Insorsero in quest'anno ancora delle brighe fra i nobili e popolari di Piacenza a cagion d'un omicidio [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.]; e di nuovo la nobiltà prese la risoluzione di ritirarsi fuori di città. Anche in Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] cominciò a metter piede la discordia in quest'anno fra i cittadini, e le fazion furono in armi. L'una d'esse prese la torre maggiore di San Geminiano, e vi si afforzò: laonde il podestà fece di molte condanne. Scritto è negli stessi Annali di Modena che Guglielmo marchese di Monferrato con grande accompagnamento di nobili lombardi andò in Alemagna, dove da lì a due anni mori. In vece di Alemanniam, s'ha quivi da scrivere Romaniam. Abbiamo da Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato.] che questo principe, lasciandosi trasportar dalla voglia di ricuperare il regno di Tessalia, che era stato da Teodoro Lascari tolto a Demetrio suo fratello, fece grande ammasso di gente, e specialmente di nobili suoi amici per quella impresa, ch'egli concepiva molto facile. Ma, mancandogli il danaro occorrente per tante spese, passò nell'anno presente in Sicilia affine d'impetrarne dall'imperador Federigo. Ottenne infatti da lui sette mila marche di argento al peso di Colonia, ciascuna delle quali pesava mezz'oncia, ma con dargli in pegno la maggior parte delle sue terre e dei suoi vassalli di Monferrato, tutte e tutti ad un per uno annoverati nello strumento riferito da esso Benvenuto; il che è una prodigiosa quantità. Potrebbe sospettarsi errore in quel sette mila, parendo troppo poco rispetto al pegno. Nè solamente impegnò a Federigo quegli Stati, ma gliene diede il possesso e le rendite da godersi finchè fosse restituita tutta la somma di esso danaro. Lo strumento di tale sborso e pegno fu fatto in Catania nel dì 24 di marzo dell'anno presente. Andò il marchese col fratello Demetrio e con Bonifazio suo figliuolo a Salonichi, e pare che riavesse quella ricca città; ma nel seguente anno vi lasciò la vita attossicato, per quanto fu creduto, dai Greci. Dopo aver perduta quasi tutta la sua armata, suo figliuolo Bonifazio se ne tornò in Italia, e Demetrio suo zio poco stette a venirsene anch'egli, cacciato di nuovo dai Greci. Questo infelice fine ebbe la spedizion del marchese Guglielmo. Come poi Bonifazio suo figliuolo disimpegnasse le terre suddette non l'ho ben saputo discernere.
La frode fatta in Ferrara l'anno 1222 da Salinguerra ad Azzo VII marchese d'Este, e la morte di Tisolino da Campo San Piero, che era de' più cari amici di esso marchese, stavano fitte nel cuore di questo principe [Roland., Chron., lib. 2, cap. 4. Chronicon Estense, tom. 14 Rer. Italic. Monachus Patavinus, in Chron.]. Egli perciò nell'anno presente, raunato un buon esercito dei suoi Stati, e degli amici di Mantova, Padova e Verona, volendone far vendetta, ritornò all'assedio di Ferrara. Tanto seppe fare e dire con lettere ed ambasciate affettuose l'astuto Salinguerra, che indusse il conte Riccardo da San Bonifazio con una certa quantità d'uomini a cavallo ad entrare in Ferrara, sotto specie di conchiudere un amichevole accordo. Ma, entrato, fu ben tosto fatto prigione con tutti i suoi, e però il marchese d'Este deluso si ritirò da quell'assedio. È da stupire come signori savii, i quali doveano essere abbastanza addottrinati dal precedente inganno, si lasciassero di bel nuovo attrappolare da quel solenne mancator di parola. Adirato per questo successo il marchese Azzo, si portò all'assedio del castello della Fratta, de' più cari che si avesse Salinguerra; e tanto vi stette sotto, che a forza di fame se ne impadronì, con infierir poi barbaramente contra que' difensori ed abitanti. Di ciò scrisse Salinguerra ad Eccelino da Romano suo cognato con amarezza; ed amendue cominciarono più che mai da lì innanzi a studiar le maniere di abbattere la fazion guelfa, di cui capo era il marchese d'Este. Negli Annali vecchi di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] si legge che i Veronesi, Mantovani e Ferraresi furono all'assedio del Bondeno, e se ne partirono con poco gusto ed onore. I Ferraresi uniti co' Veronesi dovettero essere i fuorusciti, aderenti al marchese d'Este. Mossero in quest'anno guerra gli Alessandrini ai Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.] per cagion della terra di Capriata, pretesa da essi di loro ragione. Ricavati molti aiuti dai Tortonesi, Vercellini e Milanesi, uscirono in campagna contra di quella terra. Non furono lenti ad accorrere alla difesa i Genovesi, alla vista de' quali batterono gli Alessandrini la ritirata. Restò preso ed incendiato Montaldello, castello degli Alessandrini, e Tessaruolo, castello de' Genovesi. Tornaronsi dopo queste baruffe le armate ai lor quartieri. Secondo gli Annali di Bologna [Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], passò in quest'anno per quella città Giovanni di Brenna re di Gerusalemme colla moglie, di ritorno dalla Germania.
MCCXXV
| Anno di | Cristo MCCXXV. Indizione XIII. |
| Onorio III papa 10. | |
| Federigo II imperadore 6. |
Tali vessazioni ebbe in quest'anno papa Onorio III da Parenzio, senatore di Roma, e dal senato romano, che fu necessitato a partirsi da quella città con passare ad abitare in Tivoli [Richardus de S. Germano.]. Era venuto in questo mentre da oltramonti Giovanni re di Gerusalemme colla moglie Berengaria. Prese stanza in Capoa, ben accolto e trattato d'ordine dell'imperadore. Quivi gli partorì la regina una figliuola. Andò poi a Melfi ad aspettar l'imperadore, il quale in questi tempi chiamò tutti i baroni e vassalli di Puglia, per continuar la guerra ai Saraceni. Ma perciocchè cominciava ad avvicinarsi il tempo de' due anni pattuiti, dopo i quali s'era obbligato a fare il passaggio di Terra santa, nè egli avea gran voglia di passare quel sì gran fosso, inviò il re Giovanni a papa Onorio per ottener nuove dilazioni. Era il pontefice in Rieti; ascoltò benignamente le dimande e scuse di Federigo, e poscia spedì a San Germano Pelagio vescovo d'Albano, e Guala cardinale di San Martino, acciocchè stabilissero con lui una nuova convenzione. Colà comparve ancora Federigo, e fu risoluto che egli nell'agosto dell'anno 1227 irremissibilmente passerebbe in aiuto di Terra santa, e militerebbe per due anni in quelle contrade con mille uomini d'armi da tre cavalli l'uno, e cento legni da trasporto, e cinquanta galee ben armate. In questo mezzo egli darebbe il passaggio a due mila uomini d'armi coi lor famigli. Se non eseguiva, gli era intimata la scomunica papale; ed egli fece giurare Rinaldo duca di Spoleti nell'anima sua, che compierebbe la promessa fatta. Dava non poco da pensare ad esso imperadore il contegno de' Milanesi, che fin qui non lo aveano voluto riconoscere per re, nè per imperadore. Perciò spedì lettere circolari ai principi di Germania e di Lombardia, e ai podestà delle città libere d'Italia, acciocchè comparissero per la Pasqua di Risurrezione dell'anno seguente a Cremona, dove pensava di tenere un gran parlamento. Intanto insorsero delle amarezze fra lui e papa Onorio. Ne fu la cagione l'avere il pontefice provveduto di vescovi le chiese vacanti di Salerno, Capoa, Consa ed Aversa, senza che ne sapesse parola Federigo. Stimò egli questo di grave pregiudizio alla sua corona, e però vietò il possesso di quelle chiese a quei prelati. Venuto poscia il mese di novembre, arrivò felicemente a Brindisi Jolanta figliuola di Giovanni re di Gerusalemme; e in quella città si celebrarono solennemente le di lei nozze con Federigo. Scrisse il Sigonio [Sigon., de Regno Ital., lib. 17.] con altri che queste nozze furono fatte in Roma, ed aveva il pontefice coronata Jolanta nel Vaticano. Riccardo da San Germano, autore contemporaneo, chiaramente attesta che tal funzione seguì in Brindisi. Circa questi tempi i Milanesi ed altre città di Lombardia cominciarono a rinnovar la lega lombarda, già nata sotto Federigo I Augusto. Vedevano essi che Federigo II era principe che in Sicilia e Puglia aggravati tenea, bassi e in briglia i suoi popoli e baroni, voleva anche comandare a bacchetta per mezzo de' suoi uffiziali in Lombardia; insomma facea paura a tutti, siccome principe di gran potenza, di non minore attività, ambizione ed accortezza, ma di poca fede. Se vogliam credere a Gotifredo Monaco [Godefridus Monachus, in Chron.], papa Onorio III, neppur egli fidandosi di Federigo, fu il promotore della rinnovazion della lega di Lombardia. Abbiamo poi da Rolandino [Rolandinus, Chron., lib. 2, cap. 4.], che i rettori di Lombardia (il che vuol dire della lega) tanto si adoperarono, che fecero mettere in libertà Riccardo conte di San Bonifazio con tutti i suoi, fraudolentemente presi nell'anno addietro in Ferrara da Salinguerra. Tornossene egli alla sua città di Verona [Monachus Patavinus, in Chron.]; ma pochi mesi passarono che molti nobili e potenti della sua fazione in essa città, corrotti dal danaro di Salinguerra, si unirono coi Montecchi ghibellini della fazione contraria, e il cacciarono da Verona. Allora fu che Eccelino da Romano, il quale unitissimo con Salinguerra tenne mano a questi trattati, corse a Verona in rinforzo de' Montecchi, e incominciò a prendere un po' di dominio in quella città. Si ricoverò il conte Riccardo in Mantova, città che l'amava forte, e sua protettrice fu sempre. Ma dispiacendo queste civili rotture ai rettori della lega lombarda, in tempo ch'era cotanto necessaria l'unione per resistere ai disegni dell'imperador Federigo, impiegarono sì vigorosamente i loro uffizii, che per ora pace seguì, e il conte ritornò a Verona.
Perchè continuavano le discordie fra i cittadini di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], il marchese Cavalcabò, podestà d'essa città, fece atterrar tutte le torri de' nobili, per levar loro il comodo di farsi guerra l'uno all'altro dalle medesime torri. Altrettanto si praticò in altre città in varii tempi pel medesimo fine. Per attestato di Galvano Fiamma [Gualv. Flamm., in Manipul. Flor., cap. 258.], cessò in quest'anno la divisione fra i nobili e popolari di Milano. Il suono della vicina venuta dell'imperador Federigo persuase loro la pace ed unione per evitare i pericoli di perdere la lor libertà. Nè si dee tacere, che in questo anno ebbe principio la nimistà fra esso imperadore e il suocero suo Giovanni re di Gerusalemme. Avea Giovanni conseguito il titolo di re per avere sposata la principessa Maria erede del regno gerosolimitano. Da questo matrimonio essendo nata un'unica figliuola, cioè Jolanta, divenuta moglie di Federigo II Augusto, certo è che la medesima portava seco in eredità lo stesso regno; nè Federigo tardò molto ad aggiugnere nei suoi sigilli e diplomi il Rex Hierusalem, e mandò anche uffiziali a prenderne il possesso; cosa che fu mal sentita da tutti. Giovanni, principe per altro di gran valore e senno, che non avea pensato a premunirsi contra di questo colpo, immaginandosi che la figliuola e il genero gli lascerebbono godere, finchè egli vivesse, quel per altro troppo lacerato regno, perchè della maggior parte erano possessori i Saraceni, trovandosi ora deluso, la ruppe con Federigo nell'anno vegnente, e mosse da lì innanzi cielo e terra contra di lui. Le Croniche di Bologna [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.] riferiscono a quest'anno il divieto fatto da Federigo Augusto dello studio generale di Bologna, acciocchè gli scolari andassero a quel di Napoli, istituito veramente da lui nel precedente anno, per testimonianza di Riccardo da San Germano [Richardus de S. German., in Chron.], con invitar colà da tutte le parti insigni professori dell'arti e delle scienze. Più probabile è, che questa percossa arrivasse a Bologna solamente nell'anno seguente: percossa gravissima, se fosse durata a quella città, perchè dall'università degli studii colavano in Bologna immense ricchezze, che poi servivano a renderla sì orgogliosa e manesca contra di tutti i vicini. Vi furono degli anni, nei quali si contarono dieci mila scolari in Bologna. Tutti vi portavano buone somme di denaro. E forse circa questi tempi ebbe principio l'università di Padova pel divieto fatto nell'anno presente, o, per dir meglio, nel seguente, dal suddetto imperador Federigo [Raynaldus, in Annal. Eccles.]. Procurò parimente esso Augusto che il sommo pontefice si interponesse per ridurre al loro dovere i Milanesi ed altri popoli di Lombardia, i quali più che mai si faceano conoscere alieni d'animo dall'imperadore, e gli negavano ubbidienza per antico odio contro la casa di Suevia, e per nuovi sospetti, che Federigo pensasse a mettergli in ischiavitù. Scrisse il papa delle forti lettere ma i Lombardi, o perchè sapevano che non le avea scritte di buon cuore, o perchè queste non furono bastanti ad affidarli, continuarono a far de' preparativi per difendersi dai di lui attentati. Seguitò in quest'anno ancora la guerra fra gli Alessandrini e Tortonesi dall'un canto, e i Genovesi ed Astigiani comperati con danaro dall'altro [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.]. Fecero i Genovesi lega ancora con Tommaso conte di Savoia, che si obbligò di mantenere in lor favore ducento uomini d'armi, cadauno con un donzello armato e due scudieri. Si fece anch'egli ben pagare. I Milanesi, all'incontro, e i Vercellini spedirono dei rinforzi agli Alessandrini. Diedersi i loro eserciti varie spelazzate, ma si guardarono di decider le liti con una giornata campale. Abbiamo nondimeno dalla Cronica d'Asti [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.] che circa la metà di giugno gli Astigiani, ad istanza de' Genovesi, uscirono in campagna, e presso a Quatorda venuti alle mani cogli Alessandrini, voltarono infine le spalle, con lasciarvi circa dugento prigioni. Tornarono poscia in campo, e vicino a Calamandrona, attaccata di nuovo battaglia cogli Alessandrini, nel dì 7 di settembre ne riportarono una rotta più sonora, per cui circa ottocento de' loro soldati rimasti prigionieri stettero nelle carceri di Alessandria con incredibili patimenti per quasi due anni e mezzo, e molti vi morirono. Ebbero gli Astigiani per questa guerra danno per più di ducento mila lire. Di tali svantaggi non si vede parola negli Annali di Genova, secondo il costume degli storici che tacciono o infrascano i sinistri loro avvenimenti, ed ingrandiscono ed esaltano i prosperosi. In Milano, per saggio maneggio di Aveno da Mantova podestà, si formò nuova concordia fra i nobili e popolari. Il Corio [Corio, Istor. di Milano.] ne rapporta lo strumento colle note cronologiche, poco esattamente, a mio credere, copiate, dove si leggono tutte le condizioni dell'accordo.
MCCXXVI
| Anno di | Cristo MCCXXVI. Indiz. XIV. |
| Onorio III papa 11. | |
| Federigo II imperadore 7. |