Il minor pensiero, che si avesse in questi tempi l'imperador Federigo, era quello della spedizione in Terra santa. Unicamente gli stava a cuore la Lombardia, in cui collegatisi i Milanesi con altri popoli, davano abbastanza a conoscere di non volere che egli mettesse loro il giogo. Per altro erano in Italia de' cattivi umori in volta. Federigo sospettava che il papa segretamente lavorasse delle mine contra di lui, e tenesse buone corrispondenze coi Lombardi. All'incontro al papa non mancavano dei gravi motivi d'essere disgustato di Federigo, che dispoticamente taglieggiava non meno i laici che gli ecclesiastici del suo regno, per adunar tesori, da impiegare non già in soccorso della cristianità in Levante, ma per opprimere i Lombardi. Taccio altri motivi, nell'esame de' quali io non oso entrare, perchè i gabinetti de' principi son chiusi agli occhi miei. Ma non si può far di meno di non riconoscere che in questi tempi era forte imbrogliata la politica colla religione, e che Federigo II specialmente anteponeva la prima alla seconda. Fuor di dubbio è, che [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.] esso Federigo scrisse con dell'alterigia una mano di doglianze al sommo pontefice, il quale gli rispose in buona forma, tacciandolo d'ingratitudine verso la santa Sede e verso il re Giovanni, di maniera che esso imperadore tornò poi a scrivere delle lettere meglio concertate ed umili, perchè conobbe di quanto pregiudizio gli potesse essere il romperla colla corte di Roma. Abbiamo da Riccardo da San Germano [Richardus de S. Germano, in Chron.] che sul principio di questo anno Federigo, ben lontano dal voler passare in Levante, e dall'adempiere le promesse e i giuramenti, intimò a tutti i baroni e vassalli di tenersi pronti per la spedizione di Lombardia a Pescara nel dì 6 di marzo. Lasciata poi l'imperadrice in Terracina di Salerno, al divisato giorno fu in Pescara; e di là, mosso l'esercito, venne nel ducato di Spoleti, dove comandò ai popoli di quella contrada di accompagnarlo coll'armi in Lombardia. Ricusarono essi di ubbidirlo senza espresso ordine del papa, di cui erano sudditi. Replicò lettere più vigorose colla minaccia delle pene; e que' popoli le inviarono al papa, il quale risentitamente ne scrisse a lui, lamentandosi di un tale aggravio. Allora fu che corsero innanzi e indietro le querele di sopra accennate. Questo ci fa ben intender quai giusti motivi si avessero allora di sospettare che questo principe fosse dietro a calpestar gl'Italiani, dacchè niun riguardo avea neppure pel sommo pontefice. Come poterono, il meglio vi provvidero i Lombardi, col rinforzar maggiormente la loro lega. Nel dì 2 di marzo nella chiesa di San Zenone nella terra di Mosio, distretto di Mantova, fu stipulato lo strumento di essa lega pubblicato dal Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.], in cui i deputati di Milano, Bologna, Piacenza, Verona, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli, Lodi, Bergamo, Torino, Alessandria, Vicenza, Padova e Trivigi, stabilirono fra loro una stretta alleanza di difesa ed offesa per venticinque anni avvenire, in vigore della concession loro fatta da Federigo I Augusto di poter fare e rinnovar leghe per la propria difesa. Dalle lettere di papa Onorio III apprendiamo [Raynaldus, in Annal. Eccles.] che anche il marchese di Monferrato, Crema, Ferrara, i conti di Biandrate, ed altri luoghi e signori furono di questa lega. Da Spoleti si trasferì l'Augusto Federigo II a Ravenna, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 19 d'aprile; e perciocchè Bologna e Faenza gli erano contrarie, passò lungi da esse città, e venne a postarsi coll'armata a San Giovanni in Persiceto. Di là portossi ad Imola, e tanto vi si fermò, che, come prima, fu cinta di bastioni e fosse quella città per dispetto de' Bolognesi. Andava egli differendo la sua venuta a Cremona, per tenervi la progettata dieta, sulla speranza che il re Arrigo suo figliuolo, chiamato dalla Germania, coll'esercito tedesco e molti principi di quel regno calassero. Ma questi, secondo l'attestato di Gotifredo Monaco [Godefridus Monachus, in Chron.], venuti fino a Trento, per sei settimane furono astretti a fermarsi colà, perchè i Veronesi aveano presa ed armata la Chiusa nella valle dell'Adige, nè lasciavano passar persona che andasse o venisse dalla Germania. Perciò il re Arrigo co' suoi, senza poter vedere l'Augusto suo padre, se ne tornò indietro, con lasciar nondimeno in Trento una trista memoria della sua venuta; perciocchè nella di lui partenza accidentalmente attaccatosi il fuoco a quella città, la ridusse quasi tutta in un mucchio di pietre. Venne poscia l'imperador Federigo sino a Parma, e quivi s'accorse che poche città in Lombardia, oltre a Modena, Reggio, Parma, Cremona, Asti e Pavia, erano per lui. E portatosi di là a Cremona, vi tenne ben la dieta [Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Ital.], ma non già col concorso di gente ch'egli sperava, e senza che alcuno v'intervenisse della lega lombarda. Vi spedirono i Genovesi il loro podestà Pecoraio da Verona con una nobil comitiva. I Lucchesi, i Pisani e i marchesi Malaspina si fecero anch'essi conoscere fedeli ad esso Augusto. Amareggiato al sommo Federigo dall'avere scoperto maggiore di quel che credeva il numero dei collegati contra di lui, e tutti preparati a ripulsare coll'armi le offese, sen venne a Borgo San Donnino, dove mise al bando dello imperio e dichiarò ree di lesa maestà le città della lega, cassando i lor privilegii. Fece anche fulminar dal vescovo d'Ildesein la scomunica contra di que' popoli, che ne dovettero ben fare una risata.

Era egli nel mese di giugno in essa terra di Borgo San Donnino, siccome costa da tre suoi diplomi [Antiquit. Italic., Dissert. XXVII, pag. 705, et XLVII, et XLIX.], spediti in favore della città di Modena. Nel primo conferma i suoi privilegii e diritti ad essa città, concedendole ancora la facoltà di batter moneta. Nel secondo annulla l'ingiusto laudo già proferito da Ubertino podestà di Bologna intorno ai confini tra il Modonese e Bolognese, con dichiarare minutamente essi confini con dei nomi, oggidì difficili ad intendersi, ma con apparir chiaramente che la potenza di Bologna col tempo usurpò non poco territorio al popolo di Modena. Il terzo è una conferma della concordia seguita fra i Modonesi e Ferraresi, Costituì l'imperadore suo legato in Italia Tommaso conte di Savoia [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.]; ed avvenne che i popoli di Savona, di Albenga e di altri luoghi della riviera di Ponente, sottrattisi dall'ubbidienza de' Genovesi, si diedero al medesimo conte di Savoia, e gli giurarono fedeltà: il che sommamente turbò il popolo di Genova. Trovato che ebbe l'imperador Federigo sì mal disposti contra di lui gli animi di tante città di Lombardia, e di non aver seco forze da potersi far rispettare e temere, se ne tornò malcontento in Puglia. Quivi, scorgendo che era tempo di trattar soavemente col pontefice Onorio, ammise alle lor chiese gli arcivescovi e vescovi di Salerno, Brindisi, Consa, Aversa ed altri, già creati senza suo consentimento; ed insinuò al medesimo papa di voler lui per arbitro delle differenze che passavano fra la persona sua e le città lombarde. Niuna difficoltà ebbero le stesse città di rimettersi anch'elleno nel sommo pontefice; e però spedirono a Roma i lor deputati [Richardus de S. Germano.]. Federigo del pari inviò colà per suoi plenipotenziarii gli arcivescovi di Reggio, di Calabria e di Tiro; e il gran mastro dell'ordine de' Teutonici. Sentenziò poscia il papa che Federigo concedesse il perdono alle città e persone collegate, e cassasse tutti i processi e le sentenze emanate contra di loro, e nominatamente quella dello Studio e degli scolari di Bologna; e facesse confermar tutto dal re Arrigo suo figliuolo. Obbligò le città collegate a somministrar quattrocento uomini d'armi all'imperadore in sussidio di Terra santa; e che si restituissero tutti i prigioni, e che esse facessero pace colle città aderenti all'imperadore, con altre condizioni ch'io tralascio. Si accomodò a tutto Federigo per non potere allora di meno; ma covando nel medesimo tempo un fiero rancore, da lì innanzi andò ruminando le maniere di vendicarsi. E ben se l'immaginavano i Lombardi: perlochè seguitarono a vegliare e a fortificarsi per tutto quello che potesse occorrere. In questa occasione fu che i Bolognesi fabbricarono ai confini del Modonese [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] Castelfranco, e i Modonesi all'incontro d'esso castello fabbricarono Castello Leone. Le Croniche di Bologna [Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.] mettono la fondazion di questi castelli all'anno seguente. Passò a miglior vita in quest'anno nel dì 4 di ottobre il mirabil servo di Dio san Francesco d'Assisi nella patria sua, con aver veduto in sua vita l'ordine suo già dilatato per tutta quasi la cristianità. Seguì nell'anno presente pace fra i nobili e popolari di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. E i Bolognesi mandarono a Mantova in servigio de' collegati lombardi [Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.] ducento cinquanta cavalieri e cinquanta balestrieri, forse per sospetti che potesse calar gente di Germania, o per sopire qualche discordia in quella città. Dagli Annali di Asti [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.] abbiamo che in questi tempi cominciarono gli Astigiani a prestare ad usura in Francia e in altri paesi d'oltramonti, e vi fecero dei gran guadagni; ma col tempo di molti guai soffrirono nelle persone e nella roba. Questo iniquo e scandaloso traffico (ed è ben da notare) era in questi tempi il più favorito mestiere d'altri Lombardi; ma sopra gli altri vi si applicavano e in esso s'ingrassavano i prestatori ed usurai fiorentini, ed altri Toscani sparsi per Francia ed Inghilterra. Dal che, a mio credere, ebbe principio la potenza del popolo fiorentino. Di così pestilente costume ho io trattato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XVI.]. Benvenuto da Imola ne' suoi Commenti sopra Dante [Benvenut., tom. 1 Antiq. Ital.] scriveva circa il 1390, che anche a' suoi tempi gli Astigiani erano ricchissimi perchè tutti usurai.


MCCXXVII

Anno diCristo MCCXXVII. Indizione XV.
Gregorio IX papa 1.
Federigo II imperadore 8.

Leggesi da me prodotto un diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XLVI, pag. 909.], con cui Federigo II Augusto nel dì primo di febbraio in quest'anno 1227 rimette in sua grazia ed assolve da ogni offesa a lui fatta le città di Milano, Piacenza, Bologna, Alessandria, Torino, Lodi, Faenza, Bergamo, Mantova, Verona, Padova, Vicenza, Trivigi, Cremona, il marchese di Monferrato, il conte di Biandrate, ed altri luoghi, affinchè la discordia non pregiudichi al negozio della Terra santa, specialmente cassando la costituzione sua, con cui aveva abolito lo Studio pubblico di Bologna. In Bologna appunto s'era ritirato Giovanni di Brenna re di Gerusalemme, dacchè esso imperador Federigo, facendo valere i diritti di Jolanta figliuola d'esso Giovanni, e moglie sua, l'uvea spogliato di quella parte del regno di Gerusalemme che restava libera dal giogo de' Saraceni. In quella città, secondo le Croniche di Bologna [Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], si fermò per sei mesi, nel qual tempo gli mori una figliuola partoritagli dalla regina Berengaria sua moglie. Parve a tutti, e massimamente al pontefice Onorio III, un'insoffribil crudeltà quella di Federigo, di avere ridotto, per così dire, in camicia un principe di tanto valore e prudenza, di cui più che mai abbisognavano gl'interessi di Terra santa. Ne scrisse con fervore esso papa all'imperador Federigo [Raynaldus, in Annal. Eccl.], esortandolo a qualche accordo, e a trattar meglio un sì degno suocero. Ma l'ambizioso ed interessato Federigo fece le orecchie sorde, nè un soldo, nè un ritaglio di Stati gli volle concedere. Il perchè, mosso a pietà il suddetto pontefice, generosamente diede ad esso re il governo di tutta la terra che è da Radicofani sino a Roma, con escluderne la marca d'Ancona, il ducato di Spoleti, Rieti e la Sabina. Questo tratto di paese abbracciava Acquapendente, Montefiascone, Montalto, Civitavecchia, Corneto, Perugia, Orvieto, Todi, Bagnarea, Viterbo, Narni, Toscanella, Orta, Amelia, ed altre terre e città. Intanto non cessava il buon papa di sollecitare in Lombardia e in Germania i soccorsi di Terra santa, figurandosi pure che Federigo avesse da compiere il voto con cui s'era tante volte obbligato alla spedizione d'Oriente. Ma mentre il buon pontefice è tutto intento a rimettere la pace fra i cristiani, e a promuovere l'impresa di Gerusalemme: eccoti la morte che viene a rapirlo nel dì 18 di marzo dell'anno presente [Richardus de S. Germano. Albert. Stadens. Matthaeus Paris. et alii.]. In luogo suo succedette Ugolino cardinale e vescovo d'Ostia dei conti di Segna ed Anagni, parente del glorioso pontefice Innocenzo III. Concorrevano in questo personaggio molte delle più eminenti virtù che si possano desiderare nel visibil capo della Chiesa di Dio; e di gran pruove ne aveva egli dato dianzi in varie sue legazioni. Prese egli il nome di Gregorio IX, con giubilo universale del popolo romano, e nel dì 21 del suddetto mese solennemente consecrato andò a prendere il possesso della basilica lateranense. S'applicò egli ben tosto a dar compimento alla pace intavolata dal suo predecessore fra l'imperador Federigo II e le città collegate di Lombardia, e cominciò a sollecitar lo stesso imperadore per l'impresa di Terra santa. Mostravasi disposto Federigo al passaggio, giacchè si avvicinava il termine de' due anni, dopo i quali avea da muoversi [ Richardus de S. Germano, in Chron.]. E per farlo ben credere, gravò di molte contribuzioni i suoi popoli, e non meno gli ecclesiastici. Nel mese di luglio arrivò di Germania Lodovico langravio di Turingia con un esercito di crociati, e passò sino a Brindisi, dove era preparata la flotta per l'imbarco. Venne Federigo ad Otranto, e, lasciata quivi l'imperadrice, si portò a Brindisi, dove erano concorsi tutti i crocesignati sì di Germania e d'Inghilterra, che d'Italia, e fece allestire i vascelli da trasporto. Si trovò che di quell'esercito molti erano periti, ed altri s'erano infermati per li caldi della stagione, a' quali non erano usati i Tedeschi, ed anche per l'aria cattiva di Brindisi. Della lor perdita fu incolpato Federigo. Moltissimi per questo se ne tornarono indietro. Imbarcati i restanti, e mandatili innanzi, lo stesso Federigo col langravio entrò in nave nel dì 8 di settembre, e con esso lui arrivò ad Otranto. Quivi il langravio, caduto infermo, finì di vivere, e l'imperadore, sorpreso anch'egli da malattia, non potè proseguire il viaggio. In Roma fu presa questa per una finzione, e si mormorò forte di Federigo; anzi, come in tali casi avviene, giunsero fino a credere ch'egli col veleno si fosse sbrigato del langravio. Però papa Gregorio pien di sdegno e d'affanno per questi successi, senza commonitorio o citazione alcuna, dichiarò nel dì 29 del suddetto mese Federigo incorso nella scomunica, decretata ne' precedenti trattati.

Di ciò informato Federigo, inviò a Roma gli arcivescovi di Reggio, di Calabria e di Bari, e Rinaldo chiamato duca di Spoleti, e il conte Arrigo di Malta a portar le sue scuse e ragioni, con sostener vera la malattia sopraggiuntagli, con chiamar Dio in testimonio di questo. Dio appunto, scrutatore de' cuori, sa quello che veramente fu. A buon conto, il pontefice, valutate per nulla quelle giustificazioni, rinnovò nel dì di san Martino la pubblicazione della scomunica contra di lui, e ne diede avviso con sue lettere a tutta la cristianità. Federigo anch'egli venuto a Capoa, di là spedi a tutti i principi cristiani un manifesto pungente, in cui si studiava di giustificar la sua condotta [Abbas Urspergens., in Chron.], e con varie invettive di far conoscere indebite quelle censure. Nè contento di ciò, mandollo anche a Roma, e lo fece pubblicamente leggere nel Campidoglio, con licenza del senato e popolo romano, a cui cominciò a far di molte carezze. Inviò eziandio delle circolari, con intimare un gran dieta in Ravenna nel marzo dell'anno seguente. Ed affinchè il mondo non credesse che per paura e con inganno egli si fosse ritirato dal passaggio in Levante, pubblicò dappertutto che l'intraprenderebbe nel prossimo venturo maggio. Ma siccome s'era egli di già guadagnato il concetto di principe doppio, non avea corso questa sua moneta se non presso la gente troppo buona. Intanto la scomunica e discordia suddetta apri la porta ad innumerabili disordini e scandali, che per lungo tempo sconvolsero tutta l'Italia. Succedette in quest'anno gran mutazione in Verona. Siccome di sopra accennammo, era diviso quel popolo in due fazioni, l'una aderente a Riccardo conte di San Bonifazio, e chiamavasi la parte del marchese, cioè del marchese di Este, ossia guelfa; e l'altra era la ghibellina de' Montecchi, aderente a Salinguerra di Ferrara e ad Eccelino da Romano [Roland., lib. 2, cap. 8.]. Se l'intesero i Montecchi con Eccelino, allora abitante in Bassano. Costui, mossa insieme quanta gente potè, con essa marciò per istrade disastrose e non praticate di Valcamonica, per ghiacci e nevi, coll'arrivare all'improvviso a Verona [Chronic. Veronense, tom. 8 Rer. Ital]. Ivi, dato all'armi, fecero prigione il podestà, cioè Guiffredo da Pirovano milanese; restò anche cacciato dalla città il conte Riccardo coi nobili del suo partito i quali si rifugiarono chi a Mantova, chi a Padova e chi a Venezia. Fu creato podestà di Verona il suddetto Eccelino, che non istette molto ad atterrar tutti i palagi e case del conte Riccardo e de' suoi partigiani; ed è quello stesso che poscia per le sue crudeltà divenne sì rinomato in tutta l'Italia. Questo fu il vero principio di quella grandezza, a cui a poco a poco andò egli salendo. Non so io dire se in quest'anno medesimo oppure nel seguente succedesse anche una rivoluzion di governo nella città di Vicenza [Gerard. Mauritius, Hist. Antonius Godius, Chronic.]. Alberico fratello di Eccelino aveva in quella città la sua fazione, e veggendola maltrattata dal podestà, che era Albrighetto da Faenza, nemico de' fratelli da Romano, ne meditò la vendetta. Comunicato il suo disegno ad Eccelino, questi colle forze dei Veronesi andò diritto a Vicenza, dove, levato rumore, ognun trasse all'armi, e si fece più d'un combattimento nella città. Ancorchè i Padovani venissero in soccorso della parte guelfa, pure, arrivato che fu Eccelino, con grande strage mise in rotta i Padovani, e convenne ch'essi co' Guelfi uscissero di Vicenza. Alberico vi fu fatto podestà; e in questa maniera tanto Verona che Vicenza presero il partito de' Ghibellini, con grave abbassamento della parte del marchese, ossia della guelfa. In quest'anno i Bolognesi, che pur voleano attaccar guerra coi Modenesi [Annales Vetns. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], fabbricarono le castella di Crevalcore, di Budrio, di Serravalle, ed altre ai confini del Modenese. Cominciarono anche ad assalir le terre modenesi del Frignano, e vi fu qualche zuffa. Condussero poscia l'esercito sotto il castello di Bazzano spettante a Modena; ma poco vi profittarono. Fecero in quest'anno i Genovesi tutto il loro sforzo d'armi per terra e per mare [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.], affine di ricuperare le ribellate città di Albenga e Savona, animati all'impresa dal saggio lor podestà Lazzaro di Gherardino Giandone da Lucca. Arrivato il loro esercito sotto Savona, con tal empito e bravura superò le fortificazioni esteriori fatte da quel popolo, che fu astretto ad implorar misericordia. Di là fuggi co' suoi Savoiardi Amedeo conte di Savoia, figliuolo del conte Tommaso. Anche Albenga mandò a capitolare. Frappostisi poi gli ambasciatori di Milano per terminar la discordia che restava fra essi Genovesi e gli Astigiani dall'una parte, e gli Alessandrini e i Tortonesi dall'altra, fatto fu compromesso di quelle differenze nel comune di Milano, il qual poi diede il suo laudo, con poco piacere nondimeno de' Genovesi.


MCCXXVIII

Anno diCristo MCCXXVIII. Indizione I.
Gregorio IX papa 2.
Federigo II imperadore 9.