Continuò il re Corrado con gran vigore l'assedio di Napoli, avendo condotto colà un copioso apparato di quelle macchine [Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.], colle quali si faceva allora guerra alle città e fortezze. E perciocchè v'entravano di quando in quando dei rinfreschi per mare, sul principio di maggio serrò ancora quel passo con un possente stuolo di galee, fatto venir di Sicilia [Matteo Spinelli, Diario, tom. 7 Rer. Ital.]. Volle ben egli che si desse un generale assalto a quella città nel dì 25 d'aprile, con promessa di tre paghe a quella nazione che prima v'entrasse. Ma vi restarono morti da secento Saraceni, e poco men di Tedeschi; laonde non più si pensò a soggiogar Napoli colla forza, ma bensì colla fame. Si ridussero infatti que' cittadini [Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 3.] a nutrirsi ancora co' più vili e laidi cibi; nè più potendo, si renderono infine a discrezione nel fine di settembre, come ha il Diario dello Spinelli, oppure nel dì 10 di ottobre, come si legge nella Cronica Cavense. Alcuni scrivono che a forza di mine fu espugnata quella città, e che, entrato l'esercito tedesco, vi sparse gran sangue degli abitanti. Lo Spinelli anch'egli scrive che Corrado vi fece gran giustizia e grande uccisione. È da stupire come Pietro da Curbio e Saba Malaspina, scrittori pontificii, non parlino di questo macello di gente, che certo non dovea scappare alla lor penna. Ma ne parla bene Bortolomeo da Neocastro [Bartholomaeus de Neocastro, cap. 3, tom. 13 Rer. Ital.], autore di questo secolo; e per questo i Napoletani concepirono un odio implacabile contro la casa di Suevia. La Cronica del monistero cavense ha solamente, che egli mandò in esilio molti de' Napoletani ed è fuor di dubbio che fece abbattere e spianare le belle mura di Napoli e di Capoa, affinchè non venisse più voglia a que' popoli di ribellarsi. Passò dipoi Corrado a Melfi, e quivi, celebrata la festa del santo Natale, tenne un parlamento dei baroni del regno. Queste prosperità di Corrado furono cagione che il pontefice colla sua corte cominciasse in questo anno una tela nuova in rovina della casa di Suevia: cioè spedì in Inghilterra [Matth. Paris, Hist. Angl.] Alberto da Parma, uno de' suoi familiari, ad offerir la corona di Sicilia a Riccardo conte di Cornovaglia, fratello di quel re Arrigo, e ricco principe. Insorsero delle difficoltà in questo maneggio. Ossia che questo trattato venisse, come vuol Pietro da Curbio [Petrus de Curbio, Vita Innocen. IV, cap. 31, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], a scoprirsi, e Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratello del re di Francia, si esibisse al papa; oppure che il papa, non trovando buona disposizione in Inghilterra, chiamasse a mercato esso conte d'Angiò: certamente pare che fin d'allora Carlo vi accudisse. Accadde dipoi, che il re Arrigo trattò di ottenere per suo figliuolo Edmondo il regno di Sicilia, promettendo di gran cose. Pietro da Curbio asserisce, che fu conchiuso questo contratto col re inglese, il quale cominciò a far preparamenti per effettuarlo. All'incontro dal Rinaldi [Raynald, in Annal. Eccles.] sotto quest'anno sono rapportate le condizioni, colle quali il papa esibiva a Carlo conte d'Angiò il regno di Sicilia, ducato di Puglia e principato di Capoa. Quivi è nominato il suddetto Alberto da Parma, come legato del papa. Così il Rinaldi. Contuttociò tengo io per fermo che quel documento appartenga ai tempi di Urbano IV, e non ai presenti.

Gran premura fecero in quest'anno i Romani a papa Innocenzo IV per farlo ritornare a Roma, e, se vogliam credere a Matteo Paris [Matth. Paris, Hist. Angl.], minacciarono anche Perugia, se ne impediva, o non ne sollecitava la venuta. Mal volentieri si risolveva il pontefice a compiacerli, ben conoscendo la difficoltà di trovar quiete fra que' torbidi ed instabili cervelli d'allora, avvezzi a comandare e non ad ubbidire. Andò egli ad Assisi [Petrus de Curbio, in Vita Innocen. IV, cap. 32 et seq.] nella domenica in albis, vi dedicò la chiesa di San Francesco, visitò santa Chiara inferma, che nel dì 30 di giugno fu chiamata da Dio alla patria de' giusti, e passò egli la state in quella città. Poscia nel dì 6 di ottobre si mise in viaggio verso Roma, dove dal senatore, dal clero e popolo romano fu incontrato fuori della città, e introdotto con sommo giubilo ed onore. Pietro da Curbio scrive ch'esso senatore, cioè Brancaleone, avea fatto il possibile perchè il papa non venisse, e andò poi macchinando sempre contra di lui. Matteo Paris, per lo contrario, attesta ch'egli fu in suo favore; ed avendo il popolo romano cominciato a muovere pretensioni di grossissimi crediti per le spese da lor fatte a fin di sostenere il pontefice nei tempi di Federigo II, Brancaleone quetò con dolci parole il lor furore, e conservò la pace. Tornò poscia il re Corrado ad inviare a Roma il conte di Monforte suo zio, ed altri ambasciadori per placare il papa, ed impetrar l'investitura del regno. In Lombardia la città di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] nell'anno presente fece qualche mutazione, pacificandosi co' Cremonesi e col marchese Oberto Pelavicino capo dei Ghibellini in queste parti. Giberto da Correggio, soprannominato della Gente, prese allora un gran predominio in Parma. Vi entrarono anche i Ghibellini fuorusciti. Altrettanto fu fatto in Reggio, dove furono richiamati i Guelfi. Per l'accordo suddetto il comune di Cremona restituì a Parma il castello di Brescello, e tutti i prigionieri parmigiani che dianzi barbaramente erano trattati nelle carceri cremonesi. Si riaccese in questi tempi la guerra fra i Milanesi e Pavesi. Nel dì 10 di maggio l'esercito di Milano col carroccio [Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 287.], avendo passato il ponte di Vigevano, s'impadronì della terra di Gambalò, e cinse poscia d'assedio Mortara. Ancor questa terra fu presa; ma, facendo gran difesa il castello, venne l'esercito pavese per soccorrerlo. Interpostisi intanto alcuni mediatori fra i due popoli, si rinnovò la pace. Più che mai continuarono in questi tempi le orride crudeltà d'Eccelino in Padova [Roland., lib. 7, cap. 3 et seq. Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rerum Ital.] e negli altri luoghi a lui sottoposti. Papa Innocenzo rinnovò per questo le scomuniche contra di lui, e dichiarollo eretico; ma altro ci voleva che tali esorcismi a vincere uno spirito sì maligno. Monte ed Araldo da Monselice fra gli altri, imputati di tradimento, furono condotti a Padova. Gridando essi ad alta voce di non essere traditori, Eccelino, ch'era a tavola, calò al rumore, nè volle ascoltar ragione. Allora Monte, scagliatosi in furia addosso al tiranno, il rovesciò a terra, e, dopo avere indarno cercatogli addosso se avea qualche coltello, il prese per la gola por soffocarlo, e coi denti e colle unghie gli fece quanto male potè. S'egli trovava armi, in quel dì la terra si sarebbe sgravata del peggiore di tutti gli uomini. Ma accorsi i familiari del tiranno, tanto fecero che, messo in pezzi Monte col fratello, liberarono Eccelino dal pericolo, ma non già dalle ferite, a curar le quali vi vollero molti giorni. Empiè in questi tempi l'iniquissimo tiranno le infernali sue carceri di cittadini padovani e veronesi, sì ecclesiastici che laici. Tutto era terrore, tutto disperazione sotto di questo barbaro, a cui ogni menoma parola od ombra di sospetto serviva di motivo per incarcerare o tormentare o levare di vita le persone.


MCCLIV

Anno diCristo MCCLIV. Indizione XII.
Alessandro IV papa 1.
Imperio vacante.

Mentre il re Corrado soggiornava in Melfi, Arrigo suo fratello legittimo, nato da Isabella d'Inghilterra, giovinetto di belle doti ornato, fu a visitarlo, e nello stesso tempo infermatosi, cessò di vivere. Voce tosto si sparse che Corrado col veleno avesse tolto dal mondo l'innocente fanciullo; e non lasciò papa Innocenzo di avvalorar questo sospetto, per iscreditar Corrado presso il re d'Inghilterra zio d'Arrigo [Matth. Paris, Hist. Angl. Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.]. Cercò, all'incontro, Corrado di far credere falsa così nera accusa. Se con fondamento, o no. Dio solo ne può essere il giudice. Fuor di dubbio è bensì che Corrado in questi tempi caricò di contribuzioni e gravezze la Puglia [Matteo Spinelli, Diario, tom. 7 Rer. Ital.]; e a quelle terre e città che erano pigre al pagamento, andavano addosso o Saraceni o Tedeschi che faceano pagar con usura. Furono in tal congiuntura messe a sacco le città d'Ascoli, Bitonto ed altre: e se Manfredi principe di Taranto con buona maniera non provvedeva, era imminente la distruzion di quelle contrade. Sotto il presente anno parla Matteo Paris di una battaglia seguita fra l'esercito pontificio, comandato da Guglielmo cardinale nipote del papa, e quello di Corrado, colla morte di quattro mila soldati papalini. Forse egli intende di una zuffa di cui parlerò più abbasso, ma che non merita titolo di sanguinosa, molto meno di grande. Fu citato di nuovo Corrado dal pontefice a comparire in Roma, per giustificare, se potea, la sua innocenza [Raynaldus, in Annal. Eccl.]. Spedì egli colà di nuovo il conte di Monforte e Tommaso conte di Savoia a dir le sue ragioni, e ad ottenere una proroga. Ma nel giovedì santo di nuovo si udì confermata e aggravata contra di lui la papale scomunica. Preparavasi egli intanto a ripassare in Germania per far guerra al suo competitore Guglielmo d'Olanda, quando cadde infermo vicino a Lavello, e scomunicato, nel più bel fiore degli anni cedette alla violenza del male nel dì 21 di maggio, nella notte dell'Ascension del Signore [Nicolaus de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital. Sabas Malaspina. Hist., lib. 1, cap. 4. Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.]. Autore della sua morte comunemente fu creduto Manfredi, che col mezzo di Giovanni Moro, capitano de' Saraceni e favorito di Corrado, il facesse avvelenare, sì in vendetta degli Stati a lui tolti, come per farsi strada al regno di Sicilia. Ma avendo Corrado un picciolo figliuolo per nome Corradino, a lui partorito in Germania dalla regina Isabella sua moglie nel dì 25 di marzo del 1252, a cui toccava il regno; e l'aver egli lasciato nel suo testamento per governatore della Sicilia Bertoldo marchese di Hoemburch, e non già Manfredi, il quale si mostrò anche alieno da tale impiego, pare che non s'accordi col sopraddetto disegno. Maraviglia fu che anche i nemici della corte di Roma non attribuissero ad esso Manfredi questo colpo, come Matteo Paris asserisce fatto dianzi per altro veleno dato al medesimo Corrado. Conoscendosi l'impossibilità di chiarire in casi tali la verità, a me basta di avere accennato ciò che allora e, molto più, poi si disse, specialmente dagli storici guelfi, nemici di Manfredi [Ricordano Malaspina, cap. 146.]. S'impossessò il nuovo balio e governatore del regno Bertoldo di tutto il tesoro di Corrado; e perciocchè questi nel suo testamento avea raccomandato il figliuolo Corradino alla Sede apostolica, e ordinato al marchese di Hoemburch di fare ogni possibile per metterlo in grazia del papa, affinchè potesse succedere nel regno di Sicilia, furono immediatamente spediti ambasciatori ad esso Innocenzo. Ma niuna apertura si trovò a trattato di pace. Il pontefice saldo in dire ch'egli voleva prima il possesso del regno, e che poi si esaminerebbe se alcun diritto vi avea il fanciullo Corradino, rigettò ogni proposizione d'accordo. Cassò pertanto tutti gli atti e le disposizioni testamentarie di Corrado, citò il marchese Bertoldo balio del regno, come occupatore di uno Stato devoluto alla Chiesa; e per dar più calore a' suoi disegni, celebrata in Assisi la festa della Pentecoste, si mosse colla corte [Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]: e nel viaggio pacificati i popoli di Spoleti e Terni, che erano in rotta fra loro, per Orta e Civita Castellana arrivò alla basilica vaticana. Dopo aver quivi celebrata solenne messa, e predicato con raccomandare ai Romani i presenti affari, andò a posarsi in Anagni, con aver intanto spediti ordini in Lombardia, Genova, Toscana, marca d'Ancona, patrimonio e ducato di Spoleti, per fare copiosa leva di soldati. Comparve ad Anagni Manfredi principe di Taranto con altri baroni a trattar d'accordo, e per quindici dì un gran dibattimento si fece; ma quando era già per sottoscriversi la capitolazione, si ritirò il principe con gli altri. Scopertosi intanto che Pietro Ruffo vicebalio in Sicilia [Nicolaus de Jamsilla, in Hist.], Riccardo da Montenegro, ed altri baroni guadagnati dal pontefice lavoravano sott'acqua. Bertoldo marchese d'Hoemburch depose il baliato, e tanto fece egli con altri dei partito della casa de' Suevi, che il principe Manfredi accettò, benchè con ripugnanza almeno apparente, quell'uffizio. Attese pertanto Manfredi a raunar un esercito; ma mancandogli il principale ingrediente, cioè il danaro, nè potendone ricavare da Bertoldo, che tutto avea occupato, trovato inoltre che i baroni camminavano con doppiezza, e i popoli, stanchi del barbarico governo de' Tedeschi, inclinavano a mutar padrone: egli fu il primo a sottoporsi all'ubbidienza del pontefice, e a cedere alle contingenze del tempo, salvi nondimeno i diritti del re suo nipote e i suoi proprii. All'esempio suo tennero dietro gli altri baroni; alcuni nondimeno l'aveano preceduto.

Mentre il pontefice tuttavia dimorava in Anagni [Petrus de Curbio, cap. 40.], i Romani che da gran tempo assediavano Tivoli, venuta lor meno la speranza di forzar quella città alla resa, spedirono ad esso papa, acciocchè trattasse di pace, e non mancò egli di farlo, tuttochè disgustato del senatore, che non lasciava andar viveri ad Anagni, nè prestar danari al papa, nè far leva di gente per lui. Nel dì 8 di ottobre papa Innocenzo arrivò a Ceperano sui confini del regno, e nel dì seguente entrò pel ponte in esso regno, incontrato da Manfredi principe di Taranto, che, accompagnato da molti altri baroni, fu a baciargli i piedi, e l'addestrò per un tratto di strada. Io non so che mi dire del Diario di Matteo Spinelli, che troppo discordia dai migliori scrittori nell'assegnare i tempi. Egli fa giunto il papa a Napoli per la festa di san Pietro, con altre cose che non battono a segno. Passò dipoi il pontefice ad Aquino, a San Germano, a Monte Casino, accolto dappertutto con segni di singolare onore ed affetto. Davanti a lui marciava coll'esercito Guglielmo cardinale di Sant'Eustachio, parente del medesimo papa, il quale da tutti facea prestare giuramento di fedeltà alla Chiesa romana; anzi pretese che Manfredi lo prestasse anch'egli: al che non volle egli mai acconsentire, pretendendo che ciò fosse contro i patti stabiliti col papa. Con questo felice passo camminavano gli affari del sommo pontefice, e già egli si contava per padrone della Puglia, quando un accidente occorse, da cui restò non poco turbata la corte pontificia. Era il papa passato a Teano, dove fu sorpreso da incomodi di sanità, che più non l'abbandonarono [Nicolaus, de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital.]. Quivi trovandosi il principe Manfredi, ebbe delle liti con Borello da Anglone, barone molto favorito nella corte pontificia, per aver egli impetrato dal papa il contado di Lesina, ancorchè appartenente a Monte Sant'Angelo, che era d'esso Manfredi, ed averne anche inviato a prendere il possesso. Ricorse Manfredi al papa; niuna risoluzione fu presa. Si aspettava in que' dì alla corte il marchese Bertoldo. Volle Manfredi andare ad incontrarlo, e, preso commiato dal papa, si mise in cammino. Non molto lungi da Teano ad un passo stretto si trovò il suddetto Borello con una truppa d'uomini armati: fu creduto per insultare il principe nel suo passaggio. Allora i familiari di Manfredi s'inoltrarono per riconoscere che intenzione avessero; e Borello co' suoi prese la fuga verso la città. Inseguito da alcuni del principe (dicono contra volontà di lui), fu ferito e morto da un colpo di lancia nella schiena. Grande strepito si fece per questo nella corte del papa, il quale intanto passò a Capoa. Era giunto Manfredi ad Acerra, con pensiero di portarsi a Capoa per giustificarsi; ma fu consigliato di raccomandar piuttosto la sua causa al marchese Bertoldo. Vi mandò apposta Galvano Lancia suo zio. Bertoldo ne parlò al papa e a' ministri; e la risposta fu, che Manfredi venisse in persona, e si ascolterebbono le sue discolpe. Se veniva, già risoluta era la di lui prigionia. Il perchè Galvano Lancia gli significò che facea brutto tempo per lui, e che si ritirasse ben tosto e con gran cautela verso Lucera, ossia Nocera de' Pagani. Colà infatti, dopo aver passati molti pericoli ed incomodi, senza che alcuno osasse di dargli ricetto, sul principio di novembre arrivò una notte Manfredi. Per buona ventura non vi si trovò Giovanni Moro, governatore di quella città, il più ricco e potente de' Saraceni quivi abitanti. Fatto sapere alle sentinelle che era ivi il principe figliuolo di Federigo imperadore, questi, amantissimi di suo padre, non fidandosi di poter avere le chiavi dal vicegovernatore, determinarono di rompere la porta e d'introdurlo. Detto fatto, tanto si ruppe della porta, che il principe entrò. Fu incredibile la festa che fecero perciò i Saraceni. Il condussero al palazzo, dove si trovarono molti tesori dell'imperador Federigo, del re Corrado, di Oddone marchese fratello del marchese Bertoldo, e quei specialmente di Giovanni Moro, il quale da lì a poco tempo fu ucciso dai suoi Saraceni in Acerenza. Si esibì tutto il popolo di Nocera a' servigi di Manfredi, e giurarono fedeltà al re Corradino e a lui. Allora Manfredi, messa mano ne' suddetti tesori, cominciò ad assoldar gente, e a lui da tutte le parti concorsero i Tedeschi sparsi perla Puglia; di modo che in breve ebbe un gagliardo esercito in piedi, ed usci in campagna alla volta di Foggia, dove era accampato il marchese Oddone con un corpo assai poderoso di gente pontificia. Si diede alla fuga Oddone dopo breve combattimento, e Foggia, presa per forza, fu saccheggiata. Niccolò da Jamsilla fa ben conoscere che questa fu una vittoria, ma non già vittoria di gran rilievo, come vien descritta da Matteo Paris, se pur d'essa parla, come vogliono alcuni scrittori napoletani. La verità nondimeno si è, che questa qualunque si fosse diede tal terrore al grosso esercito pontificio [Sabas Malaspina, lib. i, cap. 5.], accampato allora a Troia, che, come se avessero alle reni l'armata di Manfredi, disordinatamente di notte prese la fuga, con lasciar indietro molto del loro equipaggio; nè si credettero in salvo il cardinale legato ed altri, finchè non giunsero a Napoli, dove era allora la corte pontificia.

Ma ritrovarono che già papa Innocenzo IV, sopraffatto dalla malattia, era passato a miglior vita. Il Rinaldi [Raynald., in Annal. Eccl.] fa accaduta la sua morte nel dì 7 di dicembre. Il che vien confermato da Pietro da Curbio [Petrus de Curbio, Vii. Innocent. IV, cap. 42.], che il dice defunto in Napoli nella festa di sant'Ambrosio. Niccolò da Jamsilla e Bernardo di Guidone mettono la sua morte nel dì 13 del mese suddetto; altri nel dì 40; ma si dee stare all'asserzione de' primi. L'infelice successo di Foggia portò al cuore ancora de' cardinali esistenti in Napoli un grave scompiglio, di maniera che, se non era il marchese Bertoldo, che facesse lor animo, già pensavano a ritirarsi verso Roma. Nel dì 21 del suddetto mese di dicembre, secondo il Rinaldi, o piuttosto, siccome scrive chiaramente Pietro da Curbio, nel sabbato giorno 12 del suddetto mese, fu eletto pontefice Rinaldo vescovo d'Ostia da Anagni della nobil famiglia de' conti di Segna, e parente dei predefunti papi Innocenzo III e Gregorio IX. Prese il nome di Alessandro IV, e portò sulla sedia di san Pietro delle prerogative ben degne del sommo pontificato. Buono e mansueto, nè portato a maneggiar le chiavi e la spada con tanto imperio, e con tante gravezze agli ecclesiastici, come avea praticato il suo predecessore, revocat et cassat, quae in gravamen multorum suus constituerat antecessor, son parole di Arrigo Sterone [Stero, in Chron. Augustano,]. Fu guerra in questo anno [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.] fra i Pisani dall'una parte, e i Fiorentini e Lucchesi dall'altra. Sulle prime riportarono i Pisani dei vantaggi, poscia ebbero molte busse e danni, in guisa che vennero in parere di chieder pace. Se ne trattò per parecchi giorni; e convien ben credere che il comune di Pisa si sentisse debole, dacchè per ottenerla fece compromesso delle sue differenze in Guiscardo da Pietrasanta Milanese, podestà di Firenze. Questi poi diede un laudo, condannando i Pisani a restituire a' Lucchesi le castella di Motrone e Monte Topolo; ai Genovesi Ilice e Trebiano, con altre condizioni, per le quali tenendosi aggravato il comune di Pisa, non volle accettar quella sentenza: il che fu cagione di nuova guerra. In questo medesimo anno nel mese di agosto fecero oste i suddetti Fiorentini contra di Volterra [Ricordano Malaspin., cap. 155. Ptolom. Lucensis, in Annales brev., tom. II Rer. Ital.], che si reggeva a parte ghibellina. Usciti disordinatamente i Volterrani, furono incalzati, e con esso loro entrarono anche i Fiorentini nella città. Gran cosa fu che si salvarono dal sacco. Ne furono cacciati i Ghibellini, lasciato presidio in quelle fortezze. Anche Poggibonzi, già ribellato, tornò per forza sotto la signoria de' Fiorentini. Fecero guerra in quest'anno i Bolognesi [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] alla città di Cervia. Se ne impadronirono, e vi misero un podestà che a loro nome la governasse. Di ciò neppure una parola si legge presso Girolamo Rossi nella Storia di Ravenna. Dalle Croniche di Milano [Annal. Mediolan., tom. 19 Rer. Ital. Gualv. Flamm., Manip. Flor.] altro non si ricava sotto il presente anno, se non che qualche combattimento seguì fra i nobili e popolari di quella città; e che fu chiamato colà un certo Beno dei Gonzani Bolognese, a cui fu data balia di cavar danari dal popolo. Costui, sapendo ben esercitare il, per altro facile, mestiere di pelare chi non può resistere, inventò nuovi dazii e gabelle, ed introdusse ogni mala usanza in quella città. Come il popolo dominante allora si lasciasse calpestare e spolpare da costui per quattro anni, non si sa intendere. Secondo la Cronica Piacentina [Chron. Placent., tom. 1 Rer. Ital.], il marchese Oberto Pelavicino, che già signoreggiava in Cremona, seppe così ben maneggiarsi, che dal popolo di Piacenza fu eletto per loro signore perpetuo. Tentò di fare lo stesso anche in Parma coll'aiuto della fazion ghibellina esistente in quella città [Sigon., de Regno Ital., lib. 19.], e a questo fine passò ad assalir Borgo San Donnino e Colorno. Gli veniva fatto, se, alzatosi un vil sartore parmigiano, e divenuto capo popolo, non avesse costretto i Ghibellini colle minaccie a desistere dal loro proponimento. Perciò il marchese Oberto se ne tornò a Cremona senza far altro. Il Sigonio, che narra questo fatto, l'avrà preso dalla Cronica del Salimbeni, che si è perduta. Era il marchese Pelavicino suddetto gran sostenitore della parte ghibellina, e perciò amico di Eccelino. Alcuni scrittori guelfi cel rappresentano non inferiore al medesimo Eccelino nella crudeltà e fierezza, forse con qualche ingiuria del vero. Abbiamo bensì in quest'anno da Rolandino [Roland., lib. 7, cap. 10.] e da Parisio da Cereta [Paris de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] una serie d'altri inumani fatti d'esso Eccelino, che ogni dì più peggiorava nella sua tirribil tirannia.


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