MCCXLVI
| Anno di | Cristo MCCXLVI. Indizione IV. |
| Innocenzo IV papa 4. | |
| Federigo II imperadore 27. |
Di gran maneggi avea già fatto il pontefice Innocenzo coi principi della Germania, affinchè si venisse all'elezione d'un nuovo re, senza neppure avere riguardo a Corrado figliuolo di Federigo, che non era nè scomunicato nè deposto. Alieni da questa risoluzione essendosi trovati il re di Boemia, i duchi di Baviera, Sassonia, Brunsvich e Brabante, e i marchesi di Misnia e di Brandeburgo [Raynald., in Annal. Eccles.]: ne scrisse loro il papa lettere efficaci. Tanto innanzi andò l'affare, che finalmente fu eletto re Arrigo langravio di Turingia dagli arcivescovi di Magonza, di Colonia e di Treveri, e da alcuni altri principi [Albert. Stadens., in Chron.]: nuova che sommamente rallegrò il papa per la conceputa speranza che col braccio di questo principe egli schianterebbe Federigo e tutta la sua casa. Mandò Filippo vescovo di Ferrara per suo legato in Germania con un buon rinforzo di danari al re novello, e con ordine di forzar tutti gli ecclesiastici a riconoscerlo per tale. Scrisse parimente ai principi secolari, pregandoli ed esortandoli a far lo stesso, con dispensar loro per questo l'indulgenza plenaria di tutti i loro peccati. Volle inoltre che i soldati del nuovo re prendessero la croce, e godessero di tutte le indulgenze ed immunità, come se andassero a militare contro ai Turchi e agli altri infedeli: il che servì di cattivo esempio per li tempi susseguenti, con vedersi la religione servire alla politica. Intanto il re Corrado figliuolo di Federigo, alla cui rovina ancora tendeva tutta questa novità, raunato un forte esercito, marciò alla volta di Francoforte per disturbar la dieta che ivi dovea tenere il langravio [Monach. Patavin., in Chron., tom. 8 Rer. Ital.]. Venuto alle mani coll'armata del nemico re, ne restò totalmente disfatto, di maniera che si giudicava come ridotto a fuggirsene in Italia, se il duca di Baviera non avesse imbracciato lo scudo per lui. Furono creati nello stesso tempo dal pontefice due cardinali legati, acciocchè facessero un'armata, e commovessero la Puglia e Sicilia contra di Federigo [Raynald., in Annal. Eccl.]. E perciocchè occorrevano di grandi spese per sostenere sì strepitosi impegni, s'imposero alle chiese di Francia, Italia, Inghilterra e d'altri paesi non poche gravezze, per cagione delle quali uscirono poi molte doglianze degl'Inglesi, riferite da Matteo Paris [Matth. Paris, Hist. Angl.], essendo ben probabile che anche gli ecclesiastici degli altri paesi si lamentassero forte che il loro danaro avesse da servire in uso tale. Infatti si cominciarono varie congiure contra di Federigo nella Puglia. Ne erano autori Teobaldo Francesco, Pandolfo Riccardo, la casa de' conti di San Severino, ed altri non pochi baroni. Per attestato del Continuatore di Caffaro [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.], la volevano anche contra la vita d'esso imperadore. Fu in questi tempi, oppure molto più tardi, come altri vogliono, i quali sembrano più veritieri, che anche Pietro dalle Vigne, gran cancelliere di Federigo e suo favorito in addietro, cadde dalla sua grazia. Chi scrisse, perchè trovato che avesse parte nelle suddette congiure; chi perchè nel concilio di Lione non articolasse parola in favore del suo padrone; chi perchè lo avesse voluto avvelenare: del che fu convinto. Dei segreti dei principi ognun vuol dire la sua. Quel che è certo, Federigo il fece abbacinare, lo spogliò di tutti i suoi beni, e confinollo in una prigione, dove dicono che da lì a tre anni egli stesso disperato, con dar della testa nel muro, si abbreviò le miserie e insieme la vita. Abbiamo da Matteo Paris, che trovandosi Federigo assediato da tanti turbini da tutte le parti, ricorse al santo re di Francia Lodovico IX, acciocchè s'interponesse col papa per la concordia, con esibirsi di passare in Terra santa colle sue forze per ricuperare quel regno, e quivi terminare i suoi giorni, purchè fosso rimesso in grazia della Chiesa. Lodovico, perchè avea già presa la croce, voglioso d'impiegar le sue armi in Oriente in pro della cristianità, parendogli questa un'offerta di sommo rilievo, per poter unitamente con Federigo promuovere gli interessi di Terra santa, e perchè conosceva che, durante la discordia fra la Chiesa e l'imperio, nulla di bene potea sperare in Oriente; cercò di abboccarsi col sommo pontefice, e l'abboccamento seguì nel monistero di Clugnì. Per quanto si affaticasse il re a far gustare al papa questa proposizione, nulla potè mai ottenere, persistendo Innocenzo IV in dire che non si dovea più fidar di Federigo, principe tante volte provato mancator di parola. Poco aggustato se ne tornò il re Lodovico alla sua residenza. Del suo ardore per questa pace ne siamo anche assicurati dal Rinaldi annalista pontificio.
Oltre a ciò, per dar animo ai ribelli di Puglia, si fece correr voce che Federigo era morto in Toscana; ma Federigo, accorso colà, dissipò non solamente questa diceria, ma eziandio i sollevati colla prigionia d'alcuni; contra de' quali poscia, e contra de' parenti, e infine contra chiunque fu o provato o sospettato complice egli poscia con atrocissimi tormenti infierì. In una sua lettera scritta al re di Inghilterra nel dì 15 d'aprile del presente anno, parla egli de' congiurati depressi, con aggiugnere [Matth. Paris, Hist. Angl.] che nel dì ultimo di marzo essendo venuto il cardinal Rinieri col popolo di Perugia e d'Assisi per assalire Marino da Ebolo suo capitano nel ducato di Spoleti, questi gli avea data una rotta; e che, oltre agli uccisi, da cinque mila n'erano restati prigionieri. C'è licenza di credere molto meno. Negli Annali vecchi di Modena si leggono queste parole: Eodem anno 1246 Perusini conflicti fuerunt a Federico imperatore [Annales Veteres Mutinenses, tom, 11 Rer. Ital.]. Da una lettera poi di Guglielmo da Ocra abbiamo che Federigo fece in quest'anno pace coi Romani e i Veneziani. Niuna menzione di ciò s'ha dalla Cronica del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] da cui bensì sappiamo che circa questi tempi tornò sotto la signoria di Venezia la città di Zara. Non parlano le Croniche di fatto alcuno riguardevole accaduto in quest'anno in Lombardia. Ricavasi solamente da quelle di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] che il re Enzo venne colle genti di Parma e Cremona sul Piacentino ad istanza di Alberto da Fontana, che gli avea promesso di dargli la città. Seguì ancora un conflitto fra lui e i Piacentini. Colle mani vote se ne tornò il re Enzo a Cremona. In Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] i ministri dell'imperadore occuparono il palazzo e la torre del vescovo, e tutte le rendite del vescovato, con imporre eziandio delle gravissime taglie e contribuzioni a tutti i beni della Chiesa: mestiere nello stesso tempo praticato da Federigo in Puglia, e negli altri paesi posti sotto il suo giogo. Obizzo e Corrado marchesi Malaspina si dichiararono in quest'anno per la lega di Lombardia [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6. tom. 6, Rer. Ital.]; ma, secondo l'uso de' marchesi di quelle parti, Corrado da lì a non poco tornò ad abbracciar il partito di Federigo. Prosperarono in quest'anno gli affari di Eccelino da Romano [Roland., lib. 3, cap. 16.], coll'essere venuti alle sue mani Castelfranco, Triville e Campreto, castella de' Trivisani. Ebbe anche per forza il castello di Mussolento. Costui in Verona fece morire i nobili da Lendenara, e molti altri in Padova per sospetti di congiura, che si dicea tramata contra di lui. Negli Annali Veronesi [Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.], i quali in questi tempi si trovano mancanti e i confusi, vien riferita una battaglia accaduta di là dal Mincio fra Eccelino e i Veronesi dall'una parte, e il conte Ricciardo da San Bonifazio coi Mantovani e fuorusciti veronesi, ed Azzo VII marchese d'Este coi Ferraresi, dall'altra. Niuno restò vincitore, ma molti furono i morti e prigioni, e non pochi cavalli pel troppo caldo vi rimasero soffocati. A qual anno appartenga tal combattimento nol so dire: probabilmente all'anno seguente, come osservò il Sigonio.
MCCXLVII
| Anno di | Cristo MCCXLVII. Indizione V. |
| Innocenzo IV papa 5 | |
| Federigo II imperadore 28. |
Non so io qual fede meriti Matteo Paris in un fatto, di cui non apparisce vestigio presso gli storici tedeschi, benchè, per vero dire, la Germania non ha in questi tempi storico alcuno che ci dia sicuro lume dei suoi avvenimenti. Scrive egli adunque [Matth. Paris, Hist. Angl.], che mentre l'eletto re Arrigo langravio di Turingia si disponeva per ricevere solennemente la corona germanica, il re Corrado figliuolo di Federigo con quindici mila combattenti si mise in agguato, e, venuto a battaglia con lui, sbaragliò la di lui gente con istrage di moltissimi, e prigionia di molti più, e colla presa di tutto il tesoro inviatogli dal papa. Per questo colpo caduto Arrigo in una grave malinconia, s'infermò e diede fine a' suoi giorni. Scrive il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 18.] ch'egli ictu sagittae saucius fugam arripere coactus, haud ita multo post dolore confectus interiit. Avrà egli presa tale notizia da Tritemio [Trithemius, Annal. Hirsang.], o dal Nauclero, che scrivono ciò succeduto nell'assedio d'Ulma. Gli altri storici dicono che esso re Arrigo morì nel suo letto cristianamente per disenteria. Quante ciarle mai si saranno fatte per tal morte in tempi sì sconvolti, tempi sì pieni di bugie, di falsi giudizii e di strabocchevoli passioni, interpretando ognuno a suo talento i naturali avvenimenti delle cose, come ancora si dovette fare a' tempi di papa Gregorio VII per simili avvenimenti. Non si perdè d'animo per questo il pontefice Innocenzo, ma, spedito in Germania il cardinal Pietro Capoccio nel dì 4 d'ottobre dell'anno presente [Raynaldus, in Annal. Ecclesiast. Albertus Stadens., in Chron. Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], fece eleggere re di Germania Guglielmo conte d'Olanda, giovane prode e generoso in età di circa venti anni, il qual poi essendosi colla forza impadronito di Aquisgrana nell'anno seguente, quivi nella festa d'Ognisanti fu solennemente coronato da Guglielmo cardinale vescovo sabinense. Gli mandò tosto il papa un rinforzo di trenta mila marche d'argento, che felicemente arrivò alle di lui mani. Ma non ebbe già questa felicità la spedizione di quattordici altre mila marche d'argento, che il papa, stando tuttavia in Lione avea consegnato ad Ottaviano cardinale di Santa Maria in Via lata, insieme con un corpo di soldatesche per soccorso dei Milanesi e degli altri collegati di Lombardia. Il Continuatore di Caffaro scrive [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.] che erano mille e cinquecento cavalli che il papa avea fatto assoldare in Lione. Amedeo conte di Savoia [Matth. Paris. Hist. Angl., Petrus de Curbio, in Vita Innocentii IV, cap. 23.], perchè amico di Federigo, benchè si mostrasse parziale del papa, trovò tante scuse, che il cardinale per quasi tre mesi fu costretto a fermarsi e a consumare il danaro nel soldo di quegli armati, i quali in fine licenziati se ne tornarono alle lor case; ed egli, se volle passar in Italia, dovette colla sola sua famiglia guadagnarsi il transito per vie inospite e dirupate. Quetati i rumori della Puglia, venne in quest'anno Federigo a Pisa, e di là in Lombardia, senza commettere ostilità veruna. Portossi dipoi a Torino, se crediamo a Matteo Paris, per andare alla volta di Lione cum innumerabili exercitu, con timore de' buoni ch'egli pensasse a far qualche brutto scherzo al papa e ai cardinali soggiornanti in quella città. Ma questo esercito, ed esercito innumerabile, è una frottola spacciata dal buon Paris. Particolarità di tanto rilievo non l'avrebbe omessa nella vita di papa Innocenzo IV Pietro da Curbio, che si trovava allora in Lione. Altro non dice questo autore, se non che Federigo venne a Torino, ubi cum comite Sabaudiae, et aliis quibusdam baronibus sibi adhaerentibus nequiter machinans contra summum pontificem, ipsum Lugduni circumvenire fraudulentissime procurabat. Profittò di questa congiuntura il conte di Savoia per farsi consegnare da Federigo il castello di Rivoli. Secondo il suddetto autore, si teneva in Lione che Federigo fosse venuto per ingannar con qualche frode, e non già per opprimere colla forza dell'armi il pontefice. Per lo contrario, Federigo in una lettera, rapportata dallo annalista Rinaldi scrisse che la risoluzione da lui presa di portarsi a Lione gli era venuta da Dio, affine di terminar le discordie, e giustificarsi appresso il papa e i Franzesi, per quanto io vo credendo, dell'imputazione datagli d'essere un eretico e miscredente. Se fosse vera o finta questa sua intenzione, non saprei dirlo io: ben so che non sarebbe mai convenuta a lui una protesta sì fatta, quando egli avesse condotto seco un esercito smisurato, capace di accusarlo presso d'ognuno, non già di pacifici, ma bensì di perniciosi disegni. Così dall'Annalista di Genova impariamo ch'egli venne in Lombardia mansueto come un agnello, e diceva di voler ubbidire agli ordini del papa, e dar pace al mondo; e ciò ad istanza del re di Francia. Comunque sia, eccoti disturbati i di lui o buoni o perversi disegni dall'avviso d'una novità, che il fece smaniar per la collera, e tornare ben tosto indietro.
I parenti di papa Innocenzo scacciati da Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], cioè i Rossi, i Correggeschi, i Lupi ed altri, tenendo buona intelligenza in quella città, nel dì 16 di giugno, giorno di domenica, con grosso corpo d'armati vennero alla volta di Parma. Arrigo Testa da Arezzo, che quivi era podestà per l'imperadore, ciò presentito, andò loro incontro fino al fiume Taro colla milizia di Parma, e venne con loro a battaglia. O così portasse la fortuna dell'armi, oppure perchè il popolo di Parma facesse due diverse figure, restò egli morto in quell'azione, i suoi sbandati se ne tornarono alla città, dove entrarono anche i nobili fuorusciti col seguito loro. Gherardo da Correggio a voce di popolo fu immantinente proclamato podestà, furono prese le torri e il palazzo del comune, con iscacciarne gli uffiziali e soldati dell'imperadore. Trovavasi allora il re Enzo all'assedio di Quinzano, castello de' Bresciani [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]. Appena ebbe intesa questa nuova, che, senza perdere un momento di tempo, venne coll'armata sua a portarsi alle rive del Taro, per impedire i soccorsi a Parma. Non per questo rimasero i Milanesi di spedirvi mille uomini d'armi, ciascuno de' quali, secondo gli Annali di Milano [Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], avea quattro cavalli. Secento ancora (forse ducento, secondo la Cronica di Piacenza) ne mandarono i Piacentini [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Fu condotta questa brigata per la montagna da Gregorio di Montelungo legato apostolico, e da Bernardo figliuolo d'Orlando Rosso, e felicemente arrivò in Parma con somma consolazione di quel popolo. Essendo volata anche a Torino questa novità, Federigo, ben conoscente delle conseguenze che seco portava, perchè a lui tagliava la comunicazione con Reggio e Modena, città a lui fedeli, e colla Toscana, precipitosamente venne alla volta di Parma, e in vicinanza d'essa cominciò a trincierarsi. Attesero anche i Parmigiani a far fossi, e a fabbricar palancati e bitifredi per lor difesa. Ordinò Federigo al comune di Reggio di far prigioni quanti Parmigiani si trovavano in quella città; e fu ubbidito. Un pari comandamento andò a Modena, e quivi fu presa la cinquantina de' cavalieri di Parma, già venuta in soccorso di Modena, acciocchè i Bolognesi non impedissero il raccolto de' grani; e tutti inoltre gli scolari di Parma, che erano allo studio delle leggi in Modena, città anche allora provveduta di buoni lettori per la lor gara col popolo di Bologna. Furono tutti condotti a Federigo, ed incarcerati. Fu anche sconfitta dal re Enzo la cavalleria di Parma verso Montecchio, con restarvi molti di essi prigioni. Tra questi ed altri presi in diversi luoghi, ebbe Federigo da mille prigioni parmigiani, de' quali barbaramente cominciò a farne morir quattro in un giorno in faccia alla città, e due nel dì seguente; ed era per seguitar questa barbarie, se il popolo di Pavia mosso a compassione non avesse chiesta in dono la loro vita, facendogli conoscere che la loro morte nulla serviva a prendere la città, e solamente potea rendere lui odioso a tutto il mondo. Il solo Colorno si tenne saldo in quelle congiunture; tutto il resto del distretto ebbe il guasto, e venne in potere di Federigo, il quale a quell'assedio avea ben dieci mila cavalli, e una quantità innumerabile di fanteria di varie città, con alcune migliaia di Saraceni balestrieri. Distruggevano costoro tutte le case, e ne asportavano al campo imperiale tutti i mattoni e i coppi, co' quali, d'ordine di Federigo, si andò fabbricando una città verso l'occidente in faccia a Parma, con fosse, steccati, bitifredi, baltresche, ponti levatori e mulini. Le fu posto il nome di Vittoria, per far buon augurio all'imperadore, risoluto di non muoversi di là senza aver presa la nemica città. Della nuova sua fece egli il disegno [Rolandinus, lib. 5, cap. 21.], dopo aver fatto prendere da' suoi strologhi l'ascendente più favorevole; e fu da essi ben servito, siccome vedremo.
L'assedio di Parma commosse ben tosto al soccorso i circonvicini collegati della Chiesa. Ricciardo conte di San Bonifazio v'entrò con una squadra d'armati. I Mantovani si scagliarono addosso ai Cremonesi, saccheggiando e bruciando tutto sino a Casalmaggiore. Azzo VII marchese d'Este coi Ferraresi, i fuorusciti di Reggio, Bianchino da Camino, e infin Alberico da Romano, fratello di Eccelino, con una mano di Trivisani, accorsero all'aiuto dell'assediata città. Anche i Genovesi v'inviarono quattrocento cinquanta balestrieri, e trecento i conti di Lavagna nipoti del papa. Fece all'incontro Federigo venire alla sua armata Eccelino da Romano co' Padovani, Vicentini e Veronesi. Allorchè egli giunse alla villa di Gazoldo, passando pel Mantovano, il marchese d'Este coi Mantovani nel mese di giugno assalitolo, diedero una spelazzata alla sua gente, e massimamente ai Veronesi, che aveano la retroguardia. Fu anche spedito dal papa il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, il quale coi Milanesi, Bresciani, Mantovani, Veneziani e Ferraresi si accampò nella Tagliata di Parma. Cresceva intanto ogni dì più la fame in Parma per la mancanza de' viveri. Fecero i Mantovani e Ferraresi venire una gran copia di barche per Po; e perciocchè al loro passaggio si opponeva un ponte fabbricato dal re Enzo su quel fiume, i collegati della Chiesa lo sforzarono e vinsero [Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]: dopo di che introdussero animosamente in Parma una gran quantità di frumento, melica, spelta, orzo, sale ed altre vettovaglie, delle quali abbisognava l'afflitta città. Non istettero oziosi in questo tempo i Bolognesi, profittando della lontananza de' Modenesi, iti al campo imperiale [Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.]. Oltre all'aver anch'essi inviato all'armata della Chiesa in difesa di Parma mille e quattrocento soldati, a tradimento, cioè per via di danari, tolsero nel mese di luglio ai Modenesi [Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] il castello di Bazzano. Diversamente scrive il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 18.], che quel popolo si arrendè a patti di buona guerra. In aiuto de' Modenesi accorse allora Eccelino da Romano; e però andarono ad accamparsi vicino a Bazzano a fronte del campo bolognese, con aspettar anche un rinforzo d'uomini d'armi dal re Enzo. Vennero poscia alle mani coi Bolognesi nel dì 23 di luglio, e vi fu molta perdita di gente dall'una parte e dall'altra, colla peggio nondimeno del campo bolognese. Ancor qui il Sigonio discorda dai nostri Annali. Contuttociò essi Bolognesi s'impadronirono dipoi anche di Montalto, di Savignano, e d'altri luoghi del Modenese. Jacopino, e Guglielmo suo nipote, de' Rangoni da Modena, erano dianzi passati al servigio del re Enzo con venticinque uomini d'armi. Senza licenza dell'imperadore si partirono dall'assedio di Parma, e però furono banditi da Modena con tutta la fazione guelfa, appellata degli Aigoni. Loro diedero i Bolognesi il castello di Savignano da abitare. In quest'anno i popoli della Lunigiana e Garfagnana si ribellarono all'imperadore [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.], ed imprigionarono il di lui vicario nel castello di Groppo San Pietro. Allora Obizzo marchese Malaspina ricuperò le sue terre di Lunigiana. Vennero anche alla divozion de' Genovesi molte terre, che dianzi si erano rivoltate, ma non già Savona, città ostinata nella sua ribellione. Presero essi Genovesi una galea di Federigo vegnente in Puglia, che conduceva tre nobili milanesi della casa Pietrasanta, destinati da esso imperadore a far cambio con dei prigioni bergamaschi detenuti in Milano. Fecero in essa galea prigioni ducento uomini con Rubaconte, uno de' principali bergamaschi. Per attestato di Matteo Paris [Matth. Paris, Hist. Angl.], in quest'anno l'imperador Federigo diede una sua figlia per moglie a Tommaso della casa di Savoia, già conte di Fiandra, fratello di Amedeo IV, conte di Savoia, di Guglielmo arcivescovo di Cantorberì, e d'altri degni personaggi di quella nobilissima casa. Gli assegnò in dote Torino e Vercelli colle adiacenze, affinchè impedisse il passo al papa e agli aderenti di lui per quelle. Questo matrimonio è negato dal Guichenon [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], e non senza ragione, perchè lo stesso Paris afferma che il papa nel 1251 maritò con lui una sua nipote. Chi sa che non si trovasse qualche fondamento allora per disciogliere il matrimonio contratto con una figliuola d'un imperadore scomunicato e morto? Intanto questo patto di Matteo Paris viene a mettere in dubbio il dirsi dal suddetto Guichenone, che la città di Torino nel 1245 riconobbe per suo signore Amedeo conte di Savoia.