MCLXXXVIII

Anno diCristo MCLXXXVIII. Indiz. VI.
Clemente III papa 2.
Federigo I re 37, imper. 34.
Arrigo VI re d'Italia 3.

Le calamità di Terra santa quelle furono che quetarono in questi tempi le differenze pullulate di nuovo fra i sommi pontefici e l'imperador Federigo. Cessarono le ostilità per molti anni continuate fra il re d'Ungheria e i Veneziani a cagion della Dalmazia. Si fece anche pace fra i re di Francia e d'Inghilterra. In somma la religione, che tante volte s'è veduta sotto i piedi dell'ambizione dei principi, questa volta restò in molti paesi al disopra: tanto rimasero sbalorditi e compunti i sovrani d'allora per la miserabil perdita di Gerusalemme, e per gli immensi progressi di Saladino. D'altro allora non si parlava se non di queste disavventure, e del loro rimedio. Aveva il pontefice Clemente III, siccome quegli a cui più che ad ogni altro stava a cuore il sussidio di Terra santa, spediti alle corti di tutti i principi della cristianità varii cardinali legati per promuovere questo importante affare [Abbas Urspergens., in Chron. Otto de Sancto Blasio, in Chron. Chronograph. Saxo, Godefrid. Monachus et alii.]. Comparvero due d'essi alla dieta generale tenuta dall'imperador Federigo in Magonza verso la metà della quaresima; e perorarono così forte a nome del papa, che lo stesso Federigo Augusto prese la risoluzione di andar egli in persona alla testa di una armata in Levante. Già la pace regnava in Italia e Germania; lieve non era la soma de' peccati di questo imperadore, de' quali bramava egli di far penitenza con sagrificare il resto de' cadenti suoi giorni alla difesa del cristianesimo. Vi entrò anche il desiderio della gloria, perchè egli andando si teneva in pugno la liberazion di Terra santa. Però prese la croce egli, e coll'esempio suo trasse alla risoluzion medesima Federigo duca di Suevia suo figliuolo, e una gran quantità di vescovi e principi. Fu dunque intimata la spedizione nell'anno prossimo venturo, e che intanto ognun si preparasse. Grandi guerre addietro erano state tra Filippo re di Francia ed Arrigo re d'Inghilterra. Guglielmo arcivescovo di Tiro, spedito dal papa, ed altri legati pontificii non solamente condussero que' due monarchi alla pace, ma gl'indussero ancora a prender la croce, e a promettere di passare in persona colle lor forze in Terra santa. Predicata parimente la crociata per tutte le altre provincie della cristianità, commosse i popoli alla sacra impresa. I primi a portar colà dei soccorsi furono gl'Italiani, chiamati dall'Abbate Urspergense homines bellicosi, discreti, et regula sobrietatis modesti, prodigalitatis expertes, parcentes expensis, quum necessitas non incubuerit, et qui inter omnes gentes soli scripta legum sanctione reguntur. Sotto nome d'Italiani sono qui compresi i Veneziani, i Lombardi, i Toscani e gli altri popoli di qua dal regno di Napoli. Imperciocchè quanto a Guglielmo II re di Sicilia e di Puglia, spedì egli una flotta di dugento vele in soccorso della città di Tiro [Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.], che unita a quella di Corrado marchese di Monferrato liberò Tripoli dall'assedio di Saladino. Ma Sicardo [Bernard. Thesaurar., Hist., cap. 170.] con poca lode parla de' Siciliani. Essendo stato in questo mentre rimesso in libertà Guido re di Gerusalemme da Saladino con varii nobili dianzi suoi prigionieri, egli si animò a nuove imprese, giacchè gli giunse in soccorso una flotta numerosa di Veneziani, sopra la quale era anche l'arcivescovo di Ravenna Gherardo col vescovo di Faenza. A questo, secondo alcuni, s'unì l'altra de' Pisani, che era condotta dal loro arcivescovo Ubaldo. Imperocchè allo zelantissimo papa Clemente III riuscì in questo anno, col mezzo di due cardinali deputati, di rimettere la pace fra essi Pisani e i Genovesi, come costa da una sua bolla pubblicala dal Tronci [Tronci, Annal. Pisan.].

Ora il re Guido con questo possente rinforzo deliberò di far l'assedio di Tolemaide, ossia di Accon, importante città marittima. Non giunse però la flotta pisana, secondo il suddetto Sicardo, alla città di Tiro, se non nell'anno seguente. In questo sì, trovandosi Tiro senza vettovaglie, l'indefesso marchese Corrado inviò la sua flotta navale ad Azoto. Presa fu quella terra dai cristiani, fatto prigione l'ammiraglio di Saladino con cinquecento soldati, liberati molti fedeli dalla schiavitù. Ricco bottino e abbondanza di viveri fu riportata da quelle vittoriose navi a Tiro, e Corrado col cambio di quell'ammiraglio riebbe in libertà il marchese Guglielmo suo padre. Perchè il mio argomento nol richiede, non mi stenderò io molto a narrar quelle strepitose avventure, bastandomi di solamente accennarle. A chi più ne desidera, non mancano libri che diffusamente trattano dalla guerra sacra. Mandò intanto l'imperadore Federigo in Levante a Saladino il conte Arrigo di Dedi con lettere, nelle quali gl'intimava la restituzion di Gerusalemme [Roger. Hovedenus, in Chron.]: altrimenti lo sfidava. Saladino se ne rise, e seguitò a fare il fatto suo, con impadronirsi in quest'anno di varie altre città. Con tutte le disgrazie di Terra santa non si calmarono in quest'anno le discordie tra i Piacentini e Parmigiani [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Vennero questi due popoli ad un fatto d'armi, in cui restarono sconfitti i Parmigiani col marchese Maroello Malaspina in valle di Taro. Ma rinforzati dipoi i Parmigiani dai Cremonesi, Modenesi e Reggiani, andarono all'assedio della torre di Seno e di Castelnuovo, e dopo tre giorni impadronitisi di quelle castella, le diruparono. Mosse intanto parola di pace col senato romano il pontefice Clemente; e siccome egli era lor concittadino, e i guai del cristianesimo venivano allora uditi come una gran predica dell'ira di Dio; così trovò quel popolo disposto all'accordo. Leggesi presso il cardinal Baronio [Baron., in Annalib. ad hunc annum.], e più compiuto nelle mie Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissert. XLII, pag. 783.], lo strumento della concordia stabilita fra esso papa e i Romani nell'ultimo dì di maggio, ove si veggono restituite al pontefice romano tutte le regalie, ma con aver egli sacrificato allo sdegno implacabile de' Romani la città di Tuscolo troppo vicina a Roma, ed anche Tivoli, con aver conservato il medesimo senato, e accordate ad esso varie prerogative. Nulladimeno prima del suddetto strumento papa Clemente era venuto a Roma, ricavandosi ciò da una sua lettera scritta a Guglielmo re di Scozia, e riferita dallo stesso Baronio, come data Laterani tertio idus martii, pontificatus nostri anno primo. Una sua bolla ancora s'ha nel Bollario Casinense, data XVI calendas junii, Indictione VI, pontificatus anno primo [Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. CCVII.]. Era stato spedito in Germania dai Cremonesi Sicardo lor vescovo [Sicard., in Chron.] per impetrare la licenza di rifabbricare Castel-Manfredo. Senza poterla ottenere se ne ritornò. In sua vece i Cremonesi fondarono Castel-Leone, ossia Castiglione.


MCLXXXIX

Anno diCristo MCLXXXIX. Indiz. VII.
Clemente III papa 3.
Federigo I re 38, imper. 35.
Arrigo VI re d'Italia 4.

Nella festa di san Giorgio di questo anno, cioè nel dì 23 d'aprile, Federigo imperadore diede principio alla sua spedizion verso Oriente, conducendo seco il suo figlio Federigo (e non già Corrado, come pensò il padre Pagi) duca di Suevia, con assaissimi altri principi, e circa trenta mila cavalli, oltre alla fanteria. Arnoldo da Lubeca [Arnold. Lubec., lib. 3, cap. 29. Chron. Reicherspergense.] fa qui una sparata grande, con dire, che giunto Federigo al fine dell'Ungheria, si trovò avere un esercito di cinquanta mila cavalli, e di altri cento mila combattenti. Sicardo [Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.] non gli dà se non novanta mila soldati, fra' quali dodici mila cavalli. Passò Federigo per l'Ungheria, ben accolto da quel re e dalla regina sua moglie, e sofferti molti incomodi per la Bulgheria, poi s'inoltrò verso la Romania. Avendo conceputo dei sinistri sospetti di questa poderosa armata Isacco Angelo imperador de' Greci, fra il quale ancora, se vogliam credere ad alcuni autori, e Saladino sultano de' Saraceni passava stretta intelligenza ed amicizia, trattenne e maltrattò il vescovo di Munster e il conte di Nassau, ambasciatori a lui inviati; e spedì soldatesche per impedire il passaggio di Federigo Augusto, il cui figliuolo Federigo, principe di raro valore, sbaragliò chiunque se gli oppose. Diede per questo l'armata tedesca il sacco dovunque passò; ma finalmente lasciati in libertà gli ambasciatori, e dati dal greco imperadore gli ostaggi richiesti, si quetò il rumore. Furono nondimeno cagione cotali sconcerti che l'armata imperiale dovette svernare in Grecia, ma senza mai fidarsi de' Greci, che sotto mano manipolavano la rovina de' Latini. Se lo imperador Federigo non veniva dissuaso da' suoi principi, voleva ben egli farne vendetta con mettere l'assedio a Costantinopoli. Erasi intanto riaccesa la guerra tra Filippo re di Francia ed Arrigo re di Inghilterra [Radulph. de Diceto, Imag. Histor.]. Tanto si adoperarono allora Giovanni da Anagni cardinale legato della santa Sede, e varii arcivescovi e vescovi, che in fine si ristabilì nella vigilia di san Pietro la pace fra loro: laonde cominciarono a prepararsi per compiere il voto di Terra santa. Ma venuto a morte da lì a poco il re Arrigo, a lui succedette nel regno Riccardo già duca d'Aquitania, suo primogenito, il qual poscia prese l'impegno d'eseguir ciò che il re suo padre, prevenuto dalla morte, avea lasciato imperfetto. Essendo già concorsa a Tiro da tutte le parti d'Italia una tal copia di combattenti, che non potea più capire in Tiro, e nascendo ogni dì dei disordini, Guido re di Gerusalemme condusse questo popolo all'assedio di Tolemaide, ossia di Accon, o di Acri, a cui fu dato principio nel mese d'agosto. Sicardo scrive che v'intervenne coi Pisani il loro arcivescovo, legato apostolico, e vi arrivò anche una grossissima nave fabbricata dai Cremonesi, e ben armata di loro gente. Giunservi ancora molti legni de' Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.] con buona copia di combattenti, desiderosi di segnalarsi in quelle contrade per la fede cristiana. Ma non andò molto che l'esercito de' fedeli mutò faccia, perchè di assediante divenne assediato. Colà accorse Saladino con una formidabil armata, e piantò il campo contra de' cristiani, i quali perciò si trovarono ristretti fra la città e il nemico esercito, e in un miserabile stato. Evidente si scorgeva il pericolo di restar quivi tutti vittima delle sciable nemiche: sì picciolo era il numero loro in confronto dell'innumerabil oste de' Saraceni [Bernardus Thesaur., Hist., cap. 171.], se non che all'improvviso comparvero dalla Frisia e dalla Danimarca cinquanta vascelli, e trentasette dalla Fiandra, che sbarcarono un buon rinforzo di gente e di viveri, e rincorarono a maraviglia il campo cristiano, il quale seguitò costantemente a tenere il suo posto, ancorchè ogni dì convenisse aver l'armi in mano, e difendere dagli assalti nemici le linee e i trincieramenti, coi quali s'erano fortificati.

Perchè intanto durava in Lombardia la guerra fra i Piacentini e Parmigiani [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], Pietro e Siffredo cardinali legati della santa Sede s'interposero, e fecero seguir pace tra loro, compresovi il marchese Malaspina. Una terribil mutazione di cose accadde nel presente anno in Sicilia, che riuscì anche di sommo danno all'Italia tutta e all'armi cristiane in Levante. Nel dì 16 di novembre [Richardus de S. Germano.] venne a morte Guglielmo II re di Sicilia, soprannominato il Buono, in età di soli trentasei anni, principe pio, principe glorioso, e padre de' suoi popoli, i quali perciò in dirotti pianti si sciolsero, non tanto per la perdita del bene presente, quanto per la previsione de' mali avvenire, perch'egli non lasciava dopo di sè prole alcuna. Secondo le promesse e i patti del matrimonio di Costanza con Arrigo VI re di Germania e d'Italia, dovea succedere nel regno essa Costanza. Scrive ancora il Cronografo Acquicintino [Chron. Acquicinctinum apud Pag.] che Guglielmo prima di morire dichiarò suo figliuolo ed erede il medesimo re Arrigo. Ma si sa dall'Anonimo Casinense [Anonymus Casinens., in Chron., tom. 5 Rer. Italic.] ch'egli morì senza far testamento. Certo non è da mettere in dubbio che Costanza fosse stata dinanzi riconosciuta per erede presuntiva di quella corona, mentre sappiamo che lo stesso Tancredi, a cui toccò il regno, avea con altri giurata fedeltà alla medesima regina Costanza. Ma i Siciliani abborrivano di andar sotto di principe straniero, che, per cagion degli altri suoi Stati, poteva trasportare altrove la corte. Apprendevano ancora come duro e barbarico il governo dei Tedeschi d'allora; nè s'ingannavano. Però somma fu la confusione di que' vescovi, conti e ministri in tal congiuntura. Scrive il suddetto Anonimo che dopo la morte del re vennero alle mani i cristiani coi Saraceni abitanti in Palermo (e ve n'era ben qualche migliaio), in guisa che degli ultimi fu fatta grande strage, e il resto venne obbligato a ritirarsi ad abitar nelle montagne. Il perchè non si sa. Trovavasi in grave perplessità quella corte, e convocato il parlamento de' baroni, Gualtieri arcivescovo di Palermo, per cui opera erano seguite le nozze di Costanza con Arrigo, sostenne il loro partito [Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.]. Ma il gran cancelliere Matteo da Salerno prevalse coll'altro, il quale, giacchè vi restava un rampollo maschio de' principi normanni, a questo credea dovuta la corona, per benefizio ancora del regno. Vi si aggiunse ancora l'autorità e il maneggio, se non palese, almeno segreto della corte di Roma, affinchè non si unissero quegli Stati in chi era re d'Italia e doveva essere imperadore; e tanto più vi s'interessò il pontefice, dacchè senza riguardo della sua sovranità altri volea disporre di quel regno. Fu dunque spedita gente a Lecce a chiamar Tancredi conte di quel paese, col notificargli la risoluzione presa di volerlo per re. Era Tancredi figliuolo di Ruggieri duca di Puglia, cioè del primogenito del re Ruggieri, ma nato fuor di matrimonio da una nobil donzella, che molti nondimeno crederono sposata da lui. Sotto il re Guglielmo fu detenuto prigione. Fuggitone si ricoverò in Costantinopoli. Dopo la morte d'esso re zio se ne tornò in Puglia, ben veduto dal re Guglielmo II suo cugino, la cui morte aprì a lui l'adito alla corona. E n'era degno per le sue belle qualità, perchè signore d'animo sublime e di molta prudenza [Hugo Falcandus, in Chron.], e che alle virtù politiche accoppiava ancora un amor distinto alle lettere, e sapeva anche le matematiche, l'astronomia e la musica: cosa rara in questi tempi. Ma al di lui merito mal corrispose la fortuna, siccome vedremo.