MCCXLIV
| Anno di | Cristo MCCXLIV. Indizione II. |
| Innocenzo IV papa 2. | |
| Federigo II imperadore 25. |
Ah maladetta discordia! Che fiere calamità soffrisse in questi tempi la cristianità per quella che bolliva tra l'imperadore e la Chiesa, non si può abbastanza dire. Orrendi e indicibili furono i danni recati dai Tartari Comani alla Polonia, Stiria, Ungheria, ed altre provincie cristiane, senza che niun potesse mettere freno all'empito e alla barbarie di quegl'infedeli. Gravissimi altri malanni patì la cristianità d'Oriente, perchè le fu di nuovo tolta la santa città di Gerusalemme con istrage d'infiniti cristiani. La città d'Accon, ossa d'Acri, che dianzi s'era ribellata all'imperador Federigo, cominciò a provar le scorrerie de' Maomettani fino alle sue porte. L'imperio de' Latini in Costantinopoli era già ridotto al verde; e in Lombardia s'andava dilatando l'eresia de' Paterini, e crescevano le guerre con tutti i lor funesti effetti. Per sostenere intanto i suoi impegni, il papa, con ispedir collettori, voleva danari, e non pochi, da tutte le chiese della cristianità, e bisognava darne. Più spietatamente Federigo anch'egli scannava i suoi popoli, e massimamente gli ecclesiastici, con imposte e gravezze continue. Perciò una gran mormorazione dappertutto fra i cristiani s'udiva, specialmente contra d'esso Federigo, il quale, invece d'impiegar le sue forze (al che era tenuto) contra de' nemici del nome cristiano, le rivolgeva contro la Chiesa sua madre. E qui la gente s'empieva la bocca de' suoi perversi costumi [Matth. Paris, Hist. Angl.]: che egli non ascoltava mai messa (eppure uno de' suoi delitti fu l'aver forzato dopo la scomunica i preti a dirla in sua presenza); che non avea venerazione alcuna per le persone ecclesiastiche; parlava poco sanamente della religion cristiana; teneva per sue concubine donne saracene, con altri reati, i quali, se non tutti, per la maggior parte almeno erano fondati sul vero. All'incontro Federigo rigettava la colpa del non potere accudire ai bisogni della cristianità sulla corte di Roma, che gli facea quanta guerra potea, e tuttodì andava sottraendo all'ubbidienza di lui le città d'Italia, ansiosa solamente della di lei rovina; nè poter egli accorrere altrove colle armi, da che per la sua andata in Oriente poco era mancato che il papa non gli avesse occupati i suoi Stati d'Italia. Pare nulladimeno che in quest'anno venisse un buon raggio di saviezza a calmare il di lui turbolento animo. Mentr'egli era ad Acquapendente [Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, cap. 9.], gli spedì papa Innocenzo IV Ottone cardinale vescovo di Porto, suo amico, per indurlo alla pace. Gliel aveva anche inviato l'anno innanzi, allorchè egli facea l'assedio di Viterbo. Federigo, mostrando pur voglia d'accordo, inviò anche egli a Roma il conte di Tolosa, Pietro dalle Vigne e Taddeo da Sessa con plenipotenza per lo sospirato da tutti aggiustamento colla Chiesa. Matteo Paris [Matth. Paris, Hist. Angl.] rapporta l'intero atto di tutto quello ch'egli accordava sì per la soddisfazion della Chiesa, come pel perdono e per le sicurezze da darsi a tutte le città aderenti al papa, e per la restituzion degli Stati della Chiesa. Si metteva già per fatta la pace; perchè nel giovedì santo nella piazza del Laterano i suoi ambasciatori giurarono alla presenza del papa, de' cardinali, di Baldovino imperador di Costantinopoli venuto a Roma, e di tutto il senato e popolo romano, i capitoli del suddetto accordo. Ma che? Partiti gli ambasciatori, insorse subito un puntiglio. Voleva il papa ch'egli restituisse tosto le città della Chiesa, e desse la libertà ai prigioni: il che fatto, riceverebbe l'assoluzion dalla scomunica. Pretendeva all'incontro Federigo II che dovesse precedere l'assoluzione; nè volendo Roma accordar questo punto, ecco lo spirito della superbia invadere di nuovo il cuor di Federigo, e farlo receder dal già conchiuso accordo. Studiossi egli di guadagnar sotto mano il pontefice con ricercare una di lui nipote per moglie del re Corrado suo figlio [Vita Innocentii IV, cap. 11 P. I, tom. 3 Rer. Italic.]; ma Innocenzo, che preferiva al suo proprio onore e vantaggio quel della Chiesa, mostrò di non disprezzare l'offerta, ma si tenne forte in sostenere gli interessi del pontificato, e in guardarsi dagl'impegni e dalle insidie di un imperadore, di cui la sperienza troppo avea mostrato quanto poco si dovea fidare.
Essendo ridotto a sì scarso numero il collegio de' cardinali, papa Innocenzo ne creò dodici nel sabbato fra l'ottava della Pentecoste. Poscia nel dì 7 di giugno, uscito di Roma, andò a Cività Castellana, e di là a Sutri. Non si vedeva egli sicuro nè in Roma nè fuor di Roma, perchè la maggior parte delle città della Chiesa erano occupate da Federigo, ed avea che fare con un nemico, le cui arti e il cui cattivo umore davano da sospettare o temere a tutti. Conosceva inoltre che senza essere in paese di libertà, non si potrebbe mai domare l'alterigia di Federigo. Per questo spedì segretamente a Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.] un frate minore ad Obizzo del Fiesco suo fratello, e a Filippo Visdomino da Piacenza podestà di quella città, rappresentando loro i pericoli ne' quali si trovava, e pregandoli di venire a prenderlo con una squadra di galee. Ne armarono tosto i Genovesi ventidue, oltre ad altri legni, e sopra d'esse imbarcatosi lo stesso podestà Alberto, Jacopo ed Ugo nipoti del medesimo papa, nel dì 27 di giugno arrivò a Cività Vecchia. Fattolo tosto sapere al pontefice, egli nella notte seguente con pochi familiari, consapevoli della sua intenzione, salito a cavallo, per disastrose strade e per boschi si condusse sano e salvo a Cività Vecchia nel dì seguente; e poscia nella festa de' santi Pietro e Paolo entrato in nave col solo cardinal Guglielmo suo nipote, ed altri pochi di sua famiglia, fece sciogliere le vele al vento, e nel dì 7 di luglio felicemente pervenne a Genova, dove con incredibil festa e magnificenza d'apparato fu accolto da' suoi nazionali. Gli altri cardinali, a riserva di quattro, il seguitarono per terra, e andarono ad aspettarlo a Susa. Udita questa inaspettata partenza del papa, Federigo, che soggiornava allora in Pisa, rimase estatico; e scorgendo bene dove andava a parare la determinazion del pontefice, allora fu che spedì di nuovo il conte di Tolosa con lettere, nelle quali si maravigliava forte della risoluzione da lui presa, con esibirsi nondimeno prontissimo a far quanto egli voleva. Il conte, andato a Savona, di là significò il tutto a papa Innocenzo; ma senza frutto, perchè il pontefice, tante volte deluso dalle promesse e parole di Federigo, volle continuar il suo viaggio alla volta di Lione, dove avea già determinato di fermarsi. Infermatosi il pontefice in Genova, appena alquanto si riebbe, che neppure giudicandosi sicuro nella patria, dove stavano i Mascherati fazionari dell'imperadore, fattosi portare in letto, passò a Varragine [Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, cap. 15, P. I, tom. 3 Rerum Ital.], ed indi a Stella, dove Manfredi marchese del Carretto l'accolse con una copiosa mano d'armati per maggior sua sicurezza, perchè non mancavano insidie e nemici in quelle parti. Cadde quivi di nuovo malato, e si dubitò di sua vita; migliorato e scortato dal marchese di Monferrato, arrivò ad Asti nel dì 6 di novembre, e vi trovò le porte chiuse, perchè quel popolo teneva per l'imperadore; ma non passò molto che vennero a dimandargli perdono di quest'ingiuria. Giunto nel dì 12 del suddetto mese a Susa, ebbe la consolazione di trovar otto cardinali, che quivi l'aspettavano; e con essi non senza gravi incomodi valicate l'Alpi, felicemente nel dì 2 di dicembre giunse a Lione, ricevuto onorevolmente da quel popolo. In essa città piantò la sua corte, alla quale cominciò a concorrere una infinità di gente da tutte le parti. Pieno intanto di rabbia Federigo fece chiudere i passi, affinchè non passassero uomini e danari dall'Italia in Francia: il che servì a maggiormente screditarlo, qual manifesto persecutor della Chiesa. Scrive Matteo Paris [Matth. Paris, Hist. Angl.] una particolarità, della cui verità si può forte dubitare. Cioè che per li maneggi del papa, de' Milanesi, e d'altri Italiani e Tedeschi, fu proposto in Germania d'eleggere in re il langravio di Turingia. Penetratasi questa mena da Federigo, occultamente si trasferì egli in Germania, ed abboccatosi con esso langravio, e regalatolo ben bene, il fece tutto suo, e poi segretamente se ne ritornò in Italia. Lo creda chi vuole. Di ciò riparleremo anche nell'anno seguente. Certo bensì è che si staccarono in questo anno da esso Federigo le città d'Asti e di Alessandria, ed altri luoghi, con aderire alla lega di Lombardia, tutta impegnata a favorire il papa. Nel passaggio ancora che fece papa Innocenzo per gli Stati di Amedeo conte di Savoia, tirò nel suo partito quel principe, con dargli in moglie una sua nipote, e concedergli in dote le castella di Rivoli e di Vigliana colla valle di Susa, che erano del vescovato di Torino, e dichiararlo suo vicario sopra tutta la Lombardia. Così scrive l'autore anonimo degli Annali Milanesi [Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], con cui va concorde Galvano Fiamma [Gualvaneus Flamma, in Manipul. Flor., cap. 278.]. Tutto ciò nondimeno merita esame, dacchè il Guichenon [Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.] non riconosce che questo principe prendesse in moglie alcuna nipote del papa. Forse gli fu solamente promessa, ed altro non ne seguì dipoi: oppure si parla di Tommaso conte di Savoia, che poi nel 1251 sposò veramente una nipote d'esso papa. Intanto noi sappiamo di certo che papa Innocenzo passò molto tranquillamente nell'anno presente per la Moriena, e per altri paesi del conte di Savoia: il che ci porge sufficiente indizio dell'esser egli entrato nel partito del papa. Ciò non conobbe il Guichenon, il quale, appoggiandosi in gran copia di racconti a degli storici moderni, non può sovente appagar in tutto l'animo dei lettori desiderosi di più sodi fondamenti. Riuscì in questo anno a Riccardo conte di San Bonifazio, ad Azzo VII marchese d'Este, ed al popolo di Mantova [Roland., lib. 5, cap. 12. Paris de Cereta, Annal. Veron., tom. 8 Rer. Ital.], dopo lungo assedio, di prendere e dirupare il castello d'Ostiglia, che era de' Veronesi, castello riguardevole, perchè munito di belle e forti mura, di alte torri e grandi fosse, e difeso da un lato dal Po. Fece varii tentativi Eccelino da Romano per disturbar quell'assedio, o per soccorrere quella terra; ma non potè impedirne la perdita e rovina.
MCCXLV
| Anno di | Cristo MCCXLV. Indizione III. |
| Innocenzo IV papa 3. | |
| Federigo II imperadore 26. |
Dimorando in Lione Innocenzo sommo pontefice, avea nel Natale dell'anno precedente intimato il concilio generale da tenersi in essa città nella festa di san Giovanni Batista dell'anno presente [Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]: al qual fine spedì le lettere d'invito per tutta la cristianità, con aver citato l'imperador Federigo a comparirvi in persona o per mezzo de' suoi procuratori. Arrivò poscia a Lione il patriarca d'Antiochia inviato da esso Federigo con altri suoi uffiziali, mostrando premura di ripigliare il trattato di pace. I documenti prodotti dal Rinaldo [Raynald., in Annal. Eccl.] ci assicurano che Innocenzo IV con animo paterno condiscese, purchè Federigo prima del concilio restituisse la libertà ai prigionieri, e rendesse le terre della Chiesa, e si facesse compromesso nel papa stesso per le differenze dei Lombardi con esso imperadore. Tornossene il patriarca a Federigo per informarlo del negoziato. Ma bisogna ben dire che questo principe fosse invasato da una cieca alterigia; e con una strana politica conducesse i proprii affari. Niuna risposta fu data al papa, e si giunse finalmente senza conclusione alcuna al general concilio di Lione; se non che egli prima spedì colà l'arcivescovo di Palermo e Taddeo da Sessa suo avvocato, acciocchè sostenessero le ragioni sue. Che v'inviasse anche Pietro dalle Vigne, lo scrive Rolandino [Roland., lib. 5, cap. 13.], da cui parimente intendiamo che sul fine di maggio esso imperadore venne a Verona, ed ivi tenne un gran parlamento, al quale intervennero l'imperador di Costantinopoli, il duca d'Austria, e i duchi di Carintia e Moravia. Dopo molti ragionamenti e consulti continuati per più dì, niuna risoluzione fu presa; se non che Federigo, mostrando intenzione di trovarsi personalmente al concilio di Lione, con questa apparenza andò fino in Piemonte. Nelle prime sessioni del concilio, composto di più di centoquaranta tra patriarchi, arcivescovi e vescovi, furono proposti dal papa i reati di Federigo; nè mancò Taddeo da Sessa di addurre, per quanto seppe, le giustificazioni del suo padrone, rispondendo a capo per capo. Il vescovo di Carinola, oppure di Catania, come ha la Cronica di Cesena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], e un arcivescovo spagnuolo fecero un ampio racconto dei costumi e della vita di Federigo, conchiudendo ch'egli era un eretico, un epicureo, un ateista: al che Taddeo rispose con forza, pretendendole tutte calunnie [Matth. Paris, Hist. Anglic.]; e in oltre chiese una dilazione per l'avviso pervenutogli che l'imperadore intendeva di venire in persona al concilio per giustificarsi; oppure perchè il medesimo Taddeo si lusingava di farlo venire. Si stentò ad ottenere dal papa la dilazion di due settimane; ma Federigo non comparve mai, forse credendo l'andata sua o pericolosa alla sua dignità o superflua, ovvero perchè lo spirito dell'umiliazione non era mai entrato nè sapeva entrare in quel cuore. Non imitò già l'avolo suo Federigo, perchè non albergava in lui quella religione nè quel senno che l'altro mostrò. Per ciò nel dì 17 di luglio papa Innocenzo [Raynaldus, in Annal. Eccl. Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.] nel concilio, dopo aver premesso i delitti principali di Federigo, proferì la sentenza di scomunica contra di lui, e il dichiarò decaduto dallo imperio e da tutti i regni, con assolvere i sudditi dal giuramento di fedeltà. Taddeo da Sessa cogli altri procuratori suoi compagni, che già avea protestato contra di tal sentenza, ed appellato al futuro concilio, se n'andò tosto a portar la nuova a Federigo, il quale, secondo Matteo Paris, fremendo di sdegno e di rabbia, scoppiò in alcune ridicolose sparate, e dopo non molto scrisse dappertutto atroci e velenose lettere contra del papa, le quali maggiormente servirono a fargli perdere il concetto di vero cristiano. Rivolse poscia il suo sdegno contra de' Milanesi, perchè informato qualmente il pontefice movea tutte le suste in Germania per far eleggere un nuovo re, e già convenivano i voti di molti di que' principi, disgustati di Federigo, nella persona di Arrigo langravio di Turingia; seppe ancora che essi Milanesi con gli altri della lega di Lombardia aveano spedito i lor deputati ad animare quel principe a prendere la corona colla promessa di assisterlo con tutte le loro forze.
Venuto dunque da Torino l'imperadore a Pavia, uscì in campagna contra d'essi Milanesi, e da un'altra parte li fece assalire anche dal re Enzo suo figliuolo. Se vogliam prestar fede a Matteo Paris, succedette una fiera e sanguinosa battaglia fra l'armata d'Enzo e quella de' Milanesi, e dall'una e dall'altra parte perì innumerabil gente, colla peggio nondimeno de' secondi. Non la raccontano così gli storici di Milano [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gualv. Flamm., in Manipul. Flor.], e si può credere che favoloso sia in parte ciò che narra il suddetto storico inglese. Secondo i Milanesi, mosse Federigo l'esercito da Pavia, ed entrato nel territorio di Milano, distrusse il monistero di Morimondo. Nel dì 21 d'ottobre si accampò ad Abbiate sulla riva del Ticino, volendo pur passare quel fiume; ma venutagli incontro sull'opposta riva l'armata de' Milanesi, quivi stettero per ventun giorno i campi nemici senza alcuna azione. Tentò eziandio Federigo di passare il Ticinello a Buffalora; ma gliel impedirono i Milanesi, co' quali era Gregorio da Montelungo legato pontificio. Lo stesso gli avvenne a Casteno. In questo mentre con altro esercito, cioè coi Bergamaschi e Cremonesi, il re Enzo passò all'improvviso il fiume Adda vicino a Cassano, ed arrivò a Gorgonzuola. Accorsero a quella parte due delle porte di Milano sotto il comando di Simone da Locarno, e vennero alle mani col re Enzo, nè solamente sbaragliarono il di lui esercito, ma fecero anche lui prigione, benchè il suddetto Simone, dopo averne ricavato il giuramento di non mai più entrare nel distretto milanese, il rimettesse in libertà. Perciò Federigo si ritirò a Pavia, e andossene poi a passare il verno in Toscana a Grosseto. Avrei creduta mischiata qualche favola in questo ultimo racconto, se l'antica Cronica di Reggio non me ne avesse accertato colle seguenti parole: Enzus imperatoris filius supra Taleatam Addae cum Reginis, Cremonensibus, et Parmensibus ivit. Et ceperunt Gorgunzolam, ad cujus assedium captus fuit rex, et recuperatus per populum reginum et parmensem [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Ascoltiamo ora il Continuatore di Caffaro, autore allora vivente [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6.]. Narra egli che Federigo nella primavera venuto da Pisa a Parma, andò poscia a Verona, e spedì un gagliardo esercito contra de' Piacentini, nel territorio de' quali si fermò più d'un mese, dando il guasto dappertutto, senza che quel popolo si movesse punto dalla fedeltà verso la Chiesa. Fingendo poscia di voler passare al concilio di Lione, venne a Cremona e a Pavia, e di là ad Alessandria. Gli portarono gli Alessandrini le chiavi della città, e gli sottoposero tutte le loro castella. Di là passò a Tortona: del che ingelositi i Genovesi, inviarono tosto delle buone guarnigioni alle loro castella di Gavi, Palodi e Ottaggio di qua dall'Apennino. Anderarono ad incontrar Federigo i marchesi di Monferrato, di Ceva e del Caretto, con ritirarsi dalla lega di Lombardia e far lega con lui. Galvano Fiamma aggiugne [Gualvan. Flamma, cap. 279.], avere altrettanto fatto il conte di Savoia. Nel mese poscia di ottobre con potente esercito uscì ai danni de' Milanesi, i quali con grandi forze il fermarono virilmente al Ticinello, nè il lasciarono mai passare. In aiuto d'essi Milanesi il comune di Genova inviò cinquecento balestrieri. Perciò, veggendo Federigo inutili i suoi sforzi, nel dì 12 di novembre congedò l'armata, e se n'andò a Grosseto. Di niuna considerabile e sanguinosa battaglia in essi Annali Genovesi e in altri si truova menzione; e però dovette la sopraddetta essere cosa di poco momento. Abbiamo dalla Cronica Piacentina [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] che il comune di Piacenza spedì ducento cavalieri in soccorso dei Milanesi al Ticinello; e che, entrato il re Enzo coi Cremonesi ed altri popoli sul Piacentino, arrivò fin presso alla città, e bruciò lo spedale di Santo Spirito, e portò via la campana di San Lazzaro. In questo anno ancora dalla città di Parma Federigo fece scacciare Bernardo della nobile casa de' Rossi, perchè parente del papa, con distrugger anche le di lui case. In tal congiuntura [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] uscirono parimente di Parma le nobili famiglie de Lupi e dei Correggieschi, perchè erano di fazione guelfa, ed imparentati anch'essi colla casa de' conti Fieschi. Impadronissi in quest'anno [Roland., lib. 5, cap. 15.] Eccelino da Romano delle castella di Anoale e di Mestre, e vi fece fabbricar dei gironi, specie di fortezze usate in que' tempi. Le tolse ai Trivisani, a' quali ancora sul finire dell'anno fu occupato Castelfranco da Guglielmo da Compo San Piero. Anche dalla città di Reggio [Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.], per ordine del re Enzo, furono cacciati e banditi i Roberti, quei da Fogliano, i Lupisini, i Bonifazii, quei da Palude, ed altri di fazione guelfa, insieme coi Parmigiani, che s'erano ritirati in quella città. Vedremo che anche Tommaso da Fogliano Reggiano era nipote di papa Innocenzo IV. Aggiungono gli Annali vecchi di Modena [Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] che in Reggio ne' primi giorni dell'anno vennero all'armi i Guelfi e i Ghibellini, e che nel dì 3 dì luglio si tornò a combattere; ma entrato Simone de' Manfredi e Marione de' Bonici con gran gente, ed uniti col popolo, cacciarono fuori i Roberti e gli altri Guelfi. Parimente da Verona furono forzati ad uscire quei che vi restavano di fazione guelfa, e questi si ricoverarono a Bologna. In essi Annali finalmente si legge che anche la città di Firenze si mosse a rumore, e toccò ai Guelfi di abbandonar la patria: tutto per opera e maneggio di Federigo. Secondo Ricordano Malaspina [Ricordano Malaspina, Storia Fiorent., cap. 137.], questa novità di Firenze pare succeduta solamente nell'anno 1248. Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., in Annal. brev.] di ciò parla all'anno 1247, e va con lui d'accordo la Cronica di Siena [Chronic. Senense, tom. 15 Rer. Ital.]. Ma è da preferire Ricordano, del cui parere sono ancora altre storie. L'Ammirato differisce fino ai 1249 l'uscita de' Guelfi da quella città.