Furono in quest'anno rivolti gli occhi di tutti gl'Italiani alla ragguardevol crociata che s'incamminava verso Oriente per liberar la Terra santa. Erano già tre anni che in Francia e in Fiandra e in altri paesi oltramontani si predicava questo riguardevol impiego della pietà cristiana per que' sacri luoghi, e non poco calore diede a tale impresa lo zelo di papa Innocenzo. Capo dell'esercito dei crociati era stato scelto il conte di Sciampagna; ma, venuto questi a morte, fu proposto il bastone del comando ad Eude duca di Borgogna, e a Tebaldo conte di Bar, che se ne scusarono. Grande era anche di là da' monti il credito di Bonifazio marchese di Monferrato, fratello di quel valoroso marchese Corrado, che vedemmo principe di Tiro, e proclamato in fine re di Gerusalemme [Vita Innocent. III. P. I, tom. 3 Rer. Ital. Albericus Monachus. Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Bernardus Thesaur., tom. 7 Rer. Ital.]. Concorsero que' principi nel desiderio d'averlo per generale, ed avendo spedito messi in Italia a questo fine, il trovarono prontissimo ad assumere così nobil peso. Andò egli in Francia, prese la croce, e concertò con que' principi la maniera dell'esecuzione. Sei deputati vennero in Italia, e, trovato più comodo il dar principio al viaggio per Venezia, colà s'inviarono alcuni deputati per trattarne con Arrigo Dandolo, insigne doge di quella repubblica. Infine tu risoluto che i Veneziani somministrerebbono una flotta di tanti legni che fosse capace di condurre quattro mila e cinquecento uomini a cavallo, nove mila scudieri e venti mila fanti con viveri per nove mesi: il tutto col pagamento di ottantacinque mila marche d'argento. Par credibile che in più volte, e non in una sola, si avesse a far lo trasporto per mare di tanta gente e cavalli. Ne fu scritto al pontefice Innocenzo [Vita Innocentii III, num. 83.], che lodò bensì questo pio movimento dei cristiani, ma rispose che l'approverebbe con un patto ed obbligazione, cioè che non fosse loro permesso di nuocere ai cristiani, se non in caso che volessero frastornare il loro passaggio. Non piacque ai Veneziani questa condizione, perchè già andavano meditando di valersi in lor pro di questa spedizione. Comparvero dunque nell'anno presente a Venezia in folla principi, vescovi e nobili di Francia, di Fiandra, di Borgogna e d'altre contrade, e a migliaia i crociati, tutti vogliosi di far prodezze in Oriente per la fede. Molti Italiani vi concorsero, e fra gli altri Sicardo vescovo di Cremona, il quale per conseguente nella sua Storia, da me data alla luce, può parlar di quegli avvenimenti con fondamento. Ma con tutte le pratiche fatte dal pontefice Innocenzo per pacificar insieme i Genovesi e Pisani, affinchè poi secondassero colle lor forze l'impresa meditata di Terra santa, nulla si potè ottener da loro, prevalendo più in lor cuore l'odio particolare, che il bene universale della cristianità. Fra questi apparati della guerra sacra venne a frammischiarsi un altro affare di tal rilievo, che in breve lo vedremo d'accessorio divenir principale. Ad Isacco Angelo imperador dei Greci aveva Alessio suo fratello levato nell'anno 1495 gli occhi e il trono, e tenuto fin qui in istretta prigione Alessio suo nipote, figliuolo del suddetto [Villharduinus, Sicard., in Chron. Dandul., in Chron. Niceta, in Chron. Abbas Urspergens., in Chron. Vita Innocentii III.]. Ebbe questo giovane principe la fortuna di salvarsi; e, venuto a Roma, si presentò ai piedi di papa Innocenzo III, implorando giustizia contro il tiranno suo zio. Se ne andò poscia in Germania a trovar la regina Irene moglie del re Filippo, sorella sua. Filippo, veggendo già disposto il passaggio de' crociati in Levante, caldamente raccomandò a Bonifazio marchese di Monferrato la persona e gl'interessi di questo suo cognato.

Avevano intanto i Veneziani allestita la gran flotta promessa pel trasporto del preparato esercito; ma a muoverla s'incontrarono varie difficoltà, la maggior delle quali era, che mancava molto a compiere il pagamento accordato dai principi crociati. Il ripiego che si trovò, fu di obbligarsi i Franzesi e i Fiamminghi di dar mano ai Veneziani per ricuperare la città di Zara, loro occupata negli anni addietro dal re d'Ungheria. Fece dunque vela nel dì 8 di ottobre da Venezia l'armata navale, in cui s'imbarcò lo stesso doge Dandolo, benchè vecchio, e benchè quasi cieco; ed arrivò nel dì 10 di novembre a Zara. Cercarono quegli abitanti di rendersi, ma per mala intelligenza fu presa quella città e messa a sacco, con dividersi le ricche spoglie d'essa fra i conquistatori. Ne furono poi atterrate tutte le mura e fortificazioni, per levare ai cittadini la comodità di ribellarsi in avvenire. La troppo avanzata stagione consigliò l'armata a passare il verno in quelle parti. Sommamente dispiacque al pontefice Innocenzo questa prima impresa de' crociati, perchè fatta contra di Arrigo re d'Ungheria, il quale aveva anche esso con Andrea suo fratello presa la croce, e perchè eseguita contro la precedente proibizione del medesimo papa, al cui giudizio s'erano rimessi gli Zaratini. Ne scrisse perciò delle gravi doglianze all'esercito de' crocesignati [Innocentius III, lib, 5, Epist. 161.], trattandoli come scomunicati, e loro comandando la restituzione di quella città. Ma Bonifazio marchese di Monferrato giudicò meglio di non lasciar correre la lettera pontificia, per timore che si sciogliesse in fumo tutta la spedizione. Essendo morto in quest'anno, oppure nel precedente, Marquardo arbitro della Sicilia, ed avendo prese le redini del governo Guglielmo Capperone, siccome dicemmo, ad onta dal papa, si formò contra di lui una fazione degli aderenti dello stesso Marquardo. Non lasciò Gualtieri gran cancelliere, già vescovo di Troia, di pescare in questo torbido. Maneggiossi egli colla corte di Roma, e, prestato giuramento di ubbidire ai comandamenti del pontefice, impetrò l'assoluzione della scomunica. Dopo di che passò in Sicilia, ed unissi cogli avversarii del Capperone, mostrandosi tutto attaccato alla santa Sede, quantunque non potesse più riavere le mitre perdute. Lo strepito della crociata fu cagione che in quest'anno si osservasse tregua dal più delle città. Contuttociò i Modenesi, non potendo digerire la vergogna della battaglia perduta nel precedente anno coi Reggiani, nel presente, chiamati in aiuto i Ferraresi e Veronesi coi lor carrocci (il che portava seco il maggior nerbo della gente di quelle città), passarono ostilmente all'assedio di Rubiera di là dal fiume Secchia; e coi mangani cominciarono a tormentar quella terra, e dare il guasto al paese, senza che potessero i Reggiani col soccorso dei Bolognesi impedir questi danni. Secondo le Croniche di Bologna [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.], Rubiera fu presa. Dell'assedio bensì, ma non dell'acquisto parlano gli Annali di Modena [Annales Veteres Mutinens.]. E quei di Reggio [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.] scrivono che non fecero danno alcuno a quel castello. Cerio è che s'interposero Lupo marchese, podestà allora di Parma, e Guarizone ed Aimerico, amendue podestà di Cremona, per condurre a pace questi popoli sì animati l'un contra dell'altro. La pace fu conchiusa nella ghiara di Secchia nel dì 6 d'agosto, e giurata da Manfredi Pico podestà di Modena, e da Gherardo figliuolo di Rolandino bolognese, podestà di Reggio. Fu divisa l'acqua di Secchia, e rilasciati i prigioni. Lo strumento si vede da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XLIX.]. Abbiamo anche dalla Cronica Piacentina [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] che in questo anno i Cremonesi e Parmigiani andarono all'assedio di Fiorenzuola, nobil terra de' Piacentini, senza sapersene l'esito.


MCCIII

Anno diCristo MCCIII. Indizione VI.
Innocenzo III papa 6.
Vacante l'imperio.

Strepitose furono le imprese fatte dai Latini in quest'anno, non già in servigio di Terra santa, come richiedeva l'impegno da lor preso, ma in favore del giovane Alessio, figliuolo del deposto imperadore Isacco Angelo [Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Villharduinus. Godefridus Monach. Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Passò a Zara il predetto principe Alessio, dove fu con onore accolto dal Dandolo doge di Venezia, e dal marchese di Monferrato; e loro fatte varie promesse, qualora l'aiutassero a ricuperare il perduto imperio, e con parte della flotta, essendo l'altra incamminata innanzi, dirizzò le prore verso l'Epiro. La città di Durazzo il ricevette come suo principe. Sbarcarono in Corfù, e quegl'isolani promisero di suggettarsi a lui, dappoichè avesse conquistata la città di Costantinopoli. Tale appunto in fine fu il disegno di que' principi per favorire quel fuggiasco principe, mossi dalle raccomandazioni del re Filippo di Germania, e dalla parentela del re di Francia, contratta coi greci Augusti, mercè delle nozze di Agnese figliuola di Lodovico re con Alessio Comneno; ma più per isperanza di ricavar danari e viveri, senza i quali non vedeano la maniera di arrivare in Soria o in Egitto, secondo il primo loro concerto. Vero è che il papa Innocenzo, informato delle mire d'essi, proibì loro per varie ragioni d'invadere gli Stati del greco Augusto; ma essi, figurandosi forse ch'egli così scrivesse per politica, e che internamente avrebbe caro il lor pensiero, seguitarono il lor viaggio fino a Costantinopoli. Ciò che ivi operassero, s'io volessi prendere a raccontarlo, mi dilungherei troppo dall'assunto mio. In brevi parole dirò, che fatta la chiamata ad Alessio Angelo, occupatore del trono imperiale, nè volendo egli cedere, ruppero i Latini la catena del porto: con che liberamente in quel porto entrarono tutte le lor navi. Per terra e per mare impiegarono sette giorni per espugnar la città. Nell'ottavo uscì Alessio fuori con trenta mila cavalli e infiniti pedoni, disposto a dar battaglia ai Latini; ma, veduta la lor fermezza, fece vista di differire al dì seguente il fatto d'armi; ma, venuta la notte, segretamente presa la fuga, si ritirò ad Andrinopoli. Rinforzò allora l'esercito latino gli assalti, ed entrò per forza in Costantinopoli, con molta strage de' Greci, e saccheggio dei loro averi. Cavato dalle carceri il cieco Isacco Angelo, fu riposto sul trono; e proclamato imperatore anche Alessio suo figliuolo, per cui la festa era fatta, nel mese di luglio solennemente ricevette la corona nel gran tempio di santa Sofia. Marciò poscia coll'esercito contra del fuggitivo Alessio suo zio ad Andrinopoli; lo sconfisse, e l'obbligò a cercarsi un più lontano ricovero. Non so io se prima o dopo quest'ultima azione succedesse ciò che sono per dire. Ossia che i Greci per l'antico odio, o per le fresche perdite, non sapendo soffrire i Latini, ne andassero di quando in quando uccidendo, come scrive Sicardo, oppure, come altri ha scritto, perchè una mano di Fiaminghi i Pisani volle dare il sacco alle case e alle moschee de' Saraceni abitanti di Costantinopoli: diedesi principio un dì ad una fiera mischia fra i Latini e Greci. Attaccato il fuoco ad alcune case, perchè soffiava forte il vento, si dilatò ampiamente per la città, e fece un orrido scempio d'innumerabili chiese, palagi e case. Gran bottino riportarono ancora i Latini da questo fiero accidente. Il resto lo accennerò all'anno seguente.

Sembra che nel presente anno per qualche disgusto ricevuto dai Romani, non mai quieti, papa Innocenzo uscisse di Roma, e si ritirasse a Ferentino. Nonis maji, scrive Giovanni da Ceccano, indignatione Romanorum dominus papa venit Ferentinum [Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.]. Lettere sue quivi scritte si leggono. Andò ad Anagni, dove, colto da una grave infermità, diede motivo alla voce ch'egli fosse morto [Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Fu questo un colpo mortale a Gualtieri conte di Brenna, perchè su tali dicerie alcune città se gli ribellarono, e fra le altre Matera, Brindisi ed Otranto. Anche Baroli si sottrasse all'ubbidienza di Jacopo, cugino del papa, il quale ricuperò poi le città di Andria e di Minerbio. Inviò papa Innocenzo in Sicilia per suo legato Gherardo cardinale di Santo Adriano suo nipote, con isperanza di dar pace a quegli affari, dappoichè Gualtieri gran cancelliere, e il Capperone, benchè nemici, si mostravano dispostissimi a voler quel solo che piacesse ad esso papa. Non corrisposero gli effetti alle parole. Il cardinale, dopo essere stato alquanti giorni in Palermo, si ritirò a Messina, per quivi aspettar le risoluzioni del pontefice zio. Prosperarono in quest'anno gli affari del re Ottone in Germania [Godefridus Monachus, in Chron.] con singolar piacere del papa che il proteggeva. Ma in Brescia si riaccese la pazza discordia [Malvecius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]. Dopo avere per qualche tempo i nobili covato il lor odio contro la plebe, e meditata vendetta per gli affronti e danni patiti in addietro, la eseguirono nel gennaio dell'anno presente, dimenticando i giuramenti della precedente pace. Tutti dunque in armi assalirono il basso popolo, che fece quella resistenza che potè. Ne uccisero molti, e più ne costrinsero a cercar colla fuga l'esilio. Racconta il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 15.] sotto quest'anno un gran movimento de' Bolognesi, incitati dalla ambizione, figliuola della potenza e grassezza, per islargare il lor territorio, con danno dei Modenesi; ma senza poter trarre alla loro lega i Cremonesi e Parmigiani collegati di Modena. Anzi, per evitare questa guerra, spedirono i Parmigiani a Bologna Matteo da Correggio lor podestà, e i Cremonesi i lor ambasciadori per pregare e consigliare il popolo di Bologna che si degnasse di rimettere in loro la cognizion di tali differenze. Rispose Guglielmo, podestà di Bologna, di non volere compromettersi nè in loro, nè in persone religiose. Il male è vecchio. Chi ha più forza, dee anche aver più ragione. Leggesi quest'atto nelle mie Antichità Italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XLIX.].


MCCIV

Anno diCristo MCCIV. Indizione VII.
Innocenzo III papa 7.
Vacante l'imperio.