Se fosse con disgusto o piacere intesa in Lione da papa Innocenzo la morte di Federigo II, non ha bisogno il lettore che io lo decida. Dirò bensì che egli più che mai non solo si accinse a promuovere in Germania gli affari del re Guglielmo sua creatura, e a deprimere, por quanto gli era possibile, il re Corrado, non meno odiato da lui che il suo padre Federigo, con iscomunicarlo ancora, e dichiararlo decaduto da ogni diritto sopra i regni; ma eziandio più che, mai senza risparmio d'indulgenze plenarie e di crociate [Matth. Paris, Hist. Angl.], si diede a commuovere i vescovi, baroni e popoli della Germania, Sicilia e Puglia contra di lui. Tutto ciò s'ha dagli Annali Ecclesiastici del Rinaldi e da Matteo Paris. Nè andarono a voto i maneggi del pontefice. Ribellaronsi [Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.] le città di Foggia, Andria e Barletta, e, quel che è più, Napoli e Capoa; e questo esempio fu seguitato dai conti di Caserta e Cerra della casa di Aquino, che possedevano allora quasi tutto il paese posto tra il Garigliano e il Volturno. Papa Innocenzo IV promise a tutti dei gran privilegii e gagliarda assistenza di soccorsi. Manfredi, giovane allora d'anni dieciotto, ma savio e grazioso, che avea preso le redini del governo a nome del re Corrado suo fratello, non perdè tempo ad accorrere con quante forze potè contra de' sollevati, e gli riuscì di ridurre alla primiera ubbidienza le tre prime città, e di assicurarsi di quelle di Avellino ed Aversa. Mise poi l'assedio a Napoli, e diede il guasto a quel territorio; ma per quanto egli si studiasse di tirar fuori della città i Napoletani per dar loro battaglia, essi, più accorti di lui, si tennero sempre alla sola difesa delle mura. Una Cronica di Sicilia [Chronic. Sicil., cap. 26, tom. 10 Rer. Ital.] aggiugne che anche Messina, Castello San Giovanni ed altri luoghi si ribellarono a Corrado in Sicilia. Intanto il pontefice Innocenzo, omai libero dalla paura di Federigo, per dar più calore alle sollevazioni della Puglia e agli altri affari dell'Italia, dopo Pasqua si mosse da Lione, e, venuto a Marsilia, per la Provenza e per la riviera del mare felicemente arrivò a Genova patria sua [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.]. Trovò quella città in gran festa e magnificenza, non solamente per la venuta sua, ma ancora perchè le città di Albenga e Savona con altri luoghi dianzi ribelli, scorgendo la difficoltà di potersi sostenere, dappoichè era mancata la vita e potenza di Federigo imperadore, erano tornate all'antica ubbidienza del comune di Genova. Quivi scomunicò il re Corrado [Matth. Paris, Hist. Angl.], i Pavesi, Cremonesi, ed alcuni popoli del partito imperiale. Sciolse dalla scomunica Tommaso di Savoia già conte di Fiandra, e gli diede per moglie una sua nipote con ricca dote. Concorsero alla città di Genova i podestà e gli ambasciatori di tutte le città e dei principi che erano del suo partito, e particolarmente quei di Milano, Brescia, Mantova e Bologna. Diede loro il papa benigna udienza; e perchè desideravano ch'egli passasse per le loro città, determinò di compiacerli. Sul fine dunque di giugno venuto a Gavi e Capriata, fu quivi accolto dalla milizia milanese [Annales Mediol., tom. 14 Rer. Ital.], e scortato, perchè Vercelli tuttavia seguitava la parte imperiale, e nel dì 7 del mese suddetto entrò in Milano, accoltovi con grandioso e mirabil incontro e somma divozione da quel popolo, e prese alloggio nel monistero di Sant'Ambrosio. E perciocchè era morto in Genova il loro podestà, ne diede loro un nuovo, cioè Gherardo dei Rangoni da Modena. Fermossi poi por varii affari il pontefice in quella città lo spazio di sessantaquattro giorni. È lecito il credere che uno de' più importanti fosse quello di staccare dal partito ghibellino la vicina città di Lodi. Nata in quella città discordia fra due famiglie potenti [Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 285.], cioè fra i Vistarini e gli Averganghi, questi ultimi ricorsi a Cremona, v'introdussero un presidio ghibellino. Mise per questo il papa l'interdetto in quella città, perchè allora si contava per delitto da gastigar coll'armi spirituali il seguitar la fazione imperiale. Ciò udito i Milanesi, senza farsi molto pregar da Sozzo de' Vistarini, mossero il loro esercito, ed entrarono anch'essi in Lodi, e cominciarono a disputarne il possesso ai Cremonesi. V'era anche Eccelino da Romano con Buoso da Doara, se crediamo agli storici di Milano; ma, secondo la Cronica Veronese [Paris de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.], v'intervennero solamente gli ambasciatori di quel tiranno, cioè Federigo dalla Scala e Rinieri dalla Isola. E secondo la Cronica di Matteo Griffone [Matth. de Griffonibus, Memor., tom. 18 Rer. Ital.], Buoso solamente nell'ottobre di quest'anno fu rilasciato dalle carceri di Bologna. Finalmente i Cremonesi, non potendo resistere alla forza dei Milanesi, voltarono le spalle, e Lodi restò in potere d'essi Milanesi, che ne diedero il dominio per dieci anni a Sozzo de' Vistarini, e vi diruparono il castello dell'imperadore. Scrivono i suddetti storici milanesi che nel mese d'aprile di quest'anno fu stabilita una pace perpetua fra le città di Milano e Pavia. Della verità di questo fatto è da dubitare; imperciocchè Parisio da Cereta asserisce che i Pavesi continuarono nella lega de' Cremonesi ghibellini, e con essi ancora si trovarono all'assedio di Lodi.
Ricuperarono i Milanesi in questo anno il castello di Caravaggio, e, in pena della ribellione, lo distrussero. Da Milano passò dipoi papa Innocenzo a Brescia nel mese di settembre, e di là a Bologna, dove nel dì 8 di ottobre consecrò la chiesa di San Domenico. Oltre a Pietro da Curbio [Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], gli Annali vecchi di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] mettono il suo cammino per Brescia, Mantova, Ferrara e Bologna, con poscia soggiugnere che passò anche per Modena: il che pare che non ben si accordi. Nella Cronica di Reggio [Memoriale Potest. Regiens., toro. 8 Rer. Italic.] si ha ch'egli da Mantova venne a San Benedetto di Polirone, poscia a Ferrara e a Bologna. Ricobaldo scrive [Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer Ital.], che essendo egli fanciullo, il vide predicare al popolo in Ferrara nella festa di san Francesco di ottobre. Andò finalmente il pontefice, passando per la Romagna, a posarsi e a fissare la sua residenza in Perugia, perchè non si fidava di Roma, dove bollivano molle fazioni, nè vi mancavano partigiani dell'imperio. Presero in quest'anno i Cremonesi il castello di Brescello sul Po, che era de' Parmigiani [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e ne condussero prigionieri a Cremona i soldati che vi stavano in guardia. Continuò la guerra fra il popolo e i nobili fuorusciti di Piacenza. S'impadronirono questi ultimi della rocca di Bardi, e disfecero un corpo di fanti e cavalli, che colà venivano per soccorso. Unitosi coi popolari di Piacenza il marchese Oberto Pelavicino, e colla milizia cremonese, andò ai danni de' Parmigiani, e prese le castella di Rivalgario e di Raglio, che poi diede alle fiamme: nel qual tempo il popolo di Piacenza distrusse il ponte sul Po per paura di Milano. Tolsero ancora essi popolari piacentini alcune altre castella ai nobili, con isfogare la lor rabbia contra le insensate mura. In questo medesimo anno Eccelino da Romano colla milizia di Verona, Padova, Vicenza e Trento, per venti giorni stette nel distretto di Mantova, spogliando e guastando il paese [Paris de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.]. Ma ecco nel mese di ottobre calare in Italia Corrado re di Germania. Bisogna ben credere che si fossero molto rinvigoriti ed assicurati i suoi affari in essa Germania, ed abbassati quei del re Guglielmo d'Olanda, dacchè esso Corrado si potè arrischiare a venirsene di qua dalle Alpi. E veramente Matteo Paris [Matth. Paris, Hist. Angl.] fa abbastanza intendere che Guglielmo cominciò ad essere in dispregio presso i principi tedeschi. Arrivato che fu Corrado a Verona, ricevè quante dimostrazioni di gioia e rispetto potea mai desiderare da Eccelino. Passò dipoi coll'esercito suo di Tedeschi, e con quello dei Veronesi, Padovani e Vicentini di là dal Mincio, ed accampatosi al castello di Goito, quivi tenne un parlamento coi Cremonesi, Pavesi, Piacentini, ed altri popoli del suo partito. Dopo quindici giorni ritornato a Verona, continuò il suo viaggio con disegno di passar a buona stagione per mare in Puglia. Tanto il Monaco Padovano che Parisio da Cereta ed altri storici [Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Paris de Cereta, Annal. Veron, Annal. Mediol. et alii.] scrivono che in quest'anno il principe Rinaldo figliuolo di Azzo VII marchese d'Este, che già per ostaggio fu mandato in Puglia da Federigo II imperadore, terminò i suoi giorni in quelle contrade. Papa Innocenzo IV in una lettera [Raynald., in Annal. Eccles.] scritta nel giugno di quest'anno a Pietro cardinale legato per indurre Manfredi a voler sottomettere e cedere il regno alla Chiesa romana, fra le altre cose gli raccomanda la liberazione del suddetto Rinaldo. Alcuni scrittori tengono che Manfredi o per iniqua sua politica, o per ordine del re Corrado, se ne sbrigasse col veleno. Chi ci può assicurar della verità in tempi di tante dicerie e calunnie? Quel che è certo, restò di lui un picciolo figliuolo, a cui fu posto il nome d'Obizzo. Giacchè le cattive congiunture de' tempi aveano privato il marchese del caro suo figliuolo, si fece egli portare a Ferrara il nipotino, e, riconoscendo in esso le fattezze e lo spirito del defunto figliuolo, il dichiarò poi suo erede; e noi a suo tempo il vedremo padrone di Ferrara e d'altre città. In questi tempi Eccelino da Romano più che mai seguitò ad infierire contra dei Padovani. Le di lui crudeltà minutamente vengono riferite da Rolandino [Roland., lib. 6, cap. 15.] testimonio di veduta. Sul principio di questo anno nel dì 7 di gennaio il popolo di Firenze [Ricordano Malaspina, Istor., cap. 144.], dacchè ebbe intesa la morte di Federigo II, si mosse a rumore; e rimise in città la fazione guelfa fuoruscita, e fece loro far pace coi Ghibellini. Ma poco andò ch'essi Ghibellini furono forzati a ritirarsi fuori di città. Fecero poi oste i Fiorentini nel mese di luglio a Pistoia, che si reggeva in questi tempi a parte ghibellina. I Pistojesi, venuti con loro a battaglia, ne rimasero sconfitti a Monte Robolino. Ebbero i medesimi Fiorentini guerra ancora coi Sanesi [Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.], perchè questi ricettarono i lor banditi, ed erano in lega coi Pisani e Pistoiesi di fazion ghibellina. Abbiamo dalla Cronica di Reggio [Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.] che gli Alessandrini e Milanesi una tal rotta diedero al popolo di Tortona, che la maggior parte d'esso restò prigioniere.
MCCLII
| Anno di | Cristo MCCLII. Indizione X. |
| Innocenzo IV papa 10. | |
| Imperio vacante. |
Abbiamo di certo che il re Corrado nel dì 4 di dicembre dell'anno precedente si partì da Verona, e, fatto il viaggio per Vicenza e Padova, s'imbarcò in mare coll'aiuto di Eccelino, e passò a Porto Naone [Sigon., de Regn. Ital., lib. 19.]. I conti suoi erano di poter giugnere in Puglia per mare in pochi giorni, con risoluzione di tenere in Foggia per la festa del Natale un general parlamento. In qual tempo precisamente vi arrivasse egli, non è ben chiaro. Niccolò da Jamsilla [Nicolaus de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital.] scrive ch'egli sbarcò a Siponto nell'anno presente senza specificarne il giorno. Altrettanto abbiamo dalla Cronica Cavense [Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.]. Non può certamente stare ciò che si legge nel Diario di Matteo Spinelli [Matteo Spinelli, Diario, tom. 7 Rer. Ital.]: cioè che alli 27 d'agosto 1251 venne lo re Corrado coll'armata de' Veneziani, e sbarcò a Pescara, o alla montagna di Sant'Angelo. Nel tempo suddetto Corrado neppur era giunto in Lombardia. E il Continuatore di Caffaro [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.] scrive ch'egli non già si servì di legni veneziani, ma transiens per Marchiam venit in partibus Istriae et Sclavoniae, ibique sexdecim galeas regni, quae serie paratae erant, ipsum regem cum sua comitiva levaverunt, et ipsum in Apuliam traduxerunt. Giunto questo principe in Puglia, ricevè gli ossequii e il giuramento di fedeltà dai baroni, e specialmente fece buona accoglienza a Manfredi principe di Taranto suo fratello, con lodare la sua condotta, e prendere da lui tutte le necessarie informazioni dello stato presente degli affari. Avendo poscia, o mostrando premura della grazia di papa Innocenzo [Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], che avea già fulminata la scomunica contra di lui e di tutti i suoi aderenti, gli spedì Bartolommeo marchese di Hoemburgo Tedesco, l'arcivescovo di Trani, e Guglielmo da Ocra suo cancelliere, suoi ambasciatori, per ottener l'investitura del regno di Sicilia e Puglia, e la succession nell'imperio, con esibirsi pronto a far quello che avesse il papa ordinato. Furono questi cortesemente accolti; ma nulla fruttarono i lor maneggi, stando saldo il pontefice a pretendere che quel regno, per li reati di Federigo suo padre, fosse decaduto alla Chiesa romana. Da ciò irritato Corrado, non guardò più misura alcuna, ed attese a debellar chiunque s'era ribellato ed avea alzato le bandiere del romano pontefice. Le armi sue adunque, rinforzate dai Saraceni di Nocera e Sicilia, piombarono addosso ai conti d'Aquino, con ispogliarli di tutte le loro terre [Nicolaus de Jamsilla, Histor.], e con prendere e saccheggiare Arpino, Sezza, Aquino, Sora, San Germano, ed altri luoghi che prima s'erano dati al papa. Verso la festa di san Martino ostilmente s'inviò l'esercito suo contra di Capoa; ma quella terra senza fare resistenza, e con rendersi, schivò l'eccidio delle persone. Altro non vi restava che la città di Napoli, la quale negasse ubbidienza. Questa, confidata nella sua situazione, nelle forti mura, e nella speranza de' soccorsi del papa, si accinse ad una gagliarda difesa. Passò dunque lo sdegnato re all'assedio di quella città nel dì primo di dicembre, secondochè è scritto nel Diario di Matteo Spinelli [Matteo Spinelli, Diario.], dove nondimeno si truovano slogati gli anni. Egli dice del 1251, ma ha da essere il presente 1252. Nella Cronica Cavense [Chron. Cavense.] è scritto che fu dato principio all'assedio di Napoli nel dì 18 di giugno dell'anno seguente. Non può stare. Invece di giugno sarà ivi scritto gennaio. Durò di molti mesi quell'assedio. Ma in questi tempi si raffreddò non poco il re Corrado verso del fratello Manfredi, anzi concepì astio contra di lui, non ben si sa, se per sospetti conceputi in vederlo sì savio ed amato dai popoli, oppure per mali uffizii fatti contra di lui dai malevoli, fra' quali specialmente si distinse Matteo Ruffo, nato nella città di Tropea in Calabria, che di povera fortuna, per la sua abilità, era arrivato sotto l'imperador Federigo II ai primi gradi della corte, e da lui fu lasciato aio del figliuolo Arrigo e vicebalio della Sicilia. Era questi nemico dichiarato di Manfredi. Ma non mancò prudenza a Manfredi per navigare in mezzo a tanti scogli. Destramente rinunziò a Corrado i contadi di Gravina, Tricarico e Montescaglioso. Ed ancorchè il re gli sminuisse anche la giurisdizione nel principato di Taranto, che solo gli restò, e tuttochè Corrado ordinasse che Galvano e Federigo Lancia, e Bonifazio d'Anglone, parenti dal lato materno di Manfredi, uscissero del regno, pure Manfredi non ne mostrò risentimento alcuno, e seguitò con allegria e fedeltà ad aiutare il re suo fratello in tutte le di lui imprese.
Intanto in Lombardia, cessato il timore di Federigo II, che teneva uniti in più città gli animi de' cittadini, e succeduta la troppa libertà, questa cominciò a generar la discordia. Soprattutto in Milano insorsero gare e dissensioni fra il popolo e i nobili. Nel dì 6 di aprile, sabato in albis dell'anno presente [Bolland., in Act. Sanct. ad diem 29 april.], nel venire da Como a Milano fra Pietro da Verona dell'ordine de' Predicatori, inquisitore ed uomo di santa vita, fu da Carino, sicario degli eretici, in vicinanza di Barlassina sacrilegamente ucciso, e poi nel seguente anno canonizzato e posto nel catalogo de' martiri da papa Innocenzo IV. Preso il sicario, e messo nelle mani di Pietro Avvocato da Como, allora podestà di Milano [Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 286.], dopo dieci giorni di prigionia, fu lasciato fuggire. Gran sollevazione per questo sorse in Milano; fu imprigionato il podestà, dato il sacco al suo palazzo, ed appena potè egli ottenere in grazia la vita. Allora i nobili proposero di dare il dominio della città a Leone de Perego arcivescovo. Non solamente si opposero i popolari, ma suscitarono anzi una lor pretensione: cioè, che non ai soli nobili, ma anche a quei dell'ordine popolare si conferissero le dignità e i canonicati della metropolitana. Si venne alla forza; fu cacciato di città l'arcivescovo, svaligiato il suo palazzo, e maggiormente per questo crebbe la rissa fra il popolo e la nobiltà. Capo del popolo fu Martino dalla Torre, e de' nobili Paolo da Soresina. Allora il popolo chiamò per suo capitano il marchese Manfredi Lancia, che venne con mille cavalli al suo servigio. Così gli Annali di Milano [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]. Ma Galvano Fiamma, differisce fino all'anno 1256 questa perniciosa novità, e ne tornano a parlare allora gli stessi Annali. Gregorio da Montelungo, legato apostolico [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.], in ricompensa de' tanti servigi da lui prestati alla Chiesa romana negli anni addietro, promosso al patriarcato d'Aquileia, nel mese di gennaio andò a prenderne il possesso. Morì all'incontro in Brescia Ricciardo conte di San Bonifazio, lasciando dopo di sè un glorioso nome, e un figliuolo appellato Lodovico, che in prodezza non si lasciò vincere dal padre. Negli Annali di Verona [Paris de Cereta, Annal. Veronens, tom. 8 Rer. Ital.] la sua morte si fa accaduta nel febbraio dell'anno susseguente. Senza inorridire non si possono leggere nelle Storie di Rolandino [Roland., lib. 6, cap. 17 et seq.], del Monaco Padovano e di Parisio da Cereta le crudeltà praticate in questi tempi dal tiranno Eccelino da Romano contra de' cittadini di Verona e di Padova. Fecero nell'anno presente i Parmigiani oste contro il castello di Medesano [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]; e quantunque Oberto marchese Pelavicino co' fuorusciti di Parma e coi Cremonesi accorresse in aiuto degli assediati, tuttavia s'impadronirono di esso castello, e similmente di quei di Berceto e Miaro. Abbiamo da Matteo Paris [Matth. Paris, Hist. Angl.] che i Romani elessero per loro senatore per l'anno vegnente Brancaleone di Andalò Bolognese, uomo giusto, di gran petto, ma di non minor rigidezza, il quale ricusò di accettare, se non gli veniva accordata cotal dignità per tre anni, non ostante lo statuto di Roma. Nella Vita di papa Innocenzo [Petrus de Curbio, Vit. Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.] vien dipinto Brancaleone per un gran Ghibellino e nemico del papa. Con questa condizione fu accettato, e ito poscia a Roma, tenne in esercizio le forche e le mannaie per castigar la gente troppo sediziosa, ed avvezza a non rispettar le leggi. In quest'anno poi, secondo il suddetto Paris, oppure nel 1254, secondo Pietro da Curbio (che sembra meritar in ciò maggior credenza), i Romani, disgustati della superbia ed insolenza del popolo di Tivoli, coll'esercito si portarono contro quella città. La presero e diroccarono con fiero esterminio; e se quei cittadini vollero salvar la vita, convenne che andassero scalzi e colle corde al collo a chiedere misericordia in Roma. Per quello nondimeno che vedremo all'anno 1254, non sussiste questa rovina di Tivoli. Guerra grande fu del pari in Toscana [Ricord. Malasp., cap. 152. Chron. Senens., tom. 15 Rer. Ital.] tra i Fiorentini, Lucchesi ed Orvietani Guelfi, e i Sanesi e Pisani Ghibellini. Ebbero gli ultimi una rotta a Montalcino.
MCCLIII
| Anno di | Cristo MCCLIII. Indizione XI. |
| Innocenzo IV papa 11. | |
| Imperio vacante. |