Nel primo giorno di febbraio del presente anno un'orribile inondazione del Tevere recò immensi danni alla città di Roma e ai contorni [Vita Gregor. IX, P. I, tom. 3 Rer. Italic. Richardus de S. Germano.]; affogò molte persone e bestie, menò via una prodigiosa quantità di grani, botti di vino e mobili; ed avendo lasciato un lezzo fetente con dei serpenti per le case, ne sorse poi una mortale epidemia nel popolo. Servì questo flagello a far ravvedere il senato e popolo romano degli aggravii ed ingiurie fatte al sommo pontefice Gregorio IX, che per cagion d'esse fin qui s'era fermato in Perugia; e però, spediti a lui il cancelliere e Pandolfo della Saburra con altri nobili, il pregarono di voler tornarsene a Roma. Sul fine dunque di febbraio comparve colà papa Gregorio, accolto con tutta riverenza ed onore da quel senato e popolo. Nella Vita d'esso papa vien riferito questo suo ritorno all'anno seguente. Riccardo lo mette nel novembre del presente. Intanto andava innanzi il trattato già intavolato di pace fra esso pontefice e Federigo, il quale ricuperò in questo mentre varie altre sue terre. Mediatori principali erano Leopoldo duca d'Austria [Godefrid. Monachus, in Chronico.], principe che in questo medesimo anno terminò la sua vita in San Germano nel dì 28 di luglio; e Bernardo duca di Moravia, gli arcivescovi di Salisburgo e Reggio di Calabria, ed Ermanno gran mastro dell'ordine dei Teutonici. Fu per questo tenuto un congresso in San Germano, dove intervennero Giovanni cardinale vescovo sabinense, e Tommaso cardinale di Santa Sabina, legati pontificii, dove si smaltirono molte difficoltà. La principale era la restituzion delle città di Gaeta e Santa Agata, pretese da Federigo, laddove il papa intendea di ritenerle in suo dominio. Finalmente, dopo essere andati innanzi e indietro più volte i pacieri, nel dì 9 di luglio in San Germano fu conchiuso l'accordo, con obbligarsi Federigo di rimettere ogni offesa a chiunque avea prese l'armi contra di lui tanto in Italia che fuori; e di restituire alla Chiesa qualunque Stato che i suoi avessero occupato, ed a varii particolari le lor terre, e da non mettere più taglie ed imposte all'uno e all'altro clero. Doveansi eleggere arbitri per decidere entro d'un anno il punto controverso di Gaeta e di Santa Agata. Fu poi dopo l'esecuzion del trattato assoluto esso imperadore dalle censure nella festa di santo Agostino di agosto, e si fecero dappertutto grandi allegrezze per questa pace. Ed oh si fossero due anni prima avute queste medesime disposizioni, e Federigo con più umiliazione, e il pontefice con più indulgenza si fossero portati l'un verso l'altro: che gli affari di Terra santa sarebbono camminati meglio, e si sarebbe risparmiata un'iliade di molti guai, uno de' quali fra gli altri fu notabilissimo; cioè l'avere in tal congiuntura non già avuta la nascita, ma bensì ricevuto un considerabile accrescimento e un'aperta professione le maledette fazioni de' Guelfi aderenti al papa, e de' Ghibellini parziali dell'imperadore. Abbiamo dalla Vita di papa Gregorio [Card. de Aragon., Vita Greg. IX, P. I, tomi. 3 Rer. Ital.], ch'egli spese in questa guerra cento venti mila scudi, e Federigo si obbligò di rimborsarlo. Altri hanno scritto che assunse di pagargli cento venti mila once d'oro. Più, o meno che fosse, Federigo se ne dimenticò dipoi, nè gli pagò un soldo. Passò il pontefice alla villeggiatura d'Anagni, e colà invitò l'imperadore [Richardus de S. Germano, in Chronic.]. Comparve egli con magnifico accompagnamento, e si attendò fuori della città nel dì primo di settembre. Nel dì seguente incontrato dai cardinali e dalla nobiltà, si portò alla visita del papa; e, deposto il manto, prostrato a' suoi piedi, riverentemente glieli baciò, e, dopo breve colloquio, andò a posare nel palazzo episcopale. Nel giorno appresso il papa, che abitava nel palazzo paterno, l'invitò seco a pranzo, ed amendue con tutta magnificenza assisi alla stessa tavola, deposto ogni rancore, almeno in apparenza, svegliarono nuova allegrezza negli assistenti. Dopo di che tennero fra lor due, colla presenza del solo gran mastro dell'ordine teutonico, un lungo ragionamento intorno a' proprii affari. Nel seguente lunedì, congedatosi Federigo dal pontefice, se ne tornò nel regno, dove non seppe contenersi dal trattar male i popoli di Foggia, Castelnuovo, San Severino, ed altri di Capitanata, che ne' passati torbidi si erano ribellati [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.]. Ma Riccardo da San Germano pare che metta questo fatto prima della pace. All'incontro il papa sbrigato da questa guerra, e tornatosene a Roma, attese a fabbricar palagi e spedali. Era venuto in Italia Milone vescovo di Beauvais Franzese con quello di Chiaramonte, conducendo seco un buon corpo di truppe franzesi in aiuto del papa, le quali, o non giunsero a tempo alla danza o furono rimandate [Alberic. Monachus, in Chronic.]. Trovavasi per questo sforzo Milone aggravato da grossi debiti. Il sommo pontefice per sollevarlo gli diede il governo del ducato di Spoleti e della marea di Guarnieri, ossia d'Ancona: con che egli in tre anni inpinguò la sua borsa. Ma ritornandosene egli dopo quel tempo in Francia, i vicini Lombardi, informati del ben di Dio ch'egli portava seco, gli tesero delle imboscate, nelle quali perdè più di quel che avea guadagnato. Alberico Monaco è quegli che racconta il fatto.

Cominciò a sconcertarsi in questo anno la marca di Verona [Roland., Chron., lib. 3, cap. 1.]. Essendo stato chiamato per podestà di essa città Matteo de' Giustiniani nobile veneto, richiamò egli tutti i nobili che il suo antecessore avea mandato a' confini. Capo della fazion guelfa era Ricciardo conte di San Bonifazio, che, tornato a Verona, fu ben accolto dal podestà. Ingelosita di ciò la parte ghibellina, appellata de' Montecchi, con intelligenza di Eccelino da Romano e di Salinguerra dominante in Ferrara, un dì fatta sollevazione, mise le mani addosso al conte Ricciardo, e cacciollo in prigione con alquanti de' suoi. Il resto de' suoi amici usci di città; lo stesso Giustiniani podestà ne fu cacciato; e la podesteria fu appoggiata a Salinguerra, che corse colà da Ferrara. Anche Eccelino, udita questa nuova, precipitosamente volò a Verona per accrescer legna al fuoco [Monac. Palavinus, in Chron.]. Ridottasi la parte del conte al castello di San Bonifazio, elesse per suo podestà Gherardo Rangone da Modena, personaggio di gran senno e valore. Questi col deposto Giustiniani ricorse a Stefano Badoero podestà di Padova, il quale, raunato il consiglio, ascoltò le loro querele: querele tali, che mossero a compassione tutto il popolo di Padova; di maniera che si prese tosto la risoluzione di aiutar con braccio forte la parte del conte. Inviarono ambasciatori a Verona, che parte con amichevoli, e parte con minacciose parole fecero istanza per la liberazione del conte. Nulla poterono conseguire [Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]. Però usci in campagna nel mese di settembre l'armata padovana col carroccio, con Azzo VII marchese d'Este e coi Vicentini; ed ostilmente entrata nel Veronese, s'impadronì di Porto, di Legnago e del ponte dell'Adige, dai quali luoghi scapparono in fretta Eccelino, Salinguerra e i Veronesi che erano accorsi alla difesa. Diedero poscia i Padovani il guasto al circonvicino paese; distrussero la villa della Tomba, presero Bonadigo, e colla forza costrinsero il castello di Rivalta alla resa. Ciò fatto se ne tornarono a Padova. Neppure per questi danni s'indussero i Veronesi a mettere in libertà il conte Ricciardo. Era circa questi tempi capitato a Padova frate Antonio da Lisbona dell'ordine dei minori, religioso di santa vita, di molta letteratura, mirabil missionario e predicatore della parola di Dio. Gli amici del conte e del marchese d'Este, a' quali più che agli altri stava a cuore la prigionia d'esso conte, si avvisarono d'inviar a Verona questo insigne religioso, sperando che la di lui eloquenza potrebbe ottenere ciò che non era riuscito coll'armi. Andò il santo uomo, impiegò quante ragioni e preghiere potè coi rettori della lega lombarda, con Eccelino, con Salinguerra e coi lor consiglieri; ma sparse le parole al vento, e ritornossene a Padova coll'avviso solo della pertinacia de' Veronesi. La cronica Veronese aggiugne che anche i Mantovani col loro carroccio fecero un'irruzione sul Veronese, presero e distrussero il castello di Cola, diedero il sacco e il fuoco a Travenzolo, alla Motta dell'Abbate, all'isola de' Conti, che or si chiama la isola della Scala, e a molte altre ville del Veronese: il tutto per favorire il conte Ricciardo. Notano gli Annali antichi di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] che anche la milizia dei Modenesi andò in soccorso de' Mantovani contra de' Veronesi. Ebbero i Milanesi [Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 163.] guerra in quest'anno col marchese di Monferrato in favore degli Alessandrini, e, se si ha da prestar fede ai loro storici [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], coll'avere assediato ed anche preso il castello di Bombaruccio nel Monferrato (Mongravio è detto negli Annali di Genova), misero tal paura in cuore a quel marchese, che giurò di star da lì innanzi ai voleri del comune di Milano [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.]. Il che fatto, passarono sul territorio d'Asti, e vi diedero il guasto fino a due miglia lungi da quella città. Anche la Cronica d'Asti [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.] confessa questo gran danno inferito da' Milanesi al territorio astigiano, con aggiugnere che ciò seguì fra la festa di san Giovanni Batista e di san Pietro, e che i Milanesi v'andarono assistiti di gente da ventitrè amiche città. I Genovesi spedirono un buon soccorso ad Asti. Poscia fece il popolo di Milano guerra in Piemonte contra del conte di Savoia e di que' marchesi, e, in onta d'essi, fabbricò il Pizzo di Cunio, dove si ritirarono quei di Saviliano e di San Dalmazio, troppo aggravati dal conte di Savoia. In una scaramuccia restò preso da esso conte, o dai marchesi, Uberto da Ozimo, generale de' Milanesi, che fu poi crudelmente levato di vita. Diede fine ai suoi giorni nel dì 16 di settembre Arrigo da Settala arcivescovo di Milano, in cui luogo fu concordemente eletto Guglielmo da Rozolo nel dì 14 d'ottobre, che fu uomo di gran vaglia.

Negli Annali di Genova è scritto [Caffari, Annal. Genuens.] che in quest'anno gli Alessandrini, stanchi della guerra co' Genovesi, fecero un compromesso, e fu sentenziato che Capriata restasse al comune di Genova. Anche i popoli d'Asti e d'Alba, Arrigo marchese del Carretto, ed altri compromisero le lor differenze nel comune di Genova: il che diede fine alle lor guerre. Si andavano intanto dilatando per le città d'Italia gli eretici paterini, catari, poveri di Lione, passaggini, giuseppini ed altri, che in fine tutti erano schiatte di manichei. Non v'era quasi città dove di costoro non si trovasse qualche brigata. Specialmente in Brescia le storie dicono che la lor setta avea preso gran piede. Roma stessa non ne era esente, nè Napoli. Ora in quest'anno Raimondo Zoccola Bolognese podestà di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] fece bruciar molti di costoro. Altrettanto si andava facendo in altre città. E nel mese di febbraio in essa città di Piacenza fuit ludus imperatoris, et Papiensium, et Regiensium, et patriarchae in burgo et in platea sancti Antonini. Do ad indovinare ai lettori ciò che significhino queste parole. Quanto a me, vo sospettando che fosse uno spettacolo pubblico, in cui si rappresentava Federigo imperadore coi Pavesi e Reggiani, e col patriarca, suoi aderenti, forse non con molto onore. I Parmigiani in quest'anno [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] andarono in servigio de' Piacentini a dare il guasto al territorio di San Lorenzo e di Castello Arquato, luoghi detenuti dai nobili fuorusciti di Piacenza. Fecero parimente oste essi Parmigiani a Pontremoli contra dei marchesi Malaspina. Il Guichenon [Guichenon, Histoire de la Mais, de Savoye, tom. 1.] racconta a quest'anno che il popolo di Torino si sottrasse all'ubbidienza di Tommaso conte di Savoia, e si diede a Bonifazio marchese di Monferrato. Il conte, messa insieme un'armata, si avvicinò a Torino, disfece il soccorso che gli Astigiani conducevano agli assediati; nè parendogli propria la stagione per continuar l'assedio, lasciò bloccata quella città, e se n'andò in Savoia. Questo scrittore, giacchè gli mancavano gli antichi storici, si suol servire di moderni, l'autorità dei quali non di rado è poco sicura. Noi già vedemmo all'anno 1226 che Torino, siccome città libera, entrò nella lega di Lombardia, e fu anche posta coll'altre al bando dell'imperio da Federigo II imperadore, in tempo che Tommaso conte di Savoia era uno de' suoi più favoriti. Nè può stare che gli Astigiani, per quanto s'è veduto di sopra, menassero soccorsi a quella città, quando penavano a difendere sè stessi da' Milanesi. Nè so io credere che Torino venisse in potere del marchese di Monferrato. Nulla ne seppe Benvenuto da San Giorgio. E se fosse caduta nelle mani del marchese, principe sì potente, quella bella preda, avrebbe saputo ben custodirla. Fu anche guerra nell'anno presente in Toscana [Chron. Bononiens. Chron. Senense.]. I Fiorentini uniti cogli Aretini, Pistoiesi, Lucchesi, Pratesi ed Urbinati, oppure Orvietani, andarono con possente esercito e col carroccio contro ai Sanesi. Disfecero da venti loro castella, ed arrivarono fino alle porte di Siena, guastando tutto il paese. Nel dì 9 di luglio i Sanesi animosamente uscirono armati alla porta di Camollia, ed attaccarono la zuffa; ma soperchiati dalle troppo superiori forze de' nemici, rimasero sconfitti; e i Fiorentini menarono prigioni circa mille ducento e settanta d'essi. Ricordano Malaspina e Giovanni Villani suo copiatore mettono questo fatto sotto l'anno 1229. Gli altri autori concordemente ne parlano sotto il presente [Ptolom. Lucens., in Annal. Eccl.].


MCCXXXI

Anno diCristo MCCXXXI. Indiz. IV.
Gregorio IX papa 5.
Federigo II imperadore 12.

Tanto il pontefice Gregorio, quanto l'imperador Federigo [Raynald., in Annal. Eccles.], mirando con incredibil dispiacere i progressi che andava facendo l'eresia de' paterini e di altre sette di manichei per l'Italia, pubblicarono rigorosissimi editti contra di questi pestilenti uomini che infestavano la Chiesa cattolica. Circa questi tempi nella città di Perugia [Cardin. de Aragon., in Vita Gregorii IX.], in cui la nobiltà e il popolo per cagion del governo aveano in addietro avute non poche risse e liti fra loro, la discordia tramontò gli argini, e toccò ai nobili l'uscir di città. Si diedero poi questi a far quanto di male potevano al territorio; e il popolo anche egli faceva altrettanto e peggio contra di essi. Con paterno zelo accorse papa Gregorio al bisogno dell'afflitta città, con ispedir colà il cardinal Giovanni dalla Colonna, il quale con tal efficacia si adoperò, che, calmato il furor delle parti, ridusse in città una buona somma di danaro per la riparazion dei danni. In questo anno parimente contro la mente del pontefice i Romani fecero oste a' danni de' Viterbesi nell'aprile e nel maggio, e obbligarono quei di Montefiascone di dar sicurtà di non prestar loro aiuto. Prese dipoi l'imperador Federigo la protezion di Viterbo, e vi spedì Rinaldo da Acquaviva suo capitano con un buon corpo di milizie per difesa di quella città. Dovette essere il papa che fece questo trattato, ed impegnò Federigo in favor de' Viterbesi; imperocchè i Romani, dacchè n'ebbero l'avviso, imposero, in odio del papa, una grave contribuzione di danaro alle chiese di Roma. Cadde in quest'anno dalla grazia di Federigo Rinaldo, appellato duca di Spoleti, quel medesimo che tanto avea fatto per lui in danno della Chiesa romana. Federigo fu de' più accorti e maliziosi principi che mai fossero. Probabilmente gli nacque sospetto che costui tenesse segrete intelligenze colla corte di Roma [Raynaldus, in Annal. Eccles.]; e infatti s'impegnò forte il papa per la sua liberazione. Ora Federigo, preso il pretesto di fargli rendere conto della passata amministrazione del regno, nè potendo Rinaldo trovar cauzione idonea, il fece imprigionare, con ispogliarlo di tutti i suoi beni; dal che prese motivo Bertoldo di lui fratello di ribellarsi e di fortificarsi in Intraduco. In quest'anno ancora pubblicò esso imperadore la determinazion sua di tenere una dieta del regno d'Italia in Ravenna, la qual città era allora governata dall'arcivescovo di Maddeburgo, conte della Romagna, e legato imperiale di tutta la Lombardia. Ora, desiderando egli che v'intervenisse anche il re Arrigo suo figliuolo coi principi della Germania, pregò il pontefice Gregorio d'interporre i suoi uffizii, affinchè le città collegate di Lombardia non impedissero la venuta del figliuolo e dei Tedeschi in Italia. Non lasciò il papa di scrivere per questo; ma sì egli che i Lombardi, assai conoscendo il naturale finto ed ambizioso di Federigo, e poco fidandosi di lui, seguitarono a star cogli occhi aperti, e in buona guardia per tutti gli accidenti che potessero occorrere.

A Roberto imperador latino di Costantinopoli era succeduto Baldovino suo figliuolo in età non per anche atta al governo. Veggendo i principi latini di quell'imperio la necessità di avere un qualche valoroso principe per loro capo da opporre alla potenza de' Greci [Dandul., in Chron., tom. 11 Rer. Ital.], che ogni dì più cresceva, presero la risoluzion di dare in moglie al fanciullo Augusto una figliuola di Giovanni di Brenna, già re di Gerusalemme, con dichiarar lui vicario e governator dell'imperio, sua vita natural durante. Gli diedero anche il titolo d'imperadore: il che si ricava dalle lettere di papa Gregorio. Tutto lieto Giovanni per così bell'ascendente, venne a Rieti ad abboccarsi col papa, e ad impetrar il suo aiuto [Richardus de S. Germano, in Chron.]. Spedì anche a Venezia per aver tanti vascelli da condur seco mille e dugento cavalli e cinquecento uomini d'armi. Preparato il tutto, ed imbarcatosi, e ricuperate nel viaggio alcune provincie, felicemente arrivò a Costantinopoli, dove, per attestato ancora del Dandolo, fu coronato imperadore. Si provò in quest'anno un terribil flagello di locuste in Puglia. Federigo, attentissimo a tutto, dopo avere in questo medesimo anno pubblicate molte sue costituzioni pel buon governo del suo regno, ordinò sotto varie pene che cadauno la mattina prima della levata del sole dovesse prendere quattro tumoli di sì perniciosi insetti, e consegnarli ai ministri del pubblico, che li bruciassero: ripiego utilissimo, e da osservarsi in simili casi, non ignoti a' giorni nostri. Passò nell'anno presente a miglior vita Antonio da Lisbona dell'ordine de' minori [Rolandin., Chron., lib. 3, cap. 5.], di cui abbiam parlato di sopra. Tornato egli da Verona, si elesse per sua abitazione un luogo deserto nella villa di Campo San Pietro, diocesi di Padova, con essersi fabbricata una capannuccia sopra una noce, dove si pasceva della lettura del vecchio e nuovo Testamento, con pensiero di scrivere molte cose utili al popolo cristiano. Dio il chiamò a sè nel dì 13 di giugno, con restare di lui un tal odore di santità, comprovata da molti miracoli, che nell'anno seguente papa Gregorio IX, trovandosi nella città di Spoleti, l'aggiunse al catalogo de' santi.

A proposito di Spoleti, non si dee ommettere che Milone vescovo di Beauvais, di cui s'è favellato di sopra, costituito governatore di quel ducato dal papa [Richardus de S. Germano, in Chron.], non fu ricevuto da quel popolo. Il perchè raunato un esercito, si portò a dare il guasto al distretto di Spoleti: il che nondimeno a nulla giovò per far chinare il capo agli Spoletini. Sommamente premeva ai Padovani [Roland, lib. 3, cap. 6. Paris de Cereta. Chron. Veron. Monachus Patavinus, et alii.] e ad Azzo VII marchese d'Este la liberazione del conte Ricciardo da San Bonifazio, e degli amici carcerati in Verona dalla parte ghibellina. Però fu spedito in Lombardia Guiffredo, ossia Giuffredo da Lucino Piacentino podestà di Pavia, a trattarne coi rettori della lega lombarda. Con tal occasione i Padovani confermarono di nuovo essa lega. Ciò fatto, dall'un canto il popolo di Padova col suo carroccio, e i Mantovani anch'essi col loro marciarono sul territorio di Verona. Tra per questo movimento ostile, e per gli efficaci uffizii dei rettori di Lombardia, finalmente s'indussero i Ghibellini veronesi a mettere in libertà il conte Ricciardo cogli altri prigioni: il che ottenuto, se ne tornarono gli eserciti alle loro città. Cotanto ancora si maneggiarono i suddetti rettori, che nel dì 16 di luglio seguì pace fra esso conte e i Montecchi suoi avversarii, nel castello di San Bonifazio: pace nulladimeno simile all'altre di questi tempi, cioè non diverse dalle tele de' ragni. Gli storici di Milano [Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 264. Annales Mediolanenses, tom. 16, Rer. Ital.] scrivono, che volendo i Milanesi far vendetta della morte del loro capitano Uberto da Ozino, inviarono l'esercito loro sotto il comando di Ardighetto Marcellino a danni del marchese di Monferrato coi rinforzi loro somministrati dalle città di Piacenza, Alessandria e Novara. Formarono un ponte sul Po, presero il naviglio del marchese, e le castella di Buzzala, Castiglione, Ostia, Ciriale e Civasso. All'assedio di quest'ultima terra, colpito da una saetta il lor capitano, terminò le sue imprese colla morte; e questo bastò perchè si ritirasse a casa l'armata milanese. La venuta dell'imperador Federigo a Ravenna, e l'aver chiamato in Italia il re Arrigo suo figliuolo coll'armata tedesca, ingelosì sì fattamente i popoli collegati di Lombardia, che, raunato un parlamento in Bologna, giudicarono maggior sicurezza della lor libertà l'opporsegli, che il fidarsi delle di lui parole. Ad istanza di Federigo, il sommo pontefice inviò dipoi per suoi legati in Lombardia Jacopo vescovo cardinale di Palestrina, e Ottone cardinale di San Nicolò in Carcere Tulliano, con incombenza di trattar di pace. Non passò quest'anno senza disturbi civili in Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.]. Ne fu cacciato Guiffredo da Pirovano Milanese lor podestà. Fu dipoi concordato che la metà degli onori del governo si conferisse ai nobili, e l'altra al popolo; il che fece rinvigorire gli antichi odii fra loro. Abbiamo dai Continuatori di Caffaro [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.] che Federigo con sue lettere fece intendere al comune di Genova la dieta generale del regno ch'egli avea determinato di tenere per la festa d'Ognissanti in Ravenna, con ordinare che vi mandassero i lor deputati. Si trovò l'imperadore prima di novembre in quella città; ma restò differita sino al Natale la dieta per cagione che i Lombardi non permettevano di passare in Italia ai principi dello imperio. Vennero poi alcuni d'essi principi travestiti par istrade non guardate, temendo dappertutto insidie da essi Lombardi. Per attestato di Riccardo da San Germano, tenuta fu la dieta suddetta in Ravenna con gran magnificenza; e la Cronichetta di Cremona ci fa sapere che Federigo vi comparve colla corona in capo. In tal congiuntura fece egli un giorno pubblicare un editto, comandando sotto rigorose pene che niuna delle città fedeli al suo partito potesse prendere podestà dalle città collegate contra di lui. Ebbero un bel dire i Genovesi di avere eletto Pagano da Pietrasanta Milanese per loro podestà, nè poter essi recedere dal giuramento prestato: nulla valsero le loro scuse e ragioni. Tornati poscia a casa i deputati suddetti, vi fu gran dibattimento per questo nel loro consiglio; ma infine vinse il partito di chi voleva quel podestà per l'anno prossimo, e fu anche eseguito. Nè vo' lasciar di riferire ciò che ha il Sigonio [Sigon., de Regn. Ital., lib. 17.], il quale l'avrà preso da qualche vecchia storia. Cioè che Federigo diede un singolare spasso ai popoli in Ravenna, coll'aver condotto seco un lionfante, dei leoni, de' leopardi, de' cammelli, e degli uccelli stranieri, che, siccome cose rare in Italia, furono lo stupore di tutti. Nulla di ciò ha il Rossi nella Storia di Ravenna.