Come si ha da Rolandino [Roland., Chron., lib. 1, cap. 11.] e da Alberico monaco [Alberic. Monachus, in Chron.], il più zelante a scortare verso l'Alemagna il re Federigo fu il suddetto marchese d'Este, che con grande accompagnamento d'armati il menò per disastrose e non praticate strade sicuramente sino a Coira ne' Grigioni. Lo stesso Federigo, siccome costa da una sua lettera [Rolandinus, Chron., lib. 4, cap. 8.] scritta ad Eccelino da Romano molti anni dappoi, riconosceva specialmente da esso marchese il principio della sua esaltazione. Arrivò dunque il giovane Federigo a Costanza tre ore prima di Ottone. Se tardava un poco più, sarebbe stato costretto a tornarsene indietro. Andò poscia a Basilea e per l'altre parti del Reno, dove trovò tutti i principi che si erano dichiarati per lui. Si abboccò con Filippo re di Francia a Valcolore, e stabilì lega con lui. Scrittori non mancano che il dicono eletto in quest'anno re dei Romani e di Germania; anzi gli Annali di Genova, scritti da autori contemporanei, e l'Abbate Urspergense ci assicurano ch'egli fu coronato in Magonza sul principio di dicembre. Godifredo monaco differisce questa coronazione fino all'anno 1215, e la dice fatta in Aquisgrana. Due volte probabilmente dovette egli farsi coronare. Giacchè i Milanesi stavano pertinaci in favorir l'imperadore Ottone, Azzo VI marchese d'Este e d'Ancona strinse, nel dì 25 d'agosto, una lega colle città di Cremona, Brescia, Verona, Ferrara e Pavia, e col conte Bonifazio da San Bonifazio. Se ne legge lo strumento nelle Antichità Estensi [Antichità Estensi, P. I, cap. 40.]. In quest'anno poi esso marchese coll'esercito e carroccio veronese, e coi rinforzi venuti di Mantova, Cremona, Reggio, Brescia e Pavia, mosse guerra a Vicenza. Dopo aver preso Lunigo, si accostò alla città. Eccelino co' Vicentini e Trivisani il fece ritirar in fretta. Ma questo glorioso principe e il suddetto conte di San Bonifazio nel novembre seguente terminarono i lor giorni nel più bell'ascendente della loro fortuna [Gerard. Maurisius, Histor. Monachus Patavinus, Chron. Rolandinus, lib. 1, cap. 11.]. Lasciò il marchese Azzo VI dopo di sè due figliuoli, Aldovrandino ed Azzo VII, principi che ereditarono non solamente gli Stati, ma anche il valore del padre. Restò similmente di lui Beatrice, che per le sue rare virtù meritò poi il titolo di beata, procreata da una figliuola di Tommaso conte di Savoia, moglie d'esso marchese. Videsi in questo anno una novità in Italia. Circa sette mila tra uomini, ragazzi, donne e fanciulle, da pio entusiasmo mossi dalla Germania, con avere per capo un fanciullo nomato Niccolò, arrivarono a Genova sul fine d'agosto [Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Italic.], per andare in Terra santa. Ma quivi trovarono un gran fosso da passare, e però si sciolse la loro unione, e chi restò in Genova, e chi andò in altri paesi. Di trenta mila di questi fanciulli, venuti fino a Marsiglia col suddetto spropositato disegno, parlano Alberico monaco dei tre Fonti [Alberic. Monachus, in Chron.], e Alberto Stadense [Alberic. Stadiens., in Chron.], con aggiugnere che furono assassinati dai ribaldi, parte affogati in mare, parte venduti ai Saraceni. Nell'anno precedente era nata guerra fra i Bolognesi e Pistoiesi [Matth. de Griffonibus, Histor. Bonon.]; e venuti alle mani, restarono molti de' Bolognesi prigioni. Per vendicarsene, essi Bolognesi in quest'anno, coll'aiuto ancora de' Reggiani [Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.], Faentini ed Imolesi, menarono un forte esercito a' danni di Pistoia; e piantato il campo sul monte della Sambuca, ammazzarono molti de' nemici, e molti altri presi li trassero alle carceri di Bologna: con che ricuperarono i lor prigioni. Carestia così grave in quest'anno flagellò la Puglia e Sicilia, paesi per altro soliti ad essere i granai dell'Italia, che, per attestato di Sicardo, vescovo allora di Cremona [Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.], le madri giunsero a mangiare i loro figliuoli.


MCCXIII

Anno diCristo MCCXIII. Indizione I.
Innocenzo III papa 16.
Ottone IV imperadore 5.

Svantaggiosa era stata nel precedente anno per li Pavesi la battaglia loro data dai Milanesi fautori di Ottone, nel ritorno che faceano a casa, dopo avere accompagnato il re Federigo sino al Lambro [Sicard., in Chron. Alber. Monac., in Chron.]. Per rifarsi del danno, uscirono questi in campagna con grande sforzo nell'anno presente. Mossero ancora i Cremonesi col loro carroccio, aiutati da trecento cavalieri bresciani, con animo di unirsi coi Pavesi. Erano già pervenuti a Castello Leone, ossia Castiglione, quando all'improvviso nel dì 2 di giugno, giorno di Pentecoste, fu loro addosso l'oste dei Milanesi, forte non solamente per le proprie milizie, ma anche per li cavalieri ed arcieri piacentini, e per la cavalleria e fanteria de' Lodigiani e Comaschi, e per trecento altri cavalieri bresciani del partito contrario. Fiero, lungo ed ostinato fu il combattimento, in cui sulle prime ebbero la peggio i Cremonesi. Ma, rinforzato da questi l'assalto, riuscì loro di mettere in rotta il campo milanese, con far prigioni alcune migliaia d'essi, e con prendere il loro carroccio: segno di piena vittoria e di gran vergogna per chi perdeva. La fama de' Cremonesi per questo illustre fatto si sparse per tutto l'Occidente, come attesta il Monaco Padovano [Monach. Patavinus, in Chron.]. Dalla pia gente d'allora fu attribuita questa vittoria a miracolosa assistenza di Dio, perchè i Milanesi teneano saldo per lo scomunicato Ottone; ma si può anche essere pio senza obbligo di credere si fatti miracoli. Scrive inoltre Alberico monaco dei tre Fonti che il popolo di Milano, ripigliate le forze, in questo medesimo anno uscì contro i Pavesi, ed assediò un lor castello. Ma sopravvenuta l'armata de' Pavesi, diedero i Milanesi alle gambe, con abbruciar le loro tende. Furono seguiti dai Pavesi, che fecero quantità di prigioni, e spogliarono il campo loro. Così due rotte ebbe in un sol anno il popolo di Milano. Aggiugne il medesimo Alberico, che essendo stato ucciso l'abbate del monistero di santo Agostino di Pavia da' suoi monaci neri, il legato apostolico diede quel sacro luogo ai canonici regolari di Mortara, che tuttavia ne sono in possesso. Dalle cose fin qui narrate si può comprendere che Galvano Fiamma [Gualv. Flamm., in Manipul. Flor. cap. 246.] cercò di inorpellar le perdite de' Milanesi con dire ch'essi, dopo aver presa gran copia di prigioni, cavalli, carriaggi e tende de' Cremonesi, volendo mettere in salvo tante spoglie, raccomandarono il loro carroccio a pochi Piacentini (il che troppo è inverisimile) a' quali tolto fu dai Cremonesi. Scrive inoltre che i Milanesi nel dì 12 di giugno entrarono armati in Lomellina, distrussero Mortara, Gambalo e Lomello, e misero a sacco tutta quella contrada. Presero anche il castello di Voghera. Tace poi le busse lor date dal popolo pavese: sicchè gran sospetto porge l'adulazione. A questi fatti aggiugne il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 16.] delle altre particolarità, senza ch'io sappia onde le abbia ricavate. Ben so io ch'egli si servì del Fiamma in questo racconto. Il Continuatore di Caffaro scrive [Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom 6 Rer. Ital.] che quattro mila Milanesi tra fanti e cavalieri rimasero prigionieri in mano de' Cremonesi, e che i popoli d'Alessandria, Tortona, Vercelli, Acqui ed Alba, co' marchesi Guglielmo e Corrado Malaspina, e settecento cavalieri milanesi, entrarono nel Pavese ostilmente, e presero Sala. Usciti anche i Pavesi in campo, diedero una rotta a questi collegati, con farne due mila prigioni. A questi autori pare che si possa credere senza timor di fallare.

Succeduto al marchese Azzo VI suo padre Aldrovandino marchese d'Este e di Ancona, continuò a tenere col conte Riccardo da San Bonifazio il dominio di Verona, dove fu creato podestà nell'anno presente [Paris. de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.]. Ma egli ebbe di gravissimi contrasti con Salinguerra in Ferrara. In aiuto di lui furono i Modenesi [Annales Veteres Mutinens., tom. 6 Rer. Italic.]. Tornando questi a casa col loro podestà, cioè con Baldovino Visdomino da Parma, caddero in un agguato posto dal nipote d'esso Salinguerra, in cui restò morto esso podestà, e fatti prigionieri circa quaranta de' lor soldati. Fabbricarono in quest'anno essi Modenesi il castello del Finale [Antichità Estense, P. I, cap. 41.], per avere un antemurale contra de' Ferraresi. Secondo la Cronica Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], seguì pace fra il suddetto marchese Aldrovandino e Salinguerra, ed io ne ho rapportato altrove lo strumento. Ma più gravi disturbi ebbe esso marchese dai popolo di Padova, che, al pari degli altri, si studiava di dilatare i suoi confini alle spese de' vicini. Era da loro indipendente la nobil terra d'Este. Perchè egli non avea fatta giustizia ad alcuni Padovani, l'assediarono essi in questo anno, ed intervenne a quell'assedio Eccelino da Onara col giovinetto suo figliuolo Eccelino da Romano [Roland., lib. 1, cap. 12. Monachus Patavin., in Chron. Antichità Estensi, P. I, cap. 41.]. Fu obbligato il marchese a venire ad un accordo, e a prendere la cittadinanza di Padova: la qual violenza fu appresso riprovata da papa Innocenzo III, e col tempo ancora da Federigo II Augusto. Sei anni e due mesi era stata fuori di Verona la fazion ghibellina de' Montecchi, la quale, rifugiata nella terra di Cereta, quivi creava il suo podestà. Interpostosi in quest'anno Marino Zeno podestà di Padova unitamente col comune stesso di Padova [Chron. Estense, tom 15 Rer. Ital. Gerardus Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Italic.], tanto fece, che quel dì Verona lasciò tornarli pacificamente in città. Non così avvenne alla città di Brescia. Poco durò la concordia fra i nobili e il popolo. Nella festa de' santi Faustino e Giovita presero l'armi i popolari, e cacciarono fuor della città tutta la fazion de' nobili; nè ciò loro bastando, infierirono contra le lor torri e case, con atterrarle: crudeltà meritamente detestata dal Malvezzi cronista bresciano [Malvecius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]. L'aver essi similmente data la fuga a Tommaso da Torino, lasciato ivi per governatore dall'imperador Ottone, fa intendere che que' popolari aveano abbracciato il partito del re Federigo. Ma probabilmente questo fatto appartiene all'anno precedente, giacchè lo stesso storico scrive che per cura di Alberto da Reggio vescovo della lor città, e prelato di rara virtù, fu nell'ottobre dell'anno presente conchiusa pace fra que' discordi cittadini. Tale fu la fede di cadauno in quel buon vescovo, che a lui diedero anche il politico governo della città. Fecero lega in quest'anno i Bolognesi coi Reggiani obbligandosi di far guerra ai Modenesi ad ogni lor cenno [Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.].


MCCXIV

Anno diCristo MCCXIV. Indizione II.
Innocenzo III papa 17.
Ottone IV imperadore 6.

Succedette in quest'anno una famosa battaglia campale fra l'imperadore Ottone e Filippo re di Francia [Godefridus Monachus. Alberic. Monachus. Abbas Urspergens.]. Si trovarono a fronte i due potentissimi eserciti nel dì 27 di luglio a Ponte Bovino, e vennero alle mani. Dalla parte di Ottone militavano le forze del re d'Inghilterra, i duchi del Brabante e di Limburgo, e i conti di Fiandra e di Bologna. Il fiore dei Franzesi col duca di Borgogna era nella altra parte. Lungo tempo durò l'ostinato combattimento, e infine i Franzesi riportarono una piena vittoria, con far moltissimi prigioni di conto, e grosso bottino. Questa disgrazia diede il crollo agl'interessi dell'imperadore Ottone, che da lì innanzi stentò a sostenersi in piedi. Se vogliamo prestar fede a Galvano Fiamma [Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 147.], in quest'anno i Milanesi vogliosi di vendicarsi de' Cremonesi, per la rotta ricevuta nel precedente anno, con potente sforzo andarono sino a Zenevolta. S'incontrarono coi Cremonesi, e menarono così ben le mani, che li sconfissero e presero il loro carroccio. In pruova di ciò il Fiamma cita la Cronica di Sicardo. Ma giusto fondamento c'è di sospettare immaginaria e finta questa rotta de' Cremonesi. Ne' due testi, dei quali mi sono servito per pubblicar la Cronica di Sicardo, nulla di ciò si legge. Nulla nelle Croniche di Cremona, Piacenza, Parma ed altre, che, dopo aver parlato sì chiaramente della vittoria riportata dai Cremonesi all'anno precedente, se questa gran percossa data loro dai Milanesi sussistesse, ne avrebbero anche esse fatta menzione. Aggiugne esso Fiamma che, entrati i Milanesi nella Lomellina de' Pavesi, vi espugnarono varie castella. Questo potrebbe stare. Abbiamo bensì dalla Cronica di Cremona che nell'anno presente i Cremonesi fecero oste sopra i Piacentini, con bruciar molto paese, e prender alcune lor terre. Irritati anche i Modenesi [Chron. Parmanense, tom. 7 Rer. Ital. Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] per l'affronto e danno loro inferito nell'anno precedente da un nipote di Salinguerra, messo insieme un grosso esercito, con cui s'accoppiarono ancora i Parmigiani, Mantovani e Ferraresi del partito di Aldrovandino marchese d'Este, andarono a mettere l'assedio a Ponte Dosolo, ed, impadronitisi di esso nella festa di san Martino, diedero alle fiamme e smantellarono quel castello, con portarne a Modena in segno di vittoria la campana, che fu posta nella torre maggiore, e adoperata dipoi a sonar nona. Somma tranquillità godeva in questi tempi la città di Padova. Accadde che si tenne gran corte, e si preparò un giuoco o spettacolo pubblico nella città di Trivigi, descritto da Rolandino [Roland., Chron., lib. 1, cap. 13.]. V'intervenne da Venezia e da Padova molta nobiltà dell'uno e dell'altro sesso. Nel combattimento che si fece per prendere un finto castello, si appiccò lite fra i Veneziani e Padovani, gareggiando tutti per aver la preminenza del conquisto. Fu nella mischia stracciato un pezzo della bandiera di san Marco portata dai Veneziani, e ne sorse tal rumore, che i presidenti al giuoco lo fecero dismettere. S'ingrossò forte per questo accidente l'odio dei Veneziani contra de' Padovani, in guisa che serrarono tutti i passi delle mercatanzie, e andò poi più innanzi la briga. Le replicate istanze di papa Innocenzo mossero nell'anno presente Aldrovandino marchese d'Este a passare nella marca d'Ancona. N'era egli al pari di suo padre stato investito dalla Sede apostolica. Ma sopraggiunta l'immatura morte del padre, e per varii suoi scabrosi affari trovandosi egli impegnato in Lombardia, i conti di Celano, fautori di Ottone Augusto, s'erano impadroniti di quella contrada. Potè egli solamente ora accudire a quel dominio. Impegnò tutti i suoi allodiali, e lo stesso fratello suo Azzo VII ai prestatori fiorentini per mettere insieme delle grosse somme di danaro da far gente [Roland., Chron., lib. 1, cap. 15. Monachus Patavinus, in Chron. Antichità Estensi, P. I, cap. 41.]. Allorchè ebbe in pronto un buon esercito, marciò verso quella marca, dove gli convenne un gran coraggio per le molte opposizioni a lui fatte, parte dai popoli della terra, e parte dai conti suddetti. Tuttavia diede loro varie rotte; ed avea messo in buono stato quella signoria, quando la morte venne a rompere tutte le di lui misure, come dirò all'anno seguente.