Era forte irritato l'imperador Federigo per la scomunica contra di lui fulminata da papa Gregorio, che anche nell'anno presente fu confermata nel giovedì santo, colla giunta di assolvere dal giuramento di fedeltà i di lui sudditi, massimamente quei di Puglia e di Sicilia [Vita Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Richardus de S. Germano, in Chron.]. Però studiossi di farne vendetta, e guadagnò sotto mano molti nobili romani, e specialmente i Frangipani, acciocchè fossero per lui contra del papa. Aveano essi per cagion di Viterbo delle liti col medesimo pontefice. Scoppiò la loro congiura nel terzo dì dopo Pasqua, e, sollevatosi il popolo, tali ingiurie ed insolenze commisero, che fu obbligato Gregorio a levarsi di Roma. Andò a Rieti, dove, intendendo che Federigo facea contribuir anche gli ecclesiastici pel passaggio in Terra santa, spedi lettere, con ordine di non pagare un soldo. Passò dipoi a Spoleti, e andò a fissare il suo soggiorno in Perugia. Partorì l'imperadrice Jolanta in quest'anno in Andria di Puglia al marito Augusto un principe maschio, a cui fu posto il nome di Corrado; ma ella stessa morì di quel parto, compianta da tutti. Nell'aprile Federigo, raunati tutti i prelati e i baroni del regno in Baroli, esposta la sua risoluzione di passar oltremare, fece una specie di testamento, in cui dichiarò suo successore ed erede il re Arrigo suo primogenito, e, in mancanza di lui, il secondogenito Corrado. Venuto poscia l'agosto, andò a Brindisi, dove era unita la sua flotta, e quivi si imbarcò, ma non con quell'apparato che conveniva ad un par suo ed era stato da lui promesso; e, sciolte le vele al vento, navigò fino ad Accon, ossia Acri, dove finalmente sbarcò. Aveva egli premesso nell'anno addietro Riccardo suo maresciallo con cinquecento cavalieri, ed inviate lettere al soldano, portale dall'arcivescovo di Palermo; e il soldano gli avea mandato in dono un elefante, alcuni cammelli ed altri preziosi regali. Non senza maraviglia dei lettori scrive il Rinaldi [Raynald., Annal. Eccl.] che papa Gregorio IX spedì messi a Federigo per farlo ravvedere; ma ch'egli, più ostinalo che mai, continuò in mal fare, saldo restando nella disubbidienza. Sicchè si considerò delitto in lui non essere andato otre mare, e delitto ancora l'andarvi. Il pretendere Federigo che vera e non finta fosse la sua infermità, e che perciò ingiusta fosse la scomunica, cagione fu ch'egli dispettosamente serrò gli orecchi alle esortazioni del pontefice, e senza voler chiedere assoluzione, cercò di compiere il suo voto. Ora certo è che egli in quest'anno passò verso Terra santa, e vi passò senza avere ottenuta la liberazion dalla scomunica, con lasciare in Puglia e Sicilia Rinaldo, chiamato duca di Spoleti, balio ossia governatore generale del suo regno, siccome persona di cui molto si fidava. Circa questi tempi il popolo romano [Richardus de S. Germano, in Chron.], uscito in campagna, diede il guasto al territorio di Viterbo, e s'impadronì del castello di Rispampano. Non lasciarono i Viterbiesi di fare anche essi quel maggior male che poterono ai Romani. Andò papa Gregorio nel mese di luglio da Perugia ad Assisi, dove celebrò la canonizzazione di san Francesco istitutor de' minori, e tornossene dipoi a Perugia, dove la presenza sua servì a quetar le civili discordie di quel popolo. Torna poi lo stesso Riccardo da San Germano a parlar all'anno seguente della medesima canonizzazione, come di funzione allora fatta. A quell'anno ancora ne parlano gli Annali antichi di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]. Abbiam dal medesimo storico che, lasciato dall'imperador Federigo per governator generale del regno, essendosi ribellati i signori di Popplito, fece esercito contra di loro, e li spogliò di tutte le lor terre. Quindi, o perchè scoprisse che la corte romana tenea mano a quelle ribellioni, oppure facea preparamenti per invadere la Puglia, ovvero per sua propria malignità, o per ordini segreti di Federigo, il quale per altro sostenne col tempo di non aver ciò comandato, se con verità, Dio lo sa; Rinaldo, dico, dall'un canto entrò coll'armi nella marca d'Ancona, e Bertoldo suo fratello fece un'irruzione su quel di Norcia. Udito ciò, papa Gregorio pubblicò la scomunica contra di Rinaldo; e veggendo ch'egli non desisteva per questo dal far progressi nella Marca, essendo giunte le sue armi fino a Macerata, determinò di ripulsar la forza colla forza, e di metter mano all'armi temporali. Inviò dunque contra di Rinaldo Giovanni re di Gerusalemme, unito al cardinal Giovanni dalla Colonna, con un buon esercito di cavalieri e fanti. E perciocchè non bastava a farlo ritirare dagli Stati della Chiesa, mise insieme un'altra armata, alla testa di cui pose Tommaso da Celano e Ruggieri dall'Aquila, già banditi da Federigo, con disegno di portar la guerra nel cuore del regno. Spedì anche a Milano [Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 261.] e all'altre città di Lombardia per aver soldati. I Milanesi gli mandarono cento cavalieri; trenta i Piacentini. Riuscì in quest'anno ad Eccelino da Romano [Roland., Chron., lib. 2, cap. 9.] di prendere con frode il castello di Fonte, cogliendo in esso anche Guglielmo figliuolo di Jacopo da Campo San Pietro. Fattene doglianze a Padova, quel popolo diede all'armi, e col carroccio e con poderoso esercito andò fin sotto Bassano, avendo per lor podestà e capitano Stefano Badoero Veneziano.
Questa mossa di gente fu cagione che la repubblica di Venezia spedisse ambasciatori per trattar di concordia, e che la lite fosse rimessa nel lor consiglio. Fecero istanza i Padovani per riavere il castello, come era di dovere col fanciullo Guglielmo. Eccelino non volle far altro, e convenne che gli ambasciatori se ne tornassero a Venezia malcontenti. Erasi fatto monaco, e facea una vita da ipocrita, Eccelino da Onara, padre del suddetto Eccelino da Romano e di Alberico, con iscoprirsi infine eretico paterino. Questi scrisse tosto ai figliuoli che si accomodassero, perchè non poteano per anche competere colla possanza de' Padovani. Per questo, e per le esortazioni di varii amici, finalmente s'indusse il superbo giovane Eccelino a rilasciare, ma con aria di dispetto, l'occupato castello. Poco appresso, fatto egli cittadino di Trivigi, seppe commuovere quel popolo contra dei vescovi di Feltre e Belluno, in guisa che occupò ad essi quelle piccole città. I Padovani, de' quali erano raccomandati quei vescovi, spedirono ambascerie per distorre i Trivisani da quella oppressione. Poichè ne riportarono solamente delle arroganti risposte, chiamati in aiuto loro il patriarca d'Aquileia ed Azzo marchese d'Este, e formata una bell'armata, marciarono fin sotto le mura di Trivigi, prendendo e saccheggiando varie terre. Finalmente, per interposizione di Gualla vescovo di Brescia, legato della santa Sede, e dei rettori della lega di Lombardia, tanto si picchiò, che i Trivisani restituirono Feltre e Belluno, e tornò la tranquillità in quelle parti. Non così avvenne ai Modenesi [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]. Perchè essi tenevano la parte dell'imperador Federigo, i Bolognesi fecero un grosso esercito, con cui si unirono i rinforzi spediti dalle città di Faenza, Imola, Forlì, Rimini, Pesaro, Fano, Milano, Brescia, Piacenza, Forlimpopoli, Cesena, Ravenna, Ferrara, Firenze, e da altre città lombarde [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Assediarono essi Bolognesi il castello di Bazzano, che era de' Modenesi, nel dì 4 di ottobre. Presero il castello di Vignola nel dì 10 d'esso mese. Ma qui si fermò la loro fortuna. Uscirono in campagna anche i Modenesi con tutte le forze de' Parmigiani [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] e Cremonesi. Forzarono alla resa il castello di Piumazzo, e lo distrussero nel dì 14 del mese suddetto. Dopo avere in faccia de' nemici introdotto in Bazzano un buon rinforzo di gente e di viveri, nel dì 15 diedero il guasto al territorio bolognese sino al fiume Reno. Allora i Bolognesi presso Santa Maria della Strada attaccarono una battaglia, in cui fu molta mortalità dall'una parte e dall'altra. Nella Cronichetta di Cremona [Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.] è scritto che i Bolognesi furono rotti, e molti prigioni menati a Cremona. Altrettanto ha la Cronica di Parma, da cui ancora impariamo che in tal congiuntura furono liberati molti prigioni modenesi, ed essere durato il combattimento dalla mattina sino alla notte. Finalmente i Bolognesi nel dì 14 di novembre [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.] abbandonarono l'assedio di Bazzano, con lasciar ivi tutte le lor macchine militari. Venne dipoi l'esercito bolognese sino a Castelvetro, e quivi succedette un altro fatto d'armi in cui di nuovo ebbe la peggio, e i Modenesi condussero molti prigioni alla loro città. In quest'anno [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.] parimente Bonifazio marchese di Monferrato cogli Astigiani fece guerra agli Alessandrini e al popolo di Alba, aiutato con gente e danaro dai Genovesi. Colla mediazione de' Milanesi si quetò quella discordia.
MCCXXIX
| Anno di | Cristo MCCXXIX. Indizione II. |
| Gregorio IX papa 3. | |
| Federigo II imperadore 10. |
Fece in quest'anno gran guerra Giovanni re di Gerusalemme alla Puglia colle forze che gli avea dato papa Gregorio IX. Ne descrive tutte le particolarità Riccardo da San Germano [Richardus de S. Germano, in Chron.]. A me basterà di darne un breve trasunto. L'esercito pontificio, che si chiamava chiavisegnato, poichè portava per divisa le chiavi della Chiesa, sotto il comando di un sì prode generale, entrato nel mese di marzo in Puglia, dopo la presa di varie terre e castella, arrivò a Gaeta, e, costretta quella città alla resa, vi spianò il castello che l'imperadore con grande spesa vi avea poc'anzi fabbricato. Prese le terre di Monte Casino, il monistero, San Germano ed altri luoghi in que' contorni. Fondi, Arce e Capoa tennero saldo, e i conti d'Aquino, ben provvedute le lor terre, stettero forti nella fedeltà verso di Federigo. Pure Aquino, Sora, a riserva del castello, e le città d'Alife e di Telesa ed Arpino si renderono all'armi pontificie, che passarono ad assediar Caiazzo e Sulmona. Furono in questi tempi, per ordine di Rinaldo duca di Spoleti, cacciati fuor del regno tutti i frati minori, perchè si dicea che portavano lettere papali ai vescovi delle città, esortatorie, acciocchè inducessero gli uomini a rendersi alla Chiesa romana. Sparsero ancora voce che Federigo II era morto. Furono esiliati per questo anche i monaci casinensi. E tale era la guerra che faceva papa Gregorio in Puglia all'imperador Federigo, per la quale implorò soccorsi da tutte le città della lega di Lombardia [Raynaldus, Annal. Eccles. ad hunc annum, num. 38 et seq. Matthaeus Paris, Hist.], mosse la Francia, la Spagna, l'Inghilterra, la Svezia ed altri paesi a mandar danari e gente per questa guerra, ed eccitò anche delle ribellioni in Germania contra d'esso Federigo. Tuttavia minore non fu quell'altra guerra che nello stesso tempo egli fece a Federigo in Levante. Giunto ad Accon, ossia ad Acri, nel settembre dell'anno precedente, esso Augusto fu bensì ricevuto con tutto onore dal patriarca, clero e popolo, ma insieme con protesta di non poter comunicare con lui, se prima non otteneva l'assoluzion della scomunica dal papa. Andò poscia in Cipri, e spedì i suoi ambasciatori al sultano di Egitto, per richiedere amichevolmente il regno di Gerusalemme, come Stato appartenente a suo figliuolo Corrado, perchè nato da Jolanta legittima erede d'esso regno. Prese tempo il sultano a rispondere per mezzo de' suoi ambasciatori. Intanto arrivarono due frati minori con lettere del papa, nelle quali proibiva al patriarca e ai tre gran mastri degli ordini militari, l'ubbidire a Federigo, e comandava di trattarlo da scomunicato. Però, allorchè volle muovere l'esercito per marciare contra de' Saraceni, trovò i cavalieri templarii ed ospitalieri che non voleano militar sotto di lui. Bisognò che Federigo inghiottisse molti strapazzi, e che si accomodasse in fine ai lor voleri, contentandosi che l'impresa si facesse non in nome suo, ma in quello di Dio e della repubblica cristiana. Andò a Joppe, e quivi attese a fortificar quel castello disfatto, rendendolo piazza di gran polso, e lo stesso fece con altre castella sulla via di Gerusalemme. Ma eccoti sul più bello arrivare un sottil naviglio che gli porta l'avviso d'essere tutto in confusione il regno di Puglia per l'invasione dell'armi pontificie. Allora Federigo a nulla più pensò che a sbrigarsi dalla Palestina per accorrere ai bisogni e pericoli del suo regno; e, stringendo, come potè, il trattato di concordia col sultano, accettò quella capitolazione che piacque al Saraceno di dargli. Consistè questa in pochi articoli. Gli cedeva il sultano le città di Gerusalemme, Betlemme, Nazarette, Sidone, con altre castella e casali, e con facoltà di poterle fortificare, e riserbandosi solamente la custodia del tempio di Gerusalemme, ossia il santo Sepolcro, con restar nondimeno libero tanto ai Saraceni che ai Cristiani il farvi le lor divozioni. Stabilissi anche una tregua di dieci anni, e la liberazion di tutti i prigioni. Andò poscia Federigo a prendere il possesso di Gerusalemme: e strana cosa dovette pur parere il ritrovarsi ivi già intimato dal patriarca l'interdetto, se Federigo capitava colà. Contuttociò l'imperador si portò alla visita del santo Sepolcro; e giacchè niuno si attentò a coronarlo, posò egli la corona sul sacro altare, e poi, presala colle sue mani, se la mise in capo. Non potrà di meno di non istringersi nelle spalle chi legge sì fatte vicende. Dopo di che, tornato Federigo al mare con due ben armate galee, frettolosamente e con felicità di viaggio arrivò a Brindisi in Puglia nel maggio dell'anno presente. Divolgatasi la capitolazione da lui fatta col sultano, fu strepitosamente riprovata in corte di Roma, chiamato egli un vile e traditore, perchè avesse lasciato in man dei cani il venerato Sepolcro di Cristo, senza voler far caso che Federigo per necessità avea ricevuta la legge da chi, se avesse voluto, potea negargli tutto; e massimamente perchè il sultano era ben informato di quanto operava il pontefice sì in Puglia che in Palestina contra di Federigo, e sapea la discordia che passava fra esso imperadore e il patriarca e l'esercito cristiano. Ed è per altro certissimo che Gerusalemme restò in mano de' cristiani, e che assaissime migliaia d'essi andarono a piantarvi casa, e pacificamente vi abitarono da lì innanzi sotto il comando degli uffiziali dell'imperadore. Io per me chino qui il capo, nè oso chiamar ad esame la condotta della corte di Roma in tal congiuntura, siccome superiore ai miei riflessi, bastandomi di dire che, secondo l'Abbate Urspergense [Abbas Urspergens., in Chron.], fece gran rumore per la cristianità la contradizione praticata dal pontefice all'impresa di Federigo in Levante. Anche Riccardo da San Germano [Richardus de S. Germano, in Chron.] lasciò scritto: Verisimile videtur, quod si tunc imperator cum gratia ac pace romanae Ecclesiae transisset, longe melius et efficacius prosperatum fuisset negotium Terrae sanctae. Per la partenza poi di Federigo andò anche in malora quel poco ch'egli avea guadagnato in Palestina, e specialmente perchè il patriarca, e gli ospitalieri e templarii, dacchè egli si fu partito, apertamente si rivoltarono contra di lui. Non si può leggere senza patimento la storia di questa maledetta discordia, piena d'invettive e calunnie dall'una parte e dall'altra, e, quel che è peggio, di tanti guai de' popoli e danno della cristianità. Io senza fermarmi passo innanzi.
Giunto che fu in Puglia Federigo, non lasciò di spedire ambasciatori al papa, chiedendo pace, ed esibendosi pronto a far quello ch'egli ordinasse. Nulla poterono essi ottenere. Raunò allora Federigo le sue forze, con valersi ancora dei Tedeschi crociati ritornati di Levante, e di un gran corpo di Saraceni cavati da Nocera. Nel settembre venne a Capoa, e portossi a Napoli per aver soccorso di gente e di danaro. Intanto Giovanni re di Gerusalemme, vedendo venire il mal tempo, lasciato andare l'assedio di Caiazzo, si ritirò a Teano. Federigo ricuperò Alife, Venafro ed altre terre; poscia San Germano, e le terre della giurisdizione di Monte Casino, Presenzano, Teamo, la rocca di Bantra, Arpino ed altri luoghi. Sora, avendo voluto aspettar la forza, fu presa e data alle fiamme nella festa dei santi Simone e Giuda di ottobre. Intanto fra il senato e popolo romano e l'imperadore passavano lettere e messaggeri di buona armonia. Questi prosperosi successi dell'armi di Federigo fecero in fine che il pontefice cominciò a prestar orecchio ad un trattato di concordia, per cui specialmente si adoperava il gran mastro dell'ordine teutonico. Pensarono i Bolognesi in quest'anno di rifarsi delle perdite fatte nell'anno precedente nella guerra coi Modenesi [Annales Veter. Mutinens. tom. 11 Rer. Ital. Chronicon Parmense, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Italic. Chronic. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], e, con gli aiuti di varie città loro collegate composto un potente esercito, col carroccio si portarono all'assedio di San Cesario, castello de' Modenesi. Secondo il Sigonio [Sigon., de Regn. Ital., lib. 17.], nol presero; ma le vecchie Croniche dicono di sì, e che lo distrussero. Non erano per anche mossi di là, che si videro a fronte l'esercito de' Modenesi, Parmigiani e Cremonesi, risoluto di menar le mani. Si azzuffarono in fatti le due armate, e durò il combattimento d'avanti il vespro fin quasi a mezza notte a lume di luna. Fecero ogni sforzo i Bolognesi contra il carroccio de' Parmigiani, e poco vi mancò che nol prendessero: il che veniva allora riputato per la più gloriosa di tutte le imprese. Ma i Cremonesi dall'un canto, e dall'altro i Modenesi così vigorosamente gl'incalzarono, che finalmente li misero in rotta, e diedero lor la caccia fin quasi alle porte di Bologna. Restò in potere de' vincitori tutto il loro campo colle tende, carra, buoi e bagaglio. Fu rotto e cacciato in un fosso il loro carroccio, perchè nacque contesa fra i Parmigiani e Modenesi, pretendendolo cadauna delle parti. Una gran copia di prigioni fu condotta a Modena e Parma, e i Parmigiani trassero alla lor città molte manganelle, ossia petriere, prese in tal occasione, e per gloria le posero nella lor cattedrale. Le Croniche di Bologna han creduto bene di accennar la battaglia, ma con tacerne l'esito sinistro per loro. Alberico monaco de' Tre Fonti [Alberic. Monachus, in Chron.], storico di questi tempi, ampiamente anch'egli descrive questa battaglia e vittoria. Non contenti di ciò i Modenesi, voltarono con un nuovo alveo il fiume Scultenna, ossia Panaro, addosso alle campagne de' Bolognesi, con lor gravissimo danno. Pertanto dispiacendo al pontefice Gregorio IX gli odii e le gare di queste città, spedì ordine a Niccolò vescovo di Reggio di Lombardia, che in suo nome s'interponesse per la concordia. Non fu egli pigro ad eseguir la commessione, e gli riuscì di stabilire fra i Modenesi e Bolognesi una tregua d'otto anni colla restituzion de' prigioni, ed altre condizioni, che si leggono presso il Sigonio, il quale dagli atti pubblici le estrasse. Godè in quest'anno la marca di Verona un'invidiabil pace. I Piacentini [Chron. Placent. tom. 16 Rer. Italic.] fecero oste contro la città di Bobbio, venticinque miglia lungi dalla loro città, e fu costretto quel popolo a prestar giuramento di fedeltà a Piacenza Il conte di Provenza nell'anno presente [Caffari, Annal. Genuens, lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.] col braccio d'alcuni traditori s'impadronì della città di Nizza e delle sue fortezze. Resistè un pezzo parte de' cittadini, ed ebbe anche qualche soccorso da' Genovesi; ma in fine dovette soccombere; e il conte restò in pieno potere di quella città. Venne in quest'anno a morte Pietro Ziani doge di Venezia, dopo ventiquattr'anni di governo [Dandul., in Chronic. tom. 12 Rer. Italic.], Prima che egli morisse, fu eletto doge Jacopo Tiepolo, ed avendo fatta una visita all'infermo predecessore, fu ricevuto con disprezzo, ma colla virtù dissimulò tutto. Abbiamo dal Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.] che nel dì 2 di dicembre in Milano fu riconfermata la lega delle città di Lombardia. V'erano presenti i deputati de' Padovani e Veronesi; ma non apparisce che giurassero come gli altri.
MCCXXX
| Anno di | Cristo MCCXXX. Indizione III. |
| Gregorio IX papa 4. | |
| Federigo II imperadore 11. |