si possono leggere nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XXX, p. 907 et seq.].