Gran mutazione di cose succedette in Costantinopoli nell'anno presente. Non sapeano i Greci mirar di buon occhio il nuovo loro imperador Alessio [Pipinus, in Chron. Bononiens., tom, 9 Rer. Ital. Sicard., in Chron. Godefridus Monachus, in Chron.], perchè s'era servito de' Latini a salire sul soglio con tanto loro obbrobrio e danno. Insorse ancora lite fra esso Alessio e i Latini a cagion delle paghe promesse ai medesimi, il compimento delle quali si andava troppo differendo. Perciò la nobiltà greca elesse imperadore un certo Costantino, e il popolo ne elesse un altro, cioè Alessio soprannominato Murzulfo; nè solamente l'elesse, ma il fece anche coronare Augusto. Questo crudele mise tosto le mani addosso al giovane Alessio Augusto; e cacciatolo in prigione, o col veleno, o in altra guisa il levò dal mondo. Poco stette a tenergli dietro Isacco Angelo suo padre, vinto dal dolore, oppure aiutato da altri ad uscire di questi guai. Questi avvenimenti funesti quei furono che fecero prendere allora, se pur non vi pensavano prima, una risoluzione all'armata latina d'impadronirsi di Costantinopoli, e di piantarvi il loro dominio. Il Continuatore di Caffaro [Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Italic.] vorrebbe farci credere che finto fu il disegno di que' principi cristiani di passare in Terra santa; e il vero essere stato fin sul principio quello di sottomettere al loro comando l'imperio de' Greci. Assalirono dunque con battaglia di terra e di mare quella regal città. Murzulfo dopo qualche difesa, considerando la bravura altrui e il pericolo proprio, si ritirò in salvo fuori della città; laonde in fine i cittadini capitolarono la resa nel mese di marzo, la quale non si sa intendere perchè fosse seguitata dal sacco di quell'augusta città, per cui tutti i soldati arricchirono, e da altri eccessi e disordini, di cui è capace in tali congiunture la sfrenata licenza della gente di guerra. Quetati i rumori, fu proposto nel consiglio di que' vittoriosi principi di eleggere un imperador latino, e il più degno fu creduto Baldovino conte di Fiandra. Poscia, secondo i patti, fu fatta la division dell'imperio. Ai Veneziani toccò la quarta parte, consistente in varie provincie, isole e città, specificate tutte ne' documenti aggiunti alla Cronica di Andrea Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], e inoltre la facoltà di eleggere il patriarca latino di Costantinopoli. Questo onore toccò per quella volta a Tommaso Morosino. A Bonifazio marchese di Monferrato in sua parte fu confermato il regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, coll'isola di Candia. Agli altri signori furono concedute in feudo altre provincie e terre. Prima di questi sì strepitosi avvenimenti il pontefice Innocenzo III, o prevedendo, o sapendo cosa andassero macchinando i principi crociati, avea con varie lettere e minaccie cercato di rimuoverli dal danneggiare l'imperio greco, perchè di cristiani. Mostrossi anche in collera per tale conquista; ma da saggio se la lasciò passare ben tosto, perchè sotto di lui era accaduto un sì gran cambiamento di cose, vantaggioso non poco alla santa Sede e alla Chiesa latina, con cui, volere o non volere, non tardarono ad accordarsi i Greci, da che Dio avea cotanto umiliato la loro superbia.

In quest'anno Gualtieri conte di Brenna, collegato con Jacopo conte di Tricarico e con Ruggieri conte di Chieti, prese Terracina. Assediato poi dal conte Diopoldo e dai Salernitani, e ferito da una saetta, restò privo d'un occhio; ma al soccorso di lui si affrettarono i due conti suddetti, e il liberarono. Tutto ciò abbiamo da Riccardo da San Germano [Richardus de S. Germano, in Chron.], il quale aggiugne che il soprascritto Diopoldo fu ignominiosamente coi suoi cacciato di Salerno. Profittando i Pisani delle discordie che bollivano in Sicilia, trovarono maniera d'impossessarsi della città di Siracusa, con obbligare a ritirarsi molti di que' cittadini, e fin lo stesso vescovo e i di lui fratelli [Caffari, Annal. Genuens., lib. 4.]. Ciò udito da' Genovesi, tra per l'odio antico contra de' Pisani, e perchè da Arrigo VI Augusto era stata loro assegnata in dominio quella città, vennero in parere di levarla ai Pisani. Unitesi dunque varie loro navi ed armatori nell'isola di Candia, si portarono a Malta, e tirarono con esso loro in lega Arrigo conte di quell'isola, valoroso signore, che in persona con varie galee e colla sua gente accorse alla meditata impresa. Nel dì 6 d'agosto arrivarono sotto Siracusa, e cominciarono le offese contra dei difensori, e dopo sette giorni a forza d'armi v'entrarono, con tagliare a pezzi assaissimi Pisani, e rimettere in casa il vescovo co' suoi fratelli. Ritennero per sè quella città, e il lasciarono un governatore che la reggesse a nome della repubblica di Genova, se pur non gliela diedero in feudo. Ma in Genova una fiera tempesta di mare affondò varie loro navi mercantili, con gravissimo danno di merci e danari. Vi fu anche una sedizione d'alcuni cittadini contro del podestà, che, colla mediazione di persone religiose e d'altri savii, si sopì ben presto. Anche in Piacenza la divisione entrò fra gli ecclesiastici e laici di quella città [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], e toccò ai primi, siccome inferiori di forze, col loro vescovo Grimerio di abbandonare la città; e tuttochè papa Innocenzo fulminasse le censure contro gli autori di tali eccessi, per tre anni e mezzo stettero quegli ecclesiastici esclusi dalla città. Era stato in addietro lo studio delle città libere quello di sottomettere al loro imperio i castellani e nobili che godeano feudi indipendenti dalle città, con ampliare il loro distretto per quanto poterono. Si rivolsero poi contra de' vescovi, abbati ed altri ecclesiastici, parendo loro che possedessero troppe giurisdizioni e beni in pregiudizio del comune: e, senza rispettare i sacri canoni, gli andarono spogliando di molte terre e di varii diritti, e mettendo talvolta anche delle taglie sopra i loro stabili. Ciò che fece Piacenza, si truova in altri anni praticato da altre città; perciocchè l'esempio è un efficace maestro del mal fare. La nuova della presa di Costantinopoli sparsa per Italia cagione fu che circa mille Cremonesi [Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.] presero il viaggio verso colà, sulla speranza d'arricchire anch'essi alle spese de' Greci. Erano già vicini i Bolognesi e i Modenesi a romperla [Annales Veteres, Mutinens., tom. 11, Rer. Ital.]; e bisogna ben credere che il popolo di Modena si sentisse debole di polso; imperocchè sul principio di gennaio giunse a compromettere le differenze che vertivano cogli avversarli, nello stesso podestà di Bologna, ch'era Uberto Visconte. Ciò che doveva aspettarsene, avvenne. Nel dì 9 di maggio proferì egli il laudo, che stendea i confini del Bolognese sino alla Muzza, con patente ingiustizia. Se ne lagnarono forte i Modenesi; ma, per non potere di più, chinarono la testa, e sofferirono i colpi della contraria fortuna. Noi vedremo ritrattato lo stesso laudo da Federigo II Augusto all'anno 1226. Cercarono poi essi di rifarsi contra de' capitani e castellani del Frignano, viventi in libertà in quelle montagne che dai Liguri Friniati presero il nome: il che diede motivo ai Parmigiani di accorrere col loro carroccio alla difesa di que' popoli. Crema in quest'anno [Gualvan. Flamma, in Manipul. Flor.] restò tutta consumata dal fuoco. Non si era per anche ammogliato Azzo VI marchese d'Este. L'anno fu questo, in cui egli solennizzò le sue nozze con Alisia, figliuola di Rinaldo principe d'Antiochia, che portò nella famiglia estense il nome di Rinaldo, una ricca dote e un nobilissimo parentado. Imperciocchè una sorella fu maritata [Alberic. Monachus, Trium Font., in Chron.] in Manuello Comneno imperador de' Greci, e un'altra, per nome Agnese, divenne moglie di Bela re d'Ungheria. Di questo matrimonio, siccome ancora d'altri atti spettanti ad esso marchese, ho io parlato nelle Antichità Estensi [Antichità Estensi, P. I, cap. 39.].


MCCV

Anno diCristo MCCV. Indizione VIII.
Innocenzo III papa 8.
Vacante l'imperio.

Terminò in quest'anno Gualtieri conte di Brenna la carriera del suo vivere [Richardus de S. Germano, in Chron. Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Passava il suo valore in temerità. Essendo consigliato da chi gli volea bene di aver più guardia a sè stesso, diede una risposta da Guascone, con dire prosuntuosamente che i Tedeschi armati non oserebbono di assalire Franzesi disarmati. Non andò molto che ne fece la pruova. Aveva egli messo l'assedio al castello di Sarno, entro cui rinserrò il conte Diopoldo, e se ne stava con poca guardia. Accortosene Diopoldo, una mattina per tempo co' suoi in armi andò a fargli una visita, ma non da amico; e trovato lui co' suoi, che nudi agiatamente dormivano fra le morbide piume, ne fece un macello. Il conte ferito da più saette e lancie, condotto prigione nel castello, da lì a pochi giorni spirò l'anima, lasciando gravida la moglie sua, chiamata da Rocco Pirro Alteria, o Albiria, figliuola del già re Tancredi, la quale, dopo aver partorito un figliuolo, in cui fu ricreato il nome del padre, passò alle seconde nozze con Jacopo conte di Tricarico. Giovanni conte di Brenna suo fratello fu dipoi creato re di Gerusalemme. Sbrigatosi Diopoldo da questo bravo avversario, e tornatosene vittorioso a Salerno, dove teneva in suo potere la torre maggiore, prese molti Salernitani, e come traditori li punì a suo talento. Infausto riuscì l'anno presente anche ai Latini signoreggianti in Costantinopoli [Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Nicetas et alii.]. Portatosi lo imperador Baldovino all'assedio di Andrinopoli, fu quivi preso vivo dai Bulgari, e poi barbaramente ucciso. In luogo suo fu alzato al trono Arrigo suo fratello. Per attestato del Continuatore di Caffaro [Caffari, Annal. Genuens., tom 6 Rer. Ital.], Bonifazio marchese di Monferrato e re di Tessaglia, ossia di Salonichi, si portò all'assedio di Napoli di Malvasia e di Corinto, dove tuttavia signoreggiava quell'Alessio che tirannicamente aveva usurpata la corona del greco imperio. Il fece prigione colla moglie e col figliuolo, e li mandò in una nave di Porto Venere sino a Genova. Di ciò avvisato Guglielmo marchese suo figliuolo, corse immantenente a Genova, e, presi questi illustri prigionieri, seco li condusse in Monferrato. Confessa nulladimeno Sicardo vescovo di Cremona che in quest'anno il suddetto marchese Bonifazio a Graecis et Blachis (Bulgari erano costoro) multa passus est; e che la fortuna nell'anno presente favorevole fu ai Greci, contraria ai Latini. In quest'anno ancora, conoscendo il suddetto marchese di non poter tenere l'isola di Candia, ne fece vendita ai Veneziani per mille marche d'argento, e tanti poderi, che rendessero dieci mila perperi di entrata ogni anno. Lo strumento si legge presso Benevento da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Storia del Monferrato.]. Si rodevano intanto i Pisani per cagion di Siracusa, tolta loro da' Genovesi, e per ansietà di ricuperarla, fecero in quest'anno un grande armamento, ed ebbero soccorso dal conte Rinieri e da altri Toscani. Con queste forze andarono a mettere l'assedio a Siracusa, e la strinsero per tre mesi e mezzo. Mossesi allora Arrigo conte di Malta con quattro galee ben armate, e, venuto a Messina, vi trovò alcune navi de' Genovesi, ed altre ne unì per soccorrere quella città. Dichiarato generale di quella flotta, da Messina passò alla volta di Siracusa. Gli vennero incontro i Pisani con dodici galee ed altri legni, ed attaccarono battaglia, ma con lor danno; perchè, a riserva di cinque galee di Lombardi che presero la fuga, l'altre vennero in potere de' Genovesi. Uscito anche di Siracusa Alemanno conte di quella città, diede addosso ai Pisani ch'erano in terra, e li mise in rotta, con prendere le bandiere, tende e bagaglio del campo loro. Succedette questo fatto nel lunedì avanti alla Natività del Signore.

Molte altre prodezze e prese di ricche navi mercantili veneziane fatte da esso Arrigo conte di Malta, e l'aiuto da lui prestato al conte di Tripoli, si leggono negli Annali Genovesi. In questi tempi la pirateria, ossia il fare il corsaro, era un mestiere che non dispiaceva neppure a molti cristiani; e questo conte non era l'ultimo a praticarlo. All'udire i Genovesi, erano corsari i Pisani, e lo stesso nome veniva dato da altri ai Genovesi. Riuscì in quest'anno al popolo di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] di ridurre con amichevol trattato i capitani, cioè i nobili padroni di terre e castella nel Frignano, a sottomettersi alla loro comunità, con divenir cittadini di Modena, promettere di abitar in essa città qualche mese dell'anno, e di militare, secondo le occorrenze, in aiuto del comune. Così il distretto di Modena ripigliò gli antichi suoi confini, e così andavano anche facendo le altre città libere d'Italia. Abbiamo da Gerardo Maurisio che in quest'anno venit studium scholarium in civitate Vicentiae, et duravit usque ad potestariam domini Drudi [Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Ital.], cioè sino all'anno 1209. Antonio Godio [Godius, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.] anche gli attesta che nell'anno presente studium generale fuit in civitate Vicentiae, doctores que in contrata sancti Viti manebant. I primi ad istituire lo studio delle leggi nel secolo undecimo o duodecimo furono i Bolognesi, e in quella sola città durò per molti anni questo ornamento, con essersi a poco a poco aggiunti anche i lettori di lettere umane, di filosofia e medicina. Mirando poi gli altri popoli quanto onore e vantaggio venisse a Bologna dal gran concorso degli scolari, s'invogliarono di nobilitar le loro città con somigliante studio. Ciò specialmente fecero anche i Modenesi e i Padovani: del quale argomento ho io trattato altrove [Antiquit. Italic., Dissert. XLIV.]. Era in questi tempi capo della fazion ghibellina in Ferrara Salinguerra figliuolo di Torello. Capo della guelfa tanto in quella città, che per tutta la marca di Verona, era Azzo VI marchese d'Este. Fra sì contrarii genii ed impegni troppo era difficile che lungamente durasse la concordia. In fatti, secondo la Cronica di Bologna [Chron. Bononiense, tom. 17 Rer. Ital.], nell'anno presente il marchese Azzo, non gli piacendo che Salinguerra avesse fortificata la Fratta, castello ne' confini dei suoi Stati, gliel prese e lo dirupò: il che fu principio delle tante dissensioni che seguirono poscia fra loro. La Cronica Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] parla di questo fatto all'anno 1189; ma fuor di sito, a mio credere, perchè solamente nell'anno seguente fra questi due emuli si accese la guerra. Essendo mancato di vita in Costantinopoli l'insigne doge di Venezia Arrigo Dandolo nel dì primo di giugno, portatane la funesta nuova a Venezia, si venne nel dì 5 d'agosto all'elezione d'un nuovo doge, e questa cadde nella persona di Pietro Ziano [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] conte d'Arbe, figliuolo del già doge Sebastiano.


MCCVI

Anno diCristo MCCVI. Indizione IX.
Innocenzo III papa 9.
Vacante l'imperio.