Fu posto fine in quest'anno alla guerra de' Bolognesi e Faentini contro Imola con ridurre quella città ad accettar la legge che le vollero imporre i due più potenti avversarii. Ne parla a lungo il Sigonio [Sigon. de Regno Ital., lib. 16.], che su questo diligentemente consultò gli atti pubblici e le storie di Bologna. Solamente accennerò io che con tutte le lor forze il popolo di Bologna e quel di Faenza nell'agosto dell'anno presente ostilmente si portarono sotto essa città d'Imola, e ne impresero l'assedio. Ma eccoti giugnere al campo loro Diotisalvi da Pavia, spedito dall'arcivescovo di Maddeburgo, legato in Lombardia dell'imperador Federigo, coi podestà di Parma e Cremona, e cogli altri ambasciatori di Brescia, Verona, Mantova, Reggio e Modena, per trattar pace e impedir quell'assedio. Contuttochè Diotisalvi a nome dell'arcivescovo, sotto pena di mille marche d'oro, intimasse loro il non molestar quella città, e a questo comandamento aggiugnessero gli altri le più efficaci preghiere; pure gli assedianti, sentendo di avere il vento in poppa, stettero saldi nel loro proposito. Partiti che furono quegli ambasciatori, il popolo d'Imola, per non ridursi agli estremi, inviò i suoi deputati al campo per rendersi. Dure furono le condizioni dell'accordo, Imola restò sotto la guardia ed autorità de' Bolognesi e Faentini; convenne spianar le fosse; e le porte della città furono trionfalmente portate a Bologna, e non già in altro anno, come alcuno ha creduto. Portata questa nuova all'imperador Federigo, ne andò forte in collera; fece anche citare al suo tribunale Giuffredo da Pirovano podestà di Bologna; e da lì innanzi covò sempre un mal animo contra de' Bolognesi. Di cattiva ricordanza fu l'anno presente pel terribil tremuoto che nello stesso dì del santo Natale del Signore si fece sentire in Lombardia, e per due settimane replicò due volte il giorno le scosse. Secondochè scrive Goffredo Monaco [Godefr. Monachus, in Chron. Rolandin., lib. 2, cap. 3.], in più luoghi abbattè le case e le chiese, con opprimere gli uomini e i sacerdoti. Fece anche gran male in Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 5, tom. 6 Rer. Italic.]. Ma principalmente si scaricò questo flagello sopra la città di Brescia, avendone atterrata la maggior parte colla morte di molto popolo. Tutto ciò vien confermato dallo storico bresciano Jacopo Malvezzi [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], confessando egli che non solamente innumerabili fabbriche nella città, nelle castella e ville furono rovesciate a terra, ma che vi perì anche una gran quantità di persone, massimamente di pargoletti e di bestiame. E perciocchè seguitò questa calamità lungo tempo dipoi, quasi tutti, abbandonate le loro abitazioni, si ridussero a vivere in mezzo alle campagne.
Tommaso arcidiacono di Spalatro, la cui Storia salonitana fu data alla luce da Giovanni Lucio [Thom. Spalatr. apud Johann. Lucium de Reg. Delmat., pag. 338.], scrivendo le cose de' suoi dì, fa menzione di quest'orribil disastro, con aggiugnere che ne ebbe gran danno la Liguria, l'Emilia e la Marca Venetica, cioè di Verona; e che Brescia in gran parte cadde, con rimaner seppellita nelle rovine una moltitudine di uomini, e specialmente di eretici. Nè voglio tacere una bella particolarità, che egli di veduta soggiugne intorno a san Francesco d'assisi: Eodem anno, dice egli, in die Assuntionis Dei Genitricis quum essem Bononiae in studio, vidi sanctum Franciscum praedicantem in platea ante palatium publicum, ubi tota paene civitas convenerat. Fuit autem exordium sermonis ejus angeli, homines, daemones; de his enim tribus spiritibus rationalibus ita bene et discrete proposuit, ut multis literatis, qui aderant, fieret admirationi non modicae sermo hominis idiotae; nec tamen ipse modum praedicantis tenuit; sed quasi concionantis. Tota vero verborum ejus discurrebat materies ad extinguendas inimicitias, et ad pacis foedera reformanda. Sordidus erat habitus, persona contemtibilis, et facies indecora. Sed tantam Deus verbis illius contulit efficaciam, ut multae tribus nobilium, inter quos antiquarum inimicitiarum furor immanis multa sanguinis effusione fuerat debacchatus, ad pacis consilium reduceretur. Erga ipsum vero tam magna erat reverentia hominum et devotio, ut viri et mulieres in eum catervatim ruerent, satagentes vel fimbriam ejus tangere, aut aliquid de pannulis ejus auferre. Prevalse in questo anno nella città di Ferrara la fazione di Salinguerra, capo de' Ghibellini, in guisa che Azzo VII marchese d'Este e d'Ancona con quei del suo partito guelfo fu obbligato ad uscir della città. Per rifarsi di questo affronto [Roland., Chron., lib. 2, cap. 2.] il marchese mise insieme un esercito raccolto da Rovigo, e dagli altri suoi Stati, e dalla Lombardia e marca di Verona, e andò a mettere il campo sotto Ferrara vicino al Po. Salinguerra, volpe vecchia, temendo che si sollevasse il popolo contra di lui, mandò al marchese, con accordargli che entrasse in Ferrara, dove si tratterebbe amichevolmente di concordia fra le parti. Cadde buonamente nella rete il marchese, ed entrò con cento nobili del suo partito nella città. Allora Salinguerra, fatta correr voce che gli entrati con mala maniera prendevano il vivere per sè e per li loro cavalli, e faceano altre insolenze, gridò all'armi, all'armi. Parte degli entrati ebbe la fortuna di salvarsi col marchese, gli altri restarono uccisi, e fra questi Tisolino da Campo San Pietro, nobilissimo cavalier padovano, nel ritirarsi fu fermato dai contadini d'una villa chiamata Girzola, o Guzola. Dopo averne ammazzati alcuni, senza mai volersi rendere, per mano di quella canaglia perdè miseramente la vita, del che fu non lieve dolore e compassione per tutta la marca veronese. Contuttociò neppure per questo imparò il marchese d'Este a conoscere se Salinguerra fosse personaggio da fidarsi di lui. I nobili milanesi fuorusciti [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 255.] ed Arrigo da Settala arcivescovo, che aveano per loro capo Ottone da Mandello, erano tuttavia in rotta coi popolari padroni della città, governati da Ardigetto Marcellino. Seguirono guasti ed incendii non pochi nel distretto. Finalmente i due nemici eserciti vennero a fronte in campagna, ed ognun si aspettava che si venisse alle mani; quando, essendosi interposte persone savie e zelanti del pubblico bene, segui pace fra loro. Nel mese di marzo del presente anno Sozzo, o Gozzo de' Coleoni da Bergamo, podestà di Cremona, ebbe la gloria di far pace fra i nobili e i popolari di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.], e di pubblicarla nella piazza maggiore di quella città, con determinare che i nobili avessero la metà degli onori e due parti delle ambascerie, e il popolo la metà degli onori e la terza parte delle ambascerie. Ecco i motivi ordinarii delle guerre civili in questi tempi fra la nobiltà e il popolo delle città libere. Ma non passarono molti mesi che i nobili, costretti ad abbandonar la città colle lor famiglie, tornarono alle lor castella, e ricominciarono la guerra contro la città. Riuscì in quest'anno ai Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Italic.] dopo un lungo e forte blocco di ridurre all'antica lor suggezione ed ubbidienza la città di Ventimiglia. Ereditario era l'odio e l'emulazione fra essi Genovesi e i Pisani; e, dovunque si trovavano, poco ci voleva ad accendersi lite fra loro, e la lite per lo più si decideva coll'armi. In quest'anno appunto nella città d'Accon, ossia d'Acri, segui una fiera baruffa fra queste due nazioni. Ebbero la peggio i Pisani. La vendetta che ne fecero fu di appiccar fuoco alle case de' Genovesi, per cui non solamente rovinò la lor torre, che era di mirabil bellezza e di grande altezza, ma ne rimase anche la maggior parte di quella città distrutta. Il re Giovanni favoriva i Pisani, e però gran danno n'ebbero i Genovesi.
MCCXXIII
| Anno di | Cristo MCCXXIII. Indizione XI. |
| Onorio III papa 8. | |
| Federigo II imperadore 4. |
O era sul fine del precedente anno venuto, o certamente sul principio di questo venne a Roma Giovanni di Brenna re di Gerusalemme, con somma benignità e molte carezze accolto dal pontefice Onorio III. Erano con lui i gran mastri de' cavalieri templarii, ospitalarii e teutonici [Ricard. de S. German., in Chron. Raynald., Annal. Eccl.]. Allora il papa invitò l'imperador Federigo II ad un congresso, che si dovea tenere in San Germano. Non mancò Federigo, mossosi di Sicilia, d'essere colà al tempo prefisso; ma perciocchè il sommo pontefice tuttavia si trovava incomodato dal male della gamba, nè potè fare quel viaggio, Ferentino fu destinato per quell'abboccamento. V'intervennero il papa, l'imperadore, il re di Gerusalemme co' suoi, e molti altri signori, colà invitati dal papa zelantissimo per gli affari di Terra santa. Restò ivi conchiuso, che giacchè duravano le tregue coi Saraceni, e tempo si richiedeva per fare i necessarii preparamenti, l'Augusto Federigo da lì a due anni nella festa di san Giovanni Batista farebbe il passaggio in Levante con tutte le forze sue: al che egli si obbligò con solenne giuramento, sotto pena della scomunica. Fu stabilito inoltre che esso Federigo contraesse allora gli sponsali con Jolanta figliuola unica del suddetto Giovanni re di Gerusalemme, per celebrarne il matrimonio a suo tempo: con che si figurò il saggio pontefice di maggiormente animar Federigo a quell'impresa per la speranza di acquistare un regno, di cui doveva essere erede la suddetta Jolanta. Terminato il congresso, passò il re Giovanni in Francia, in Inghilterra e in Ispagna a cercar de' soccorsi. Onorio papa anch'egli continuò con calde lettere le paterne esortazioni e preghiere sue ai re e principi della cristianità, acciocchè ciascuno dal suo canto porgesse mano ai bisogni di Terra santa. Federigo, preso congedo dal papa, passò per Sora, e andò a Celano, che si trovava allora assediato dalle sue milizie. Era quella forte terra difesa da Tommaso antico conte d'essa. Benchè facesse venire la moglie e il figliuolo del medesimo conte per esortarlo a rendersi, nulla potè ottenere. Incamminossi Federigo verso la Sicilia; e non per anche s'era imbarcato, che, frappostosi il papa, il conte di Celano venne ad un accordo, per cui cedette all'imperadore Celano ed altre sue terre, con obbligo di uscire del regno, e facoltà di condur seco tutte le robe e gli aderenti suoi. Alla moglie di lui fu riserbata la contea di Molise, e datone anche il possesso. Eseguita la capitolazione, fu ordinato agli abitanti di Celano di uscirne coi loro mobili, e poi da' fondamenti fu distrutta quella terra, e gli abitanti furono col tempo trasportati in Malta per popolar quell'isola che oggidì è sì famosa. Passò dunque Federigo in Sicilia per attendere a domare i Saraceni più che mai ostinati nella lor ribellione. Il terribil flagello del tremuoto, che nel Natale dell'anno precedente recò tanta rovina a Brescia, se non apportò gran danno, cagionò ben gran terrore alla città di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Però quei popolari e nobili fuorusciti, prima divisi, compunti ora al vedere l'ira di Dio, spontaneamente conchiusero la pace fra loro; e il popolo, ito ad incontrare la nobiltà, l'introdusse lietamente nella patria comune. Ne' vecchi Annali di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] si legge che in quest'anno multae paces compositae fuerunt occasione Carthaginis. Ciò che si voglia dir questo autore, nol so io indovinare con quel nome di Cartagine. E che non paia errore in vece di terremoto, si può dedurre dal soggiugner egli: Eodem anno fuit terraemotus magnus. Altri ancora hanno riferito al presente anno il famoso terremoto dell'anno precedente, perchè accaduto nel Natale del Signore, da cui molte città cominciavano a contare l'anno nuovo. Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Storia del Monferrato.] accenna sotto questo anno una concession d'alcune castella fatta da Federigo imperadore a Guglielmo marchese di Monferrato con diploma dato nel mese di aprile di quest'anno in obsidione Cetani (Celani, credo io), e fra' testimoni si legge Rainaldus dux Spoleti. Questo medesimo duca di Spoleti il truovo io in altro diploma d'esso Federigo dell'anno 1220 da me dato alla luce [Antichità Estensi, P. I, cap. 41.], e in altri diplomi riferiti dal suddetto Benvenuto nel 1224, e dal Margarino [Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. CCXLVI.] nel 1226. È cosa da osservare, perchè in questi tempi il pontefice era in possesso del ducato di Spoleti. Dovea quel Rinaldo portarne solamente il titolo, perchè figliuolo di chi già ne era stato investito.
MCCXXIV
| Anno di | Cristo MCCXXIV. Indizione XII. |
| Onorio III papa 9. | |
| Federigo II imperadore 5. |
Tanto da Gotifredo Monaco [Godefridus Monachus, in Chron.], quanto dalle lettere dello stesso imperador Federigo, rapportate dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccl.], abbiamo che esso augusto per mostrare, oppure per far credere al pontefice l'animo suo risoluto per la liberazion di Terra santa, ed animar con ciò i principi di Germania a dar soccorsi per la sacra impresa, scrisse d'aver quasi in pronto cento galee ne' suoi porti ben armate; e ch'egli inoltre facea fabbricar cinquanta uscieri, ossia grosse navi da trasportar cavalleria: di modo che, secondo i suoi conti, potea condurre in esse sole cinquanta navi duemila cavalieri coi lor cavalli, e inoltre dieci mila fanti. Aveano questi uscieri i lor ponti da gittare in terra, per li quali avrebbono potuto gli uomini uscire a cavallo dalle navi stesse. Oltre a ciò, aspettava assaissimi altri legni da varie parti dell'Italia, capaci di una altra armata. Spedì ancora suoi uffiziali in Germania per far gente, e muovere que' principi, ed anche il re d'Ungheria, alla crociata, offerendo a tutti passaggio e danaro pel suo regno. Insomma pare ch'egli operasse daddovero fin qui per l'esecuzion delle sue promesse. Ma si doleva di saper di certo che niun soccorso si potea sperare dalla Francia ed Inghilterra, ch'erano in guerra fra loro; e fors'anche ricusavano di accudire alla sacra impresa, che finora era costata la vita di tante centinaia di migliaia d'uomini, e tanti tesori ai cristiani, con sì poco frutto in fine della cristianità. Intanto Giovanni re di Gerusalemme, ito in Ispagna, s'indusse a prendere in moglie Berengaria sorella del re di Castiglia. Non dovette già piacere all'Augusto Federigo un tal matrimonio, dacchè per isperanza di ereditare il di lui regno s'era indotto agli sponsali colla figlia del medesimo re Giovanni. E fin qui era durata la guerra in Sicilia contra de' Saraceni ribelli, che, afforzati nelle montagne, mostravano poca paura dell'armi cristiane. Tuttavia nell'anno presente furono così stretti, che finalmente la maggior parte d'essi implorò perdono, che ben volentieri concedette loro l'Augusto Federigo. Ma affinchè non inquietassero in avvenire la Sicilia, e cessasse ancora il pericolo che costoro tirassero un dì dall'Africa dei rinforzi della loro setta, prese Federigo lo spediente di trasportarli in Puglia, lungi dal mare, con dar loro ad abitare nella provincia di Capitanata la città di Nocera disabitata, che da lì innanzi fu appellata Nocera de' Pagani a distinzion d'altre Nocere. Scrive Giovanni Villani [Giovanni Villani, Chron., lib. 6, cap. 14.] che furono più di venti mila Saraceni da arme condotti colà: il che mi sembra esorbitante numero, considerando le lor famiglie che non sarebbono capite in Nocera. Ebbe anche Federigo la mira, colla fondazion di questa colonia maomettana, di tenere in briglia i Pugliesi. Col tempo ne fece doglianza la corte di Roma. Non mancano scrittori che credono succeduto molti anni dappoi un tal trasporto. Certo è che non finì qui la guerra coi Saraceni, e ne restò almeno in Sicilia un'altra parte di tuttavia contumaci [Richardus de S. Germano, in Chron.]. Federigo si servì di questo pretesto per chiamare in Sicilia Ruggieri dall'Aquila, Jacopo da San Severino, e il figliuolo del conte di Tricarico, fingendo di volersene valere contra d'essi Saraceni. Andarono que' baroni; furono messi in prigione; e sulle lor terre i regii uffiziali stesero le griffe. Il perchè non viene espresso. Tolse ancora alla contessa di Molise le sue terre, ed impose delle nuove gravezze ai popoli. S'egli fosse lodato per questo non occorre ch'io il dica.